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Di Francesco Grillo (del 20/07/2010 @ 12:33:47, in  Democrazia, linkato 198 volte)

Fu una buona idea diventare Italia centocinquanta anni fa? Ed è giusto continuare ad esserlo oggi? Cosa è questa spinta al localismo che non vale solo per l’Italia ma che spinge alla frattura tra comunità persino in Belgio, cuore dell’Unione Europea? E che è tanto forte da spingere - a Barcellona, in una Regione alla quale è concessa persino l’autonomia di potersi considerare nazione - un milione di persone in piazza a chiedere la separazione nei giorni nei quali la nazionale fondendo calciatori della squadra locale e le magliette della Spagna arrivava a vincere la coppa del mondo? C’è una contraddizione tra questa propensione inarrestabile e l’altrettanto inarrestabile procedere di una globalizzazione degli scambi in grado di avanzare anche tra le macerie di una grande crisi? Può segnare tale fenomeno la fine di quella creazione storica che chiamiamo Stato Nazione che secondo alcuni sta morendo, preso a tenaglia, da una parte, dall’emergere del villaggio globale e, dall’altra, dal ritorno al villaggio locale?

Sono domande radicali quelle che Vision si è posta con l’ultima newsletter prima della pausa estiva. E sono domande che, a questo punto, sono non solo utili ma, anche, non più evitabili.
Non possiamo, cioè, ricorrere alla categoria della storia o della costituzione per ritenere semplicemente inconcepibili ipotesi che dobbiamo, invece, affrontare. Anche ipotesi estreme di separazione che dobbiamo valutare se vogliamo salvare e rendere più forte le unioni, se vogliamo ricominciare ad abbattere i muri che da vent’anni - dal momento in cui crollava a Berlino quello più importante - sono ricominciati, invisibili, silenziosi, a spuntare dappertutto.

Cosa perderemmo oggi se la via slovacca fosse intrapresa in Italia? Quali sono i vantaggi, presumibilmente di vicinanza tra eletti ed elettori, dell’essere più piccoli e come si possono replicare in un contesto più grande? Quali, invece, quelli di una dimensione maggiore e in che misura stati meno estesi possono conseguirli? Quale il livello di comunità che è maggiormente efficace per governare i problemi – nuovi – che ci troviamo a dover affrontare e quale quello più adatto per dare senso di appartenenza, per contrastare la solitudine delle persone che, forse, è il male oscuro del nostro tempo interconnesso?

E soprattutto: quali le risposte considerando la questione non con gli occhi dell’antropologo che studia il passato, ma di chi cerca di immaginare  il futuro considerando la portata di una rivoluzione tecnologica che sta già avvenendo -  senza aspettare che gli intellettuali la comprendano o i politici la autorizzino – nelle nostre quotidianità?

In realtà, la rivoluzione tecnologica nella quale siamo immersi da venti anni ha ridotto  (di diversi ordini di grandezza) il costo di accesso, elaborazione e trasmissione delle informazioni. Un effetto che fa somigliare questa discontinuità, più che alla rivoluzione industriale, a quella che fu innescata nel cinquecento dall’invenzione della stampa. E se informazione è potere, risulta evidente che laddove la riproduzione industriale della conoscenza avviò un processo che portò in due secoli alla crisi della monarchia e alla democrazia, deve essere altrettanto vero che la diffusione di Internet non potrà non produrre una trasformazione altrettanto profonda. Sia del modo di formare decisioni politiche, sia in quello di realizzarle. E, dunque, anche nella organizzazione dei livelli istituzionali.

È evidente che informazione non è automaticamente conoscenza  e che non necessariamente le mutazioni saranno di segno positivo. È però, proprio per questo, per il fatto che gli esiti dipenderanno dallo scontro di volontà di gruppi che su questi temi si contenderanno la leadership, che vale la pena di capire cosa – aldilà della guerra di posizione sterile tra federalisti e centralisti – si sta muovendo nel ventre della società dell’informazione. 

In realtà, una società dell’informazione è, innanzitutto, un contesto nel quale molto più velocemente cambiano nel tempo le modalità attraverso le quali le persone si organizzano per conseguire un dato obiettivo, e molto più forti sono le differenze nello spazio tra organizzazioni che perseguono obiettivi simili con modalità e livelli di efficienza diversi.

Ciò vale, anche, per l’amministrazione pubblica laddove novità tecnologiche continue possono spostare, contemporaneamente, il livello ottimale al quale allocare certe politiche verso il basso (succede per la legge finanziaria che, in futuro, potrebbe essere generata attraverso un processo più distribuito) e altre verso l’alto (ad esempio, nell’ambito del sistema sanitario laddove le erogazioni delle prestazioni a distanza potrebbero incoraggiare la concentrazione e la specializzazione). Ugualmente crescono, in un contesto simile, i divari in termini di risultati a parità di risorse tra amministrazioni di uguale livello.

Le conseguenze sono assai concrete e, se così è, appare obsoleto lo strumento attraverso il quale si pretende di disegnare gli assetti istituzionali del futuro. Essi non possono più essere né la legge né tantomeno la costituzione che, per definizione, assume che certe distribuzioni di potere sono necessariamente rigide e che a due amministrazioni di rango simile vanno attribuiti uguali poteri. In Italia, poi, il problema è ancora più acuto perché la costituzione italiana (articolo 97) prevede, persino, che la Legge (dello Stato) regoli l’organizzazione della amministrazione pubblica.

Diventa, altresì, fuori dal tempo una discussione che voglia stabilire una certa quantità di federalismo che valga per tutti in maniera uguale e per un periodo di tempo indeterminato. Per motivi banali.

Evidentemente le capacità istituzionali della regione Piemonte sono diverse da quelle di una regione del Sud, così come è, altrettanto vero, che la dimensione della Lombardia consente un ruolo, ad esempio, nella promozione del turismo che alla regione Molise è precluso.

In realtà, diversi livelli di sussidiarietà e dimensioni diverse di amministrazioni dello stesso livello sono la conseguenza naturale di un ragionamento che prenda atto della realtà: la pubblica amministrazione non è mai stata e, ancora meno, può essere adesso un blocco monolitico. Costi di transazione più bassi (come li avrebbe definiti il premio nobel Ronald Coase) impongono di cominciare a sperimentare forme di contratto sociale molto più flessibili. Indubbiamente siamo, ancora, in mezzo al guado tra un mondo vecchio che si sta dissolvendo e un mondo nuovo che dobbiamo ancora inventare. Tuttavia il costo della conservazione timida sarebbe quello di mandare in mille pezzi assetti immaginati per dare certezze immutabili.

