Francesco Grillo
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Francesco Grillo (del 01/02/2012 @ 12:04:31, in  Democrazia, linkato 13 volte)

Il dibattito sui costi della politica è probabilmente il simbolo più potente della frattura che da tempo si è consumata in Italia tra governati e governanti.
Anche quando i parlamentari decidono spontaneamente di diminuire i propri privilegi con misure concrete come quella del passaggio dai vitalizi alle pensioni legate ai contributi versati, la risposta di media e opinioni pubbliche è di totale scetticismo. È come se non ci fosse più tempo per campagne di riduzione del costo della classe dirigente, perché essa ha ormai rinunciato – come certifica il Governo tecnico nato per manifesta incapacità di tutti i partiti politici a gestire la crisi – a svolgere il proprio ruolo. Se allora è così, deve esserci un problema  nell’approccio stesso alla questione della riduzione dei costi della politica.

A questo proposito lo studio pubblicato dal think tank Vision qualche giorno fa e presentato ad un evento al quale hanno partecipato diversi parlamentari, fornisce almeno tre elementi di riflessione e proposta.

In primo luogo, i numeri dicono che è sbagliato porsi come obiettivo quello della diminuzione delle retribuzioni dei parlamentari – come pure stabilisce con coraggio la Finanziaria dello scorso Luglio - e che sarebbe molto più efficace stabilire di voler allineare alle medie europee il costo del parlamento nel suo complesso. In effetti, se si considera la Camera dei deputati, essa costava l’anno scorso di più del parlamento di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna messi insieme.

Tuttavia, la vera sorpresa nel leggere i bilanci dei parlamenti è che per quello italiano la metà della spesa è prodotta dai dipendenti, mentre solo un quarto dagli stipendi e dalle pensioni dei seicentotrenta deputati. Il confronto diventa ancora più stridente se si considera che la maggior parte dei dipendenti dei parlamenti degli altri paesi sono giovani assistenti parlamentari specializzati in economia e diritto, mentre quelli italiani sono commessi e stenografi e che, tuttavia, i dipendenti del Senato percepiscono compensi quattro volte superiori a quelli dei propri omologhi della House of Lord. Insomma, prendere di mira le retribuzioni dei parlamentari significa porsi il problema sbagliato. Del resto – come dimostra lo studio di Vision – cinque anni di riduzioni (come quella di ieri) delle retribuzioni dei parlamentari in Italia, non hanno impedito che il costo del parlamento più costoso di Europa aumentasse di più di quello delle altre assemblee nazionali.

Certo qualcuno potrebbe concludere sulla base di queste evidenze che il “costo della politica” non è colpa dei deputati e dei senatori. Rimane però un dubbio: perché i parlamentari italiani hanno – per cinquanta anni – tollerato che accanto a loro, fisicamente accanto a loro, si sviluppasse la meglio pagata di tutte le caste, al punto tale da compromettere la propria legittimità?

Il secondo limite dell’approccio delle iniziative istituzionali sui costi della politica, è che non si riconosce a sufficienza che il parlamento italiano è solo la punta dell’iceberg che ci ha affossato. La camera costa per cittadino molto di più di quelle di paesi ben più forti. E, tuttavia, non meno impressionanti sono i numeri relativi alle assemblee regionali: il parlamento della regione Sicilia – la regione con il più basso tasso di occupazione tra le duecentocinquanta regioni europee – costa il doppio del parlamento spagnolo. Ma non meno scalpore desta il confronto tra le regioni a statuto ordinario: non si capisce perché l’assemblea regionale del Lazio costa per cittadino il doppio di quello della Lombardia.

È evidente che se è un enorme iceberg quello da affrontare, non possono bastare gli interventi che ne scalfiscono la punta.

Il terzo problema è però quello più importante: non esiste alcun meccanismo che colleghi il costo di un’istituzione al valore che quella istituzione riesce a generare per i propri cittadini. Il problema è, ovviamente, non solo italiano: la discussione che, da anni, è in corso nei paesi che hanno inventato il concetto di democrazia, dimostra che non esistono ricette pronte per risolverlo. 

Legare l’indennità dei deputati al numero di presenze o, persino, alle leggi prodotte è solo un altro errore: non è necessariamente vero che una presenza in aula valga più di una sul territorio o in un organismo internazionale o che un paese come l’Italia abbia bisogno di altre leggi.

Più interessanti sono le ipotesi – raccolte da Vision - di legare il costo dei parlamenti a parametri – da predefinire - come la crescita economica, la riduzione delle diseguaglianze o, persino, i tassi di interesse sul debito pubblico rispetto a paesi simili.

Ancora meglio sarebbe dare un valore all’astensione – atto legittimo in una democrazia evoluta – definendo i rimborsi elettorali non sulla base del numero degli aventi diritto al voto ma dei voti effettivamente espressi: ciò incoraggerebbe in maniera concreta i politici a curarsi anche della popolarità della politica nel suo complesso e ad evitare di screditarsi reciprocamente.

Sono innovazioni profonde ma non provocazioni. È necessario infatti rassegnarsi all’idea che – come ricorda il Presidente Napolitano – le istituzioni della democrazia sopravvivono solo se cambiano adattandosi a contesti nuovi.

Bisognerebbe però che i parlamentari la smettessero di giocare in difesa - concedendo tagli come quello di ieri che vale meno dell’uno per cento del costo del parlamento - e passando all’attacco con una proposta di ripensamento radicale del funzionamento dello Stato. Rinunciando, peraltro, all’esercizio di qualsiasi altra attività – come proposto dal deputato Gozi –  mentre esercitano un ruolo che è l’onore più alto che può capitare a chi fa parte di questa comunità nazionale.

La politica dovrebbe insomma ricominciare a fare la politica recuperando il senso strategico e la caratura morale che a questa attività sono associati.

È l’unica operazione che il governo dei tecnici non può realizzare. Ma è indispensabile per ritrovare nelle istituzioni quel punto di riferimento di cui qualsiasi paese ha bisogno.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Mattino del 1 febbraio

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Di Francesco Grillo (del 24/01/2012 @ 12:10:49, in Questioni italiane, linkato 47 volte)

Fu proprio uno sciopero ad oltranza dei camionisti a stroncare quaranta anni fa un processo di trasformazione democratica di un paese in gravissima crisi economica: non è la prima volta che una minoranza aggressiva dimostra di poter bloccare tutto e far affogare tentativi di cambiamento.

La politica dell’interesse generale che il Governo dice di voler perseguire ha, in effetti, bisogno di consenso diffuso e di un impegno più forte da parte dei partiti perché i rischi di una definitiva disaggregazione della società italiana sono ancora molto alti: questo è il messaggio politico che arriva dalla giornata dello sciopero dei camionisti che ieri ha paralizzato tutto il paese dopo che la rivolta dei forconi avevano, di fatto, isolato la Sicilia dal resto del mondo per una settimana.

Il paradosso della protesta è che essa esplode proprio il giorno dopo un decreto sulle liberalizzazioni che per la prima volta fornisce una soluzione a tutti i problemi – uno per uno - che gli stessi autotrasportatori dichiaravano di avere. Il problema però è che il governo affronta la questione dei costi che sta affossando tante imprese non in risposta alle rivendicazioni di una singola categoria, ma con una logica – tante volte invocata e solo stavolta realizzata – di interessi generali. Deve essere per questo motivo che i capi degli scioperanti impegnati a fare quanto più male è possibile al paese in maniera da raggiungere le prime pagine, non si sono presi il fastidio di andare a leggere il testo di una legge che avrebbe completamente spiazzato le ragioni della protesta.

