Francesco Grillo
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Francesco Grillo (del 05/06/2012 @ 13:07:33, in Questioni internazionali, linkato 486 volte)

In questi giorni mentre l’attenzione era concentrata su altre tragedie, non... abbiamo avuto modo di renderci conto che dopo cinque mesi lo spread è ritornato esattamente allo stesso livello – quattrocentosettanta punti base – al quale lo avevamo lasciato la sera che Berlusconi salì al colle per rassegnare le dimissioni.

La differenza rispetto a quella sera è che ormai è evidente a tutti che il problema non è solo italiano e che la possibilità di una disintegrazione dell’Euro è un’ipotesi che la stessa Commissione Europea sta considerando. Ancora più preoccupante è però che la fine della moneta unica possa coincidere con l’inizio della fine della stessa Unione trasformando la crisi economica in una crisi politica che rischia di portarci indietro di alcuni decenni.

Per salvare l’Europa occorre, però, riuscire a fare quello che all’Europa è sempre mancato: coinvolgere i cittadini su un dibattito sul futuro dell’Europa che è una riflessione sul proprio futuro, dire la verità sulla crisi, ponderare insieme i vantaggi e gli svantaggi delle possibili soluzioni.

È necessario che, ad esempio, con chiarezza – che spesso non si vede sui media europei – si ribadisca che la Grecia è già da tempo fallita e che, comunque, non lascerà l’Euro. Occorre poi anche confessare con altrettanto pragmatismo che l’introduzione dell’Euro fu una scommessa sbagliata anche se nobile, per identificare le possibilità concrete di salvare il sogno europeo senza sacrificarlo a questioni di principio.
Il fallimento della Grecia è un atto già consumato. Esso corrisponde ad una data precisa: il diciannove marzo, poco più di due mesi fa quando l’associazione internazionale che (si fa per dire) governa gli swaps e i derivati ha dichiarato che per la Grecia si era verificato un evento tale da imporre alle banche che avessero fornito ai possessori di titoli un’assicurazione di credito (credit default swap) di pagare il risarcimento concordato. La Grecia è fallita da un punto di vista legale due mesi fa e anzi l’operazione è avvenuta troppo tardi – i titoli si erano già svalutati di circa il settanta per cento, mentre nella fornace della crisi erano già stati bruciati 240 milioni di euro dei contribuenti europei – e con misure troppo blande – dopo la ristrutturazione il governo greco è rimasto a dover fronteggiare l’impegno di dover pagare le cedole su circa cento miliardi di euro quando invece sarebbe dovuto uscire dai mercati finanziari internazionali per potersi dedicare alla riorganizzazione e alla crescita della propria economia.

La ristrutturazione del debito è avvenuta attraverso quella che Nouriel Roubini chiama “socializzazione delle perdite” e che ha trasformato un debito che era sostanzialmente verso banche e finanziatori privati in debito nei confronti della Banca Centrale Europea e verso gli altri Stati dell’Unione. E ha avuto come contropartita un pacchetto di austerità che, come dice Paul Krugman, appare dettato più dalla volontà di dimostrare di aver punito i furbi che di risolvere il problema. Il fallimento è avvenuto e deve essere una reticenza verso l’idea di aver creato un precedente che produce una certa disattenzione su questo fatto.

Altrettanto fuorviante appare il dibattito sulla possibile uscita della Grecia dall’Euro. Ciò non può verificarsi per la banale ragione che la stragrande maggioranza degli elettori greci – compresi quelli tentati dall’estremismo - non vuole che ciò accada, nonché perché dello stesso avviso sono tutti i governi europei che temono gli effetti devastanti che un contagio non controllato potrebbe avere: le previsioni del Fondo Monetario Internazionale fanno temere effetti tre, quattro volte superiori sull’economia europea e mondiale della crisi finanziaria che rischiò di uccidere il capitalismo tre anni fa.

La Grecia resterà nell’Euro e, tuttavia, tale esito equivale a guadagnare tempo rispetto ad una malattia che avanza e che sempre di più appare vicina ad un punto di non ritorno. Se, infatti, è esclusa l’espulsione di un membro da un club – l’Euro, appunto – che non prevede separazioni, non è affatto impossibile, anzi per qualcuno comincia ad essere probabile, la fuoriuscita dei suoi soci fondatori imbarazzati di fronte al proprio elettorato di dover pagare per gli errori degli altri e, dunque, la fine del club stesso. Fine che rischia di essere tanto più devastante quanto più rimandata nel tempo.

Una riflessione non schiacciata sulla necessità di non affogare è indispensabile: abbiamo bisogno di un’idea che non può essere la riproposizione delle ricette di quanti invocano uno Stato federale che è impossibile in assenza di opinioni pubbliche europee che lo legittimino o programmi di investimenti pubblici su scala europea come se fossimo all’indomani della depressione del ventinove e non avessimo livelli di spesa degli stati e di tassazione già superiori al cinquanta per cento del Prodotto Interno Lordo.

Due a mio avviso le leve principali della ricostruzione che deve cominciare adesso. Primo: riconoscere che per poter avere matrimoni sostenibili devi anche concedere la possibilità di un divorzio e rendere tale evento quanto meno traumatico è possibile; un’ipotesi potrebbe essere quella di tornare ad un meccanismo di cambi tra monete nazionali che si muovano in maniera sincronica che sia più vincolante di quanto non lo fosse il sistema monetario europeo degli anni novanta, ma meno rigido di questa strana unione monetaria tra paesi che non possono che rimanere sovrani. Secondo: usare la grande opportunità della crisi dei debiti sovrani per lanciare un grande programma che sia di riduzione intelligente della spesa pubblica e di riduzione delle tasse in maniera da liberare risorse per poter fare delle imprese (soprattutto quelle giovani) il volano della crescita. Ma anche di ridisegno complessivo del patto tra Stato e cittadini e che veda questi ultimi prendere in mano il proprio futuro senza aspettare – come troppo spesso succede in Italia e in Europa – le risposte di una classe dirigente che appare superata dal cambiamento.

Sarebbe necessari ricominciare a ragionare di strategie con visione e con il pragmatismo necessario per conseguire risultati anche nel breve periodo in maniera da aggregare consenso. Siamo, invece, ancora prigionieri di una sindrome delle mezze bugie con le quali, a volte, sembra che abbiamo deciso di accompagnarci dolcemente verso esiti brutali e che abbiamo ancora la possibilità di evitare."

Articolo pubblicato su ll Mattino del 4 giugno 2012

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Di Francesco Grillo (del 09/05/2012 @ 09:50:49, in Questioni italiane, linkato 320 volte)

Ma siamo sicuri che è una cattiva notizia che la benzina costi due euro al litro? E per fare una domanda più retorica possiamo essere così sicuri che sia un problema che un’azienda automobilistica abbia appena avuto un crollo delle vendite in Italia? In realtà,al numero di automobili è legata la congestione nelle nostre città e alla congestione è legata la scarsità di risorse energetiche, nonché l’inquinamento che viene pagato soprattutto dai bambini che insistiamo enfaticamente a definire “pezzo del nostro cuore”,  oltre alle guerre per il petrolio che tanto indignano i popoli viola di mille manifestazioni.