In una società dell'informazione, in realtà, è possibile immaginare anche istituzioni - la cui dimensione ed esistenza - siano commisurate alle risorse necessarie a conseguire un dato obiettivo. E tra le quali emergano alleanze a geometria variabile su politiche diverse. Come del resto, già succede per la struttura di governo dell'Unione Europea.

Probabilmente, in una società come quella nella quale già viviamo sono, proprio, il livello al quale più è possibile governare problemi globali (Europa?) e quello dove si affrontano le questioni locali (i comuni molto di più che le regioni) ad essere quelli più duraturi. Tra di essi le articolazioni intermedie nascerebbero perchè le istituizioni di livello più basso decidono di federarsi. Ed in questa prospettiva perde senso, ad esempio,  il dibattito su quante province (anche questa una previsione della costituzione) tagliare: le province esistono laddove i cittadini o i loro sindaci decidono di realizzare certi servizi usando questo livello instituzionale e pagandone il costo.

Il federalismo fiscale risponde, in realtà, a un’esigenza di questo genere. Sposta – con le entrate fiscali – verso comunità più piccole anche la scelta delle competenze da assegnare ad un dato ente pubblico.

Il problema è, però, che questo dibattito rischia di produrre un federalismo che moltiplica per venti i difetti di uno stato centrale, utilizzando strumenti che rischiano di essere già obsoleti.

Gli Stati della società dell’informazione sono, invece, una cosa diversa: organismi che cambiano, apprendono attraverso la sperimentazione. Un processo di modernizzazione che non passerà più attraverso riforme generali, ma attraverso cambiamenti continui che richiedono visione e pragmatismo. E che produrranno per le comunità che sapranno portarli a compimento il vantaggio competitivo che, in un’altra epoca, ha fatto prevalere le democrazie sui regimi autoritari. Proprio perché la democrazia continuerà ad avere il vantaggio di incorporare nelle decisioni collettive maggiore conoscenza: un vantaggio che riusciremo a conservare solo se sapremo rinnovarne profondamente i meccanismi.

 
Di Francesco Grillo (del 16/06/2010 @ 11:48:36, in  Calcio, linkato 369 volte)

Ha ragione chi si lamenta oggi del fatto che le pagine dei giornali italiani (tutti perché in Italia esiste sempre di meno la segmentazione tra giornali seri, tabloid, sportivi, finanziari che ancora è evidente in altri paesi) siano piene della storia del disastro della nazionale, mentre poche righe sono dedicate all’altro disastro della giornata: un tasso di disoccupazione che ha superato il nove per cento, un numero freddo al quale devono, però, essere legate le storie di centinaia di migliaia di persone e famiglie che non sanno più cosa fare. Ha ragione e, tuttavia, senza esagerare nelle autoanalisi collettive, continua ad essere vero che il calcio è una chiave di lettura potente. Della evoluzione della società italiana e globale. Ed è, per questo motivo, che osservare il calcio e quello che gli sta intorno può essere interessante.

Il calcio è, del resto, il simbolo più potente della globalizzazione. Basta capitare in qualsiasi paese in via di sviluppo, magari facendo trekking a tremila metri in Perù, per accorgersi che nei villaggi del villaggio globale possono mancare magari la scuola e i servizi sanitari, ma dovunque arriva (purtroppo) la televisione e le magliette dei giocatori dell’Inter. Forse ciò, proprio per quel motivo semplice, elementare che aveva intuito anche il sociologo Morris nello studiare i comportamenti delle tribù del calcio: per la straordinaria capacità che questo sport ha di raccontare e, in parte, di far vivere a chiunque le esperienze di tutti gli altri.

Marchi come Barcellona o Beckham affiancano Apple e Ferrari nella classifica di riconoscibilità, tra i cinque eventi televisivi più seguiti di tutti i tempi ci sono le tre finali delle ultime edizioni della Coppa del Mondo. Una grande leva di marketing, del resto il valore economico di una vittoria della Coppa del Mondo vale – secondo la banca AMRO – lo 0,7% del PIL tra incremento possibile del fatturato dell’industria turistica e promozione delle esportazioni: metà di quella che può fruttare in indotto al Paese che organizza la manifestazione (e che ne paga tutti i costi). 

Tuttavia questa opportunità risulta essere stata del tutto sprecata dall’Italia negli ultimi quattro anni. Nessun aumento di quota sul commercio o sul mercato turistico internazionale è stato registrato negli anni successivi a quelli del grande successo di immagine del duemila e sei. Mentre i risultati che più immediatamente sarebbero dovuti essere influenzati in positivo hanno subito un tracollo: per fatturato il campionato italiano – secondo la società di revisione Deloitte – era il primo con quasi 850 milioni di euro nella stagione che precede la vittoria, diventa terzo l’anno successivo (con un calo di ricavi del 20% che si conferma anche se si prescinde dal caso anomalo della Juventus) e viene superato da quello tedesco nell’ultima annata. Il contrario di quello che successe nell’ottantadue, quando non solo il campionato italiano trovò nella vittoria mondiale le leve per attrarre i campioni più prestigiosi e diventare in pochi anni quello più importante del mondo, ma  a quella vittoria si accompagnò l’inizio di una stagione di crescita per una società contraddittoria ma certamente vitale. Il risultato di oggi, in qualche maniera, rende evidente che quella di quattro anni fa fu un'eccezione: il declino - anche quello del calcio italiano - era, in realtà, cominciato prima della vittoria e culmina nella manifestazione di impotenza dimostrata dalla nazionale. 

Certo non si può esagerare l’importanza del calcio. Ma non si può neppure disconoscere quanto sia efficace come leva di marketing per interi paesi e quanto sia forte la capacità di questo sport di raccontare con semplicità processi che economisti e scienziati della politica fanno fatica ad interpretare. Quello che il calcio racconta è la rappresentazione teatrale di un Paese dal quale ci si aspetta che, regolarmente, la vittoria arrivi per caso. Con eroi che sono tali solo se risultano essere stati lasciati soli dal sistema prima dell’ennesima catarsi.

Come quello del 2006, già condannato - prima ancora di cominciare - ad essere retrocesso in serie B. Ed anche qui il calcio offre un interessante parallelo tra le rivoluzioni incompiute che nel novantadue seppellirono apparentemente la prima repubblica e quelle che quindici anni dopo rischiarono di travolgere i campioni del mondo. Sempre in bilico tra l’altare e la polvere: questi sono i termini dialettici tra i quali sembra oscillare la storia di un paese che inesorabilmente sembra  preferire alla ricerca pragmatica di soluzioni, una guerra di trincea che diventa eterna perché i due avversari hanno, in fin dei conti, l’uno bisogno dell’altro.