Se, infatti, il contenimento dei pedaggi delle autostrade, del costo del carburante e dei premi delle assicurazioni fossero, davvero, state le preoccupazioni più forti di chi ha messo i TIR di traverso ai caselli autostradali, il movimento non avrebbe potuto fare a meno di identificare in questo governo il suo migliore alleato. In effetti tra i punti in assoluto più qualificanti del decreto approvato venerdì c’è l’istituzione di un’autorità più forte di quanto non fosse l’ANAS per determinare i massimali che i gestori della rete autostradale devono rispettare quanto fissano i prezzi. Alle assicurazioni, poi, è dedicato un’intera parte della legge che impone agli intermediari di informare sui prezzi fatti da più concorrenti, sanziona più pesantemente le frodi e consente una riduzione delle polizze per chi accetti ispezioni e monitoraggi satellitari sullo stile di guida adottato. Sui carburanti , infine,si accelera sulla separazione tra distribuzione e compagnie – avvantaggiando i gestori – e imponendo a questi ultimi di vendere più marchi in maniera da consentire più scelta ai consumatori e prezzi più bassi.

Certo nella logica delle liberalizzazioni, il governo non abbassa i prezzi d’imperio in maniera lineare per tutti quelli che appartengono ad un dato settore industriale in difficoltà. Crea, invece, i presupposti per fare in modo che sopravvivano le imprese più produttive e che, anzi, esse sostituiscano quelle più inefficienti. Si tratta di un approccio – “cambiare per sopravvivere” – che è ideologicamente, diverso da quello di chi vorrebbe il sussidio per tutti. E tuttavia è una strada che non ha alternative, perché le risorse per i salvataggi indiscriminati non ci sono più.

Del resto è proprio la mancanza di concorrenza che determina in Sicilia i prezzi più alti della benzina che tanto hanno indignato il movimento dei forconi che ha anticipato la protesta di ieri; sui pedaggi autostradali, invece, i camionisti siciliani semplicemente sembravano ignorare che le tariffe esorbitanti che si pagano sulla Messina Palermo sono decisi dalla Regione e non dal Governo nazionale.

Non sono le argomentazioni razionali che motivano proteste di questo tipo. Del resto, se una colpa nei confronti della categoria questo governo ce l’aveva, il decreto liberalizzazioni trova anche il tempo di eliminare dalla lista delle possibili rivendicazioni la protesta per l’aumento dell’accise sul gasolio deciso con la finanziaria del dicembre 2011: viene deliberato, infatti, che i maggiori oneri che ne conseguano vengono infatti rimborsati agli autotrasportatori in anticipo.

Ma non meno paradossale è il fatto che tutto ciò sia stato persino riconosciuto da circa novantamila autotrasportatori che non hanno aderito alla protesta: sono bastati settemila TIR a paralizzare - sulla base di una rivendicazione largamente pretestuosa - il paese. Ed è questo forse il nodo della vicenda.
Più che la sospensione della democrazia che i leghisti invocano per saldare la protesta del Nord a quella del Sud, ci troviamo di fronte ad una sospensione delle regole che consente ad una minoranza ben organizzata di prendere in ostaggio un sistema economico e logistico. Sistema che è comunque estremamente vulnerabile e che ha estremo bisogno per ridurre la propria fragilità di trasformazioni strutturali – inclusa quella di diminuire la dipendenza dal trasporto su gomma, visto in Germania circolano la metà dei camion che affollano le autostrade italiane ed è doppia la quota di merci che viaggiano in treno rispetto a quella del nostro paese.

È questa la fase più delicata del processo di cambiamento che il governo Monti ha avviato. I rischi di fallimento sono ancora elevatissimi proprio per questa fragilità che il cambiamento può accentuare e diventano ancora più gravi se continuano ad esserci sulla scena politica due soli soggetti: da una parte il governo, dall’altra la piazza che fa cortocircuito di malesseri diffusi e interessi tra di loro persino contrastanti. Il governo dei tecnici non è, in questo senso, sufficiente: c’è bisogno di partiti politici che riprendano a mediare perché altrimenti rinunciano definitivamente al proprio ruolo. E di opinioni pubbliche in grado di contrapporsi - in maniera civile ma forte, visibile, attraverso denunce e organizzando magari alternative a servizi pubblici interrotti - agli interessi di minoranze che rischiano di vanificare i sacrifici di tutti.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Mattino del 24 gennaio  

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Di Francesco Grillo (del 18/01/2012 @ 13:05:02, in Questioni italiane, linkato 111 volte)

Devo ammettere che trovo sproporzionate le dimensioni del buco nero mediatico che ha ingoiato per una settimana qualsiasi altro discorso che avesse a che fare con il futuro dell’Italia in un momento difficilissimo. La sensazione è che l’ennesimo reality show sia stato montato su tragedie umane che meritano, invece, silenzio e discrezione. La registrazione della telefonata che è avvenuta nella notte dell’affondamento tra il comandate della nave e la capitaneria di porto, consegna, però, una rappresentazione straordinaria di quella che è una condizione che riguarda tutto un paese, un’intera società e non solo quella italiana. Se la battaglia per il merito – troppo volte sterile, salottiera, ipocrita, tecnica e senza passione – ha bisogno di un simbolo, lo trova al contrario nei personaggi di questa storia.

Da una parte, inadeguatezza professionale, assenza di responsabilità e, soprattutto, totale incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni: un ritratto raccapricciante e potente di quasi tutta la classe dirigente che comanda in Italia.

Comandanti che a tutti i livelli governano navi lunghe 300 metri che affondano, per fare l’inchino all’amico come se stessero su un canotto; Aziende Sanitarie Locali che servono centinaia di migliaia di cittadini e di cui dopo decenni di parole non siamo neppure in grado di misurare i risultati; quello che rimane di banche e assicurazioni, che in un paio di anni hanno perso il novanta per cento del proprio valore; amministrazioni comunali e regionali che gestiscono grandi marchi turistici senza neppure essersi mai posti il problema di sapere chi sono i propri clienti e i propri concorrenti.

La posizione del comandante Schettino dovrà ovviamente essere giudicata in un processo ed è umano tener conto della tragedia sua e della sua famiglia che si aggiunge a quella delle vittime. Tuttavia, nelle parole di Schettino trapela il dramma del paese: sono impiegati, piccoli e irresponsabili, incapaci di decidere, prima ancora che raccomandati, quelli ai quali la logica della fedeltà ha consegnato un intero paese. E la malattia non è solo italiana. È l’intera società occidentale stordita prima dal benessere e poi dall’urgenza di doverne rallentare l’erosione, che ha preferito una tranquillità effimera, l’amministratore di condominio, il comandante che nega la tragedia fino alla fine a chi può avere la controindicazione di dire la verità e richiamare tutti alle proprie responsabilità.

E, tuttavia, d’altra parte per ogni comandante Schettino c’è un capo della capitaneria di porto di Livorno pronto ad indignarsi e ad esplodere. E volontari disposti a rischiare la vita. Perché quando la nostra collettiva e individuale negligenza ci ha portato sull’orlo del fallimento, scatta, comunque, una molla che trasforma persone normali in eroi. E tuttavia io credo che sia venuta l’ora che le persone normali si fermino. Che non scappino più. Che pretendano con forza – con una forza dieci volte superiore ai tanti privilegiati che si agitano in questi giorni di liberalizzazioni - che tutti gli impiegati che hanno fatto – per nostra inedia e indifferenza – questo golpe silenzioso e strisciante ritornino, effettivamente, a casa. Ma da ex comandanti. Da chi comandante lo è stato per caso.

