“Un paese che ha semplicemente deciso di negare la sua condizione”. Veramente singolare il panorama politico del Paese dei nostri cugini fotografato dall’Economist di qualche settimana fa. Ed in effetti ciò che sorprende nel vedere l’agenda dei dieci candidati alla Presidenza della Repubblica è la quasi totale assenza di uno straccio di preoccupazione per un Paese che ha 1700 miliardi di euro di debito pubblico (appena, si fa per dire, duecento meno di quelli che da vent’anni tolgono letteralmente aria all’Italia) e un deficit sul prodotto interno lordo che è il doppio di quello italiano.
I perfidi speculatori internazionali speculano – legittimamente fino a quando non decidiamo di abolire i mercati finanziari – sul fatto che sia la Francia la prossima linea Maginot, quella che forse farà saltare l’Euro, la disoccupazione è al dieci per cento e di cosa hanno parlato i candidati alla presidenza della Repubblica?
La proposta del candidato socialista che sembra dover vincere ha trovato come suo elemento fondamentale l’introduzione di un’aliquota del settantacinque per cento su chi guadagnasse più di un milione di Euro. Ancora più tranchant il candidato comunista – il PCF non ha dovuto neppure cambiare il nome – che ha deciso che deve essere posto direttamente un tetto pari a 360,000 euro oltre i quali non è possibile guadagnare. Per entrambi la riforma delle pensioni andrebbe fatta al contrario, con un abbassamento a sessanta anni – secondo Melenchon - oltre la quale tutti devono poter andare in pensione.
Certo ci sarebbe da chiedere ai candidati di sinistra come pensano di trattenere chi ha la sfortuna di guadagnare tanto o come immaginano di aumentare le spese per un welfare già in bancarotta.
Ma non meno curiose sono le proposte dei candidati della destra. La differenza è che al posto dei finanzieri, i nemici numero uno sono l’Europa e gli arabi. E, a onor del vero, tra la proposta di uscita dell’Euro della signora Le Pen e l’ipotesi di Sarkozy di uscire da Shengen non è chiaro quale sia la peggiore.
E mentre persino il centrista Bayrou ha deciso di mettere al primo posto della sua agenda la protezione degli agricoltori francesi (quelli per i quali l’Europa si trascina dietro il macigno della Politica Agricola Comune) non si ha traccia di impegni su quello che è – con tutta evidenza – il problema dei nostri cugini: una spesa pubblica che supera il 55% laddove nessuno dei paesi europei, comunque tutti in grande difficoltà, superi il 50, nonché una presenza dello stato talmente ingombrante e costosa da togliere l’aria. Appunto come in Italia.
Certo è diversa la qualità della spesa pubblica e la differenza la fa, eccome, il fatto di avere quella che è forse la migliore pubblica amministrazione europea rispetto ad un apparato pubblico come quello italiano.
E tuttavia il caso francese dice anche e soprattutto che c’è un’intera opinione pubblica, ancor di più che non una classe politica che semmai ha il difetto di non avere leadership e limitare a seguire i sondaggi nella scelta delle proprie priorità, che non ha alcuna intenzione di affrontare un cambiamento che non può essere evitato.
I risultati di ieri sera, poi, dicono che forse – nonostante i tre punti di svantaggio – rischia di vincere ancora Sarkozy, grazie all’exploit del centro destra. Se così fosse, se la sinistra europea non riuscisse a battere neppure un avversario così indebolito, si porrebbe un problema di ineleggibilità, di inadeguatezza strutturale della social democrazia - da nessuna parte così simile a se stessa da quarant’anni in Francia – rispetto ai cambiamenti dei quali la crisi fa solo da detonatore. Ma questa è solo in parte un’altra storia.