Un ruolo – fatto di vittorie sempre e solo quando sei accerchiato - che tradizionalmente spetta all’Italia. Ci abbiamo riprovato nel duemila e dieci. Lo stesso trucco: un gruppo lasciato platealmente alla sua ultima spiaggia, licenziato prima ancora di scendere in campo. Aggrappati, come in una qualche tragedia greca, ad un vecchio condottiero. Di nuovo isolato.

Tuttavia, il modello non funziona più. In un contesto di competizione globale affidarsi allo stellone e alla tradizione non è più sufficiente. Come dimostra il mondiale che ha, definitivamente, celebrato la globalizzazione del calcio. E l'esaurimento dei conigli che il pifferaio magico può estrararre dal clindro italiano.

La nazionale di Lippi era, anche, la rappresentazione di una società divisa in bande, cordate. Una rappresentazione buona perché, probabilmente, Lippi aveva ragione a ricordare come ci fossero valori sportivi e spirito di gruppo al centro di questa banda. Era, però, deliberatamente un gruppo chiuso. Una famiglia, in fondo. Una di quelle che andavano bene venti anni fa e che oggi rischiano di essere, se non rinnovate, solo un tentativo di difesa.

Un clan, uno dei quelli ai quali devi associarti per sopravvivere in Italia e che, tuttavia, hanno ridotto uno dei paesi con maggiore inventiva a non riuscire a produrre più nulla, a limitarsi a gestire l’esistente perché un’ organizzazione sociale per clan non è compatibile con i tempi dell’innovazione. In nessun campo.

Questo sistema – il paese, con i numeri sulla disoccupazione e sulla spesa pubblica, e il calcio, come suo vettore simbolico – è arrivato al punto di svolta: abbiamo disperato bisogno di talento per ricominciare ad avere un ruolo. Perché il ruolo si conquista proponendo cose nuove. E non amministrando condomini a Prati o in Via Montenapoleone e gestendo lo stato e le imprese come condomini, appunto. Abbiamo bisogno di talento e creare ambienti che lo proteggano visto che, spesso, in queste condizioni il talento, laddove esiste, è associato alla rabbia, alla frustrazione per un sistema che, invece, è ancora ostinatamente legato a guru rassicuranti e senza idee. In politica, nel giornalismo, nelle università, nello sport.

E se il talento non ci fosse nelle nostre bande dovremmo attrarlo dall’esterno. Avendo il coraggio di uscire da salotti sempre più sterili. Guardando tra gli immigrati, tra i più giovani, tra le donne. Rovesciando il valore che oggi - da società decrepita - diamo all’esperienza. Più o meno il contrario di certe ricette che si sono sentite in queste ore.

In fin dei conti, è per la propria stessa sopravvivenza che a volte individui e comunità devono liberarsi del proprio ruolo. Come per certi attori che rischiano di finire schiacciati dal personaggio interpretato troppe volte. La sconfitta si potrebbe trasformare in una vittoria se gli italiani vedessero questo nell'immagine di Fabio Cannavaro che si allontana dal campo con la dignità di un vecchio cowboy arrivato all'ultima partita.

 
Di Francesco Grillo (del 25/05/2010 @ 10:28:37, in  Democrazia, linkato 592 volte)

Su FaceBook arrivai un anno fa per inseguire Anna Never. E ci sono arrivato con un grande scetticismo. Del resto questa è la mia prima reazione rispetto a qualsiasi discontinuità tecnologica. Continuo a preferire la corsa a incomprensibili tecniche di allenamento passivo. Nessun senso ha, per me, parlare senza poter guardare negli occhi e utilizzare il mio sesto senso e mezzo. In generale ho la sensazione che a forza di renderci la vita sempre più comoda, abbiamo finito anche con il creare molte debolezze. Alla fine però, in Facebook mi sono immerso come ho fatto altre volte: come un palombaro che – incuriosito – si fa calare in un mare popolato di incubi e sorprese, molto interessanti da studiare e, tuttavia, sempre collegato ad una barca alla quale ritornare velocemente se quelle acque dovessero diventare veramente pericolose. Ed è così che ho scoperto – mischiando sensazioni personali e riflessioni generali - che, proprio, attraverso il Libro Faccia si può scoprire cosa (insieme) stiamo diventando.

Facebook segna probabilmente un punto di non ritorno. Il Libro Faccia è infatti la realizzazione della previsione più ardita mai fatta su Internet: alla fine ogni individuo diventerà telegiornale di se stesso, alla comunicazione one to many verrà sostituita una comunicazione many (all in realtà) to many. Non solo: è la piattaforma attraverso la quale, lungo la quale una parte consistente dei rapporti  tra quattro – cinque cento milioni di persone (tra le quali gran parte della classe dirigente, della popolazione urbana e quasi tutti gli studenti delle migliori università del mondo) si svolgono. La realizzazione di quel villaggio globale che da decenni aspettavamo e nel quale tutti – in teoria – hanno gli stessi diritti di comunicare. Una cosa enorme di proprietà di una società non quotata in Borsa, posseduta da uno studente di Harvard di 26 anni, di dimensioni medie. Una contraddizione, un miracolo proprio come le cose che popolano il mare di Facebook.

Quattro le domande che Vision proponeva: in che misura i social network (parliamo di Facebook perché per massa critica accumulata ha portato il concetto stesso di social network ad un livello completamente diverso di rilevanza) stanno cambiando i rapporti personali? In che misura stanno cambiando la politica? Quale il valore della società fondata a Cambridge da  Mark Zuckerberg e guidata dallo stesso Harvard graduate dagli uffici di Palo Alto? A cosa assomiglierà la Facebook del 2015?

Rapporti personali e politica sono legati, in realtà, per la considerazione che si faceva prima. Se tutti diventiamo telegiornale di noi stessi il confine tra pubblico e privato si assottiglia. Diventiamo tutti animali politici o, forse - è il contrario, ma Facebook mischia tutto e il suo contrario - diventiamo tutti più soli. O almeno questo il rischio di chi si abbandona alle illusioni dello strumento.

È evidente che nel valutare l’effetto di una cosa come FB (e lo stesso ragionamento sarebbe valso per chi avesse voluto ragionare dell’avvento di cose simili dalla invenzione della stampa fino a quella degli SMS) non posso non pensare che è la semiologia, la scienza che più può essere eccitata dalla creazione del global village e che sia, dunque, inevitabile provare a capire cosa McLuhan direbbe di questa cosa. E forse ci ricorderebbe che “se il mezzo è il messaggio, e allora c’è la possibilità che tecnologie della comunicazione possano fare bene e quella che possano fare male; mentre è del tutto escluso che siano neutre”.