In fin dei conti la tragedia della Concordia sembra replicare il Titanic al contrario. Stavolta non c’è una nave pensata per sfidare il mondo, non ci sono iceberg, non ci sono, neppure, mostri avidi di denaro e eroi innamorati: ci sono persone piccole che cumulando tante non scelte producono il lento rovesciamento di una nave costruita per divertire. Un affondamento lento che quando diventa irreversibile immancabilmente trasforma persone normali in eroi, che si ricordano che mai si abbandonano altri esseri umani in difficoltà: perché ciò definisce la nostra umanità.

È questa la questione morale, il sonno della ragione, il fantasma che dobbiamo sconfiggere. Soprattutto dentro di noi. Soprattutto in gente normale che pure ha fatto tanti sacrifici studiando e lavorando in giro per il mondo e che assurdamente si è fatta chiudere nella gabbia dei cervelli in fuga. Riprenderci il futuro, approfittando dell’occasione storica di dover cambiare. Senza aspettare il disastro per urlare ai mille incapaci che hanno rubato il paese più bello del mondo che è arrivato il momento che altri dimostrino il senso di responsabilità, la voglia di imparare che nessuno da loro ha mai preteso.

Forse è questo il senso profondo del duemiladodici che comincia per Vision tra qualche giorno a Bertinoro.

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Di Francesco Grillo (del 17/01/2012 @ 09:24:52, in Questioni italiane, linkato 158 volte)

Ha torto chi ritiene che la crescita si faccia solo o prevalentemente con ulteriori iniezioni di investimenti pubblici. Come ricorda Monti, è attraverso le liberalizzazioni che si ottiene l’effetto di spostare – in maniera strutturale – risorse economiche scarse da territori non produttivi a quelli di chi è in grado di utilizzarle generando ricchezza. Ed è altrettanto sbagliato sottovalutare – all’interno del pacchetto delle deregolamentazioni – la portata simbolica e pratica dell’intervento sui taxi.

Si tratta di un’azione di grande rilevanza che – a differenza di ciò che ci si aspetta da altre liberalizzazioni che sono finalizzate alla riduzione dei prezzi di determinati servizi – ha l’obiettivo di aumentare un’offerta di un servizio pubblico che attualmente è del tutto inadeguata rispetto alle domande di un paese moderno.

I dati sono chiarissimi. In tutta Italia, secondo le stime dell’ACI, sono in circolazione poco più di ventimila auto bianche: un numero che è pari ad un terzo dei taxi a Londra e di poco superiore a quelli disponibili nella sola Parigi (vedi grafico 1 su numero taxi rispetto al numero automobili in circolazione).

 

Grafico 1: Offerta di taxi in alcune città italiane ed europee, Numero taxi per ogni 1000 automobili in circolazione (2006)

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Vision su dati ACI, Transport for London, EIM


Per la verità, la situazione si presenta differenziata per città: secondo la Banca d’Italia, se nel 2005 a Milano ogni mille residenti c’erano quasi quattro taxi, a Roma il numero era di poco superiore a due ed ancora più forte diventa il ritardo della capitale se si dividono le automobili disponibili per il numero di arrivi in aeroporto. Del resto, l’insufficienza delle riforme tentate da sindaci sempre timidi su questo fronte, è dimostrata da quello che successe appunto a Roma nel duemila e sette.

Il sindaco Veltroni per riuscire ad aumentare di circa un quarto il numero di licenze, dovette accettare la diminuzione di un terzo delle ore di lavoro garantite per vettura: un gioco delle tre carte alla fine del quale l’effettiva disponibilità di automobili nelle ore di punta è – secondo i dati del Comune – addirittura scesa. Con guadagni immutati per il singolo tassista visto che la negoziazione con la potente lobby passò anche attraverso un robusto aumento delle tariffe.

 

Grafico 2: Disponibilità taxi in  ore di punta (8-10 e 17-19) a Roma, dopo aumento licenze nel 2007

Fonte: Vision su dati Agenzia per i servizi pubblici di Roma

Insomma in Italia – come per gli avvocati, i commercialisti e i notai – si parte dal presupposto che sia il cittadino a dover cercare il taxi, mentre in qualsiasi altra parte del mondo sono i tassisti che si cercano girando i clienti. Con risultati disastrosi per tutti.

In termini di maggiore traffico perché la mancanza di offerta – le analisi fatte dimostrano che una chiamata su quattro rimane inevasa per mancanza di vetture disponibili – e la sua scarsa flessibilità – le giornate di pioggia dimostrano che i taxi non si trovano proprio quando ce n’è un bisogno maggiore – significa che molti vi rinunciano.

Di occupazione perché per ventimila tassisti in Italia, ci sono quarantamila giovani iscritti alla camera di commercio nel ruolo di conducente ma non lavorano per mancanza di licenza.

Di immagine e credibilità del paese nei confronti di milioni di turisti, professionisti, possibili investitori stranieri per i quali il servizio taxi è parte fondamentale dell’esperienza vissuta in Italia: è evidente che a determinare uno dei dati più preoccupanti per l’economia italiana – il ventinovesimo posto nella classifica degli investimenti esteri attratti lo scorso anno - pesa anche il giudizio che uno straniero formula sul paese quando si trova a dover rincorrere – come pretendono le vestali delle caste italiane – un signore in auto bianca che dovrà comunque pagare.

La strada è quella intrapresa dal governo con la bozza sulle “liberalizzazioni a tutela dei consumatori”: aumentare l’offerta a livelli comparabili alle medie europee. Tale provvedimento, come dimostrano le serie storiche, non avrebbe l’effetto – in una situazione di offerta non soddisfatta - di diminuire i prezzi e danneggiare i conducenti attuali quanto, piuttosto, di aumentare i ricavi di chi ha più voglia di lavorare.

Il cumulo di permessi e la possibilità di fare sconti consentirebbe, poi, la nascita di vere e proprie imprese capaci di innovare e servire – con vetture più piccole - segmenti di popolazione che oggi non considerano neppure di usare il taxi. Il rischio, tuttavia, di sostituire la casta dei padroncini con un monopolio privato, come dimostra la storia delle privatizzazioni all’italiana, esiste e va controllato e prevenuto come fosse una pericolosa malattia.

Nel medio periodo è inevitabile, però, fare di più: abolire progressivamente la licenza perché non ha senso che l’esercizio di un’impresa in un settore come questo sia ristretto da una così esplicita violazione del diritto a competere. La compensazione per i possessori dei permessi acquistati più di recente potrebbe essere rappresentata da sgravi fiscali – ad esempio, in termini, di abbassamento delle aliquote per un certo numero di anni - che sarebbero ampiamente superati dalla occupazione e dal reddito addizionale generati dall’abolizione delle licenze. Peraltro, ciò potrebbe essere accompagnato dall’introduzione dell’obbligo di automatica generazione di uno scontrino fiscale collegato al tassametro in maniera da annullare l’evasione.

