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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
La scena che martedì scorso a Roma i turisti si trovavano ad osservare era da giorno prima della presa della Bastiglia. Spezzoni di cortei di studenti – chiaramente studenti veri, in qualche maniera rappresentativi nel modo di vestire, di urlare dei coetanei rimasti a casa - si aggiravano, dovunque, per la città. La capitale ha praticamente cessato di funzionare colpita a morte dalla gente per strada, ma ancora peggio dai nubifragi, da uno sciopero improvviso e dalla solita desolante inefficienza del servizio taxi da tempo sequestrato dalla corporazione dei padroncini. Le blindo dei carabinieri e della polizia avevano trasformato l’area circostante le residenze del Presidente del Consiglio e il Parlamento in una sorta di area rossa protetta, come se fosse un’ambasciata americana nel centro di Beirut.
Ma ne è valsa la pena? Sul serio erano così devastanti le decisioni che la camera dei deputati stava per approvare in materia di università e, dunque, di futuro della società italiana? A leggere (cosa che hanno fatto in pochi) il testo del disegno legge del Ministro la sensazione è che, una volta in più, le montagne di una riforma alla quale il Ministero sta lavorando da due anni abbiano partorito un topolino. Un tentativo di cambiamento timido che sembra avvallare lo stesso metodo che dichiara di voler combattere. Del resto, le proposte sostenute dall’opposizione sembrano soffrire in misura persino maggiore di scarsa concretezza e di conservatorismo. Insomma, uno scontro di due debolezze che partono entrambe da un vizio atavico del dibattito che in Italia su questi temi: l’ipotesi che all’estero le università (come i sistemi elettorali, la televisione, i sistemi sanitari) funzionino perfettamente e che a noi non resta che fare una scelta tra modelli differenti. L’impianto della riforma della Gelmini, così come le proposte del PD, risentono di questa impostazione, laddove, in realtà, divampano - a Londra come a Boston - le proteste sulle scelte dei governi e il dibattito su cosa deve essere l’università. Tale dibattito assume particolare importanza anche alla luce della profonda trasformazione causata dalla rivoluzione tecnologica e dalla drastica riduzione dei costi di accesso, di elaborazione e di trasmissione della conoscenza. Quella conoscenza che è il core product delle università che da questa trasformazione non possono che essere anch’esse radicalmente mutate.
Vale allora la pena scendere nei contenuti e ragionare facendo un confronto tra le disposizioni concrete del disegno di Legge ed i bisogni di istituzioni che si trovano a dover produrre e trasmettere conoscenza di tipo terziario. Nello specifico, concentrandoci su sue punti: la questione dell’ammontare delle risorse che come paese mettiamo a disposizione delle università (e, dunque, più in generale della priorità politica che alla ricerca e all’educazione attribuiamo); e quella della loro distribuzione (e, quindi, del merito di cui troppo spesso parliamo senza dare concretezza al principio).
La questione delle risorse
Intanto, andando a verificare i numeri e i contenuti di finanziaria e disegno legge, credo sia indispensabile fare chiarezza sulla questione dell’ammontare complessivo di risorse che come paese destiniamo alle università. Il ddl Gelmini non realizza un taglio drastico del denaro che l’università pubblica costa ai contribuenti: nel 2011 la cifra sarà pari a circa sette miliardi di euro, equivalente al valore del 2009 (anche se ciò sostanzia un calo di circa quattro punti percentuali considerando l’inflazione).
Peraltro, il confronto internazionale tra l’Italia e i paesi dalle principali economie mondiali (consolidate, come Francia Germania, Inghilterra, Francia e USA; ed emergenti, quali Brasile, India e Federazione Russa) in termini di spesa pubblica per l’istruzione universitaria come percentuale sul PIL non è così differente. Benché l’Italia si trovi all’ultimo posto, se paragonata alle altre economie Europee ed agli Stati Uniti la differenza è inferiore a mezzo punto percentuale.
