Francesco Grillo
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Francesco Grillo (del 16/06/2010 @ 11:48:36, in  Calcio, linkato 1159 volte)

Ha ragione chi si lamenta oggi del fatto che le pagine dei giornali italiani (tutti perché in Italia esiste sempre di meno la segmentazione tra giornali seri, tabloid, sportivi, finanziari che ancora è evidente in altri paesi) siano piene della storia del disastro della nazionale, mentre poche righe sono dedicate all’altro disastro della giornata: un tasso di disoccupazione che ha superato il nove per cento, un numero freddo al quale devono, però, essere legate le storie di centinaia di migliaia di persone e famiglie che non sanno più cosa fare. Ha ragione e, tuttavia, senza esagerare nelle autoanalisi collettive, continua ad essere vero che il calcio è una chiave di lettura potente. Della evoluzione della società italiana e globale. Ed è, per questo motivo, che osservare il calcio e quello che gli sta intorno può essere interessante.

Il calcio è, del resto, il simbolo più potente della globalizzazione. Basta capitare in qualsiasi paese in via di sviluppo, magari facendo trekking a tremila metri in Perù, per accorgersi che nei villaggi del villaggio globale possono mancare magari la scuola e i servizi sanitari, ma dovunque arriva (purtroppo) la televisione e le magliette dei giocatori dell’Inter. Forse ciò, proprio per quel motivo semplice, elementare che aveva intuito anche il sociologo Morris nello studiare i comportamenti delle tribù del calcio: per la straordinaria capacità che questo sport ha di raccontare e, in parte, di far vivere a chiunque le esperienze di tutti gli altri.

Marchi come Barcellona o Beckham affiancano Apple e Ferrari nella classifica di riconoscibilità, tra i cinque eventi televisivi più seguiti di tutti i tempi ci sono le tre finali delle ultime edizioni della Coppa del Mondo. Una grande leva di marketing, del resto il valore economico di una vittoria della Coppa del Mondo vale – secondo la banca AMRO – lo 0,7% del PIL tra incremento possibile del fatturato dell’industria turistica e promozione delle esportazioni: metà di quella che può fruttare in indotto al Paese che organizza la manifestazione (e che ne paga tutti i costi). 

Tuttavia questa opportunità risulta essere stata del tutto sprecata dall’Italia negli ultimi quattro anni. Nessun aumento di quota sul commercio o sul mercato turistico internazionale è stato registrato negli anni successivi a quelli del grande successo di immagine del duemila e sei. Mentre i risultati che più immediatamente sarebbero dovuti essere influenzati in positivo hanno subito un tracollo: per fatturato il campionato italiano – secondo la società di revisione Deloitte – era il primo con quasi 850 milioni di euro nella stagione che precede la vittoria, diventa terzo l’anno successivo (con un calo di ricavi del 20% che si conferma anche se si prescinde dal caso anomalo della Juventus) e viene superato da quello tedesco nell’ultima annata. Il contrario di quello che successe nell’ottantadue, quando non solo il campionato italiano trovò nella vittoria mondiale le leve per attrarre i campioni più prestigiosi e diventare in pochi anni quello più importante del mondo, ma  a quella vittoria si accompagnò l’inizio di una stagione di crescita per una società contraddittoria ma certamente vitale. Il risultato di oggi, in qualche maniera, rende evidente che quella di quattro anni fa fu un'eccezione: il declino - anche quello del calcio italiano - era, in realtà, cominciato prima della vittoria e culmina nella manifestazione di impotenza dimostrata dalla nazionale. 

Certo non si può esagerare l’importanza del calcio. Ma non si può neppure disconoscere quanto sia efficace come leva di marketing per interi paesi e quanto sia forte la capacità di questo sport di raccontare con semplicità processi che economisti e scienziati della politica fanno fatica ad interpretare. Quello che il calcio racconta è la rappresentazione teatrale di un Paese dal quale ci si aspetta che, regolarmente, la vittoria arrivi per caso. Con eroi che sono tali solo se risultano essere stati lasciati soli dal sistema prima dell’ennesima catarsi.

Come quello del 2006, già condannato - prima ancora di cominciare - ad essere retrocesso in serie B. Ed anche qui il calcio offre un interessante parallelo tra le rivoluzioni incompiute che nel novantadue seppellirono apparentemente la prima repubblica e quelle che quindici anni dopo rischiarono di travolgere i campioni del mondo. Sempre in bilico tra l’altare e la polvere: questi sono i termini dialettici tra i quali sembra oscillare la storia di un paese che inesorabilmente sembra  preferire alla ricerca pragmatica di soluzioni, una guerra di trincea che diventa eterna perché i due avversari hanno, in fin dei conti, l’uno bisogno dell’altro.