Benché i tassisti abbiano senz’altro il diritto ad essere accompagnati verso una situazione di maggiore competizione che all’inizio può danneggiare aspettative consolidate, essi non possono, però, avere la pretesa di bloccare tutto il paese come fanno oggi occupando spazi pubblici per protestare contro una riforma di buon senso e ogni giorno con un servizio insufficiente.

Confrontando i due interessi - quello di circa ventimila conducenti provvisti di licenza e quello di sessanta milioni di italiani che comprendono quarantamila giovani conducenti senza lavoro  – non vi è ovviamente confronto. Tuttavia, i portatori dell’interesse più piccolo hanno finora sempre vinto – come sa bene Bersani - grazie alla capacità di organizzare la propria protesta.

Quella dei tassisti diventa, allora, una battaglia simbolicamente decisiva per il cambiamento del paese perché questa, come nessun’altra, avrà bisogno del consenso dell’intera opinione pubblica che non può rimanere inerte rispetto alla esigenza di dover superare la logica delle corporazioni.

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L’insediamento del governo presieduto da Mario Monti ha segnato soprattutto una novità sul piano dei simboli: dopo vent’anni di Seconda Repubblica si è ottenuto che una classe politica complessivamente impopolare facesse un passo indietro, ottenendo in cambio la possibilità di riprendere fiato e di lasciare ad altri decisioni difficili.

Tuttavia, la manovra illustrata ieri sera dal premier delude, almeno in parte, le aspettative di chi si attendeva che alla discontinuità in termini di toni, seguisse un cambiamento di contenuti. È vero – come ha sottolineato il ministro Giarda – che il vincolo più forte è stato quello dei tempi e, tuttavia, il margine di miglioramento di questa manovra non è quello della correzione dei singoli errori ma di un suo inserimento in una strategia complessiva che ancora non si vede. Con il risultato che, al momento, il provvedimento appare carente sia dal punto di vista dell’equità che di quello della crescita economica.

Sul fronte dell’equità sono state le lacrime di una persona dalla onestà intellettuale del ministro Fornero a certificare che la finanziaria chiede il sacrifico più grosso a persone che navigano tra il ceto medio e quello basso. Ai pensionati che ricevono trattamenti tra i cinquecento e i duemila cinquecento euro lordi al mese, ai quali persino il governo Berlusconi evitò nel Luglio scorso di congelare le pensioni rispetto all’inflazione, la manovra chiede – secondo stime che faccio sulla base dei numeri dell’INPS e sul testo ancora provvisorio del provvedimento – quasi quattro miliardi di euro che è poco meno di un quarto delle maggiori entrate previste. Più equo sarebbe stato aumentare le aliquote, come in parte è stato fatto con i “contributi di solidarietà” delle precedenti finanziarie, solo a quelli che invece godono o hanno goduto nel passato di trattamenti pensionistici superiori ai contributi versati. Ciò avrebbe dato la possibilità di fissare definitivamente una distinzione – che i sindacati devono riconoscere - tra privilegi e pensioni che rispondono ad un criterio di protezione sociale che è riconosciuto ovunque nel mondo.
 
Questione simile vale per le case. Giusto tassarle e del resto negli immobili di maggiore pregio è concentrato una parte consistente del valore cumulato di abusi ed evasioni. Il meccanismo più trasparente sarebbe, anzi, quello di destinare gli introiti di una patrimoniale una tantum direttamente all’abbattimento del debito pubblico. E, tuttavia, non si capisce la ragione per la quale le aliquote sulle case non debbano essere progressive al valore dell’immobile, e perché oltre al giusto vantaggio per le prime abitazioni non si è approfittato di questa opportunità per prevedere un’addizionale per quelle che risultano non utilizzate.

Ma è sul fronte dell’efficienza e della crescita che questa manovra lascia ancora più perplessi. Non tanto per la qualità dei singoli interventi, ma per la mancanza di una strategia complessiva di cambiamento, nonché per l’approccio stesso al problema che il testo del provvedimento fa presumere.

La manovra nel suo complesso sarebbe, infatti, diversa se solo provassimo a cambiare il nome della questione da affrontare e piuttosto che parlare prevalentemente di sacrifici necessari per “salvare l’Italia”, pensassimo a questa crisi come all’occasione - storica – per cambiare l’Italia in maniera radicale: spostando risorse dai ceti improduttivi a chi lavora ed innova. In termini, soprattutto, di maggiore contributo al risanamento per i primi e minori tasse per i secondi e ciò perché meno tasse – se siamo convinti che ciascun imprenditore sia il miglior giudice degli utilizzi possibili che può fare del proprio denaro – valgono molto di più di finanziamenti vari gestiti da una qualche pubblica amministrazione. Ciò creerebbe i presupposti per una crescita economica in grado di sostenersi nel tempo e di non rincorrere a colpi di finanziarie (quest’anno ce ne sono state cinque) i buchi che i mercati aprono nel bilancio di uno stato debolissimo.

Un approccio di questo genere richiede – come certamente un uomo come Corrado Passera sa – di sviluppare nel tempo due strategie parallele che la manovra di ieri fa intravedere e che, invece, sarebbe necessario esplicitare.
 
La prima, sul fronte della spesa pubblica, comincia dal passaggio – in parte realizzato - di tutti ad un sistema previdenziale contributivo, ma anche un ridimensionamento dei “diritti acquisiti” che è l’unica leva per liberare risorse in tempi brevi. Tale inizio va, tuttavia, esplicitamente finalizzato – in maniera da creargli consenso - all’introduzione di un sussidio di inoccupazione e ad un percorso di reinserimento in maniera da far sentire concretamente cittadini milioni di giovani cittadini. Tale rete di sicurezza - da estendere anche agli anziani che devono poter trovare un ruolo diverso sul mercato del lavoro e da consolidare attraverso l’eliminazione di cassa integrazione e pre-pensionamenti – crea i presupposti per una riforma del mercato del lavoro che è indispensabile per rendere possibile, peraltro, ciò di cui finora si è solo parlato: l’eliminazione gli sprechi – da identificare attraverso misurazioni semplici e trasparenti - in amministrazioni pubbliche ingessate dall’inamovibilità del proprio personale.

Sul lato delle entrate, invece, all’introduzione di un’imposta sui patrimoni (più ampia della nuova IMU) va aggiunta l’estensione a tutti i lavoratori della possibilità di poter dedurre le spese documentate, in maniera da incentivare la richiesta di fattura. Una tale manovra deve, però, essere proposta chiaramente come leva per finanziare la riduzione delle aliquote su imprese e lavoro. Tali misure – se accompagnate da un ridisegno dei processi di accertamento e controllo del carico tributario (che vedono l’Italia per complessità tra gli ultimi posti nel mondo) – porterebbero ad un’emersione di reddito assai superiore rispetto a uno qualsiasi dei velleitari appelli alla lotta all’evasione che ad ogni manovra vengono ripetuti senza però spiegare come attuarli.

La stessa reazione dei mercati finanziari incoraggia il passaggio dalla cura puramente sintomatica della malattia ad una strategia che sarebbe non solo più strutturale ma anche più politicamente accettabile: a ciascun taglio di privilegi corrisponderebbe più risorse per chi è maggiormente in grado di produrre ricchezza. Questo governo ha, senz’altro, le risorse intellettuali e morali per tracciare con precisione le tappe di un percorso che durerà molto oltre la scadenza delle prossime elezioni.