Certo non è il singolo automobilista  il responsabile delle guerre, dei cambiamenti climatici e delle crisi energetiche che ormai come mostri di enormi dimensioni e fuori da qualsiasi controllo minacciano l’umanità. Certo ci sono le scelte delle grandi compagnie petrolifere che – trent’anni dopo che ne fu prevista l’imminente fine – appaiono ancora più potenti di prima. Ci sono i governi che non governano e la pubblicità che induce il bisogno di consumare. È tuttavia ogni volta che accendo il motore di un automobile, di fatto decido di accettare  un processo che per sua definizione comporta che per ogni chilo (di carne umana) utilmente spostato (nel novanta per cento dei casi in automobile c’è un solo passeggero che mediamente pesa settanta chili) vengano spostati anche venti chili di lamiere e circuiti elettrici della macchina stessa (visto che mediamente un’automobile pesa una tonnellata e quattrocento chili) che deve effettuare lo spostamento. Un rapporto tra risultato e mezzi impiegati a raggiungerlo pari a uno a venti. Una follia, uno spreco insensato di energie Non è dunque una sorpresa che da sempre le macchine siano trattate un po’ come il fumo.
 
E per qualcuno anzi il caso di consumo di spazio pubblico con l’automobile privata è persino peggiore del fumo di una sigaretta. La sigaretta, infatti, fa male – da quando ne è stato proibito l’uso in luoghi pubblici – solo a chi decide di farlo. Mentre l’automobile produce, per sua definizione, danni anche agli altri che andrebbero ulteriormente compensati. Per gli economisti che propongono – al posto dei complessi meccanismi del protocollo di Kyoto - la carbon tax, il prezzo della benzina dovrebbe essere fissato a quattro, cinque euro per tener conto delle esternalità che il suo consumo produce ogni volta che il mostro che alimenta si mette in moto.

Certo so quali sono le obiezioni. Per molti la macchina è una scelta obbligata resa tale dalla cronica mancanza di servizi pubblici. E del resto a benzina vanno anche  le autoambulanza che salvano vita umane e su quattro ruote si è mossa un’intera civiltà che è passata in pochi decenni da assetti (poveri) preindustriali a quelli evoluti di una società che appunto si può permettere il lusso di porsi il problema di fare a meno della macchina stessa.

La seconda obiezione ha a che fare con la storia. Ebbe grandi meriti l’automobile, ma ormai siamo in un’altra epoca nella quale le inefficienze strutturali di quella tecnologia non sono più né tollerabili, né tollerate. La prima è decisamente più seria. Ma anche qui tre contro argomentazioni non meno importanti.

La prima è che molti studi dimostrano che due terzi dei viaggi non sono per lavoro: un’analisi condotta qualche anno fa rilevò che addirittura il sabato sera la velocità nei centri storici di Palermo e Napoli è inferiore a quella che si registra nelle ore di punta durante la settimana. La seconda è che – a parità di chili umani spostati, l’argomento dell’efficienza già citato – esistono oggi molte alternative – alcune assolutamente commerciali – di vetture che occupano la metà dello spazio e consumano meno di un quarto dell’energia.

La terza è forse la più importante: rendere ancora più inconveniente l’utilizzazione delle automobili in città avrebbe l’effetto di far esplodere il problema che  da anni ci trasciniamo appresso come un cancro silenzioso con il quale abbiamo deciso di convivere facendolo aggravare sempre di più: la mancanza materiale di mezzi per arrivare al lavoro creerebbe le condizioni per far salire al primo posto dell’agenda politica di un qualsiasi sindaco cosa concretamente si propone di fare sulle metropolitane rispetto al suo personale passato come militante del Fronte della Gioventù o della Federazione dei Giovani Comunisti.

Forse allora la benzina a due euro non è una cattiva notizia. Forse essa dovrebbe costarne quattro. O forse dovremmo – anche per salvare le automobili dalla propria obsolescenza – cominciare a porci obiettivi più ambiziosi. Quello di trattarle proprio come il fumo: in città – tranne che nelle aree ad esse esplicitamente riservate – né è vietato l’utilizzo. In città possono solo circolare le biciclette, quelle elettriche, le automobili con non più di due posti e le automobili elettriche (per ricaricarle per i prossimi cento chilometri ci vogliono quattro ore e si spendono due euro di elettricità – a fronte di un costo dieci volte maggiore di carburante e questo creerebbe anche la massa critica per renderne conveniente la creazione della rete distributiva per la ricarica). Con un risparmio in soldi, in inquinamento (e malattie evitate) e in qualche centinaio di ore al giorno sottratte al traffico e investite per fare quello che più ci aggrada.

Le biciclette, peraltro, su questo hanno ragione gli organizzatori di “salva il ciclista” potrebbero essere il vettore della rivoluzione. Non per salvare il ciclista. Non con una manifestazione talmente innocua da avere l’adesione del sindaco della città con meno piste ciclabili d’Europa. Ma per salvare le nostre città da una tecnologia che a queste città non è più adatta. Occupando con un’azione perfettamente legale (e basterebbero in una città come Roma diecimila ciclisti disposti a darsi il cambio) il centro di una grande città ogni mattina tra le otto e le dieci di ogni giorno lavorativo.

Ho la sensazione che è attraverso la bicicletta, anche attraverso una cosa così antica e inoffensiva che passano assai concretamente le forme e i contenuti di un modo radicalmente nuovo di fare la politica che prendi il posto del deserto che i partiti in rovina hanno lasciato.

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Di Francesco Grillo (del 09/05/2012 @ 09:23:56, in Questioni italiane, linkato 344 volte)

Mentre in Grecia le forze che hanno appoggiato i piani di salvataggio voluti dalla Merkel non arrivano ad un terzo dei voti e in Francia è stato eletto Holland tra le cui promesse elettorali c’era addirittura l’impegno ad abbassare l’età pensionabile, in Italia i grandi partiti sono stati bastonati e pure pesantemente.

Il PDL effettivamente scompare e mai si era visto un partito arrivare a stravincere le elezioni politiche di un Paese , comunque grande, per scomparire dopo quattro anni. A Genova, Palermo, Verona, le tre città più grandi, il Partito che aveva in mano l’Italia è tra il cinque e il nove per cento dei voti, laddove nelle stesse città alle elezioni regionali che si sono tenute appena ventiquattro mesi fa era tra il ventidue e il trentaquattro per cento. La sconfitta del resto è stata ammessa dallo stesso segretario Alfano. Berlusconi la nega ma del resto il Cavaliere per anni è riuscito persino a negare la crisi. La stessa Lega che pure è stata cacciata da molte delle sue roccaforti sta messa un po’ meglio visto che, almeno con Tosi, trova un’ipotesi di futuro.

Il terzo polo è debole, incapace di fare la differenza.

