La scena che martedì scorso a Roma i turisti si trovavano ad osservare era da giorno prima della presa della Bastiglia. Spezzoni di cortei di studenti – chiaramente studenti veri, in qualche maniera rappresentativi nel modo di vestire, di urlare dei coetanei rimasti a casa - si aggiravano, dovunque, per la città. La capitale ha praticamente cessato di funzionare colpita a morte dalla gente per strada, ma ancora peggio dai nubifragi, da uno sciopero improvviso e dalla solita desolante inefficienza del servizio taxi da tempo sequestrato dalla corporazione dei padroncini. Le blindo dei carabinieri e della polizia avevano trasformato l’area circostante le residenze del Presidente del Consiglio e il Parlamento in una sorta di area rossa protetta, come se fosse un’ambasciata americana nel centro di Beirut.
Ma ne è valsa la pena? Sul serio erano così devastanti le decisioni che la camera dei deputati stava per approvare in materia di università e, dunque, di futuro della società italiana? A leggere (cosa che hanno fatto in pochi) il testo del disegno legge del Ministro la sensazione è che, una volta in più, le montagne di una riforma alla quale il Ministero sta lavorando da due anni abbiano partorito un topolino. Un tentativo di cambiamento timido che sembra avvallare lo stesso metodo che dichiara di voler combattere. Del resto, le proposte sostenute dall’opposizione sembrano soffrire in misura persino maggiore di scarsa concretezza e di conservatorismo. Insomma, uno scontro di due debolezze che partono entrambe da un vizio atavico del dibattito che in Italia su questi temi: l’ipotesi che all’estero le università (come i sistemi elettorali, la televisione, i sistemi sanitari) funzionino perfettamente e che a noi non resta che fare una scelta tra modelli differenti. L’impianto della riforma della Gelmini, così come le proposte del PD, risentono di questa impostazione, laddove, in realtà, divampano - a Londra come a Boston - le proteste sulle scelte dei governi e il dibattito su cosa deve essere l’università. Tale dibattito assume particolare importanza anche alla luce della profonda trasformazione causata dalla rivoluzione tecnologica e dalla drastica riduzione dei costi di accesso, di elaborazione e di trasmissione della conoscenza. Quella conoscenza che è il core product delle università che da questa trasformazione non possono che essere anch’esse radicalmente mutate.
Vale allora la pena scendere nei contenuti e ragionare facendo un confronto tra le disposizioni concrete del disegno di Legge ed i bisogni di istituzioni che si trovano a dover produrre e trasmettere conoscenza di tipo terziario. Nello specifico, concentrandoci su sue punti: la questione dell’ammontare delle risorse che come paese mettiamo a disposizione delle università (e, dunque, più in generale della priorità politica che alla ricerca e all’educazione attribuiamo); e quella della loro distribuzione (e, quindi, del merito di cui troppo spesso parliamo senza dare concretezza al principio).
La questione delle risorse
Intanto, andando a verificare i numeri e i contenuti di finanziaria e disegno legge, credo sia indispensabile fare chiarezza sulla questione dell’ammontare complessivo di risorse che come paese destiniamo alle università. Il ddl Gelmini non realizza un taglio drastico del denaro che l’università pubblica costa ai contribuenti: nel 2011 la cifra sarà pari a circa sette miliardi di euro, equivalente al valore del 2009 (anche se ciò sostanzia un calo di circa quattro punti percentuali considerando l’inflazione).
Peraltro, il confronto internazionale tra l’Italia e i paesi dalle principali economie mondiali (consolidate, come Francia Germania, Inghilterra, Francia e USA; ed emergenti, quali Brasile, India e Federazione Russa) in termini di spesa pubblica per l’istruzione universitaria come percentuale sul PIL non è così differente. Benché l’Italia si trovi all’ultimo posto, se paragonata alle altre economie Europee ed agli Stati Uniti la differenza è inferiore a mezzo punto percentuale.
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Dunque, il taglio, che – giustamente – farebbe indignare gli studenti e chiunque creda che l’università è una chiave per il futuro, non c’è. Tuttavia, ragionando con una prospettiva più ampia, il punto vero è che le risorse che all’università attribuiamo dovrebbero essere comunque aumentate. E , non solo, perché, come molti ammettono genericamente, e, come accennavamo in precedenza, una società della conoscenza è una società che investe in università e che, anzi, lo fa maggiormente in tempi di crisi.