Questo vale per i rapporti personali. Trovo inquietante che FB possa incoraggiare quella che è una tendenza che già esiste (ed è forse per averla colta che è riuscita a diventare così popolare): consentire agli individui la più estrema delle comodità, conoscere gli altri senza mai conoscerli, senza mai accettare quel “mettersi in gioco” (come direbbero - con un termine che odio - gli psicologi) che è indispensabile per qualsiasi relazione (professionale, di amicizia, d’amore). E anzi ho la sensazione che, a parità di tutto, conoscere qualcuno attraverso FB  possa essere un condizionamento negativo. E però c’è di peggio: mi hanno raccontato che c’è chi su FB – the platform, the village, la farm ville  – sia riuscito a conoscere, sviluppare storie d’ "amore" (forse dovremmo utilizzare le parole con maggiore parsimonia) e a farle finire senza mai incontrare il proprio oggetto del desiderio.  E tuttavia, la novità può avere effetti positivi. Ci sono persone che si sono re-incontrate dopo anni (anche se, a volte, questi incontri possono essere traumatici). Senza dubbio può farti contribuire ad uscire (è il contrario dell’effetto negativo che dicevo) dalla autoreferenzialità che contraddistingue qualsiasi mondo: manager, attori, ballerine, commercianti; cittadini globali e quelli molto locali. FB mischia tutto – soprattutto con quel meccanismo un po’ fastidioso delle amicizie non richieste – e ti fa capire che fai parte di un’umanità molto più ampia di quelli che come te (come me) hanno-studiato-a-londra-e-sono-cervelli-in-fuga (sigh!).

La politica, poi. Io qui comincerei dagli effetti positivi, perché la capacità della politica di governare problemi complessi (quella che dovrebbe avere) non potrebbe essere più bassa di quella che, attualmente, ha (non solo in Italia) e qualsiasi cambiamento è tendenzialmente da considerare positivo. Senza FB (e twitter) non sarebbero stati possibili né la sfida alla dittatura irachena, né la vittoria di Obama e neppure le ultime interviste al Dalai Lama. Per funzionare come strumento politico, FB richiede skills comunicative molto sofisticate.  Tuttavia, non vedo rischi tranne per quelli legati alla risposta alla terza domanda (il valore di FB) che ha a che fare con il fatto che tale piattaforma appartiene, in realtà, ad uno specifico soggetto che si chiama (appunto) Facebook, una società americana relativamente piccola di proprietà di un simpatico ragazzo del New Jersey.

Niente di sbagliato nel successo di Mark, ovviamente, che è uno dei simboli viventi di quella “rivolta della generazione X” che Vision ha cercato. E, tuttavia, di nuovo i paradossi abbondano. È una società piccola, si diceva. Che ha, ancora, per intero il problema – tipico della società dell’informazione - di capire come trasformare in soldi l’enormità di essere diventato l’ultimo dei sistemi nervosi che tiene insieme la società globale. 

Facebook (forse) fattura per la prima volta nel 2010 un miliardo di dollari. Una cifra sei volte più piccola di quella fatturata da un’azienda come Luxottica, capace di fare ottimi occhiali ma che certamente non sta facendo il futuro della politica e dei rapporti personali. Otto volte più piccola dei ricavi di Sky Italia, che è in un business molto più maturo come le televisioni e che, comunque, opera in un solo paese con alcuni milioni di abbonati (centinaia di volte meno di quanti hanno aderito a FB). Peraltro, fino allo scorso anno la società di Mark non riusciva a produrre un euro di utile. Una società di medie dimensioni non quotata in borsa e che, però, varrebbe intorno ai 15 miliardi di dollari: circa dieci volte più delle due aziende italiane che abbiamo citato prima. Un’azienda che – come tante persone e organizzazioni di talento in questo brave, new world – sembra stretto da un presente da eterna promessa e un futuro senza limiti.

Senza limiti è, infatti, il valore di essere “la piattaforma”. Non solo quello puramente legato ai ricavi da inserzioni pubblicitarie che dovrebbe essere il core business di FB. Ma anche quello che è legato al vero asset che FB che già possiede:  l’accesso alle informazioni riservate, confidenziali che centinaia di milioni di persone, compresa l’intera classe dirigente del pianeta è tentata (dalla cosmetica del sito) a far transitare attraverso FB. Una montagna di informazioni confidenziali di scarso interesse per FB, ma che FB potrebbe – attraverso accordi commerciali – cedere alle aziende e, forse peggio, alle istituzioni che possono avere (praticamente tutte) interesse ad accedere a questa miniera di comunicazioni molto più efficace di un qualsiasi strumento di intercettazione.

Il valore di FB, insomma, corrisponde anche a quello che è il fronte sul quale FB è stata più attaccata. Ed in realtà FB è, in un certo senso, il simbolo stesso delle contraddizioni e delle opportunità della globalizzazione asimmetrica (nella quale di globalizzano comunicazione e economie e rimangono nazionali politiche, ordinamenti giuridici e meccanismi sanzionatori) che viviamo. Il nostro sistema nervoso, quello che più si sta espandendo per sostituirne altri (incluso quello che una volta era fatto di giornali) è di proprietà di una società che risponde, però, alle regole di un solo stato – la California, neppure gli Stati Uniti – e che non essendo quotata, non è neanche tenuta alla trasparenza su conti e azionisti.

Forse non sarebbe nata FB se ci fosse stato un governo mondiale. E però il rischio è che, come al solito, l’innovazione, la libertà possa essere catturata da interessi forti e produrre il suo contrario. La FB del 2015 introdurrà alcune nuove fondamentali applicazioni. Mi sembra, ad esempio, ovvio lo sviluppo verso strumenti che consentano la geo-localizzazione dei tuoi amici. Nonché quella più inquietante che permetterà di “profilare” le persone, avvicinare e farsi avvicinare solo dai propri simili. Ma lo sviluppo più importante sarà proprio quello sul nodo riservatezza.


Una società privata, for profit, o anche quotata non mi sembra coerente con il fatto di essere sistema nervoso, common good per eccellenza del mondo. Modelli no profit e shared come wikipedia con una regolazione light e tuttavia non inesistente, emergeranno dopo qualche crisi che inevitabilmente colpirà un fenomeno che è cresciuto molto aldilà delle più folli previsioni iniziali dei propri fondatori.

Per quello che mi riguarda la prossima volta AnnaNever la incontrerò per caso. Le tecnologie possono essere solo un supporto alla vita che è, ancora, per fortuna, vita vera. 