Ed è invece pericoloso per lo stesso PD la sottovalutazione che Bersani fa di un risultato che pone problemi grossi ad un partito che già ne aveva di assai seri. Dal punto di vista numerico se si considerano le sei città con più di centomila abitanti le liste del PD calano tra i cinque e i dieci rispetto a elezioni che già erano state perse (quelle politiche e quelle regionali). L’astensione colpisce – ed è un elemento assai importante questo – soprattutto nelle regioni più di sinistra. Emblematico, poi, è il caso di Palermo che del resto assomiglia a quello di Genova o quelli di Napoli e Milano alle ultime elezioni dove sempre il PD ha perso le primarie. Tranne che per un’aggravante: in questo caso non solo il PD ha perso le primarie quando si è alleato con l’Italia dei Valori per sostenere Borsellino sconfitto da Ferrandelli ma poi è riuscito a perdere, di nuovo, quando appoggiando Ferrandelli ha dovuto misurarsi con il nuovo candidato dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando.

Certo il PD -  l’unico partito a cui fa ancora riferimento un “popolo” anche se in netta diminuzione – può certamente portare la sua dote di voti al vincitore ma sembra escluso che costui possa essere stato scelto dal PD stesso.

Ma il vuoto che ha sostituito i partiti non è neppure tanto nei numeri delle consultazioni elettorali. È nella mancanza di idee. Nella qualità del dibattito pubblico (trovo scandalosa la violazione del servizio pubblico fatta dalla Rai pagata dai cittadini che da anni parla dei grillini senza mai invitarli nei suoi salotti televisivi). Nell’esserci fatti intrappolare tutti insieme in questo dilemma impossibile e stupido, da ragionieri più che da banchieri, della scelta tra rigore e crescita. Laddove se si avesse il coraggio di sentire chi ha idee non sarebbe difficile realizzare il miracolo di ridurre la spesa aumentando contemporaneamente la qualità dei servizi.

E allora cosa resta? Forse solo Monti e Grillo.

Resta un’agenda liberista che solo parzialmente Monti sta realizzando, ma che è ancora la priorità – sempre invocata, sempre rimandata ma adesso urgente - di questo Paese. Liberare risorse, spezzare gli oligopoli, consentire a tutti di tirare fuori il proprio talento.

E restano le intuizioni del movimento a cinque stelle. Prima di tutto quella che la democrazia riparte dal basso e utilizzando per intero le possibilità di tecnologie che ci hanno fatto entrare in una nuova epoca.
Monti e Grillo.

E tuttavia quelli che appoggiano l’esigenza delle “riforme”  per riuscire ad avere una speranza dovrebbero immediatamente fare un’autocritica: capire quanto obsoleta è la loro visione della democrazia come esercizio fastidioso, rinunciare a un po’ di puzza sotto il naso. Riuscire a dire che la questione della efficienza di tutti nella utilizzazione delle risorse pubbliche è una questione morale e non da salotti e accettare il confronto nelle piazze – virtuali o fisiche - che è la democrazia.

I grillini, invece, dovrebbero probabilmente partire proprio dal mettere in discussione la leadership di Grillo (non io, quell’altro).  Capisco cosa Beppe vuol dire quando dice che non “gli interessa governare ma cambiare il mondo”. Ma se così è, se fosse vero – ed è vero – che la rete rende possibile cambiare senza le attuali strutture di partecipazione e di governo e allora nel programma del movimento cinque stelle (consiglio a tutti di leggerlo prima di dire che sia antipolitica) manca un intero capitolo: regole del gioco, regole della democrazia nuova, regole attraverso le quali una comunità prende decisioni su cosa fare.

Se i montiani, i grillini vogliono – nell’interesse del paese – ripartire dalla riscrittura del patto tra Stato e cittadini (che pesantemente è toccato dalle azioni di revisione della spesa), della ridefinizione delle regole attraverso le quali ci governiamo (che tanto dovrebbero contare per chi come il movimento cinque stelle ha intuito l’esaurirsi dello stesso concetto di democrazia parlamentare), noi – Vision – siamo disponibili al confronto. Altrimenti prendiamo da soli – insieme ad altre think tank - l’iniziativa di lanciare una sfida sui contenuti e sull’aggregazione attorno ad essi.

Del resto in ballo c’è forse la sopravvivenza di una società. La nostra.

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Di Francesco Grillo (del 07/05/2012 @ 10:31:52, in Questioni italiane, linkato 506 volte)

Oggi la prima notizia è quella della mezza disfatta che si profila per partiti sempre più screditati e del rischio astensione. È esattamente lo stesso titolo che viene riproposto dai media italiani il giorno di ciascuna delle tante consultazioni elettorali degli ultimi vent’anni. E come le altre volte c’è da essere sicuri che stasera politici e politologi commenteranno i risultati lamentando il campanello d’allarme che viene dalla società italiana, il rischio di una frattura tra politica e società civile e l’emergere preoccupante dell’antipolitica e il rafforzarsi degli estremismi.

Lacrime di coccodrillo perché per i partiti cambierà pochissimo. Per il banalissimo motivo che il venticinque per cento del ottanta per cento di partecipanti al voto vale  esattamente il venticinque per cento di un elezione nella quale i votanti siano il quaranta per cento degli elettori potenziali. Certo nel primo caso per il partito si sarà scomodato il doppio dei cittadini che avrebbero deciso di esprimergli consenso nella seconda ipotesi e ciò dovrebbe avere conseguenza – per un  banale principio di democrazia - in termini di potere che i cittadini consegnano a quel partito e, tuttavia, però con gli attuali meccanismi ciò non è neppure concepibile. Anche se gli attuali meccanismi pensati per la democrazia delle società uscite dalla guerra, dovrebbero essere – non solo in Italia – rivisti. Considerando che stiamo all’indomani di una discontinuità tecnologica grande come quella dell’invenzione della stampa che ebbe, appunto, conseguenze politiche talmente formidabili da segnare l’inizio della liquidazione delle monarchie assolute del  medioevo.

Vision ha una idea sul finanziamento ai partiti che , in un Paese dove tutto sembra complicato e irrisolvibile, è invece semplice e dirompente.

Legare i rimborsi elettorali ai partiti ( per spese effettivamente sostenute), – all’astensione: quanto più aumenta l’astensione più diminuiscono i finanziamenti pubblici. La proposta che messa così può sembrare rivoluzionaria ha anche il merito però di poter esser tradotta – come già fatto dall’onorevole Sandro Gozi in un disegno di legge depositato alla Camera dei deputati – in un testo dai toni assolutamente semplici: il fondo per i rimborsi elettorali va calcolato moltiplicando per un certo valore in euro ai voti validamente espressi (e non agli iscritti alle liste elettorali).

L’idea è geniale nel suo essere di buon senso e farebbe benesia alla politica che all’antipolitica migliorando complessivamente il livello della democrazia in questo paese.