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Dunque, il taglio, che – giustamente – farebbe indignare gli studenti e chiunque creda che l’università è una chiave per il futuro, non c’è. Tuttavia, ragionando con una prospettiva più ampia, il punto vero è che le risorse che all’università attribuiamo dovrebbero essere comunque aumentate. E , non solo, perché, come molti ammettono genericamente, e, come accennavamo in precedenza, una società della conoscenza è una società che investe in università e che, anzi, lo fa maggiormente in tempi di crisi.
In realtà, come il recente paper di Vision indica, nel business di produzione e trasmissione della conoscenza e della ricerca, le università non sono più da sole. Le think tanks di Londra hanno, probabilmente, influenzato le elaborazioni delle politiche degli ultimi governi inglesi (progressisti e conservatori) più di Oxford, Cambridge e LSE. Negli Stati Uniti le start ups della San Francisco Bay hanno cambiato il mondo più di quanto non lo abbiano fatto MIT e Stanford.
Ciononostante, le Università sono indispensabili per garantire un bene pubblico (nell’accezione anglosassone di public good) che altri soggetti non forniscono: la possibilità per tutti di accedere allo studio. L’accessibilità della conoscenza è, infatti, condizione essenziale non solo per avere una società più occupata e competente, ma anche maggiormente mobile al proprio interno, più tollerante, con una buona propensione rispetto alla scienza e all’utilizzo della ragione. In definitiva, con un futuro.
Tale diritto risulta rafforzato da due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, questo diritto va ampliato a nuove fasce di utenza (lavoratori, anziani) che in maniera crescente si avvicinano all’educazione di tipo terziario (come dimostrano le analisi di Vision sulla differenziazione crescente delle università per tipologia di popolazione servita). In secondo luogo – per il segmento più “tradizionale”, quello degli studenti nella fascia di età 18 – 25 anni – è necessario che se ne accresca la mobilità: rispetto agli altri paesi sono troppo pochi gli studenti che frequentano un ateneo in una regione diversa da quella nella quale hanno conseguito il diploma (secondo il recente progetto di Vision sono solo il 18% a fronte di percentuali superiori al 50% in Inghilterra, Francia, Spagna); e troppo pochi sono i cittadini italiani che utilizzano il periodo universitario per fare un’esperienza che – come è nella natura degli studi universitari – sia anche una esperienza di vita, nonché un’occasione per sviluppare un senso di appartenenza ad una comunità nazionale o europea (che è un altro public good che, con ogni evidenza, stiamo perdendo).
In realtà pur mantenendo più o meno stabili le risorse per l’università pubblica, il disegno di legge fa poco sia per il primo, che per il secondo obiettivo.
Ma veniamo alla questione del merito, a cui molto si lega la questione generazionale, ben rappresentata nel film di Marco Tullio Giordana, La Meglio Gioventù (2003).
La questione del merito
Oltre a spendere di più, l’università italiana ha, poi, anche la necessità urgente di spendere meglio. Drasticamente meglio. Allocando maggiori risorse - che sono comunque scarse - agli utilizzi – università, facoltà, dipartimenti, ricercatori e docenti – più produttivi. Ciò del resto è possibile se si considerano classifiche come quelle di Vision (link) che dimostrano che all’interno del sistema universitario italiano convivono una affianco all’altra – a parità di risorse, regole e persino di contesti territoriali – atenei che mostrano prestazioni estremamente diverse.
Insomma, per migliorare “basterebbe” che le università migliori avessero incentivi e risorse per poter crescere e che quelle meno virtuose fossero ridimensionate. La riforma intuisce questa verità ma fa poco per incoraggiare tale riallocazione di risorse, e quando ci prova lo fa con strumenti che sembrano contraddire le intenzioni. In realtà un sistema migliore è un sistema ispirato a due soli principi: a) le università devono essere libere di poter fare le proprie scelte organizzative e, nello specifico, devono essere libere di assumere e licenziare in maniera autonoma; b)conseguentemente, le università devono rispondere dei risultati ottenuti laddove tali risultati siano misurati in maniera semplice, oggettiva e in relazione al valore che viene generato a favore dei propri “clienti” (studenti e famiglie, finanziatori pubblici e privati).