Un ruolo – fatto di vittorie sempre e solo quando sei accerchiato - che tradizionalmente spetta all’Italia. Ci abbiamo riprovato nel duemila e dieci. Lo stesso trucco: un gruppo lasciato platealmente alla sua ultima spiaggia, licenziato prima ancora di scendere in campo. Aggrappati, come in una qualche tragedia greca, ad un vecchio condottiero. Di nuovo isolato.

Tuttavia, il modello non funziona più. In un contesto di competizione globale affidarsi allo stellone e alla tradizione non è più sufficiente. Come dimostra il mondiale che ha, definitivamente, celebrato la globalizzazione del calcio. E l'esaurimento dei conigli che il pifferaio magico può estrararre dal clindro italiano.

La nazionale di Lippi era, anche, la rappresentazione di una società divisa in bande, cordate. Una rappresentazione buona perché, probabilmente, Lippi aveva ragione a ricordare come ci fossero valori sportivi e spirito di gruppo al centro di questa banda. Era, però, deliberatamente un gruppo chiuso. Una famiglia, in fondo. Una di quelle che andavano bene venti anni fa e che oggi rischiano di essere, se non rinnovate, solo un tentativo di difesa.

Un clan, uno dei quelli ai quali devi associarti per sopravvivere in Italia e che, tuttavia, hanno ridotto uno dei paesi con maggiore inventiva a non riuscire a produrre più nulla, a limitarsi a gestire l’esistente perché un’ organizzazione sociale per clan non è compatibile con i tempi dell’innovazione. In nessun campo.

Questo sistema – il paese, con i numeri sulla disoccupazione e sulla spesa pubblica, e il calcio, come suo vettore simbolico – è arrivato al punto di svolta: abbiamo disperato bisogno di talento per ricominciare ad avere un ruolo. Perché il ruolo si conquista proponendo cose nuove. E non amministrando condomini a Prati o in Via Montenapoleone e gestendo lo stato e le imprese come condomini, appunto. Abbiamo bisogno di talento e creare ambienti che lo proteggano visto che, spesso, in queste condizioni il talento, laddove esiste, è associato alla rabbia, alla frustrazione per un sistema che, invece, è ancora ostinatamente legato a guru rassicuranti e senza idee. In politica, nel giornalismo, nelle università, nello sport.

E se il talento non ci fosse nelle nostre bande dovremmo attrarlo dall’esterno. Avendo il coraggio di uscire da salotti sempre più sterili. Guardando tra gli immigrati, tra i più giovani, tra le donne. Rovesciando il valore che oggi - da società decrepita - diamo all’esperienza. Più o meno il contrario di certe ricette che si sono sentite in queste ore.

In fin dei conti, è per la propria stessa sopravvivenza che a volte individui e comunità devono liberarsi del proprio ruolo. Come per certi attori che rischiano di finire schiacciati dal personaggio interpretato troppe volte. La sconfitta si potrebbe trasformare in una vittoria se gli italiani vedessero questo nell'immagine di Fabio Cannavaro che si allontana dal campo con la dignità di un vecchio cowboy arrivato all'ultima partita.

 
Di Francesco Grillo (del 10/07/2007 @ 15:07:44, in  Calcio, linkato 907 volte)



Allora cosa è rimasto dopo un anno? Per me questo amore sconfinato per una squadra con le strisce bianco nere. Intatto. E poi la sensazione che davvero siamo il Paese più disperato e straordinario del mondo. Quel campionato lo ha dimostrato. Nessuno è più a pezzi per il sistema. Eppure nessuno – e forse dipende dal sistema – ha personalità, talenti così numerosi e capaci di fare tutto.

 La Juventus, la nazionale, quel campionato bellissimo in quell’atmosfera da incubo, Piccadilly Circus e Trafalgar Square invasi da tanti italiani che mai avevo pensato che fossero così tanti (per la verità molti erano ragazze cinesi), Buffon e Del Piero che vanno a giocare in serie B e adesso che lanciano la sfida, la rivincita (e però perché questa dirigenza, perché non riprendere Cannavaro e completare la favola?).

Quello dello scorso anno non ha nulla ha a che fare con la vittoria dell’ottantadue. E però forse da quel 9 Luglio che bisogna ricominciare. Da quel mese di follia. Da quella disperata, italianissima capacità di cambiare le regole, di fare qualcosa di geniale quando sei con le spalle al muro.