Farebbe bene ai partiti, perché accettando, finalmente, una sfida, avrebbero un motivo concreto, in soldi, per – come dice il Presidente della Repubblica – “rigenerarsi”. Avrebbero, peraltro, tutti – dall’estrema sinistra all’estrema destra – finalmente un interesse concretamente comune. Se i cittadini continuassero ad avere una insoddisfazione generale, essi sarebbero penalizzati in ugual misura: l’incentivo a non infangarsi a vicenda producendo la nausea generale potrebbe persino a portarli ad uscire dai toni di una infinita (e fasulla) guerra di trincea e a parlare di futuro, a preparare il futuro.

Ma farebbe bene anche agli astenuti e ai tantissimi cittadini che sono, appunto, nauseati. Non sarebbero più costretti a scegliere tra un atto di protesta sorda, inutile e il “turarsi il naso” (ma anche - rispetto ai tempi di Montanelli - la bocca, lo stomaco e un po’ il cervello) per partecipare ad un rito che è un po’, ormai, come il festival di Sanremo: tutti ne parlano male ma è meglio guardarlo per avere un argomento in più di cui lamentarsi e non avere la sensazione gelida di non far più parte di una tribù.

L’astensione – tradizionalmente più forte proprio nei paesi di democrazia più consolidata e sempre più diffusa– avrebbe una conseguenza istituzionale. Essa avrebbe rappresentanza dopo tanti anni nei quali quello che era addirittura un dovere di voto si è svuotato di contenuto ed è diventata pura ipocrisia. E ciò sarebbe positivo soprattutto perché eviterebbe una ulteriore radicalizzazione dello scontro. Una democrazia che coinvolge più persone, persino quelli che – civilmente – vi  si oppongono è più forte, meno fragile (ed è per questo che – da persona lontanissima dalle posizione di Rifondazione – ritengo che fu davvero insensata la soddisfazione espressa da Veltroni all’inizio di questa legislatura per aver “allineato – nonostante la disastrosa sconfitta del centro sinistra - la democrazia italiana a quelle europee tenendo fuori dal parlamento gli estremismi di sinistra” (sic!)).

La proposta potrebbe poi persino migliorare: una ipotesi ulteriore potrebbe, infatti, essere quella di destinare il risparmio che verrebbe realizzato (pari alla differenza tra elettori potenziali e quelli effettivi) al finanziamento di alternative all’attuale offerta politica, a partiti nuovi o a nuove forme di democrazia: consultazioni su base locali su temi di mobilità, infrastrutture, rifiuti, energia che peraltro diventano molto meno costose se cominciassimo a consentire l’utilizzazione di tecnologie ormai consolidate.

Certo mi sembra di sentire già le obiezioni. Visioni, fantascienza per un paese nel quale se non hai un rappresentante di lista ti rubano persino i voti nei seggi elettorali nel comune di Vairano Patenora (dove, a proposito, mio cugino Bartolomeo è appena stato eletto sindaco). Continuare a voler mettere a posto i seggi a Vairano prima di dedicarsi al futuro nel quale siamo già immersi e come voler continuare a litigare se è meglio essere alti cinquanta settanta centimetri invece che cinquanta al concorso dei corazzieri dove chiedono di essere alti un metro e novanta.

Su questo Vision lancia una sfida. Ai partiti alcuni dei quali ci stanno cominciando a rispondere. Ma anche a Beppe Grillo e a chi non ne vuol sapere più nulla della politica e dell’Italia. Ci facessero sapere se sono interessati a continuare a lamentarsi e a scrivere chilometriche arringhe sulla sociologia del paese e sulla soap opera infinita che la politica è diventata. O a prendersi la responsabilità di governare coinvolgendo tutti. 

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Di Francesco Grillo (del 07/05/2012 @ 10:29:34, in  Democrazia, linkato 447 volte)

Il documento del governo sulla revisione della spesa e la nostra esperienza quotidiana con le amministrazioni pubbliche (c’è qualcuno – giusto per fare un esempio – che riesce a spiegare perché quando si entra in un pronto soccorso non riescono a darti insieme al numerino una banale previsione del tempi di attesa?) dicono che - a differenza di ciò che succede in altri Paesi Europei – in Italia è persino possibile il miracolo di ridurre la spesa pubblica (e, dunque, le tasse) aumentando contemporaneamente il livello di servizi forniti ai cittadini. Per riuscirci, tuttavia, mancano gli strumenti attraverso i quali un’amministrazione “da conto” dei propri risultati, senza i quali Bondi rischia di dover operare come un chirurgo senza bisturi. E manca il coinvolgimento di opinioni pubbliche che vogliano vivere l’operazione di revisione della spesa per quello che è: un ridefinizione del patto tra Stato e cittadini.

Il miracolo di uno Stato che fa di più con meno potrebbe essere realizzato, infatti, attraverso tre fasi.

La prima leva è l’eliminazione di enti - il decreto “Salva Italia” ne cancella un certo numero ma per tanti altri  non se ne comprende ancora l’utilità  -  e servizi che non corrispondono ad alcun valore aggiuntivo per i cittadini o per lo stato: in un mondo dove chiunque può accedere a semplici database che aggiornano in tempo reale i dati delle imprese e delle persone bisognerebbe cominciare ad interrogarsi sul motivo per il quale paghiamo le camere di commercio e abbiamo ancora patenti cartacee.

La seconda è la riduzione dei dipendenti che sono in ufficio rispetto a quelli che hanno direttamente a che fare con gli utenti. È probabile che i primi siano più numerosi nei ministeri rispetto a quanto succede nei comuni. Una riduzione di quelli che gestiscono carte potrebbe, in molti casi, non solo ridurre i costi di una struttura, ma comportare una riduzione dei passaggi burocratici  e accorciare i tempi di produzione di un servizio generando appunto maggiore qualità.

Il terzo intervento è quello del ridimensionamento delle amministrazioni che pur offrendo – per legge – gli stessi servizi garantiti da altri enti omologhi, assorbono più risorse. Lo stesso documento del governo nota, ad esempio, che tra le province (spesso tutte omogeneamente associate nella stessa categoria di spese da abolire) il costo per abitante varia da quasi 400 a meno di 100 euro nonostante che esse abbiano tutte le stesse funzioni. Queste differenze sono, in realtà, molto forti persino a parità di contesto territoriale e dimensione, come rileva la stesa analisi sulle scuole della ragioneria generale dello Stato o quella sulle università condotta dal think tank Vision.

Il problema però è che tutte e tre le operazioni sono rese assai complicate da una contabilità pubblica che non fornisce le informazioni che sarebbero necessarie.

La lettura delle seicento pagine del budget dello Stato per il 2012 o del documento che regionalizza la spesa statele, fornisce solo una comparazione tra regioni ma non esiste un confronto sistematico sui costi per abitante di Aziende Sanitarie Locali -  magari ubicate in territori simili - per poter capire chi fa meglio. Dai documenti sulla spesa delle amministrazioni centrali dello Stato, si evince quanto spende l’esercito in personale ma non quanti militari siano impegnati in compiti operativi. Infine diventa difficile avere una immediata nozione sulla utilità di un dato servizio o di un certo ente se non esistono strumenti per misurare il valore che quell’amministrazione produce per i cittadini.