Se così è, il disegno di Legge presentato alla Camera fa poco e a volte va nella direzione sbagliata: a) Fa bene a destinare una quota specifica delle risorse al conseguimento dei risultati e a dichiarare di fatto soggetti a commissariamento gli atenei che non sono in equilibrio finanziario; b) Tuttavia, tale premialità appare del tutto insufficiente; c) Non fa bene a disciplinare nel dettaglio come le università devono perseguire l’eccellenza. Qui, a costo di essere controcorrente, vale la pena ricordare che nelle università americane i professori possono rimanere anche oltre i settanta anni (fermo restando che possono essere licenziati a trenta se non produttivi), che il Politecnico di Torino sarebbe stato danneggiato se il mandato di un Rettore come Profumo (che ha ottenuto risultati significativi) fosse stato limitato a sei anni e che, in generale, è una enorme contraddizione voler spingere amministrazioni pubbliche al merito e poi pretendere di voler dettar loro come fare; d) Perno dell’intero sistema l’Agenzia Nazionale della Valutazione ed un sistema di “valutazione tra pari” che, probabilmente, è uno strumento obsoleto prima ancora di nascere. In realtà - ed è questa la critica più forte - il sistema che governo e opposizioni citano in maniera bipartisan e che vige da tempo negli altri paesi, è oggetto – negli stessi paesi in cui è stato inventato - di fortissime critiche. Tali meccanismi di valutazione hanno sia il problema dell’indipendenza del valutatore rispetto al valutato sia quello dell’efficacia delle valutazioni. Molto più efficace potrebbe essere l’idea di avere criteri predefiniti, possibilmente collegati alla misurazione del gradimento delle università rispetto ai propri clienti.
In effetti, tutte queste considerazioni spingono verso una “ricetta” molto più radicale ma, anche, molto più semplice. Il risultato sarebbe una legge decisamente più concisa – più che una riforma, strumento probabilmente superato perché parte di un mondo nel quale si pretendeva di cambiare le cose dall’alto considerando i sistemi come quello universitari uniformi al proprio interno – che permetterebbe di rimuovere quei vincoli che non consentono al sistema – che pure ne ha tutte le potenzialità- di eccellere.
Il cambiamento vero passerebbe dunque in estrema sintesi attraverso: a) Un significativo aumento delle risorse a garanzia del diritto di accesso e del suo ampliamento in modo da raggiungere almeno il livello degli altri paesi europei; b) La libertà per le università di organizzarsi (assunzioni, licenziamenti, scelta della propria dirigenza) per poter conseguire gli obbiettivi di ricerca e formazione sui quali decidono di essere misurate; c) L’uso delle scelte dei clienti dell’università (gli studenti, i finanziatori, la comunità scientifica internazionale e quella nazionale) per allocare le risorse. Ciò significa trasferire progressivamente le risorse pubbliche dal finanziamento della struttura al cofinanziamento di chi decide di investire il proprio denaro o il proprio tempo in un dato ateneo. In tal modo si trasferisce alla domanda la capacità di allocare risorse. Questo meccanismo darebbe il via ad un processo per cui le università migliori potrebbero espandersi e occupare lo spazio liberato dagli atenei meno efficienti.
In conclusione, questa riforma è sen’altro un tentativo utile, in quanto fornisce riconoscimento istituzionale al merito come priorità imprescindibile. Tuttavia, questo tentativo rischia di essere troppo timido e contraddittorio, quindi, debole. Tale debolezza appare, del resto, incoraggiata dalla fiacchezza ancora più forte delle proposte alternative.
Probabilmente non è neanche vero che la riforma è la migliore possibile che questa classe politica possa produrre (come dice Giavazzi): in realtà alla luce dell’enorme costo politico di un qualsiasi cambiamento delle università, valeva forse la pena di provare a fare la battaglia (magari persino bipartisan) su un testo molto più breve, chiaro e incisivo.
