Mario Caligiuri
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Di mario (del 14/03/2008 @ 17:31:35, in Attualità, linkato 2512 volte)

ORMAI SONO andati fuori di testa. In una trasmissione televisiva, il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti ha affermato che la rivolta accesa da Beppe Grillo scomparirà d’incanto una volta costituito il Partito Democratico. Per Massimo D’Alema dietro il vento dell’antipolitica (chissà provocato da chi?) si profila addirittura lo spauracchio dei militari. Il Premier in persona, per rintuzzare le ire della piazza, non trova di meglio che dire di avere ridotto gli emolumenti del suo Governo del 30%, dimenticando: primo, che la diminuzione è relativa alla sola indennità aggiuntiva e che quindi tutto lo stipendio resta intonso; secondo, che siamo, grazie alle sue cure, alla presenza del Gabinetto più affollato della Repubblica. Non ci crederete ma nessuno di loro scherzava: parlavano tutti sul serio. Non so se ci sia similitudine, ma anche stavolta a dare la sveglia ad un sistema politico immobile è stato un personaggio del mondo dello spettacolo. Nanni Moretti agitò i girotondi contro il torpore della sinistra che aveva perso le elezioni del 2001 ed adesso Beppe Grillo che schiaffeggia il mondo politico nel suo complesso. Anche adesso, il meccanismo di contestazione parte dall’esterno, confermando la regola che le burocrazie, a cominciare da quelle politiche, non si rinnovano mai per volontà propria ma solo per eventi esterni, spesso traumatici. Questa – molto tardiva - ondata di sdegno dei cittadini è la conseguenza esclusiva di comportamenti irresponsabili che di fatto hanno rotto il contratto sociale tra governanti e governati. Qualche giorno fa, Fassino ha proposto di bloccare gli aumenti automatici agli onorevoli. E’ una proposta ammirevole, tanto più che coinvolge sia lui che la moglie, assisa anch’essa in Parlamento. Ma solo ora ci pensa? Di rimando, secondo un consumato gioco delle parti come nella commedia dell’arte, l’ex sindacalista Marini sostiene che non è possibile sospendere gli aumenti perchè collegati agli stipendi dei magistrati della Cassazione. E dove sarebbe il problema? Fate una norma. Se vi interessasse davvero, un decreto legge potreste farlo anche oggi stesso. La verità è che sono ancora convinti che pure stavolta riusciranno a disinnescare il dissenso. Infatti, il sistema politico fa quadrato, attuando strategie puramente mediatiche per risalire la china, allo scopo di lasciare inalterata la sostanza di privilegi ingiustificati. Solo che stavolta non è come le altre, perchè si sta finalmente capendo che se la democrazia non funziona la responsabilità non è del destino cinico e baro: è di chi tanto male la rappresenta.

 

 
Di mario (del 07/09/2007 @ 17:30:52, in Attualità, linkato 2300 volte)

GEMINELLO ALVI ha dimostrato nel suo ultimo libro, “Una Repubblica fondata sulle rendite”, che “all’ombra dell’euro in fiore” i nostri governanti preferirono irresponsabilmente utilizzare le economie derivanti dal cambio della moneta per allargare la spesa pubblica piuttosto che ridurla. Secondo me, tutto è ripartito da là. Con il potere di acquisto per le famiglie ridotto alla metà, ieri Tomaso Padoa Schioppa ha sostenuto che prima occorre tagliare la spesa e poi si può parlare di ridurre le tasse. Il Premier Prodi è d’accordo con lui, mentre Mastella dalla festa dell’Udeur, dove ha appena finito di posare per terra Benigni, sostiene il contrario.

 

MA SAPPIAMO che quelli del Governo sono fatti così, nelle dichiarazioni come nei cortei: dicono tutto ed il contrario di tutto e si ritengono “dentro ma contro il palazzo”. In pratica, una confusione immane. Bisognerebbe comprendere un concetto elementare: per migliorare i conti dello Stato occorre prima risanare i bilanci delle famiglie. Ma ecco l’idea del nostro responsabile del tesoro: “Non è che si paghino troppe tasse ma è la distribuzione che è distorta”. Due semplici considerazioni: per il fatto che gli italiani “non paghino troppe tasse” forse sarebbe il caso che s’informasse un pochino meglio, mentre sulla distorsione della distribuzione del reddito non vedo proprio chi altri dovrebbe occuparsene se non lui. Cominci subito a farlo e se le sue proposte per una più equa ripartizione del gettito fiscale non dovessero essere condivise dalla maggioranza parlamentare, in una democrazia degna di questo nome Padoa Schioppa avrebbe il dovere di dimettersi. Tanto più che non essendo stato votato da nessuno, non tradirebbe neanche un elettore.