Ed in effetti lo scandalo non dovrebbe essere che un manager pubblico percepisce 600.000 euro ma che il cittadino ha alcuna possibilità di capire quanto valore – in termini, ad esempio, di miglioramento dell’efficienza della propria organizzazione o di sicurezza – è riuscito a produrre la direzione della Polizia di Stato.

Più che imporre tetti lineari agli stipendi, bisognerebbe legarli al valore che una amministratore riesce a fornire ai contribuenti. Certo si può nominare una società di consulenza per ricostruire i numeri che non abbiamo: ciò avrebbe, però, il difetto di costare soldi  e soprattutto di togliere all’azione di recupero di efficienza l’energia che può fornire il controllo dei risultati da parte dell’opinione pubblica.

Molto più efficace sarebbe, invece, costruire una rete di partecipazione (è una follia stupidaggine pensare  che la democrazia si esercita una volta ogni cinque anni attraverso le elezioni) che , utilizzando la tecnologia,- coinvolga i cittadini facendoli sentire non solo fruitori – comodamente seduti in poltrona – di politiche realizzate da politici e di notizie urlate dai giornali, ma soggetti in grado di fornire informazioni e proporre – da un punto di vista che a volte è persino migliore di quello di Bondi – idee su ciascuna delle aree che abbiamo citato in precedenza.

Ed è per questo che Vision ha chiesto al governo di poter fornire il suo aiuto. Non solo come collettore ma anche come stimolo e organizzatore di idee. Perché quella del sito – aldilà delle semplificazioni ciniche dei politologi italiani così affezionati alle malattie della democrazia che servono, però, a far vendere libri – lanciata dal governo sarebbe una buona idea. Se non è solo una trovata pubblicitaria.

Il commissario nominato dal governo ha, al momento, un mandato assai limitato: trovare quattro miliardi su 650 miliardi di spesa pubblica totale e sui 285 miliardi di spesa pubblica che lo stesso governo giudica rivedibile nel medio periodo.

Il nodo però è quello della democrazia che non può non essere tirata pesantemente in ballo se in gioco c’è la revisione della spesa pubblica che significa revisione del patto tra Stato e cittadini.

Articolo pubblicato su Il Mattino del 05/05/2012 

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Di Francesco Grillo (del 23/04/2012 @ 09:23:47, in Questioni internazionali, linkato 395 volte)

“Un paese che ha semplicemente deciso di negare la sua condizione”. Veramente singolare il panorama politico del Paese dei nostri cugini fotografato dall’Economist di qualche settimana fa. Ed in effetti ciò che sorprende nel vedere l’agenda dei dieci candidati alla Presidenza della Repubblica è la quasi totale assenza di uno straccio di preoccupazione per un Paese che ha 1700 miliardi di euro di debito pubblico (appena, si fa per dire, duecento meno di quelli che da vent’anni tolgono letteralmente aria all’Italia) e un deficit sul prodotto interno lordo che è il doppio di quello italiano.

I perfidi speculatori internazionali speculano – legittimamente fino a quando non decidiamo di abolire i mercati finanziari – sul fatto che sia la Francia la prossima linea Maginot, quella che forse farà saltare l’Euro, la disoccupazione è al dieci per cento e di cosa hanno parlato i candidati alla presidenza della Repubblica?

La proposta del candidato socialista che sembra dover vincere ha trovato come suo elemento fondamentale l’introduzione di un’aliquota del settantacinque per cento su chi guadagnasse più di un milione di Euro. Ancora più tranchant il candidato comunista – il PCF non ha dovuto neppure cambiare il nome – che ha deciso che deve essere posto direttamente un tetto pari a 360,000 euro oltre i quali non è possibile guadagnare. Per entrambi la riforma delle pensioni andrebbe fatta al contrario, con un abbassamento a sessanta anni – secondo Melenchon - oltre la quale tutti devono poter andare in pensione.

Certo ci sarebbe da chiedere ai candidati di sinistra come pensano di trattenere chi ha la sfortuna di guadagnare tanto  o come immaginano di aumentare le spese per un welfare già in bancarotta.
 
Ma non meno curiose sono le proposte dei candidati della destra. La differenza è che al posto dei finanzieri, i nemici numero uno sono l’Europa e gli arabi. E, a onor del vero, tra la proposta di uscita dell’Euro della signora Le Pen e l’ipotesi di Sarkozy di uscire da Shengen non è chiaro quale sia la peggiore.

E mentre persino il centrista Bayrou ha deciso di mettere al primo posto della sua agenda la protezione degli agricoltori francesi (quelli per i quali l’Europa si trascina dietro il macigno della Politica Agricola Comune) non si ha traccia di impegni su quello che è – con tutta evidenza – il problema dei nostri cugini: una spesa pubblica che supera il 55% laddove nessuno dei paesi europei, comunque tutti in grande difficoltà, superi il 50, nonché una presenza dello stato talmente ingombrante e costosa da togliere l’aria. Appunto come in Italia.

Certo è diversa la qualità della spesa pubblica e la differenza la fa, eccome, il fatto di avere quella che è forse la migliore pubblica amministrazione europea rispetto ad un apparato pubblico come quello italiano.

E tuttavia il caso francese dice anche e soprattutto che c’è un’intera opinione pubblica, ancor di più che non una classe politica che semmai ha il difetto di non avere leadership e limitare a seguire i sondaggi nella scelta delle proprie priorità, che non ha alcuna intenzione di affrontare un cambiamento che non può essere evitato.

I risultati di ieri sera, poi, dicono che forse – nonostante i tre punti di svantaggio – rischia di vincere ancora Sarkozy, grazie all’exploit del centro destra. Se così fosse, se la sinistra europea non riuscisse a battere neppure un avversario così indebolito, si porrebbe un problema di ineleggibilità, di inadeguatezza strutturale della social democrazia - da nessuna parte così simile a se stessa da quarant’anni in Francia – rispetto ai cambiamenti dei quali la crisi fa solo da detonatore. Ma questa è solo in parte un’altra storia.

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Di Francesco Grillo (del 18/04/2012 @ 15:42:26, in Questioni italiane, linkato 339 volte)

E se fosse proprio Elsa Fornero, il Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, il miglior candidato a continuare nel 2013 l’opera di Monti alla guida di un governo più politico, ma ancora a forte contenuto tecnico?

Ci sono diversi fattori che fanno ritenere questa ipotesi da non escludere.

Intanto sono sempre maggiori le probabilità che i partiti politici scelgano di stare in panchina ancora per un altro giro o perlomeno di non scegliere la strada dello scontro totale (e sempre un po’ finto) che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni della storia repubblicana. Troppo convalescente è ancora il Paese. Troppo impopolari sono i partiti per accettare di esporsi direttamente a opinioni pubbliche ostili. Sufficientemente alto è il consenso per il governo dei tecnici nonostante le scelte difficili. E poi ci sono le motivazioni dei singoli schieramenti: Berlusconi preferisce ormai il compromesso; a Bersani l’ipotesi della continuazione di un’esperienza “istituzionale” eviterebbe la scelta lacerante tra Centro e Sinistra; mentre il terzo polo potrebbe rivendicare la paternità dell’idea.