 

 

 
Di Francesco Grillo (del 25/05/2010 @ 10:25:37, in  Democrazia, linkato 521 volte)

Le classifiche internazionali sembrano assomigliarsi tutte. Cambia il fattore – dalla competitività, alla capacità di innovare, passando dalle prestazioni del sistema scolastico e la trasparenza della amministrazione pubblica - ma i risultati sono quasi sempre gli stessi: ai primi posti immancabilmente i paesi del Nord Europa, poi ci sono Stati Uniti e Svizzera, quindi i paesi europei più grandi, con Brasile, Cina e India in crescita. Agli ultimi i paesi africani e qualche paese del sud e centro America. L’Italia si trova dietro agli altri paesi europei, in posizione intermedia rispetto al resto del mondo. Tuttavia, esiste una classifica che fornisce una visione del mondo praticamente capovolta. Nella graduatoria per felicità Giamaica e Egitto sono ai primi posti, gli Stati Uniti e Lussemburgo agli ultimi: unica somiglianza è nella posizione media dell’Italia che, tuttavia, appare essere meno felice rispetto agli anni sessanta.

Il confronto tra classifiche rileva un paradosso che affascina gli economisti da decenni. In realtà, esso nasconde un problema la cui gravità è rafforzata dalla crisi epocale che stiamo vivendo. Perché se sono sbagliati i numeri con i quali leggiamo la grande crisi, potrebbero essere sbagliate le decisioni che stiamo assumendo. Che senso ha continuare a pubblicare quasi ogni settimana i dati del Prodotto Interno Lordo, con i quali descriviamo la grande crisi che stiamo vivendo, se gli economisti sanno da almeno trenta anni che questo numero appare sempre più incapace di tener conto del benessere di una società evoluta? Laddove poi è proprio la percezione del benessere che determina la coesione di una società ma anche, in definitiva, il consenso degli elettori. E nel caso in cui raggiungessimo la conclusione che le misure economiche tradizionali fossero sballate, con cosa le potremmo sostituire? Avrebbe senso provare a calcolare in che misura gli individui sono felici e a costruire politiche su questa base?

Dai numeri presentati dal think tank Vision ad una conferenza - organizzata la scorsa settimana a Roma dal British Council insieme alle ambasciate di Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e alle reti RENA e TN2020 - emerge, innanzitutto, la conferma che le grandezze macroeconomiche tradizionali possono non misurare in maniera corretta i livelli di benessere. Lo dimostra il confronto nel tempo: in Italia, ad esempio, dagli anni sessanta a oggi, l'aumento del reddito pro capite di più di tre volte non ha impedito che la percentuale di persone che si dichiarano felici fosse, addirittura, in lieve calo (fig.1).

La comparazione tra paesi dice, del resto, che la classifica sulla felicità appare rovesciata rispetto a quella sulla competitività con paesi come Giamaica e India ai primi posti e Stati Uniti e Lussemburgo agli ultimi (fig.2). Il denaro sembra non essere più in grado di comprare la felicità e, del resto, è probabile che buona parte del mondo abbia superato – negli ultimi anni - la soglia minima al di sotto della quale esso è indispensabile per procurarsi beni primari.


I numeri raccolti da Vision riportano, poi, alcuni esempi famosi che evidenziano l'incapacità del PIL di riflettere il cambiamento della quantità di benessere, laddove è possibile dimostrare che sciagure come guerre e terremoti comportano, normalmente, una crescita della ricchezza prodotta dai paesi e dalle regioni colpite (successe anche in Campania agli inizi degli anni ottanta).

Il problema vero, tuttavia, non consiste nel fatto che le misurazioni siano sbagliate ma nel pericolo che, sulla base di tali misure non esatte, si assumano decisioni errate o che non si affrontino problemi veri. Esempi di questo genere sono numerosi: incoraggiare i consumi oltre un certo livello ed in certi periodi (ad esempio, a Natale) ed il non riuscire ad affrontare la congestione nelle grandi città sono esempi di scelte (o di non scelte) che hanno in comune la caratteristica di produrre una crescita di PIL (almeno nel breve termine) e una probabile riduzione del benessere individuale e collettivo (anche se non è escluso che c’è chi possa provare piacere a stare fermo in coda).


Alla conferenza organizzata dal British Council, hanno partecipato numerosi studiosi, giornalisti, uomini di fede provenienti da diversi paesi: tra di loro, il Professor Wilkinson, autore del best seller The Spirit Level, uno studio in cui si dimostra che la disuguaglianza sia il primo fattore causa di una diminuzione delle prestazioni complessive di una società. Non misura direttamente la felicità lo studio di Wilkinson e, tuttavia, appare che se ordiniamo i paesi più sviluppati su un certo numero di indicatori fondamentali – crimini, risultati scolastici, persino obesità – le condizioni peggiorano al crescere della disuguaglianza. Ciò è, peraltro, confermato se il confronto lo facciamo tra Stati negli USA o tra regioni all’interno di un paese europeo. Il peggioramento di coesione sociale è così marcato che un eccesso di disuguaglianza danneggia anche chi ne è apparentemente avvantaggiato. La scoperta più importante della ricerca del Professor Wilkinson e della sua collega Kate Pickett è che il fattore discriminante non sia più la differenza di reddito tra paesi, ma la disuguaglianza all’interno degli stati a determinare prestazioni diverse: ciò, del resto, è confermato dalle differenze notevoli – persino in termini di durata di vita media – tra quartieri della stessa città osservate in Inghilterra. Particolarmente rilevante appare il particolare che società meno diseguali appaiono, persino, più innovative: la spiegazione di buon senso è che in paesi troppo diseguali, le distanze scoraggiano la competizione e diminuiscono la stessa mobilità sociale. Il denaro sembra non riuscire più a “comprare felicità” anche se indubbiamente, sotto un certo livello critico, è ancora indispensabile. Non tutti, però, sono d’accordo nel ritenere che maggiore eguaglianza faccia necessariamente bene.

Che fare, allora? Una ipotesi è quella di ripartire da un valore che con la felicità sembra non avere molto a che fare: la democrazia. Se è vero che la definizione di benessere e, in ultima analisi, gli obiettivi che come comunità ci diamo, differiscono tra culture, paesi, religioni e individui, diventa indispensabile, allora, che, perlomeno ogni persona sia libera di dire cosa vuole, cosa lo rende felice e che ogni preferenza individuale sia contata per stabilire quali sono gli obiettivi di una comunità. Democrazia chiarendo, tuttavia, che i processi democratici tipici delle società occidentali appaiono obsoleti perché superati, forse, dalle tecnologie, perché pensati per società completamente diverse da quelle nelle quali viviamo.

Di democrazia partecipativa, parla, del resto, anche Enrico Giovannini, presidente dell’ISTAT e rapporteur della famosa commissione, creata da Sarkozy qualche anno fa e che coinvolse i premi nobel Sen e Stiglitz con l’obiettivo di trovare indicatori per andare oltre il PIL. Ormai Obama, Cameron, Merkel e Sarkozy e lo stesso ministro dell’economia italiano appaiono convinti che gli istituti di statistica introducano nuove, più sofisticate misure e che esse vadano promosse nel dibattito economico e politico. Tuttavia, secondo Giovannini la chiave è costruire strumenti tenendo conto delle preferenze di ciascuno e di ciascuna comunità, prevedendo, peraltro, che essi siano estremamente dinamici, flessibili per rispondere a mutazioni sempre più rapide. Strumenti democratici diversi, più efficaci da quelli che abbiamo. Strumenti con i quali riscrivere i contratti sociali sulla base dei quali sono costruite le comunità nelle quali viviamo.