Pubblicato su Il Mattino del 6 dicembre

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Di Francesco Grillo (del 02/12/2011 @ 11:54:04, in  Democrazia, linkato 45 volte)

Ci manca un giorno alle giornate di Vision ad Assisi e mi sono ritrovato, ancora una volta, a pensare: ne vale la pena? Ne vale la pena di essere visionario e di credere ancora al futuro di un Paese che troppe volte ci ha detto che forse preferisce non averlo?

Devo dire che, spesso, un po’ di delusione ci rallenta.

Non tanto quando rifletto sui governi -che, per fortuna, passano  e, a volte, come è successo qualche giorno fa in Italia, migliorano)-,ma quando mi capita di pensare alla gente. Già proprio a loro, alla mitica gente alla quale nessun politicante ha mai avuto il coraggio di chiedere di mettersi in discussione. Di svegliarsi.
 
Lo sconforto mi viene quando in Italia assisto – ogni giorno - al comportamento illegale, devastante per qualsiasi ipotesi di giustizia o di innovazione di un impiegato pubblico che pure dovrebbe essere, anche, un cittadino. Quando vedo le persone litigare perché uno ha rallentato senza avere più né il coraggio né la testa per capire che quel rallentamento è un microbo di fronte all’elefante di un traffico che da tempo sembra vivere di vita autonoma. Quando  tanti che si lamentano normalmente scompaiono quando all’ennesimo treno in ritardo, Anna chiede le firme per denunciare il comportamento delle ferrovie dello stato.

Quando molti preferiscono interagire con gli altri rimanendo al di là di un computer perché ormai hanno perso l’abitudine a guardare il proprio prossimo negli occhi. Quando, ovunque – a vent’anni dalla caduta del muro – torna prepotente il conformismo, la politica ridiventa appartenenza ideologica a ideologie che sono morte e i muri lentamente ricominciano a dividere tutto.

Un po’ di sconforto, a volte, mi viene pensando che tutto ciò che è vita (non è solo questione di crescita economica e di euro) si sta, non solo in Italia, un po’ afflosciando: del resto la differenza più forte che ho riscontrato tra Brasile e Italia non è nelle politiche energetiche o in quelle di recupero dei quartieri dominati dalla criminalità, ma negli sguardi: già negli sguardi chiari di un popolo giovane che corre avanti (come io insisto a voler fare perché è questo quello che mi hanno insegnato professori e allenatori da quando sono piccolo) e quelli opachi di un altro vecchio che cammina all’indietro senza sapere dove va.

E allora? E allora perché credo ancora in Vision e nel cambiamento? In questo paese e in un’Europa che fu mito della mia generazione e che sembra essersi smarrita per aver dato noi per scontate conquiste che invece bisogna rinnovare ogni giorno? Perché non ho alternative. Semplice. Perché non ho alternative a vivere e a combattere. Perché – come stanno scoprendo i miei colleghi di McKinsey che, finalmente, si stanno sporcando le mani con la politica - se mi limitassi a vivere del mio lavoro, di me stesso e della mia famiglia, prima o poi sarei travolto dal cambiamento. Perché per natura, il cambiamento, un visionario ha l’istinto di anticiparlo. Perché è questo è il mio paese e se anche è vero che conviene vivere un piede dentro e uno fuori (è quello che faccio) non ci rinuncerei mai perché il mio. Oltre ad essere - se solo ripulissimo le strade dai rifiuti e dalle automobili - il paese più bello del mondo.

E poi, perché in questo momento, c’è una notizia sicuramente buona ed una altra che paradossalmente lo potrebbe essere.

La buona notizia è che è finita in Italia una opera di sapone che aveva imbambolato tutti per anni e che, contemporaneamente, ad una classe politica complessivamente inadeguata è stato chiesto di accomodarsi in panchina. Aspettando, magari, di chiedergli di accomodarsi in tribuna e poi, eventualmente, di uscire dallo stadio. Attraverso stavolta, però, un confronto democratico. Perchè la democrazia è ancora la forma di governo meno peggiore che esiste – come avrebbe detto il vecchio Winston – anche se noi per farne sopravvivere i principi dobbiamo rinnovarne profondamente i contenuti. La seconda notizia paradossalmente buona è che c’è una crisi finanziaria radicale che è la grande opportunità per cambiare altrettanto radicalmente questo paese e questo continente.

Le finzioni, i balletti non serviranno più. Un sistema di potere è finito per mancanza di soldi. E adesso l’imperativo sarà recuperare efficienza che non è una brutta parola e che anzi – secondo Adamo Smith che era filosofo morale e non economista – coincide (quasi) con la morale, con la necessità di allocare le risorse a quelli che lavorano di più, che studiano di più per farlo.

Il governo, dunque, è un passo avanti. Ed è da questa ipotesi che secondo me Vision potrebbe partire. Dall’ipotesi di fare la “rivoluzione” insieme a persone normali, rispettabili e che, però, si trovano a dover ammettere che il nome del gioco non è più uscire dalla crisi, ma governare un enorme cambiamento. Per il quale il governo Monti non è sufficiente. Per ragioni generazionali, di mandato politico, di culture professionali e interessi rappresentati.  Questo governo è, tuttavia, un passo avanti importante ed un’opportunità. E Vision può svolgere – insieme ad altri – un ruolo decisivo e di questo parleremo ad Assisi.

In fin dei conti i sogni – incluso quello di poter vivere un giorno in pace nel paese che è il nostro – a volte alla fine si realizzano. Muoiono, invece, quando smettiamo di credergli.

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Di Francesco Grillo (del 24/11/2011 @ 10:18:07, in Questioni internazionali, linkato 93 volte)

E se convenisse fallire e uscire dell’euro? La domanda politicamente scorretta per eccellenza aleggia da tempo nel dibattito sulle ricette per risolvere la crisi. In questi ultimi giorni, mentre i mercati finanziari si mostrano del tutto indifferenti persino a cambiamenti di guida politica radicali, come quelli che hanno vissuto l’Italia e la Spagna, essa sta diventando più di una pericolosa provocazione e conquista spazi crescenti nelle pagine dei giornali economici inglesi. Se è vero infatti che un nuovo governo può essere solo l’annuncio dei provvedimenti che le borse si aspettano, è altrettanto vero che agli annunci le borse sono normalmente assai sensibili, mentre stavolta sembra che nulla può deviare la corsa verso il baratro.

I sostenitori dell’ipotesi usano il paragone con l’Argentina, che dieci anni fa attraversò una crisi finanziaria altrettanto devastante: dal momento in cui il governo decise di sospendere i pagamenti sul debito pubblico e di rinunciare alla parità tra il pesos ed il dollaro, il paese sudamericano – mentre avvocati e risparmiatori di tutto il mondo facevano i conti con la liquidazione dei tango bond - cominciò una fase di forte crescita economica che continua ancora oggi.

Italia e Argentina hanno in comune non solo venti milioni di italiani ma tradizioni culturali, passioni sportive e concezioni della politica che resistono nonostante l’appartenenza a continenti e contesti assai diversi. In particolar modo entrambi i popoli appaiono affascinati dall’ipotesi di cavarsela con un colpo di genio che d’incanto trasferisca il problema a qualcun altro. Ed è ad una rete segnata da una mano invisibile per sbloccare una partita difficilissima che assomiglia l’ipotesi del fallimento: se proprio non ce la facessimo più ad inseguire mercati finanziari capricciosi, rimarrebbe l’ipotesi di scaricare il problema sui mercati che sarebbero a quel punto costretti ad inseguire il debitore.