 

RICORDIAMOCI che la rivolta fiscale, dallo stesso Padoa Schioppa definita “una salutare presa di coscienza”, ha provocato le rivoluzioni americana e francese che hanno avviato l’età contemporanea. E dobbiamo ancora restare inerti su come vengono spesi – e in molti casi dilapidati - i nostri soldi?

 

 
Di mario (del 16/07/2007 @ 17:30:04, in Attualità, linkato 3949 volte)

NON CI VOLEVA la lampada di Aladino. Su questo giornale avevamo facilmente anticipato che il provvedimento del Governo sui costi della politica sarebbe stato dimostrativo ed inconsistente. Come sempre si parte dalle cose serie: dal taglio dei cellulari e dal livello istituzionale più basso. Ovviamente restano intonsi i capitoli di spesa maggiori: il numero dei deputati e senatori, quello dei membri del governo, le pensioni degli onorevoli parlamentari, il numero dei dipendenti ed i costi dei palazzi del Potere, i cui bilanci sono riservati e la cui autonomia amministrativa è prossima all’arbitrio feudale. Il resto è il porto delle nebbie.

 

NON SI CAPISCE quali comunità montane restino e quali vengano soppresse: ma non si dovevano eliminare tutte? Non si comprende quali siano gli enti doppioni e con quali modalità verranno smantellati. Si riducono da 7 a 5 i consiglieri di amministrazione: ma non ne basterebbe uno solo che facesse l’amministratore delegato? Le pensioni vengono toccate ma quelle, udite udite, dei consiglieri regionali (la cui competenza attiene alle regioni e voglio davvero vedere cosa faranno) e, a leggere i giornali, anche quelle dei consiglieri provinciali e comunali (che non mi sembra abbiano diritto a vitalizi pensionistici alla fine del mandato). Sulle auto di servizio c’è una dimostrazione di buone intenzioni ma nessun riscontro concreto: per esempio, in quale ente ci sarà un’auto in meno?
La “cura dimagrante” riguarderà i consigli di circoscrizione, che saranno operanti solo nelle città con più di 250 mila abitanti, mentre in quelle dai 100 mila in sù possono essere istituti solo a titolo “gratuito”. E’ facile prevedere, con la fantasia italica, cosa ci si inventerà.
Si riduce il numero dei consiglieri comunali, i cui costi sono ridicoli, in quanto la maggior parte dei municipi non ha più di 15 mila abitanti. Viene limato il numero dei consiglieri provinciali, mentre gli italiani a gran voce chiedono la totale soppressione di questi enti intermedi. Viene poi declamata l’acqua calda. Un architetto che fa l’assessore non può avere incarichi dal Comune che amministra: ma non è già contro legge? Le concessionarie di servizi pubblici non possono finanziare i partiti ufficialmente: vale anche per chi fitta a costi stratosferici i palazzi della Camera? Poi c’è la perla: non possono essere confermati quegli amministratori che per tre anni presentino un bilancio in perdita delle aziende pubbliche: ma non dovrebbero essere subito presi a calci? Bisogna consentire danni ulteriori?

 

NON C’È che dire: sono stati davvero accorti per non intaccare di una virgola nessuno dei privilegi che contano. Non a caso, la presunta “dieta” non sfiora i santuari ministeriali, nè quelli quirinalizi e parlamentari. Addirittura si ipotizzano anche gli importi di questi presunti risparmi: un miliardo e 300 milioni di euro. «A regime» si precisa con delicatezza, quando tutto è più aleatorio del clima di marzo. Si attendono decreti legislativi, concertazioni con regioni e comuni (che hanno disertato l’ultimo incontro in aperta contestazione alle politiche governative sulla finanza pubblica, cosa mai successa nella storia della Repubblica) e, soprattutto, ci si affida - con la consueta saggezza - al buon cuore degli stessi beneficiari. Si vede lontano un miglio che si sono dovuti occupare, e con evidente fastidio, del problema dei costi della politica per fare fronte ad una legittima indignazione popolare. Altrimenti avrebbero continuato a fare orecchie da mercante. Il loro punto di vista è chiaro come il sole: bisogna fare passare la nottata. E poi questi “moralisti“ dell’antipolitica dove vogliono andare? Diceva Stalin: «Quante sono le armate del Papa?». Sono convinti della loro impunità e vanno avanti con arroganza, ritenendo che gli italiani siano imbecilli e continueranno a sopportare una classe politica incapace, che non risolve i problemi e che non affronta nessuna delle grandi questioni poste dalla globalizzazione: la competitività, l’emergere delle economie asiatiche, l’immigrazione, il contrasto ai signori planetari del crimine. Per non dire dei problemi nazionali, che vanno dalle pensioni agli aiuti alle famiglie, dalle infrastrutture ai rifiuti. Quello che ancora in molti secondo noi non hanno capito, neanche giornalisti importanti e attenti, è che è proprio il costo della politica a contribuire in modo decisivo nella selezione, a livello centrale e regionale, di una classe politica assolutamente inadeguata ad affrontare i grandi temi del Paese. Gli italiani più responsabili non possono più permettersi il lusso di stare a guardare, perché se la Nazione affonda si salvano soltanto i politici e qualche sodale. E tutti gli altri dobbiamo soccombere per colpa loro? Non possono più propinarci né lenzuolate e né sforbiciate. Si devono soltanto, e subito, mettere da parte.