Per riuscirvi, però, dovremmo avere un dibattito di qualità su queste questioni e istituzioni, più aperto alle idee che circolano sul futuro delle università in Italia, in Europa e nel mondo. Ed è forse questo il vero problema.
* L'articolo è stato scritto da Francesco Grillo e Oscar Pasquali (VISION), ed è parte di un paper che verrà pubblicato integralmente sul sito www.visionwebsite.eu
NOTA: Le considerazioni espresse in questo lavoro vanno considerate preliminari a causa del carattere in progress della stessa riforma. Integrazioni e opinione diverse da quelle espresse nel presente lavoro sono ovviamente benvenute e lo stesso gruppo di lavoro è aperto a ulteriori contributi.
Nell’editoriale che qualche giorno fa ho scritto con Bill Emmott, abbiamo sostenuto un messaggio semplice eppure, credo, rivoluzionario. Non è quella tra Nord e Sud o tra Destra e Sinistra la divisione più utile per capire la società italiana e per provare a renderla migliore. La divisione vera è tra un’Italia buona ed una cattiva che convivono una accanto all’altra. Tra chi riesce, nonostante tutto, a fare bene il proprio lavoro e chi spreca risorse di tutti. La conseguenza di tale idea è che, forse, le tanto invocate riforme - incapaci, come qualsiasi atto legislativo generale, di cogliere queste differenze - non sono più la via più efficace al cambiamento. Che meglio, molto meglio sarebbe concentrarsi a identificare i casi (tra le università, i tribunali, gli ospedali, anche al Sud) che - a parità di risorse, regole, persino contesto territoriale – funzionano. Per premiarli, ed innescare meccanismi di emulazione.
Tuttavia, un approccio di questo genere si scontra con quello che è il vero male oscuro che da un ventennio condanna al declino il nostro paese. Quella del cambiamento innescato da virus positivi è, infatti, un’idea che necessita essa stessa di una visione positiva delle persone, delle organizzazione, dei paesi. Un approccio condizionato dall’idea – certamente ingenua, eppure indispensabile per la continuazione di ciò che chiamiamo progresso – che alla fine in una maniera o nell’altra sono gli uomini di buona volontà a prevalere.
Un’idea che sembra davvero espressione di un incrollabile ottimismo della volontà (e fiducia nei propri mezzi) anche se la ragione spingerebbe tanto al pessimismo (se dovessimo parafrasare Antonio Gramsci quando il grande filosofo spiega perché certi esiti storici non sono scontati). Ed in realtà mentre cose come Vision continuano a combattere con uno spirito che non poteva non farci incontrare un giornale come l’Economist (che non a caso ha come suo obiettivo quello di to take part in a severe contest between intelligence, which presses forward, and an unworthy, timid ignorance obstructing our progress), un’analisi razionale appare portare, al contrario, a concludere che la società italiana è probabilmente in equilibrio nel proprio avvitamento progressivo, verso posizioni sempre più irrilevanti.
Del resto, lo dimostra l’osservazione della vita di uno dei tanti progetti di Vision che, comunque, rappresentano un tentativo di introdurre un elemento di innovazione concreta. Ad esempio quello sulle università. Ed è da questo punto di vista, ad esempio, che appaiono inesorabilmente rassegnati tutti i vertici del triangolo che fanno una società moderna: le istituzioni, i media, le opinioni pubbliche.
Innanzitutto le istituzioni. Se fosse vero quello che con Bill abbiamo sostenuto quando si diceva che il compito di un governo – ai vari livelli – è, soprattutto, quello di identificare le eccellenze, gli innovatori, di liberarli degli ostacoli che ne condizionano la crescita, di premiarli e renderli emulabili, il giudizio non potrebbe che essere deludente.