Il problema irrisolto diventerebbe però a quel punto l’identità del Presidente del Consiglio da proporre agli italiani, laddove Monti ha già fatto sapere di essere indisponibile.

Molti avrebbero puntato su Passera e, tuttavia, sia le caratteristiche personali del personaggio – molto più tecnico che politico – sia il suo passato da banchiere – in un momento in cui persino alcuni capi di stato di paesi occidentali sentono la convenienza politica a parlare male delle banche – creerebbe non pochi problemi. Per non parlare del fatto che l’ex amministratore delegato di Intesa è responsabile di una pratica – quella dello sviluppo economico – che costituisce, in questo momento, il tallone d’Achille del Governo Monti.

Stando così le cose (ma sei–otto mesi per la politica italiana sono un’eternità) per la Fornero la strada potrebbe diventare improvvisamente in discesa.

Sono sue le due riforme più difficili che il Governo ha (quasi) portato a casa. È suo l’approccio che il governo nel suo complesso sembrerebbe dover assumere: “o si realizza il cambiamento o ce ne possiamo tornare a casa” come ha ricordato lo scorso fine settimana. Sono sue – ed è un particolare non irrilevante – le lacrime – apparse sincere, visto che nessuno può mettere in dubbio l’onestà intellettuale della professoressa di Torino, che rendono la Ministra decisamente più comunicativa dei suoi colleghi. Ed, infine, altro dettaglio importante: si tratta di una donna e ciò sarebbe – sul piano dei simboli - un cambiamento nel cambiamento per il Paese sclerotizzato che fino a qualche mese fa sembrava  stordito da scandali sessuali e da una concezione della donna che rischiava di diventarne lo specchio più avvilente.

Elsa, dunque, per il momento. Anche perché sono tanti a riconoscere che questo paese avrebbe bisogno di una Thatcher per cambiare, anche se Elsa rifiuterebbe – da laburista - l’accostamento. A meno di inventare qualcosa di totalmente diverso. Questo sarebbe una missione per i giovani: ma in questo Paese essi sembrano ridotti ad essere tutt’al più oggetto di analisi preoccupate.

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Partorirono le montagne ma nacque un ridicolo topolino. È stata la maledizione della politica italiana negli ultimi due decenni: secondo organismi internazionali come l’OECD, nessun Paese ha varato tante riforme quanto l’Italia. Che è anche quello che è cambiato di meno. E non è semplicemente con l’argomento dell’ipocrisia che si spiega questa vera e propria sindrome: spesso intenzioni sincere (come quelle di alcuni dei ministri della Pubblica Amministrazione e delle Università degli ultimi governi) sono state tradite dai dettagli operativi che sono lasciati a tecnici vincolati da una giungla di regolamenti.

È quello che potrebbe succedere per le risorse che il Governo sta destinando a rendere più intelligenti le città del Mezzogiorno d’Italia (smart cities) destinandovi 240 milioni di euro, con un programma che è stato presentato ieri a Napoli dal Ministro Profumo.

Ed è un rischio che non possiamo evidentemente permetterci in un momento nel quale abbiamo la necessità assoluta, ribadita ieri dello stesso Ministro Passera, di innescare sviluppo con scarsissime risorse.

In effetti, il rischio però esiste.

Infatti, pur essendo pienamente condivisibile la scelta fatta dalla Commissione Europea e dal Governo italiano di destinare i pochi soldi pubblici disponibili alla ricerca (i fondi strutturali che vi alloca la Commissione Europea superano ormai le spese in infrastrutture di trasporto), non è sufficiente investire in ricerca per ottenere crescita. Lo dimostra il confronto al livello di Paesi che dice che non necessariamente un più alto rapporto tra spesa in ricerca e PIL si traduce in maggiore crescita; il fallimento di tanti ambiziosi programmi di informatizzazione intrapresi da imprese e amministrazioni pubbliche; ma ancora di più la difficoltà a spendere risorse legate alla ricerca laddove l’assenza di imprese rende assai debole la domanda di innovazione. Del resto, dei sei miliardi di euro che il Ministero della Ricerca e quello dello Sviluppo Economico hanno a disposizione per finanziare “ricerca e competitività” nel Sud, ne restano ancora più di quattro da utilizzare a un anno e mezzo dalla fine del periodo di programmazione 2007 – 2013.
Investire in ricerca è, senz’altro, una condizione necessaria per ottenere sviluppo. Ma non è condizione sufficiente. La differenza la fanno i meccanismi di implementazione come dimostrano le analisi condotte alla London School of Economics e che spiegano perché regioni con equivalenti dotazioni finanziarie e in contesti socio economici simili, possono ottenere risultati totalmente diversi. Meccanismi di implementazione che nel caso del programma sulle città intelligenti appaiono poter disperdere il patrimonio di esperienza di uno dei migliori Ministri del Governo.

Non si capisce, ad esempio, per quale motivo l’Amministrazione Pubblica continui (non solo nel caso delle città intelligenti) a voler intervenire così minuziosamente sulla natura giuridica dei soggetti che possono presentare progetti, invece di concentrarsi sulla misurazione dei risultati da raggiungere. 
Perché si pretenda come condizione alla partecipazione a progetti di ricerca industriale la presenza tra i soggetti proponenti di centri di ricerca vigilati dall’Amministrazione Pubblica Centrale e di Università statali.
E perché si chieda come requisito per poter proporre azioni di innovazione sociale - quella che dovrebbe affiancare e in qualche caso sostituire uno stato senza più risorse e sclerotizzato dalle sue stesse procedure - il fatto di essere soggetti senza fini di lucro, esclusivamente formati da giovani con meno di trent’anni e tutti residenti nelle regioni della convergenza.

Come se non fosse la voglia di guadagnare a motivare tanti innovatori giovani. Come se potessimo ignorare che il Mezzogiorno che esporta ogni anno – secondo SVIMEZ - sessantamila laureati e laureandi ha già perso la parte migliore delle sue giovani generazioni. Come se fosse possibile immaginare che la ricerca possa essere svolta senza essere costantemente in collegamento con il resto del mondo e senza valorizzare, in particolar modo, quanto viene fatto nelle altre regioni d’Italia.

Ed è una contraddizione ancora più stridente se pensiamo che in un’operazione che vuole valorizzare quelle tecnologie della informazione e della comunicazione (ICT) che, appunto, per definizione, fanno di qualsiasi lavoro un lavoro distribuito tra persone, aziende che operano a distanza, si prevede che siano finanziabili solo i costi delle attività svolte sul territorio che vogliamo rendere più intelligente.