In Argentina – dove sono stato di recente per una conferenza mondiale sull’innovazione sociale – gli economisti del governo di Cristina Kirchner sono convinti che il trucco abbia funzionato. Non solo il paese è  riuscito – dal momento in cui ha deciso di sottrarsi alle cure dolorose del Fondo Monetario Internazionale - a diminuire l’inflazione e a collocarsi tra i primi dieci paesi del mondo per crescita del proprio prodotto interno lordo negli ultimi dieci anni (nella stessa graduatoria l’Italia è al penultimo su centonovantotto paesi).  Ma c’è stata anche una riduzione assai forte del numero di persone che vivono in povertà e delle diseguaglianze. Non meno straordinario deve, poi, apparire agli indignati di tutto il mondo un altro risultato che il governo argentino, le banche e con esse molti dei meccanismi dell’economia fondata sul capitale sono praticamente scomparsi: la possibilità di chiedere finanziamenti agli investitori internazionali è sottoposta a numerose restrizioni, il volume dei prestiti concessi è molto inferiore rispetto a ciò che succede in qualsiasi altro paese, e dappertutto sono nate cooperative sulle ceneri di migliaia di imprese spazzate via dalla crisi.

E, tuttavia, basta allontanarsi dai circoli governativi per sentire una realtà diversa: il fallimento dell’Argentina fu un disastro le cui conseguenze non tarderanno a farsi sentire non appena si fermerà la crescita del prezzo delle materie prime, dalla cui esportazione l’economia del paese dipende. Il prezzo del fallimento è, tuttavia, non tanto sul piano dei numeri dell’economia (peraltro truccati secondo alcuni) ma su quello della democrazia. Uscire dai mercati finanziari ha aumentato l’isolamento del paese, ha, di fatto, sottratto i politici da uno dei pochi controlli al quale erano sottoposti e ha, in definitiva, aumentato il potere già senza contrappesi del presidente. 

E allora quali sono le lezioni che possono essere ricavate dall’Argentina? Hanno ragione i cantori del governo o le cassandre dell’opposizione? Le differenze sono ovviamente grandi a partire dal fatto che questa crisi colpisce la più grande potenza economica del mondo mettendo a repentaglio la stabilità dell’intera economia mondiale, mentre quella di dieci anni fa risultava decisamente più marginale. E, tuttavia, dalla crisi del duemila e due emergono anche per l’Europa due messaggi solo in apparente contraddizione tra di loro:facciamo tutto quello che è possibile per evitare fallimenti anche perché essi colpiscono piccoli risparmiatori  che non sono meno meritevoli di tutela di un impiegato pubblico italiano ed eliminano uno strumento di pressione per costringere un paese a fare i conti con se stesso; però, se proprio un paese fosse costretto a dover indebitarsi solo per poter pagare i propri debiti pregressi, evitiamo cure che rischiano solo di ammazzare malati già debilitati e aprire la strada a soluzioni politiche autoritarie; costruiamo meccanismi che consentano una ristrutturazione dei debiti e persino una uscita dalla moneta unica che sia non traumatica e che non pregiudichi in nessun modo la piena appartenenza di quel paese alla comunità internazionale. 

Per l’Europa questo significa che la ricetta per uscire dalla crisi è semplice dal punto di vista tecnico anche se difficile da quello politico. Diamo alla Banca Centrale Europea (senza creare nuove istituzioni che aumenterebbero confusione e costi) la possibilità di emettere obbligazioni o carta moneta in condizioni – come quelle attuali - di cambio sufficientemente forte e inflazione relativamente bassa,  esclusivamente per sostituire titoli sul mercato con prestiti ai paesi che si trovano in difficoltà, ed in cambio di programmi di rientro inderogabili nelle scadenze e flessibili nelle modalità di ripristino di condizioni di stabilità finanziaria; contemporaneamente, stabiliamo meccanismi altrettanto precisi che consentano - in circostanze da predeterminare - di uscire dall’euro in maniera tale che i creditori sappiano cosa effettivamente succede se il debitore dovesse decidere di cambiare la valuta di riferimento.

Rendiamo insomma il divorzio dall’unione monetaria possibile e meno traumatico se vogliamo salvare il matrimonio che unisce ventisette paesi in un’unione che è già a geometria variabile. È questa la lezione dell’Argentina, ma è anche questa l’unica pragmatica soluzione per dare un futuro ad un continente che rischia di perderlo, bloccato come è da decenni di scontro tra due ideologie – quella dei federalisti che vorrebbero la creazione di un super stato a livello europeo (ed adesso la modifica dei trattati per arrivare ad un ministro dell’economia unico) e quella degli euro scettici che vorrebbero il progetto ridursi ad un’area di libero scambio – che hanno caratterizzato una generazione di leaders arrivati al capolinea.  

Questo articolo è stato pubblicato su Il Mattino del 25 Novembre 2011

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Di Francesco Grillo (del 15/11/2011 @ 10:51:04, in Questioni italiane, linkato 165 volte)

Una faccia, una razza: curioso il destino di questa espressione assolutamente italiana che, tuttavia, è usata esclusivamente in Grecia e che sottolinea  la comunanza di cultura e di caratteri tra i due paesi. Secondo alcuni la frase fu inventata da gerarchi di Mussolini per accattivarsi la simpatia del popolo che il duce aveva deciso di invadere per portare almeno un paese conquistato al “tavolo delle trattative” che certamente Hitler avrebbe imposto dopo la guerra lampo. Ed,  invece, a rendere così di successo l’espressione pare fu l’eroica difesa di Cefalonia contro gli stessi tedeschi da parte di quello che era rimasto dell’esercito italiano dopo la caduta del regime.

A questo modo di dire noi italiani abbiamo sempre reagito con una certa spocchia - c’è successo anche con gli spagnoli, prima che gli spagnoli ci staccassero in molte classifiche  . Ed invece hanno ragione loro. Siamo simili. Nel male come nel bene. E mai come ora sono brevi le due ore di volo che separano la città dove vivo da quella nella quale ho corso la maratona più difficile del mondo: sono simili i profili dei due presidenti del consiglio scelti nel corso di quest’ultimo fine settimana e quasi uguali sono i problemi che i due nuovi governi sono chiamati a risolvere.

Ci accomuna, del resto, una storia leggendaria e un presente difficilissimo. Certamente  è ad Atene e Roma che si forgiò la civiltà occidentale due millenni fa. Ed è, secondo alcuni,  tra Atene e Roma che si rischia di far scoppiare la crisi che  seppellirà l’occidente.

Quest’ultima previsione è probabilmente esagerata e, tuttavia, è vero che alla Grecia e, in misura ovviamente maggiore,  all’Italia sono legati come in una cordata tutti gli altri governi europei e le più grandi banche del mondo. La ristrutturazione quasi certa del debito greco costringerà già metà delle dieci maggiori istituzioni finanziarie europee  a una costosissima ricapitalizzazione per soddisfare gli indici internazionali di solvibilità. Il fallimento dell’Italia sarebbe, invece, non solo la fine dell’Euro ma una vera e propria bomba atomica per l’economia globale: una valanga tre volte più grande di quella della Lehman Brothers e che, ad esempio, alla Francia del ridente Sarkozy comporterebbe una perdita pari al venti per cento dell’intera ricchezza nazionale.