In realtà, come il recente paper di Vision indica, nel business di produzione e trasmissione della conoscenza e della ricerca, le università non sono più da sole. Le think tanks di Londra hanno, probabilmente, influenzato le elaborazioni delle politiche degli ultimi governi inglesi (progressisti e conservatori) più di Oxford, Cambridge e LSE. Negli Stati Uniti le start ups della San Francisco Bay hanno cambiato il mondo più di quanto non lo abbiano fatto MIT e Stanford.
Ciononostante, le Università sono indispensabili per garantire un bene pubblico (nell’accezione anglosassone di public good) che altri soggetti non forniscono: la possibilità per tutti di accedere allo studio. L’accessibilità della conoscenza è, infatti, condizione essenziale non solo per avere una società più occupata e competente, ma anche maggiormente mobile al proprio interno, più tollerante, con una buona propensione rispetto alla scienza e all’utilizzo della ragione. In definitiva, con un futuro.
Tale diritto risulta rafforzato da due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, questo diritto va ampliato a nuove fasce di utenza (lavoratori, anziani) che in maniera crescente si avvicinano all’educazione di tipo terziario (come dimostrano le analisi di Vision sulla differenziazione crescente delle università per tipologia di popolazione servita). In secondo luogo – per il segmento più “tradizionale”, quello degli studenti nella fascia di età 18 – 25 anni – è necessario che se ne accresca la mobilità: rispetto agli altri paesi sono troppo pochi gli studenti che frequentano un ateneo in una regione diversa da quella nella quale hanno conseguito il diploma (secondo il recente progetto di Vision sono solo il 18% a fronte di percentuali superiori al 50% in Inghilterra, Francia, Spagna); e troppo pochi sono i cittadini italiani che utilizzano il periodo universitario per fare un’esperienza che – come è nella natura degli studi universitari – sia anche una esperienza di vita, nonché un’occasione per sviluppare un senso di appartenenza ad una comunità nazionale o europea (che è un altro public good che, con ogni evidenza, stiamo perdendo).
In realtà pur mantenendo più o meno stabili le risorse per l’università pubblica, il disegno di legge fa poco sia per il primo, che per il secondo obiettivo.
Ma veniamo alla questione del merito, a cui molto si lega la questione generazionale, ben rappresentata nel film di Marco Tullio Giordana, La Meglio Gioventù (2003).
La questione del merito
Oltre a spendere di più, l’università italiana ha, poi, anche la necessità urgente di spendere meglio. Drasticamente meglio. Allocando maggiori risorse - che sono comunque scarse - agli utilizzi – università, facoltà, dipartimenti, ricercatori e docenti – più produttivi. Ciò del resto è possibile se si considerano classifiche come quelle di Vision (link) che dimostrano che all’interno del sistema universitario italiano convivono una affianco all’altra – a parità di risorse, regole e persino di contesti territoriali – atenei che mostrano prestazioni estremamente diverse.
Insomma, per migliorare “basterebbe” che le università migliori avessero incentivi e risorse per poter crescere e che quelle meno virtuose fossero ridimensionate. La riforma intuisce questa verità ma fa poco per incoraggiare tale riallocazione di risorse, e quando ci prova lo fa con strumenti che sembrano contraddire le intenzioni.
In realtà un sistema migliore è un sistema ispirato a due soli principi:
a) le università devono essere libere di poter fare le proprie scelte organizzative e, nello specifico, devono essere libere di assumere e licenziare in maniera autonoma;
b)conseguentemente, le università devono rispondere dei risultati ottenuti laddove tali risultati siano misurati in maniera semplice, oggettiva e in relazione al valore che viene generato a favore dei propri “clienti” (studenti e famiglie, finanziatori pubblici e privati).