Eppure modalità meno complesse e più efficaci sono possibili. Ammettere qualsiasi coalizione di innovatori e giudicare le proposte sulla base di una serie di risultati – in termini di miglioramento della qualità vita da negoziare con le città beneficiarie – ai quali condizionare una parte del pagamento. Far scegliere – nell’ambito di specifiche priorità che devono essere stabilite da chi governo - a operatori finanziari specializzati (venture capitalists) i progetti di innovazione nei quali essi fossero disponibili a rischiare i propri capitali, in maniera da potersi avvalere di competenze specialistiche e aumentare le risorse da investire. O ancora puntare a valorizzare il talento che la legge (talent back) approvata lo scorso anno grazie al sostegno da deputati appartenenti a tutti gli schieramenti, si propone di riportare in Italia e nel Sud attraverso incentivi fiscali.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. E probabilmente sono tanti, troppi, quelli dai quali un Governo che costituisce forse l’ultima opportunità per l’Italia ed un Ministro come Francesco Profumo devono difendere le proprie intenzioni. È forse questa la sfida principale di un qualsiasi tentativo riformista: far passare il cambiamento attraverso strutture che da quel cambiamento rischiano di essere spiazzate.

Certo ci vorrebbe più tempo, più organizzazione, forse una maggiore legittimazione politica.  E, tuttavia, se la sfida della crescita è così drammatica e se questo Governo ha il vantaggio - come il presidente del Consiglio continua a ripetere - di non dover rincorrere il consenso, non esiste alternativa: occorre ribadire quali devono essere i punti d’arrivo e chiarire di essere disponibili a fermarsi se essi si rilevassero non più raggiungibili.

Articolo pubblicato il 17 aprile 2012 su Il Mattino

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Di Francesco Grillo (del 11/04/2012 @ 10:23:21, in Questioni italiane, linkato 616 volte)

Pochi sanno che la Lega, fondata venticinque anni fa da Umberto Bossi, è il più antico partito d’Italia.  Ed è uno dei dati che maggiormente sorprendono i giornalisti stranieri che cercano di capire la politica italiana da Paesi abituati all’alternarsi di partiti fondati subito dopo o molto prima della seconda guerra mondiale. In effetti, il primato del movimento padano è dovuto in gran parte proprio agli scandali che travolsero vent’anni fa i partiti della prima repubblica e che oggi, per una sorta di nemesi, rischiano di far sparire la Lega che su quella crisi costruì le sue fortune.

La sensazione è che per i partiti politici l’abuso di denaro pubblico abbia assunto la dimensione della inevitabilità e che un qualsiasi finanziamento pagato con le tasse degli italiani sia – proprio come ai tempi del referendum del 1994 - improponibile. Tuttavia, il paradosso è che proporre di azzerare i finanziamenti equivale a buttare il bambino con l’acqua sporca. Ciò che invece è indispensabile è una riforma radicale dell’intero sistema che va dalla definizione di cosa è un partito nel nostro ordinamento giuridico fino alla disciplina dei rimborsi: riforma i cui tempi non possono essere quelli del decreto legge del governo.

In effetti il finanziamento pubblico – fu la Germania il primo paese europeo a introdurlo nel 1959 per i partiti e la Svezia nel 1965 per i gruppi parlamentari – esiste in tutti e ventisette i paesi dell’Unione. Tra le grandi democrazie fa eccezione gli Stati Uniti dove le critiche sugli effetti di un sistema totalmente legato ai finanziamenti privati sono condivise persino dall’uomo che ha vinto le ultime elezioni presidenziali.

In effetti, in uno studio di qualche anno fa del Consiglio d’Europa si sottolinea l’importanza di finanziare con denari pubblici il costo della democrazia per evitare che si creino debiti di riconoscenza nei confronti di imprese e interessi forti. Del resto anche in Italia nel 1974 il finanziamento pubblico ai partiti fu proposto da uno dei politici più onesti della storia della Repubblica - l’onorevole Flaminio Piccoli - proprio come risposta al primo grande caso di corruzione quando tutti e quattro i partiti di governo furono accusati di aver ricevuto fondi da una grande azienda pubblica.

Ha, dunque, almeno in parte ragione il segretario del PD quando dice che senza finanziamento pubblico ci ritroveremmo di nuovo nelle mani di un pifferaio magico in grado di spendere miliardi. Tuttavia, se il principio è giusto, quello che Bersani dimentica è che anche il finanziamento pubblico non ha evitato negli ultimi vent’anni né l’avvento al potere dei pifferai, né l’ulteriore aggravarsi della corruzione rispetto ai livelli che produssero la liquidazione di un’intera classe politica.

Quello che è stato del tutto sbagliato è il modo in cui i partiti hanno (auto) regolato l’erogazione di denaro pubblico e ne hanno utilizzato i proventi.  A partire dal titolo stesso della legge del 1999 con il quale si introducono “rimborsi” che sono nella lettera degli articoli che seguono a tutti gli effetti “finanziamenti” non sottoposti a rendicontazione: lo scopo era quello di aggirare la volontà espressa dagli elettori senza accettare, invece, un dibattito costruttivo, autocritico sui problemi di una democrazia che è da rifondare.

Una revisione del sistema complessivo avrebbe, in realtà, lo stesso rango – in termini di complessità e interesse per beni comuni – della legge elettorale e cinque, a mio avviso, ne dovrebbero essere le priorità. 

Bisognerà, innanzitutto, limitare il finanziamento al rimborso di costi certificati.

Contemporaneamente, però, si dovrà  ma abbassare il tetto ai limiti di spesa per le campagne elettorali (ed estenderlo, peraltro, a tutte le competizioni politiche visto che esso non c’è , ad esempio, per le elezioni dei sindaci) saltato per aria con le disposizioni che consentono ad un candidato di moltiplicare tale soglia per il numero di circoscrizioni nelle quali si candida. La strada più efficace per disciplinare gli effetti perversi di dover trovare il modo per finanziare le campagne elettorali rimane, infatti, quella di limitarne il massimo costo possibile. Come fanno in maniera molto chiara da comprendere e far rispettare in Inghilterra.

Occorrerà, poi, limitare (in Francia sono vietate) le donazioni al di sopra di un certo tetto ed incoraggiare – attraverso forti deduzioni fiscali – i contributi al di sotto di quella soglia per far tornare i partiti ad essere movimenti di massa.

In quarto luogo, bisognerà, poi, avere il coraggio di legare il costo della politica alle prestazioni e al gradimento che essa complessivamente riscuote tra i cittadini. La crescita dell’astensione, ad esempio, non deve più essere solo un argomento per finte “prese di coscienza” nei salotti televisivi, ma avere conseguenze sul piano economico: la più recente delle diciotto proposte di legge sulla riforma del sistema dei partiti, presentata da Sandro Gozi e costruita attraverso una consultazione sulla rete, prevede che l’ammontare complessivo dei rimborsi elettorali venga ridotto quanto più aumenta il numero di cittadini che decide di non votare.