 

 
Di mario (del 21/06/2007 @ 17:29:17, in Attualità, linkato 2098 volte)

E’ INUTILE che parliamo dell’elefante. Per fare quadrare i conti dello Stato occorre ridurre subito la spesa pubblica. Che, nonostante gli annunci, allegramente galoppa, superando la metà del prodotto interno lordo, mentre, per esempio, in Spagna negli ultimi anni è scesa al 40.5%. Diciamola tutta: occorre avere il coraggio di intervenire in modo organico verso tutti i santuari delle rendite. Sindacati e pubblico impiego compresi. Non c’è dubbio che il ruolo svolto dai sindacati sia fondamentale, ma è proprio necessario che costi l’enormità di un miliardo di euro di trattenute sulle buste paga dei dipendenti? Può incidere benissimo di meno, facendo meritoriamente le stesse cose. Ed altri 116 milioni di euro costano i 3.007 sindacalisti distaccati dalla pubblica amministrazione e altre centinaia di milioni provengono direttamente o indirettamente dallo Stato. Non si potrebbe fare anche qua un ritocchino di qualche centinaio di milioni di euro e ridurre un pochino le tasse? Anche la spesa degli oltre tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici sta crescendo in modo sostenuto. E ancor di più quella degli oltre 165 mila dirigenti, che dal 2001 al 2005 è aumentata del 17,4%. Non facciamo antipolitica né siamo qualunquisti quando diciamo che sono troppi e molto spesso in gran parte fanno anche male. Basti pensare ai risultati dei manager delle aziende sanitarie che, nella prevalenza dei casi, invece di migliorare i servizi aumentano soltanto le spese. A chi fa comodo non evidenziare questi disastri? Inoltre, nei Palazzi che contano (Quirinale, Parlamento e dintorni) non si può continuare ad accettare che nella pubblica amministrazione i dipendenti, a parità di prestazioni lavorative, percepiscano un trattamento economico così diverso. Un classe politica responsabile penserebbe a riforme strutturali nella spesa pubblica, invece di dare spettacolo con intercettazioni telefoniche che confermano quello che ormai gli italiani stanno perfettamente capendo: che sono tutti una famiglia. E allora c’è bisogno di aprire le finestre e fare entrare aria nuova.

 

 
Di mario (del 30/05/2007 @ 17:28:14, in Attualità, linkato 1667 volte)