La conferenza di quest’anno oltre che per la presentazione della classifica delle università italiane (che considero la più trasparente tra quelle che circolano), si distingueva per essere l’opportunità di ragionare, per una volta, sul futuro delle università su scala globale e di affrontare questioni che preoccupano non solo il nostro orto, ma anche i paesi che appaiono avere nel sistema universitario un vantaggio competitivo. Una conferenza di questo genere in altri Paesi, ad esempio in Germania dove a Berlino si era tenuto un confronto al quale Vision è stata invitata, è spesso per intero sponsorizzata dal governo ospitante. In Italia, nonostante il messaggio di ottimismo rispetto alla presenza di casi positivi, Ministri e ministeri, semplicemente, non ci sono. Spiegando l’assenza (che, peraltro, non impedisce ad alcuni individui della amminsitrazione di fare gli straordinari per aiutarci) con il timore di sovra esporsi politicamente in un periodo politicamente dedicato che dura, però, da quattro o cinque anni a questa parte senza soluzione di continuità tra una maggioranza di governo ed un’altra.
I media, poi. Indubbiamente cose come Vision creano spazio se riescono a metter insieme qualità e determinazione. E però, quanta enorme fatica. Sembra essere costantemente su un albero della cuccagna, a rischio di scivolare per ogni centimetro che conquisti. Del resto, il Telegiornale, a volte, sembra che non si interessa di una cosa come l'università. Lo può fare se c’è una manifestazione e, ancora di più, l’interesse aumenterebbe se nella manifestazione stessa ci fossero incidenti e, però, normalmente il servizio pubblico preferisce altre notizie e il giorno della conferenza la prima, la seconda e la terza notizia di quel telegiornale erano notizie di cronaca nera. Ancora più preoccupante del resto è la notizia che la cronaca nera ingoiava negli stessi giorni anche le prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali. Dimostrando tragicamente che il sonno della ragione non fa più neppure distinzione tra popolo bue ed una elite che forse non è mai esistita.
Le opinioni pubbliche, poi. Persino quelle più informate. Perché anche per chi ha maggiore sensibilità politica, questioni come la riforma dell’università diventano interminabili guerre di trincea, scontri sindacali dove, appunto, lo spazio per il riconoscimento della differenza, per il confronto di opinioni diverse e, persino, per la ragione scompare per essere sostituito da ideologie e appartenenze che, ineffabili, ritornano anche se tutti sono d’accordo che l’Ideologia non c’è più.
Sembrerebbe una società che, nella propria tendenza al declino, è in equilibrio. Con classi dirigenti della politica, segmenti più o meno attenti della società civile, giornali in costante rissa tra di loro e, tuttavia, tutti apparentemente rassegnati al peggioramento progressivo. L’esatto contrario della visione di Vision e del nostro amico Bill.
Eppure esiste l’ottimismo della volontà, appunto.
L’idea che alla fine ciò che fa la differenza non sono solo le forze in gioco che osserviamo dall’esterno. La constatazione che non siamo “esterni” (come avrebbe ricordato Herbert Spencer), che facciamo parte del contesto. Che, probabilmente, non possiamo uscirne.
Sia perché non è piacevole “fuggire con il cervello” da qualche altra parte. Sia perché, in fin dei conti, l’Italia è una rappresentazione solo più teatrale di una crisi che colpisce l’intera società occidentale.
L’ottimismo della volontà parte dalla constatazione che il risultato finale dipende anche da noi. Si fonda sulla scoperta che ci sono altri uomini e donne di buona volontà che resistono e crescono: rettori nei quali Vision ha trovato interlocutori interessati a discutere di fatti e di cose concrete; giornalisti e direttori dei giornali che sono, anche loro, stanchi del nulla; sindaci che si ribellano alla prospettiva che il proprio paese diventi meta di una nova forma di turismo macabro; organizzazioni internazionali che non hanno abdicato all'idea di dover pensare.
C'è poi la constatazione che continuare a discutere di problemi senza mai affrontarli, lamentandoci del popolo bue e dei suoi pifferai è un lusso che, semplicemente, non possiamo più permetterci. E che alla responsabilizzazione individuale non c’è alternativa.