Ed è allora vero che è proprio la crisi ad avere paradossalmente riportato al centro del mondo Roma ed Atene. Ci sono tornate con anni di malattie mai (o mal) curate a cominciare da quella della macchina pubblica. All’Italia e alla Grecia secondo le classifiche internazionali riesce, infatti, il miracolo di essere contemporaneamente i due paesi europei più corrotti e quelli con le procedure di assegnazione di commesse pubbliche più complesse. I due Stati con il maggior livello di evasione fiscale, ma anche quelli nei quali più costosi sono i processi di accertamento delle imposte. La contabilità pubblica greca, del resto, è stata – per ben due volte negli ultimi dieci anni - costretta a umilianti revisioni dei calcoli del disavanzo pubblico, ma anche i bilanci dello stato italiano hanno un livello di trasparenza del tutto inadeguato per chi volesse capire dove ci sono sprechi o prestazioni insufficienti. In entrambi i paesi, infine, è stata la convergenza degli interessi di industriali e sindacati a rendere interi settori impermeabili alla concorrenza da parte di imprese nuove o straniere. 

Soprattutto, ciò che ci unisce sono alcune straordinarie potenzialità e l’altrettanto straordinaria capacità di sprecarle. Come è evidente – tornando alla storia - a chiunque si trovi a visitare i due più importanti siti archeologici del mondo: l’Acropoli e i Fori imperiali sono entrambi privi di indicazioni in lingua straniera e praticamente nessuno ad Atene o a Roma ha mai pensato sul serio a sviluppare un’azione di marketing del proprio prodotto. Come se ci fosse un obbligo per i turisti di tutto il mondo a dover venire nei luoghi dove la storia dell’arte è cominciata.

Le similitudini diventano, poi, ancora più forti se consideriamo quelle che accostano la Grecia al Mezzogiorno e consideriamo – come ci ha suggerito l’ambasciatore che per Londra osserva la crisi ad Atene – che oltre al turismo sono nell’industria alimentare e nelle energie rinnovabili (e non più dunque nei cantieri navali e nella marina mercantile) i punti di forza sui quali la Grecia può costruire il suo futuro.

Certamente esistono anche forti differenze, come lo stesso Obama ha fatto notare qualche giorno fa. Sette volte più grande è l’economia italiana e il nostro debito pubblico. E però fino al momento in cui la crisi è esplosa, la Grecia veniva da due decenni di crescita ininterrotta, mentre l’Italia è stato nello stesso periodo praticamente ferma. Numerosi sono gli imprenditori italiani che nel passato sono diventati esempi da imitare nel mondo e però molti di più sono i giovani greci che lasciano le proprie famiglie per studiare all’estero.

Tuttavia - anche se le differenze si riflettono nello stile stesso delle richieste che provengono dalle istituzioni comunitarie  - le ricette suggerite per Atene e Roma sono molto simili. E non è sorprendente che solo un paio di giorni hanno separato l’investitura di Lucas Papademos da quella di Mario Monti. In entrambi i casi si tratta di economisti di grande esperienza europea. Esterni a sistemi politici che sia in Grecia che in Italia hanno esaurito qualsiasi patrimonio di popolarità tra i propri cittadini e di credibilità presso le  organizzazioni internazionali.

Ed è proprio questa ultima circostanza a essere il vantaggio che i due professori devono usare per rendere - nel pochissimo tempo che hanno a disposizione (ancora di meno ne avrà il leader greco)  - condivise e, dunque, fattibili quelle scelte che i politologi ritengono – sbagliando - necessariamente impopolari e fatali sul piano elettorale per chi le dovesse appoggiare. Per riuscirci entrambi dovranno però cimentarsi in un’operazione che non appartiene all’arsenale degli economisti e che spetta a quei grandi statisti che la politica non riesce più a esprimere: dire la verità, ricordare che le responsabilità di questa crisi è di tutti e che solo insieme si può cambiare, rinunciando definitivamente all’idea che essere al centro del mondo possa essere una rendita della quale vivere per sempre. 

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Di Francesco Grillo (del 10/11/2011 @ 17:08:55, in Questioni italiane, linkato 89 volte)

È stato proprio lui, il punto di equilibrio dell’intero sistema politico italiani per diciassette lunghi deludenti anni, a sanzionare che tra ieri e oggi è finita quella stagione che i nostri fini politologi avevano chiamato “seconda repubblica”, provando a fare un ardito accostamento con la storia della Francia.

Berlusconi non era l’inizio e la fine dei nostri guai (come dimostrano le reazioni dei mercati finanziari di ieri alla notizia delle sue dimissioni) e non è lui che ha inventato quello che indubbiamente è stato prima ancora che un fallimento finanziario, un declino culturale, etico, imprenditoriale di una società intera.

E tuttavia la sua scomparsa politica – progressiva, non ancora compiuta -  toglie alibi a tutti e metterà in crisi moltissimi dei suoi avversari. Ed in questo senso Mario Monti può anche rappresentare la possibilità di ricominciare, facendo fare un passo di lato a quasi tutta una classe dirigente politica che ha avrà alcuni mesi per stabilire come cambiare ruolo o più semplicemente mestiere.

La politica vera da domani non potrà evitare di ricominciare a fare .. politica, non potendosi più nascondere – da centro sinistra – dietro la scusa che c’è Berlusconi e – da centro destra – che a Berlusconi non lo fanno governare. Ricominceranno a contare i risultati, la capacità di erogare salute, mobilità, educazione anche perché il Paese che si sta risvegliando è un paese stremato e la selezione sarà spietata. E, come è ovvio che succeda in ogni opera di sapone che si rispetti, con il protagonista scompariranno anche molti comprimari e quasi tutti gli avversari che definivano il proprio ruolo nell’essere tali.

Ed è per questo che i primi commenti di alcuni dei politici che hanno combattuto Berlusconi per anni, non sono esattamente quelli di chi ha appena ottenuto una vittoria storica. Se un’epoca vecchia è al tramonto,  quella nuova è ancora tutta da costruire. Con l’aggravante che dovremo farlo in tempi brevissimi e con addosso la pressione di mercati finanziari - che solo per gli interessi del debito pubblico chiedono all’Italia di pagare cento miliardi di euro all’anno più di quanto dovrebbe fare la Germania a parità di propri titoli di stato in circolazione.

Ma non è solo un problema per economisti. Anche perché con la crisi arriva anche l’opportunità storica di un grande cambiamento. Ed esistono, infatti, almeno tre livelli ai quali bisognerà operare contemporaneamente.

Uno italiano, di cui più direttamente il prossimo Presidente del Consiglio avrà la responsabilità, che è quello della ristrutturazione profonda della spesa pubblica. Una massiccia riallocazione di risorse dovrà essere fatta a vantaggio di ch lavora e innova. Le pensioni e il fisco sono, in questo senso, le due riforme chiave da affrontare partendo da zero. E poi quella della amministrazione pubblica, che non può non passare per la possibilità di liberarsi di chi non usa in maniera efficiente risorse assai scarse. 

Un altro europeo. Perché provare a risolvere la crisi italiana senza affrontare quella europea rischierebbe di versare acqua in un secchio che ha un buco in fondo. Ed è questo un problema contingente e finanziario, perché non possiamo continuare ad avere una moneta unica senza una Banca Centrale (ed i meccanismi di stabilità creeranno solo ulteriori rigidità) capace di intervenire stampando carta moneta (se necessario e se reso possibile dalle condizioni di inflazione e cambio) e imponendo condizioni a chi vi fa ricorso. Ma anche politico, perché l’Europa non può essere solo una costruzione monetaria e subito dobbiamo trovare i modi (Erasmus obbligatorio, collegi europei, incentivi a chi fa eleggere politici francesi agli italiani e viceversa, elezioni dirette di Presidenti o persino di Commissari Europei) per avere un europarlamento che davvero metta l’Europa al centro dell’attenzione delle opinioni pubbliche. 