 
Di Francesco Grillo (del 31/08/2006 @ 14:47:11, in  Calcio, linkato 927 volte)

È vero, non volevo parlare più di calcio. Nonostante il fatto che la Juventus continua per me ad essere importante (anche se mi dispiace non poter sapere dal Presidente del Tribunale Amministrativo se ritiene che questo “processo” sia stato giusto). Nonostante che continuo a pensare che il calcio sia una “rappresentazione” efficacissima di quello che è la vita. Nonostante il fatto che l’ultimo scandalo riesca ad essere persino più di una metafora della società italiana: in effetti quest’ultima vicenda finisce con il far comprendere in maniera chiara alcune questioni che pure avevamo confusamente percepito.

In questa storia particolarmente importante mi sono sembrate le dichiarazioni rilasciate dal presidente della FIGC nell’intervista a Repubblica del 17 Agosto. E francamente mi ha molto sorpreso sentire l’ex presidente della Consob paragonare la federazione ad un “club privato”.

Questa è probabilmente la questione centrale. Cosa è il calcio? È un club privato, come quelle discoteche a Piccadilly – come suggeriva mattone in un commento al mio post del 17 luglio ? Oppure una cosa che interessa milioni di persone, che muove centinaia di milioni di euro e attorno alla quale si riarticola nientepocodimeno che il sistema televisivo?

Se è la prima cosa Rossi ha ragione, ha ragione Blatter. E avevano ragione i G14 quando si volevano fare un altro “club privato” per i fatti loro. Ed anzi è quello che succederà. Prima o poi. Inevitabilmente. Se è così, però, non si capiscono molte cose. Perché, ad esempio, la polizia faccia ordine pubblico allo stadio. Come mai ci sono società quotate in borsa. Sempre in questo caso, però, scompare anche la fgci e il suo presidente perchè non ha senso che i suoi vertici siano nominati dal coni che è nominato dal governo perché non si è mai visto un governo che nomina il capo di un club privato.

Nel secondo caso se assumiamo che il calcio non è un affare privato, diventa, invece, illegale minacciare chi non accetta sentenze (maturate in un processo che è durato una settimana) e si vuole rivolgere alla giustizia ordinaria. E forse non ha senso avere regole costruite quando, appunto, il calcio aveva dimensioni completamente diverse.

Semplicissimo. E però mi pare che il Presidente sia su questi aspetti in contraddizione con se stesso. Ed è francamente sempre meno piacevole questa sensazione che persone con grandissimi curricula e però tutti da tempo in pensione siano stati utilizzati per una operazione che assomiglia molto ad un “regolamento di conti”.

Il problema vero, quello iniziale dal quale partire è che il calcio vive a metà strada, in una situazione ambigua e la sensazione è che il nuovo corso della fgci sembra neppure rendersi conto che deve decidere da che parte del guado muoversi…prima di affondare.
Io, comunque, a Mario ho già promesso che a Marzo andiamo insieme a Frosinone. Un anno esatto dopo quella sfida all'Highbury che sembra essere stata - chissà per quale motivo - l'inzio della fine.

 
Di Francesco Grillo (del 24/07/2006 @ 14:48:33, in  Calcio, linkato 858 volte)

Viene voglia di andare via da questo Paese stamattina. Viene voglia di chiedersi perché non è andata via dall’Italia (può ancora farlo comprando un posto nella liga spagnola) la Juventus. Perché non lo fa la squadra migliore come capita, da tempo, alla parte migliore della mia generazione. Viene voglia di arrendersi, di arrendersi alla evidenza che certe caratteristiche di questa nostro bellissimo e disperato Paese non cambieranno mai. Questa coincidenza tra tragedia e comica, questo cannibalico bisogno di “mangiare” letteralmente i propri eroi, di decapitare quelli che abbiamo osannato fino al giorno prima per rimettersi, per far finta di rimettersi a posto con la propria coscienza. Questo eterno cambiare tutto, affidarsi a riforme mai tentate prima per non cambiare assolutamente nulla. Questo cinismo che ci porta a considerare immutabili i nostri problemi (dal mezzogiorno alla corruzione della amministrazione pubblica), così come ad avere una sottile, potentissima volontà distruttiva verso tutte le cose belle che riusciamo a produrre, di cui siamo circondati.

Ed invece è solo un momento. Solo un momento perchè, ad esempio, con Edo, Gianluca, Luca, abbiamo poi deciso di provarci ancora. Forse in maniera ancora più decisa. Con questa lettera (è pubblicata sul sito www.blogjuventus.ilcannocchiale.it ) che ha già decine di adesioni e che stiamo mandando alla Società, ai giornali, alle istituzioni che cercheranno di governare quello che rimane del calcio. Commenti, ulteriori firme possono arrivare attraverso il blog mio o di edo. Ciao e .. non vedo l'ora di andare in vacanza. Magari di occuparmi di cose più normali. Di ordini professionali o di università, ad esempio. Di uno dei progetti di Vision (www.visionwebsite.eu ), magari.

 
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