È, forse, per questo motivo che continuo ad avere la sensazione che questo paese – proprio per aver toccato il fondo – cominci a intravedere – in luoghi assolutamente diversi da quelli convenzionali – la luce alla fine del proprio lunghissimo tunnel.
What kind of rankings, internationalisation and reforms are eventually good for universities? The answer to this question actually depends on two even more fundamental clarifications: what are the universities for? which are the risks and opportunities that they face in connection with the transformations happening in the outside world?
It does not take a crystal ball to predict what the universities of the future are going to be. Change is already happening notwithstanding the inertia that legislators and regulators display, the resistance of powerful stakeholders (including intellectual élites that do not want to forgo privileges that have gone uncontested for decades) and the failures of many reforms in producing any significant change.
Universities are changing because the eco system in which they must swim is rapidly changing, or, if we want to be more precise, because that eco system has long become a proper globalized market where the good to be exchanged is knowledge and the structure of the supply and demand as well as the nature of the product itself has already changed in a radical way, notwithstanding the shelter of public financing that sometimes ends up working as an obstacle that crowds out innovation, necessary for the survival of old champions.
At the heart of the change there is, undoubtedly, the discontinuity that has been brought about by the introduction and diffusion of many technologies, applications and social networks that are enabled by the Internet and the mobile devices.
Although the term knowledge society has been abused too many times, although its expectations have been often not fulfilled and have sometimes turned into undesired evolutions, it still holds true that we live in an era that is revolutionary and that the revolution has been triggered by new technologies. It is a revolution similar to the Renaissance and the end of the Middle Ages. In fact, like the renaissance saw a blossoming of arts and knowledge mostly due to a single invention – Gutenberg’s press machine – that allowed a multiplication of the quantity of information that any individual or organization could receive, elaborate and transmit in a given period of time, the Internet has technically made possible a fall of hundreds of times in the unit cost of retrieving, processing, sending information and, thus, in the transaction costs that according to the British economist Ronald Coase are the ultimate determinant of the size, flexibility and lay out of institutions and organizations.
Although separated by five centuries, both inventions and revolutions did have the same effect of a drastic reduction in the entrance barriers to knowledge creation and dissemination, the possibility to nurture many and diverse relationships simoultaneously. This – as for the renaissance – is producing a mutation – which is a rather more radical term of change – of what socialist philosophers of the nineteenth century would have called the structures and infrastructures of society: the processes by which we take decisions as communities (democracy as in the Vision project the future of democracy); the media by which public discourse is carried out; the organizations through which public goods (that we cannot even call any longer public services) like health, mobility, security are produced and delivered (as for the Vision papers on the impact of the internet on healthcare systems and cars); the channels (including universities) through which education is accumulated and distributed; even personal relationships and, thus, things like family (as in the Vision project on the future of family) are being fundamentally transformed.
Universities are at the front line of such a transformation. There is a profound modification in the core product that universities are supposed to “sell”: knowledge becomes about problem solving (and not only problem setting any more) and this means possible solutions to (social, technological, intellectual) problems that tend to have the novelty which is normally associated to revolutions and to strain the institutional structure of universities because they have all the characteristic to go across the boundaries of different academic domains. And it is increasingly not only a question of proving relevant knowledge, but also of developing new instruments through which such knowledge is developed.
The structure of the demand is also modified: there is the replacement of a model where ninety per cent of the funds used to come from the state to one where a much more diversified set of clients (students and families, private sponsors, employers, public opinions and NGOs) are also immediately crucial to the financial survival of universities.
Last and not least, the supply becomes also almost unrecognizable to itself: universities lose the monopoly of advanced knowledge production and transmission – where think tanks like the one born out of Oxbridge graduates and firms started as spin offs of campuses like Stanford appear to be able to capture the leading edge – and universities themselves tend to compete and specialize themselves.
This is a scenario where universities cannot evidently limit themselves to “care for and attend to the whole intellectual capital which composes a civilization… to keep an intellectual inheritance intact, but to continuously recover what has been lost” as the English philosopher Michael Oakeshott may have said in describing adequately universities in a different era. Universities must literally change their skin to survive: become probably smaller, more focused, quicker in order to respond to quickly changing demands, more ambitious to provide radical, necessarily cross disciplinary answers to the kind of the problems we enumerated before.