Se così è, il disegno di Legge presentato alla Camera fa poco e a volte va nella direzione sbagliata:
a) Fa bene a destinare una quota specifica delle risorse al conseguimento dei risultati e a dichiarare di fatto soggetti a commissariamento gli atenei che non sono in equilibrio finanziario;
b) Tuttavia, tale premialità appare del tutto insufficiente;
c) Non fa bene a disciplinare nel dettaglio come le università devono perseguire l’eccellenza. Qui, a costo di essere controcorrente, vale la pena ricordare che nelle università americane i professori possono rimanere anche oltre i settanta anni (fermo restando che possono essere licenziati a trenta se non produttivi), che il Politecnico di Torino sarebbe stato danneggiato se il mandato di un Rettore come Profumo (che ha ottenuto risultati significativi) fosse stato limitato a sei anni e che, in generale, è una enorme contraddizione voler spingere amministrazioni pubbliche al merito e poi pretendere di voler dettar loro come fare;
d) Perno dell’intero sistema l’Agenzia Nazionale della Valutazione ed un sistema di “valutazione tra pari” che, probabilmente, è uno strumento obsoleto prima ancora di nascere. In realtà - ed è questa la critica più forte - il sistema che governo e opposizioni citano in maniera bipartisan e che vige da tempo negli altri paesi, è oggetto – negli stessi paesi in cui è stato inventato - di fortissime critiche. Tali meccanismi di valutazione hanno sia il problema dell’indipendenza del valutatore rispetto al valutato sia quello dell’efficacia delle valutazioni. Molto più efficace potrebbe essere l’idea di avere criteri predefiniti, possibilmente collegati alla misurazione del gradimento delle università rispetto ai propri clienti.
In effetti, tutte queste considerazioni spingono verso una “ricetta” molto più radicale ma, anche, molto più semplice. Il risultato sarebbe una legge decisamente più concisa – più che una riforma, strumento probabilmente superato perché parte di un mondo nel quale si pretendeva di cambiare le cose dall’alto considerando i sistemi come quello universitari uniformi al proprio interno – che permetterebbe di rimuovere quei vincoli che non consentono al sistema – che pure ne ha tutte le potenzialità- di eccellere.
Il cambiamento vero passerebbe dunque in estrema sintesi attraverso:
a) Un significativo aumento delle risorse a garanzia del diritto di accesso e del suo ampliamento in modo da raggiungere almeno il livello degli altri paesi europei;
b) La libertà per le università di organizzarsi (assunzioni, licenziamenti, scelta della propria dirigenza) per poter conseguire gli obbiettivi di ricerca e formazione sui quali decidono di essere misurate;
c) L’uso delle scelte dei clienti dell’università (gli studenti, i finanziatori, la comunità scientifica internazionale e quella nazionale) per allocare le risorse. Ciò significa trasferire progressivamente le risorse pubbliche dal finanziamento della struttura al cofinanziamento di chi decide di investire il proprio denaro o il proprio tempo in un dato ateneo. In tal modo si trasferisce alla domanda la capacità di allocare risorse. Questo meccanismo darebbe il via ad un processo per cui le università migliori potrebbero espandersi e occupare lo spazio liberato dagli atenei meno efficienti.
In conclusione, questa riforma è sen’altro un tentativo utile, in quanto fornisce riconoscimento istituzionale al merito come priorità imprescindibile. Tuttavia, questo tentativo rischia di essere troppo timido e contraddittorio, quindi, debole. Tale debolezza appare, del resto, incoraggiata dalla fiacchezza ancora più forte delle proposte alternative.
Probabilmente non è neanche vero che la riforma è la migliore possibile che questa classe politica possa produrre (come dice Giavazzi): in realtà alla luce dell’enorme costo politico di un qualsiasi cambiamento delle università, valeva forse la pena di provare a fare la battaglia (magari persino bipartisan) su un testo molto più breve, chiaro e incisivo.
Per riuscirvi, però, dovremmo avere un dibattito di qualità su queste questioni e istituzioni, più aperto alle idee che circolano sul futuro delle università in Italia, in Europa e nel mondo. Ed è forse questo il vero problema.
* L'articolo è stato scritto da Francesco Grillo e Oscar Pasquali (VISION), ed è parte di un paper che verrà pubblicato integralmente sul sito www.visionwebsite.eu
NOTA: Le considerazioni espresse in questo lavoro vanno considerate preliminari a causa del carattere in progress della stessa riforma. Integrazioni e opinione diverse da quelle espresse nel presente lavoro sono ovviamente benvenute e lo stesso gruppo di lavoro è aperto a ulteriori contributi.