Quella della ricostruzione degli strumenti di lettura e di intervento è, probabilmente, una delle più affascinati sfide proposte dalla rivoluzione tecnologica che da quindici anni ha cambiato tutto: dalle relazioni personali ai modelli aziendali e di sviluppo economico. Una sfida che si può vincere non esagerando, però, con le aspettative e, soprattutto, evitando il rischio di essere prescrittivi. La felicità, del resto, non si può fabbricare dall’alto – come ricordano gli urbanisti facendo l’esempio di progetti di città perfette diventate ghetti – e, neppure, si può imporre come ulteriore obiettivo al quale tendere tutti con sorrisi sempre più grandi e, magari, meno sinceri, come avverte Barbara Ehrenreich in un libro dal titolo che si spiega da solo “smile or die”. Un progetto che richiede tolleranza, persino l’ironia di chi qualche secolo fa celebrava la ragione,che è cosa diversa dalla razionalità.

 
Di Francesco Grillo (del 01/04/2010 @ 10:29:29, in Questioni italiane, linkato 759 volte)

(Versione integrale dell'editoriale pubblicato su Il Mattino il 31 marzo) L’ombelico del mondo. Non c’è dubbio che sono,  da sempre, il Sud e le sue capitali – Napoli, Bari, Palermo – i luoghi dai quali promanano le scosse telluriche che maggiormente condizionano il panorama della politica italiana. Furono le stragi di Capaci e di Palermo a seppellire (insieme alla tangentopoli milanese) la Prima Repubblica. È stato uno scandalo nella sanità campana ad affondare l’ultimo governo Prodi, e lo spettacolo devastante dei rifiuti a Caserta a delegittimare un partito democratico appena nato sul fronte della moralità. È tra altre corruzioni senza fine in Puglia che è nato il sistema di potere che – per un’Estate – è sembrato poter entrare nelle stanze di palazzo Grazioli. Ma, al di là delle indagini giudiziarie, è ancora tra l’antico Aspromonte e la moderna Gomorra di Casale di Principe che oggi come centocinquanta anni fa si decide la sopravvivenza di un progetto unitario che sembra essere passato direttamente da una fase adolescenziale ad una di obsolescenza. Non c’è dubbio che il Sud – più del Nord, a volte rabbioso, e del Centro tutto sommato tranquillo – a decidere le sorti della politica italiana e della legittimità stessa di un’idea che sarebbe pericolosissimo ritenere inattaccabile solo perché è scritta in una pur gloriosa costituzione. Ed è nel Sud che si sono create le premesse per uno svuotamento di quella idea. Solo nel Sud che si potrà trovare – se mai lo volessimo -  un rimedio.
 
Del resto non è necessario effettuare impegnativi viaggi intellettuali per capire quanto la questione del Nord cominci al Sud. Se la sanità costa per cittadino più in Campania che in Lombardia o in Piemonte o in Veneto mentre decine di migliaia di pazienti vanno da Napoli a Milano per curarsi, non bisogna essere un economista per avere – come elettore del nord - il sospetto di essere stato preso in giro due volte. La prima per aver pagato con le proprie tasse una ovvia inefficienza; la seconda perché quelle risorse trasferite senza ragione, forse, non sono neppure un semplice spreco perché, invece, sono più concretamente il finanziamento di criminalità organizzata e clientele che continueranno a fare da tappo per lo sviluppo economico di quelle regioni diventando, nel frattempo, così potenti da andare ad occupare il potere anche a Roma.

No. Non bisogna essere scienziati della politica per comprendere che ciò non è sostenibile. Del resto i dati delle elezioni di domenica sono chiarissimi anche per chi li esamini dal punto di vista delle scelte di politica economica. Vince, dappertutto, la lega e l’astensionismo. Per i due partiti più grandi, quelli che qualcuno definisce “di governo”, ha votato poco più di terzo degli elettori che ne avevano diritto. Più che una vittoria di una delle due parti, questa appare come la fine di un modello e, forse, di un modo di concepire l’Italia. E della politica che a quella visione è legata. In particolare, risulta evidente che sono i risultati disastrosi di anni di governo delle giunte di Centro Sinistra del Sud (e del Lazio) – anche se mitigati dalla grande capacità comunicativa di alcuni candidati – ad aver pesato, negli anni, sul Centro Sinistra del Nord. Che c’è un filo conduttore che porta da Reggio Calabria a Torino anche se i governatori del Nord – in un quadro di risorse falcidiate dalla necessità di dover continuare a finanziare lo spreco – possono aver fatto un discreto lavoro.

I risultati, si diceva. Risultati che sono chiarissimi (come nello studio che Vision & Value con London School of Economics ha fatto per il Ministero dell’Economia). Nonostante cinquanta miliardi di euro spesi tra il 2000 e il 2008 le quattro regioni del Sud – questo pochi lo sanno – sono agli ultimi quattro posti tra le regioni europee (includendovi Bulgaria e Romania) per tasso di occupazione. Nonostante un patrimonio turistico che conta dieci siti UNESCO (negli Stati Uniti ce ne sono diciotto), la Campania e la Sicilia contano meno della metà dei turisti dell’Andalusia da sola. Nonostante il prestigio e sei miliardi di euro (più della spesa complessiva per le università Italiane) da spendere per la ricerca nel Sud nei prossimi tre anni un ateneo come quello Federico II di Napoli ha meno dell’uno per cento di studenti stranieri e meno del cinque per cento di studenti fuori sede ed è praticamente una specie di enorme università sotto case. Nonostante le millecinquecento persone che lavoravano nell’Agenzia di attrazione di investimenti che ha come propria priorità prima l’insediamento di investimenti nel Sud, le sei regioni che lo compongono attraggono ogni anno meno investimenti esteri della sola regione Umbria.

Risultati così deludenti che, ovviamente, si traducono allo specchio in opportunità imbarazzanti per dimensione e che fanno venire la voglia di fare a questi signori una proposta semplicemente irresistibile “affidate a noi, ad un gruppo di professionisti seri una politica – ad esempio quella sul turismo – e ci pagate solo in funzione dei miglioramenti che produciamo”.