And therein lies the challenge to the very institutional shape that universities still display, as well as the problems, the (not very) obscure disease that can become or is already the trigger of a proper decline of most of these glorious institutions.
Two are, in fact, the challenges that universities - especially the greatest ones - tend to present. The first is fragmentation and incrementalism: a sort of reflection of the professionalization of Science that Max Weber theorized and that was adequate in an era dominated by an humanistic approach that had become obsolete. This approach itself risks to go out of market because of the nature of the information-based society. In years of hyper specialization, academic domains have grown as separated bodies of thought, sub-divided into smaller niches with few professors, even becoming sort of irony towers incapable to engage into dialogue with the outside world. Rankings based on the production of scientific articles, mechanisms like the peer review and self evaluated and governed niche communities grown around small scientific journals risk to increase this propensity. Diversity would, instead, favour the leaders of different disciplines to better understand whether the pond where they are the big fishes is, in fact, becoming smaller and more and more irrelevant.
The second one is a sort of monopolistic syndrome that especially the most famous brands may develop. Again rankings that are too stable - where always the same players win - may strengthen an attitude that already exists and that may have convinced many that some institutions will be forever positioned in the wider role as a benchmark and provider of brilliant people and wise advice. This attitude coupled with the uncertainty of a future in which not many would bet a strategy and investments may have convinced few to even start considering the best brands as cash cows. This would be very dangerous because, in fact, events like the recent financial crisis demonstrate how quickly the strongest reputations can be trashed because of carelessness. Again internationalization may be good especially if it becomes a two ways flow that may favour the birth of competitors even in countries different from the dominant ones: in this case competition may be crucially good for whoever may run the risk to fall asleep upon a false belief that competitive advantages cannot be filled.
Undoubtedly universities - especially most famous, best endowed ones - have still the resources to survive and prosper. But it is important to understand and acknowledge as soon as possible that some will succeed and some will disappear like dinosaurs not capable to adapt to the new environment where smaller animals may run faster.
The difference will be made by willingness to focus on problems (rather than academic domain) and to connect with others. Intellectual curiosity and humbleness, Scouting whoever can be an innovator, and the old passion and courage for searching and transmitting pieces of the truth.
It may seem an odd couple of virtues the ones that the universities of the future need. In fact they, in a sense, even represent a sort of going back to the values of those very first universities that were born in places as different as Bologna and Nalanda.
Rinunciare alle grandi riforme e puntare all’immissione nel sistema di due virus di cambiamento: la valutazione (a cui dovrebbe essere legata la distribuzione dei finanziamenti pubblici) e le azioni di internazionalizzazione (attrazione di studenti e ricercatori stranieri in Italia, aumento del numero di studenti e docenti italiani che svolgono un percorso di studio o lavoro all’estero e, infine, valorizzazione – non con una logica di ritorno ma di incarichi “congiunti” – della rete di ricercatori italiani all’estero): questa era l’indicazione principale dello studio di Vision presentato qualche mese fa alla Camera dei Deputati che, peraltro, era appunto corredato da una classifica delle università italiane ed una serie di analisi e suggerimenti relativi alla questione dell’attrazione di studenti stranieri. E del resto è questa l’indicazione che viene, anche, dai maggiori studiosi del problema (Giavazzi, Perotti).
In questo senso l’iniziativa del Ministro Gelmini del 24 Luglio è certamente da apprezzare. Introduce una classifica ufficiale che è un segnale rispetto al quale rettori e professori saranno chiamati a rispondere nei confronti di studenti e contribuenti; da sostanza alla retorica del merito perché lega alla classifica il 7% del finanziamento ordinario che sono 525 milioni di euro.