Se i cittadini mostrassero di continuare ad avere sfiducia nella offerta politica nel suo complesso, ci sarebbe un incentivo concreto per i partiti a trovare delle soluzioni condivise e ad abbandonare la retorica dalla rissa finalizzata a discreditarsi a vicenda: i risparmi potrebbero essere inoltre dedicati a rendere più agevoli forme di partecipazione alternative a quelle organizzate dai partiti che sono rese possibili dalle tecnologie e che i costituenti dell’articolo quarantanove sembrano aver profeticamente previsto. 

Infine, però, il presupposto per rendere praticabili queste proposte è la piena realizzazione della trasparenza nei bilanci dei partiti, la certificazione della democraticità delle regole che ne disciplinano la vita all’interno, l’introduzione di sanzioni chiare e il riconoscimento giuridico che, da tempo, dovrebbe essere stato presupposto di un qualsiasi trasferimento di risorse dei contribuenti italiani.

I partiti politici, messi in panchina dal governo tecnico, hanno in questi mesi la possibilità di affrontare queste questioni con visione, pragmatismo e senza scorciatoie. Con il coraggio di chi sa che il suo monopolio si sta dileguando. L’alternativa è che tra venticinque anni molto probabilmente ancora una volta avrà venticinque anni il più antico partito politico d’Italia.

Articolo pubblicato su Il Mattino del 10 Aprile 2012

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Di Francesco Grillo (del 05/04/2012 @ 18:03:41, in Questioni italiane, linkato 550 volte)

La newsletter di Vision di questa settimana invitava i visionari a fare una riflessione (auto) critica sui limiti di una battaglia per il merito che dopo quindici anni, ma anche nell’anno zero di quella che potrebbe essere una stagione nuova per la politica italiana, dovremmo dichiarare di aver perso.

Come dimostrano i numeri di quella che gli economisti chiamano produttività. E più nel micro evidenze come quella dell’età dei ricercatori universitari che addirittura appaiono dire che il problema comincia paradossalmente proprio quando abbiamo cominciato a lamentarcene all'inizio degli anni novanta. Ma soprattutto l’assenza di un qualsiasi dibattito serio sul valore che istituzioni e amministrazioni pubbliche forniscono ai cittadini quando – ciclicamente – infuriano le polemiche sul loro costo.

Dopo quindici anni quell’imperativo a cui tutti si richiamano appare aver prodotto tutt’al più una fiorente industria editoriale sul merito, appunto.  Forse perché da tutti invocata, la meritocrazia è da tutti tradita. Nelle scelte concrete. In quelle che facciamo giorno dopo giorno.

Perché? Non è solo una domanda per gli storici che verranno e che cercheranno di ricostruire le ragioni per le quali un paese importante riuscì un giorno a fermarsi completamente come nella fiaba della bella addormentata.  Ma per quelli che vorrebbero evitare di fare gli stessi errori adesso che il momento della svolta obbligata è arrivato davvero grazie all’esaurimento delle risorse finanziarie che per quindici anni hanno sostenuto un sistema di potere costretto oggi a cambiare per sopravvivere.

Era questa la domanda che abbiamo posto: i visionari si sono divisi e ne abbiamo raccolto in questo numero del web magazine alcuni commenti.
Una questione però ci sembra di dover precisare.

Quella completamente sbagliata della scelta tra competizione e coesione.

Appartiene ad un vecchio schema ideologico quello di dover scegliere tra il soddisfacimento dei bisogni minimi e l’attrazione dei talenti.

Non è aritmeticamente vero che bisogna porsi il secondo problema solo dopo aver risolto il primo perché una società che spreca le proprie risorse non ne ha più per assicurare a tutti pari opportunità. Ed è falso che chi decide di andare in giro per le università più prestigiose appartenga necessariamente a classi superiori.

Il problema dell’Italia non è solo o tanto che le differenze di reddito aumentano ma anche e soprattutto che tali differenze hanno smesso di svolgere la propria funzione che è quella di allocare maggiori risorse a chi è in grado di far crescere maggiormente la ricchezza complessiva di una comunità. Siamo diventati un paese più iniquo ma soprattutto un paese nel quale dalla parte premiata della piramide sociale ci sono parassiti e gestori di fortune altrui.

È questa idea che la competizione possa danneggiare la coesione che porta a fare quelle scelte concrete che tradiscono il merito. Come quelle che recentemente ha fatto persino questo governo al quale Vision è vicina per linguaggi e interessi: in un provvedimento che destina risorse importanti alle "città intelligenti" nel Mezzogiorno decide che gli "innovatori sociali" meritevoli del supporto di una politica pubblica provengano necessariamente  da associazioni non profit costituite esclusivamente da giovani residenti nel sud e con meno di trent’anni.

Come se la ricerca possa prescindere dalla voglia sana di farci soldi in maniera trasparente. Come se negli Stati Uniti e in Europa l'industria del venture capital non fosse nata anche grazie ad un intervento dello Stato. Come se l'innovazione possa essere prodotta in isolamento da territori ridotti dall'emigrazione a "deserti generazionali" (come dice SVIMEZ), senza coinvolgere tecnologie, persone, talenti che hanno fatto esperienze altrove. Come succede per qualsiasi innovazione.

Non è in contraddizione la voglia di eccellere e la creazione di una rete di sicurezza per tutti. E qualcuno dovrebbe spiegare che persino ai protetti, ai privilegiati, a quelli che andavano in pensione a cinquanta anni fa bene ricominciare a gestire l’incertezza, riabituarsi al rischio, accettare una sfida. Per sentirsi vivi, per recuperare senso del proprio essere utile agli altri. E in definitiva per essere più "felici" che è misurazione molto più efficace del prodotto interno lordo del nostro benessere.

Una cosa sorprende quando ci chiedono dei fatti nostri a Londra o a New York (laddove pure americani e inglesi hanno problemi di ascensori sociali non più funzionanti). Loro una parola per “merito” non ce l’hanno. E ancora meno esiste il termine “meritocrazia”. Forse perché danno per normale che una società che non mette le proprie risorse su persone e organizzazioni e idee capaci di moltiplicarle con il lavoro e con lo studio, è destinata a morire.

Piuttosto che parlare di “meritocrazia” dovremmo parlare di normalità. Che non significa essere medi o mediocri o come gli altri. Ma essere a “norma”, seguire quelli che – Adamo Smith che era un filosofo morale – avrebbe definito principi etici. Resi tali dal loro essere connessi ad una questione di sopravvivenza di una intera società.

Competitivi e coesi. Giovani e vecchi. Maschi e femmine. Autoctoni e immigrati. Già perché una società inefficiente, che, cioè, spreca, è, anche, in degrado morale, smarrita, depressa. Destinata a non sopravvivere.

Quello che abbiamo sbagliato è il linguaggio. Abbiamo fatto capire che la “meritocrazia” era una cosa che tutt’al più interessava qualche partner di McKinsey e noi che – con sacrifici enormi – studiavamo alla London School of Economics. Ed invece è un vessillo rivoluzionario. Una cosa che, in questi giorni di Pasqua, cercherò, con più calma, di spiegare a Chiara e a mio padre.

Se riusciremo a farci capire avremo forse trovato la chiave per vincere. 

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