Francesco Grillo
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Ma la Grecia è già fallita
Di Francesco Grillo (del 05/06/2012 @ 13:07:33, in Questioni internazionali, linkato 485 volte)

In questi giorni mentre l’attenzione era concentrata su altre tragedie, non... abbiamo avuto modo di renderci conto che dopo cinque mesi lo spread è ritornato esattamente allo stesso livello – quattrocentosettanta punti base – al quale lo avevamo lasciato la sera che Berlusconi salì al colle per rassegnare le dimissioni.

La differenza rispetto a quella sera è che ormai è evidente a tutti che il problema non è solo italiano e che la possibilità di una disintegrazione dell’Euro è un’ipotesi che la stessa Commissione Europea sta considerando. Ancora più preoccupante è però che la fine della moneta unica possa coincidere con l’inizio della fine della stessa Unione trasformando la crisi economica in una crisi politica che rischia di portarci indietro di alcuni decenni.

Per salvare l’Europa occorre, però, riuscire a fare quello che all’Europa è sempre mancato: coinvolgere i cittadini su un dibattito sul futuro dell’Europa che è una riflessione sul proprio futuro, dire la verità sulla crisi, ponderare insieme i vantaggi e gli svantaggi delle possibili soluzioni.

È necessario che, ad esempio, con chiarezza – che spesso non si vede sui media europei – si ribadisca che la Grecia è già da tempo fallita e che, comunque, non lascerà l’Euro. Occorre poi anche confessare con altrettanto pragmatismo che l’introduzione dell’Euro fu una scommessa sbagliata anche se nobile, per identificare le possibilità concrete di salvare il sogno europeo senza sacrificarlo a questioni di principio.
Il fallimento della Grecia è un atto già consumato. Esso corrisponde ad una data precisa: il diciannove marzo, poco più di due mesi fa quando l’associazione internazionale che (si fa per dire) governa gli swaps e i derivati ha dichiarato che per la Grecia si era verificato un evento tale da imporre alle banche che avessero fornito ai possessori di titoli un’assicurazione di credito (credit default swap) di pagare il risarcimento concordato. La Grecia è fallita da un punto di vista legale due mesi fa e anzi l’operazione è avvenuta troppo tardi – i titoli si erano già svalutati di circa il settanta per cento, mentre nella fornace della crisi erano già stati bruciati 240 milioni di euro dei contribuenti europei – e con misure troppo blande – dopo la ristrutturazione il governo greco è rimasto a dover fronteggiare l’impegno di dover pagare le cedole su circa cento miliardi di euro quando invece sarebbe dovuto uscire dai mercati finanziari internazionali per potersi dedicare alla riorganizzazione e alla crescita della propria economia.

La ristrutturazione del debito è avvenuta attraverso quella che Nouriel Roubini chiama “socializzazione delle perdite” e che ha trasformato un debito che era sostanzialmente verso banche e finanziatori privati in debito nei confronti della Banca Centrale Europea e verso gli altri Stati dell’Unione. E ha avuto come contropartita un pacchetto di austerità che, come dice Paul Krugman, appare dettato più dalla volontà di dimostrare di aver punito i furbi che di risolvere il problema. Il fallimento è avvenuto e deve essere una reticenza verso l’idea di aver creato un precedente che produce una certa disattenzione su questo fatto.

Altrettanto fuorviante appare il dibattito sulla possibile uscita della Grecia dall’Euro. Ciò non può verificarsi per la banale ragione che la stragrande maggioranza degli elettori greci – compresi quelli tentati dall’estremismo - non vuole che ciò accada, nonché perché dello stesso avviso sono tutti i governi europei che temono gli effetti devastanti che un contagio non controllato potrebbe avere: le previsioni del Fondo Monetario Internazionale fanno temere effetti tre, quattro volte superiori sull’economia europea e mondiale della crisi finanziaria che rischiò di uccidere il capitalismo tre anni fa.

La Grecia resterà nell’Euro e, tuttavia, tale esito equivale a guadagnare tempo rispetto ad una malattia che avanza e che sempre di più appare vicina ad un punto di non ritorno. Se, infatti, è esclusa l’espulsione di un membro da un club – l’Euro, appunto – che non prevede separazioni, non è affatto impossibile, anzi per qualcuno comincia ad essere probabile, la fuoriuscita dei suoi soci fondatori imbarazzati di fronte al proprio elettorato di dover pagare per gli errori degli altri e, dunque, la fine del club stesso. Fine che rischia di essere tanto più devastante quanto più rimandata nel tempo.

Una riflessione non schiacciata sulla necessità di non affogare è indispensabile: abbiamo bisogno di un’idea che non può essere la riproposizione delle ricette di quanti invocano uno Stato federale che è impossibile in assenza di opinioni pubbliche europee che lo legittimino o programmi di investimenti pubblici su scala europea come se fossimo all’indomani della depressione del ventinove e non avessimo livelli di spesa degli stati e di tassazione già superiori al cinquanta per cento del Prodotto Interno Lordo.

Due a mio avviso le leve principali della ricostruzione che deve cominciare adesso. Primo: riconoscere che per poter avere matrimoni sostenibili devi anche concedere la possibilità di un divorzio e rendere tale evento quanto meno traumatico è possibile; un’ipotesi potrebbe essere quella di tornare ad un meccanismo di cambi tra monete nazionali che si muovano in maniera sincronica che sia più vincolante di quanto non lo fosse il sistema monetario europeo degli anni novanta, ma meno rigido di questa strana unione monetaria tra paesi che non possono che rimanere sovrani. Secondo: usare la grande opportunità della crisi dei debiti sovrani per lanciare un grande programma che sia di riduzione intelligente della spesa pubblica e di riduzione delle tasse in maniera da liberare risorse per poter fare delle imprese (soprattutto quelle giovani) il volano della crescita. Ma anche di ridisegno complessivo del patto tra Stato e cittadini e che veda questi ultimi prendere in mano il proprio futuro senza aspettare – come troppo spesso succede in Italia e in Europa – le risposte di una classe dirigente che appare superata dal cambiamento.

Sarebbe necessari ricominciare a ragionare di strategie con visione e con il pragmatismo necessario per conseguire risultati anche nel breve periodo in maniera da aggregare consenso. Siamo, invece, ancora prigionieri di una sindrome delle mezze bugie con le quali, a volte, sembra che abbiamo deciso di accompagnarci dolcemente verso esiti brutali e che abbiamo ancora la possibilità di evitare."

Articolo pubblicato su ll Mattino del 4 giugno 2012

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