In realtà questa della Agenzia di attrazione riconduce alla conclusione principale che anni di studio alcuni ricercatori traggono e che rende la questione del Sud simile, in qualche misura, all’Africa. Il problema, avverte qualcuno, sono proprio gli intermediari. Gli specialisti della questione meridionale (o africana). Buona parte degli amministratori centrali e regionali, i consulenti, gli avvocati, gli ex sindacalisti,i ricercatori, i formatori, gli “internazionalizzatori”, gli “agenti di sviluppo” e via farneticando che vivono di questione meridionale.

Il problema sono i cantori del problema. Quelli che si chiamavano un tempo i meridionalisti. Quelli che ne cantano la complessità mai riducibile a numeri, obiettivi di cui qualcuno deve rispondere. Che su questi temi si è inventata una “professione”. Quelli che – per decenni, tra anni cinquanta e novanta – avevano il coraggio di dire che il problema era culturale (quindi irrisolvibile), precisamente quello dell’eredità culturale della Spagna e dei suoi vicerè. E però Barcellona in venti anni ha superato prima Napoli, poi Roma e infine Milano come una Ferrari che infila una utilitaria qualsiasi senza neppure fermarsi a guardarla.

Il problema sono gli specialisti del mezzogiorno – che, magari, non sempre sono meridionali perché ci sono società di consulenza internazionali e milanesi che hanno deciso di sguazzare in questo business – che, ovviamente, da attori razionali hanno interesse che il problema continui ad essere grave, ma mai ad essere risolto. Ed è questo che rende interessante il parallelo con l’Africa, ma anche a questioni come quella della Palestina. La cronicizzazione dei problemi spesso è tollerata dal paziente che si affeziona alla propria malattia, direbbero alcuni psicologi. Però in questo caso, i familiari, anzi, ad essere precisi i co inquilini del malato sembrano essere arrivati al punto della non sopportazione.

Non solo per una questione di calcolo egoistico. Ma per un argomento che è morale e di democrazia. Perché per una regola basilare della democrazia, vale anche per quelle imperfette, l’utilizzazione delle risorse dei contribuenti ha bisogno per essere accettata di generare beni pubblici anche per le altre parti del sistema (nonché entrate fiscali che ripaghino dell’investimento).  Ciò non è successo e offende il senso etico dell’essere comunità e cittadini e forse lo svuota di significato. Anche se certe risposte possono generare mostri peggiori.

Ciò vale forse ancora di più per i nuovi governatori visto che la riforma veramente irrimandabile è quella del federalismo fiscale che significa poi rendere territori, amministrazioni, cittadini responsabili delle proprie risorse (vedi articolo su Il Mattino su questo). Se federalismo fiscale però deve essere, è chiaro che la sfida sarà quella di rendere più lunga la coperta, recuperando  efficienza nell’utilizzo di risorse che necessariamente nel sud diventeranno più scarse.

Priorità sulle quali investire risorse scarse; meccanismi per costringere chi gestisce denaro pubblico a darne conto; automatismi che dis intermedino la lunga catena gestionale delle pubbliche amministrazioni portando le risorse direttamente a imprese e individui. Sono queste i tre macro criteri per dare concretezza ai quali c’è bisogno di due qualità: coraggio politico e attenzione manageriale ai dettagli operativi. Senza questa combinazione di visione e pragmatismo il dibattito sulle risorse continuerebbe ad essere a somma zero, il  federalismo fiscale spaccherebbe qualsiasi coalizione e l’ostilità del popolo del nord colpirebbe chiunque prova a toccare il Sud e a governare un paese che è, già, oggettivamente spezzato in più parti.

 
Di Francesco Grillo (del 26/03/2010 @ 15:06:01, in Diario, linkato 670 volte)

Su una cosa il Presidente del Consiglio ha ragione: la libertà è in pericolo. O per meglio dire è in pericolo la democrazia. C’è qualcosa che non funziona in quello che è il più bel regalo che ci hanno fatto generazioni di patrioti, partigiani e di intellettuali coraggiosi cinquanta anni fa. Diverge, però, in maniera netta il giudizio mio da quello di Berlusconi e di Bersani su chi ha la responsabilità di questo stato di fatto: i magistrati di sinistra dice il primo; il presidente del consiglio che fa il capo popolo gli risponde l’altro. Hanno torto tutti e due.

Perché la responsabilità vera è nostra. Nostra di chi non riesce più a ricordarsi cosa significa essere cittadino. Pretendere che le leggi siano applicate. Che non si ricorda più – tutti, a prescindere dall’età – quanti sacrifici sono costati le cose – democrazia, libertà ma anche Europa – che abbiamo ereditato da altre generazioni. Lo spettacolo è avvilente.

Dove si è visto mai che alte cariche istituzionali - offendendo altre istituzioni (parlo dei possibili governatori delle Regioni in un contesto che dovrebbe essere federalista) - impongono a tutti la propria agenda? Occupano tutto per intero la spazio mediatico che esiste? Decidono per tutti che votare i partiti piccoli – in elezioni che non riguardano loro – è inutile (il mio voto non andrebbe, probabilmente, ad un partito piccolo ma trovo inconcepibile dire che un voto, uno qualsiasi è inutile)? Pretendono di scegliersi le opposizioni con le quali confrontarsi?

Ma soprattutto dove altro mai si è visto un Paese intero – cinquantacinque milioni di abitanti, settima o ottava potenza industriale, una storia che pochissimi altri possono vantare – dove nessuno riesce a porre un argine – convinto, deciso – a questo debordare? Dove sono i cittadini che dovrebbero indignarsi?

La realtà è che ci siamo giocati per l’ennesima volta la possibilità di discutere, decidere serenamente di cose che riguardano molto da vicino la quotidianità di tutti: le liste d’attesa negli ospedali; decine di miliardi di debito di tre regioni sulla sanità che strozzano i conti pubblici; gli ammortizzatori sociali e la formazione professionale; lo scandalo di decine di miliardi di fondi strutturali che foraggiano clientele, criminalità organizzate e professionalità che non esistono. Ci abbiamo provato io, Vision, qualche giornale. Ma sullo sfondo incombeva sempre il fantasma del nulla che divora qualsiasi cocciuta volontà di costruire.

La colpa – semmai di colpa possiamo parlare – è nostra. Ridotti a cullarci nella nostra condizione di telespettatori. Prima ancora che cittadini o padri o figli o persone in carne ed ossa. Ridotti a, tutt’al più, esercitare il diritto di nominare chi – di questi grotteschi figuri – ci è più antipatico. Come se fossimo finiti tutti su una qualche “isola dei famosi”. La responsabilità è di chi non si prende la responsabilità di mettersi in gioco.

Bisognerebbe – e pesantemente – mettere mano alla democrazia. Ai suoi meccanismi che non possono essere più quelli immaginati da Dossetti e Calamandrei. E non solo perché abbiamo bisogno di istituzioni più efficaci. Ma soprattutto perché abbiamo bisogno di nuovi meccanismi di partecipazione.