Del resto le classifiche possono essere migliorate ma non ignorate. Quelle internazionali vedono le università italiane molto indietro (come nella più famosa graduatoria alla quale si riferisce il grafico che riprendo dallo studio di Vision) e un meccanismo che le differenzi può essere utile per recuperare posizioni.
Strumentali appaiono le risposte dei rettori (soprattutto delle grandi università della capitale e del Sud) che contestano l’iniziativa come un ulteriore furto di risorse a vantaggio del nord.
Non si capisce come si possano difendere realtà – esempio Palermo e Napoli – che, nonostante il potenziale attrattivo della propria città - su parametri di prestazione assolutamente oggettivi, di “domanda” (esempio attrazione studenti stranieri che da una misura della dimensione internazionale dell’ateneo o di studenti fuori sede che da, almeno, un’idea di quanto un’università abbia una valenza nazionale) abbiano valori insignificanti (meno dell’uno per cento per gli studenti stranieri,; meno del 4 per quello degli studenti fuori sede), laddove peraltro esistono, in realtà, università del Sud (politecnico di Bari, università di Benevento) che riescono a fare bene.
In realtà si rende un favore alle famiglie, agli studenti e agli elettori delle regioni meno avanzate che, adesso, hanno uno strumento in più per chiedere qualità.
La classifica presenta, comunque, ampi margini di miglioramento che la renderebbero anche più accettabile. Cosi come dovrebbe essere migliorato il meccanismo di allocazione dei fondi ad essa collegato.
.jpg) Per ciò che concerne la classifica:
1. intanto sarebbe utile andare verso una valutazione per facoltà/ corso di laurea, combinandola, magari, a quella per ateneo; il rischio altrimenti è che i premi – o i “disincentivi” – accomunino (soprattutto nelle università maggiori) gruppi eccellenti e altri che lo sono molto di meno diluendo l’effetto di responsabilizzazione;
2. una parte della valutazione, inoltre, dovrebbe essere sulla base dei miglioramenti piuttosto che dei valori assoluti; in questa maniera si premierebbe chi – in contesti difficili (ad esempio, il Sud) – sta migliorando rispetto a situazioni di partenza svantaggiate;
3. quanto più possibile inoltre andrebbero considerati criteri oggettivi, semplici e predeterminati; di risultato finale e, evitando, dunque, di premiare o penalizzare scelte organizzative (ad esempio, il ministero attribuisce un premio a chi utilizza docenti interni che può essere ragionevole ma che tuttavia potrebbe limitare l’autonomia di scelta dell’università – fermo restando la necessità di un rispetto dei vincoli finanziari) ;
4. l’allocazione della valutazione finale per due terzi a criteri che misurano la qualità della ricerca rispetto a quelli che misurano la didattica appare rifare gli errori di altri sistemi nazionali (il RAE inglese che pure è molto criticato) e non tenere conto della realtà dell’università italiana che è quasi sempre e giustamente concentrata sulla didattica);
5. soprattutto va considerato che non tutte le università sono uguali e che ormai ne emergono almeno quattro diversi modelli ; un’ipotesi potrebbe essere di preparare un menu di indicatori rispetto ai quali le università possono, in parte, scegliere – prima di iniziare a “giocare” – pesi e priorità che corrispondano al proprio modello.
Ciò renderebbe, peraltro, condivisi i criteri e non più eludibili gli esiti che dalla loro applicazione derivano
Per ciò che concerne, poi, i finanziamenti
6. sicuramente va aumentata la quota del fondo ordinario (dall’attuale 7% ) da distribuire sulla base del merito;
7. assegnato il premio (già lo si è accennato quando si parlava di criteri di valutazione) a singoli ambiti disciplinari (corsi di laurea, ad esempio) ma
8. soprattutto, va a questo punto data discrezionalità a rettori o capi di facoltà sulla distribuzione dei premi; se abbiamo introdotto il merito e, adesso, fondamentale fornire la leva a chi ne è responsabile per poter fare le scelte di cui rispondere.
Dunque, una buona idea. Che presenta limiti importanti rispetto ai quali Vision può, immediatamente, fornire un contributo significativo.
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