Ed, infine, uno micro. Perché il problema del nostro tempo è soprattutto la somma dei problemi delle nostre quotidianità – dai tempi per ottenere  il duplicato di una patente smarrita, al traffico in una città come Roma che va percepito come insostenibile quanto e più del debito semmai volessimo ancora avere un futuro – senza affrontare i quali le politiche sugli altri due livelli rischiano di essere aspirine date ad un corpo gravemente malato.

Non basterà quindi Mario Monti. Perché alle persone come lui si può chiedere persino di salvare la patria, ma non di progettare un futuro cosa che spetta ad altre generazioni fare. Ma anche perché è evidente che un cambiamento di questo genere si realizza solo se tutti – ai livelli locali, globali e nazionali – saremo disposti a crederci, difenderlo, dare un contributo. Di idee, soprattutto. E di coraggio nel realizzarle. Visto che quella che si apre è una navigazione in terra incognita (altro che ricette già pronte) sia per l’Italia che per un mondo spinto avanti da una rivoluzione che ancora non abbiamo capito.

La vera questione morale sarà metterci tutto quello che abbiamo. Senza alibi. Soprattutto conoscenza e coraggio. Chiedendo a chi volesse mai tentare di ricominciare a fare la comunicazione del nulla (che ci ha avvelenato per diciassette lunghi anni) di togliersi di mezzo. Per sempre. A prescindere dall’età o dall’appartenenza a scatole politiche ormai vuote.

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Come tutte le lettere di intenti, la lettera che Berlusconi ha indirizzato al Presidente dell’Unione e della Commissione non contiene impegni definitivi. Tuttavia, è servita per tranquillizzare i mercati ed era il massimo che si poteva fare con questo metodo - ormai consolidato - di dover produrre finanziarie e programmi in una nottata e con gli equilibri politici che questo governo si ritrova a dover gestire. Ed era, del resto, anche il massimo che poteva pretendere un'Europa che verrebbe – a sua volta -  disintegrata da un eventuale fallimento dello Stato con il più elevato debito pubblico dell'Unione.

Il bicchiere non poteva, dunque, che essere mezzo vuoto con delle vere e proprie "non notizie" a partire da quelle sulle pensioni, ma anche mezzo pieno di alcuni impegni nuovi. Impegni che offrirebbero, in teoria, ad una opposizione e ad opinioni pubbliche responsabili la possibilità di sfidare il governo sul terreno della realizzazione concrete di tali promesse. Possibilità che sembra sfumata sommersa dalla tentazione irresistibile della propaganda.

Nella lettera esistono silenzi assordanti, a cominciare dal non intervento su quelle che sono  le due zavorre che maggiormente condannano alla mancata crescita l'economia italiana: la riforma del fisco e quella delle pensioni.

Particolarmente sorprendente è che quasi tutti i resoconti dei diversi giornali che ieri commentavano il programma del Governo cominciavano con l’innalzamento dell’età pensionabile a sessantasette anni entro il 2026. L'aumento - del resto di soli due anni rispetto alla situazione attuale - è in realtà il risultato di una legge che è entrata in vigore già da un anno e mezzo. Non vengono, invece, affrontati i nodi del sistema previdenziale che sono -  come argomentavo da queste colonne alcune settimane fa - quello delle pensioni di anzianità, dell’immediato passaggio al sistema contributivo, dei diritti acquisiti che appaiono meno legittimi e, soprattutto, dello sviluppo di sistemi di formazione e reinserimento che rendano le persone anziane in grado di continuare ad essere utili in maniera flessibile. Ancora più sorprendente è l’assenza di qualsiasi novità sul fisco perché la questione delle tasse oltre ad essere oggettivamente prioritaria, è anche in cima alle preoccupazioni dell’elettorato che il PDL rappresenta. Del resto, nel giorno stesso in cui la lettera di Berlusconi ha raggiunto Bruxelles uno studio della Banca d’Italia ha rilevato che mai come in questo momento il rapporto tra imposte e PIL era stato così alto in Italia, mentre l’altra classifica della Banca Mondiale sulla difficoltà ad adempiere ai propri obblighi fiscali vede l’Italia al centotrentaquattresimo posto nel mondo.

Anche sul Sud ci sono poche novità e qualche nuovo dubbio. Si preannuncia una forte accelerazione della spesa ma non si capisce come essa si possa realizzare nei due anni che mancano alla conclusione del ciclo di programmazione dei fondi strutturali e ancora di meno ciò appare realizzabile se ci fosse la riduzione del cofinanziamento nazionale che la lettera di Berlusconi ipotizza. Le infrastrutture – quelle per anni annunciate, poche volte iniziate e quasi mai completate – non possono essere la soluzione. Molto più interessante potrebbe essere l’ipotesi - citata dal documento del premier - di finanziare con i soldi pubblici non spesi fondi chiusi destinati alla innovazione attribuendo la selezione dei progetti a banche d’affari che volessero rischiare insieme allo stato i propri capitali.

Particolarmente positivo è stato poi scegliere di porre al primo posto dell’agenda la scuola e l’università, laddove ci si impegna a utilizzare la valutazione per identificare le realtà da premiare e quelle da “ristrutturare”. Più in generale sembra interessante l’idea di dettarsi tempi molto stretti – dai due agli otto mesi – per la creazione di condizioni indispensabili per promuovere la concorrenza, la nascita di nuove imprese, l’investimento in capitale umano, la maggiore occupazione con una riduzione del paradosso di avere nello stesso paese la categoria dei lavoratori più protetti e di quella di coloro che non hanno praticamente diritti.

E, tuttavia, è per il metodo di affrontare la questione della crescita e del ridisegno del ruolo dello stato che questi balletti – italiani ed europei - di lettere, finanziarie incomplete e incompleti piani di salvataggio rischiano di fallire. Troppo brevi i tempi per elaborare risposte. Troppo dall’alto si osserva lo stato per accorgersi di margini di miglioramento che, spesso, sono relativamente piccoli – qualche giorno fa mi è capitato di scoprire, ad esempio, che i diversi corpi dell’esercito impiegano circa cinquemila sottufficiali il cui unico compito è suonare in cinquanta bande musicali diverse  - e che però sommati insieme possono fare la soluzione che cerchiamo. Troppo astratto è il linguaggio – dettato dalla categoria ampia degli economisti alla quale anche chi scrive è associato – mentre invece soprattutto da un governo del fare che ci si potrebbe aspettare un discorso più concretamente focalizzato sui settori con maggiore potenziale di crescita come il turismo o sui vincoli infrastrutturali la cui rimozione avrebbe maggiore impatto come quelli della mobilità all’interno delle città.

Le crisi hanno però il vantaggio di rendere più pressanti i cambiamenti e la lettera di Berlusconi dimostra che, persino, un governo in fin di vita non vi si può sottrarre. Spetterebbe adesso a tutti – maggioranza, opposizioni, opinioni pubbliche – prenderla per quello che è – un impegno che il capo del nostro governo si assume nei confronti delle istituzioni comunitarie – e utilizzarne il potenziale per misurarsi sul terreno dei contenuti.

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