RITORNA l’antipolitica, dicono in molti. Sdegnati. Cominciamo però a chiarire in quale contesto si dice. Nei giorni scorsi ho rilevato una serie di dichiarazioni che ritengo utile portare all’attenzione dei lettori. “Una campagna studiata a freddo e decisamente strumentale”, dichiara Clemente Mastella. Infatti, convinto che “la politica resisterà”, aveva pensato bene da tempo di condividerne l’esperienza al Senato con il cognato e alla Presidenza del Consiglio Regionale della Campania con l’affascinante consorte. Ma chi lo dice che i valori della famiglia si stiano perdendo? Rivolgetevi a Don Clemente, che non a caso era in prima fila al Family Day: lui certamente vi saprà dire come fare.
La seconda opinione che mi ha colpito è quella di Piero Fassino che propone di intervenire oltre che sui politici anche sugli stipendi dei manager pubblici e dei magistrati. Gradirei sapere dal Segretario dei Ds chi dovrebbe occuparsi di ridurli. A quanto ne sappia, non discendono da norme che gli stessi interessati si autoassegnano, ma dipendono da norme approvate dal Parlamento, cioè da parte di quello stesso organo di cui lui, insieme alla gentile sposa, fa autorevolmente parte. Ed ho pure letto con interesse la dichiarazione del Francesco Rutelli che si scandalizza di fronte alla liquidazione milionaria dell’amministratore di Capitalia Matteo Arpe, confrontandola con il costo del Senato. Il Vicepremier margheritino dimentica però che le banche sono soggetti privati e i loro soldi - in teoria - potrebbero anche buttarli dalla finestra, mentre così non è con i compensi di deputati e senatori che vengono pagati con le tasse dei cittadini. Sull’altro versante, chi la butta in polemica politica si dimentica o fa finta di dimenticare che sui costi del Palazzo le distinzioni sono inesistenti, tanto che anche durante il governo di centrodestra sono tutt’altro che diminuiti.
Infine, ho riflettuto su quanto ha detto ieri Massimo D’Alema, che ha lucidamente innescato l’avvio di questo dibattito politico. Però, quando si cominciava a parlare dei costi della politica, in un’intervista televisiva dello scorso anno il Vice Premier minimizzò la questione e la collocò nell’oceano della spesa pubblica. Adesso si è reso conto che la gente ha capito che non è esattamente come lui diceva e ammette che i costi della politica sono “un problema vero”. Ma conoscendo chi dovrebbe occuparsene, la prende alla larga, confermando la proposta della riduzione del numero dei parlamentari, che, com’è noto, richiede una modifica della Costituzione. In pratica il percorso più strutturale ma certamente il più lungo.
E per il momento che facciamo? La verità è che il sistema non funziona. Le istituzioni dimostrano la loro palese inadeguatezza non riuscendo a risolvere neanche i problemi essenziali, come la raccolta dei rifiuti in Campania che è un’emergenza nazionale. Chi è preposto a gestire la cosa pubblica si dimostra inadeguato al compito. Non è un dato nuovo, ma oggi le insufficienze sono più gravi che mai. E soprattutto sono esplose nel sentimento popolare di sfiducia che è stato finalmente sdoganato dalle comode accuse di populismo. Le sfide imposte dalla globalizzazione, che ha profondamente modificato le logiche economiche mondiali, hanno visto la nostra classe politica in gran parte assente, preoccupata solo di produrre leggi elettorali autoconservative che progressivamente dal 1991 hanno ridotto la possibilità di scelta degli elettori. Adesso dobbiamo confidare in uno strumento imperfetto, e per alcuni aspetti peggiore del male, come il referendum per dare una indispensabile scossa al sistema. Esattamente come nel 1991. Non so se siamo, come allora, alla vigilia di cambiamenti reali (quelli che, nonostante tutto, non abbiamo mai visto) ma un’immagine che mi viene in mente è quella degli ultimi giorni di Pompei. Non so se cenere e lapilli copriranno la città, ma il Vesuvio è certamente in ebollizione.

 

 
Di mario (del 24/04/2007 @ 17:26:23, in Attualità, linkato 1901 volte)

LACRIME e sangue. Eccola qua la sintesi dell’attuale momento politico. Da un lato i lucciconi registrati in congressi di partito che non porteranno certamente nulla di buono per i cittadini e dall’altro una pressione fiscale vampiresca, che è aumentata in un botto di due punti percentuali sul Pil. Da un lato, una classe politica cinica e bara (che con la massima naturalezza colloca nelle liste bloccate mogli, fratelli e cognati) propina per rivoluzionario progetto politico la matematica fusione di due oligarchie senza nessuna idea, a cominciare dallo schieramento in Europa. Dall’altro, la stessa classe parlamentare e governativa, che in buona parte approfitta anche delle somme dovute ai propri assistenti, non ha nessuna capacità di previsione economica e fiscale, tanto che un mese vara una finanziaria con 55 nuove tasse e quello successivo registra impreviste entrate fiscali da record.
SULL’UTILIZZAZIONE dell’ormai mitico «tesoretto», ci si sta sbizzarrendo e i più vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca: riduciamo il debito pubblico e contemporaneamente sosteniamo lo sviluppo. Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha detto chiaramente qual è la priorità: riduciamo la spesa pubblica, che ha raggiunto il massimo storico, e poi riduciamo le tasse. Una domanda sorge spontanea: com’è possibile che nel momento in cui si tocca lo zenit, settori strategici e fondamentali come la sanità, gli enti locali e l’istruzione debbano invece registrare tagli, pur necessari, che riducono di molto la loro funzione?
La spesa pubblica dove va a finire? Ce lo dovrebbe spiegare una classe politica che viene pagata per occuparsi dei cittadini e che invece preferisce i comodi confronti nei salotti televisivi e le comparsate alla radio da Fiorello. Ovattati nelle confortevoli stanze del potere, con stipendi e privilegi che non hanno confronti in nessun’altra democrazia al mondo, i rappresentanti del popolo sovrano sono gli attori virtuali di una grande rappresentazione mediatica. Infatti, è di fronte a tutti la spettacolarizzazione della sfera pubblica, con una forza sempre più pervasiva dei media, che mantengono in piedi un sistema politico staccato dalla gente. Non a caso, il geniale pubblicitario Jacques Séguéla conduce il discorso alle estreme conseguenze, quando lucidamente sostiene che «un ministro è una pagina di pubblicità. E’ lì per offrire una speranza. Sta al Governo mandare avanti la bottega». E qui casca l’asino.

 

 
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