Perché – se vogliamo salvarci non come Italia ma come comunità – dobbiamo inventarci un modo per riuscire tutti – giovani e vecchi – a sentire, di nuovo, la voglia di condividere un progetto. Dovremmo sconfiggere, dunque, il cinismo che dilaga. Non solo nella società italiana. Cinismo che è poi fratello minore del sonno della ragione (il titolo del libro dal quale Vision è nata nel 2005) che è il male oscuro di questa società.

Società nella quale però tutto è ancora possibile. Una battaglia tra coraggio e paura. Una battaglia che non ha alternative però.

 
Di Francesco Grillo (del 17/02/2010 @ 11:16:47, in Questioni italiane, linkato 750 volte)

This paper is a contribution to the conference held in Birmingham on Feb the 12th 2010, organized by th Open University with Open Democracy.

Only fifteen years ago (incidentally at the time that many see as the start of Italy’s second republic) Italy used to be – according to the foreign and especially British and American media - the calabrone , a society and an economy that should not prosper and yet was still enjoying an endless dolce vita  (and, for instance, enjoying a GDP pro capita lower only to France amongst the big EU economies) in defiance of textbooks that guide good economic policies.

Today the calabrone is not flying anymore (average salaries have been overtaken by all EU 15 countries including Greece) and notwithstanding the rhetoric of the Italian government and of some of the Italian media about a supposedly higher resilience of the Italian quality of life and finance to The Crisis , the country has still to start to deal with problems that seem structural and long standing .

One of the assumptions that is very wide spread amongst Italian intellectuals and media (and that I would in fact question and that to me is a sign of the decline) is that the country’s well being is strongly impacted by the quality of political leadership. It appears, therefore, certainly central to the debate on Italy’s future to understand which may be the evolution of Italy’s politics and for that it appears crucial to understand what can be the future of the person that has been at its centre stage for almost two decades.

After all, the impact of the prime minister on Italian politics is demonstrated by what few see as its transformation into some sort of gigantic soap opera. It seems like a never ending sequence of daily coup de theatre.

Two days ago: Massimo Ciancimino, son of the mayor of Palermo that was the first Italian politician to be convicted for Mafia membership, revealed during the trial where he himself is accused of being a mafioso that the birth of Forza Italia  (the political party founded by Berlusconi in 1994) was the product of a pact between the organized crime and the State.

Yesterday: the head of Italy’s equivalent of homeland security – Guido Bertolaso that many see as the most likely heir of the premier - offered his resignation after having received the information of being under investigation in connection with public works assigned in preparation of the last G8 in Italy.

Earthquakes that may bury even the most powerful politician and political system and that, in Italy, happen practically every day.

And yet, like in the famous book of Giovanni Tommasi di Lampedusa , nothing changes – neither the main actors, nor the affairs portrayed in the saga that seem increasingly distant from the daily worries of the citizens; spectators that supposedly should now be even more preoccupied by a crisis that is very real.

Even more surprisingly, most Italians still appear to be interested in this comedia that has gone on for almost two decades. It is like politics has been captured by television, has become television, a sort of “big brother” where the public decided who should govern their lives on the basis of their sympathy: this is certainly the most powerful sign of the presence of an entrepreneur that is, in fact, first of all a media tycoon and one of the most successful of his generation.

Although his communication and marketing skills – which are at least partially a natural talent – are intrinsically bound to this transformation, the prime minister has not planned, leaving alone created, this process (although this is what the hidden Marxist intellectual legacy of the “historical materialism” seems to make many intellectuals of the Centre Left to believe). Nobody can plan how public opinion reacts  to mass communication and, thus, even nowadays, like in the rest of human history, nobody can really control the evolution of societies, especially of societies as complex and sophisticated as Italy in the 21st century. After all, the fact that medias' power is overrated is clearly demonstrated – in Italy’s case – by the fact that in each of the five general elections held since 1994, the winner has always been the coalition not in power at the time, and that, then, was not “controlling” RAI (the state owned broadcaster with half of the audience and that produces about two thirds of the TV political information).

The reality is that our prime minister is certainly somebody that has been very effective in using the problem (of politics incapable to deal with real issues ) and even worsening the problem, but he certainly did not create it. The problem is, therefore, about something which is more profound than what the media accounts for, and probably has to do with some phenomenon that is not even only Italian .

The conference is, then, investigating the possibility of an “after Berlusconi” as a key question to the evolution of Italian politics and Italian society. It is also an attempt  to understand what whoever is interested to such an evolution can do. I therefore tried to articulate my contribution in three main background questions that  can structure the analysis and, then, ten questions that the “opposition” should ask itself to improve its chances of success.

“After Berlusconi”?

The reflection appears to me to be structured in three distinct questions:
1. What would happen “after Berlusconi”, what would happen in the event that the PM disappears from the political scene? 
2. How likely is it that he will, in fact, abandon the political landscape ?
3. What - if one desires such an outcome - should be done to make it more likely?

The first question has a rather simple answer: if the PM quits nothing will be like before. He is, in fact, the cornerstone of Italian politics.

He is the glue that holds together both the centre right and the raison d’etre of the centre left. For the “people of the freedom” party he is the physical incarnation of the mission of the movement, but also the organization master mind and, to a larger extent, the financial owner of the  movement. In this sense the birth of the new party was – de facto – a take over of the PM’s personal party Forza Italia  of Gianfranco Fini’s National Alliance with the social and political agenda of the latter having been largely whipped off by the single issues, personal campaigns of the former.

Paradoxically, he, i.e. his “elimination” (as, crudely, expressed by some extremists), is also the core mission of the “democratic party” (leaving alone movements like Di Pietro’s Italia dei valori that is, again, another personal party, this time of a magistrate that made his career out of Mani Pulite and, thus, the investigations on Craxi before, and Berlusconi after). This is its only objective that can hold together a fragile construction that was fabricated with not too much intellectual (or political or marketing) care right on the historical divide between the once dominant catholic and socialist cultures. 

In fact, according to polls, the “democratic party” most prominent feature against the other actors of Italian political landscape is its own lack of identity and positions against most problems. The sensation is that the only “competitive advantage” of the largest opposition party is the fact that it is the only possible alternative to Berlusconi who is, incidentally, capable to split Italy’s electorate in two almost equivalent halves. According to some, it is this positional rent that has  made possible for the opposition’s ruling class to never fully respond for many political failures or to fully accept a not cosmetic overhaul of its decision making processes and of its portfolio of proposals.

In a sense, it is like Italian politics has produced what economists would call a duopoly where each of the two apparent competitors has an enormous vested interest in the survival of the other, with the result of a gradual detachment of politics as a whole from the interests of the people and from any possibility to really get engaged with problems.

These considerations are important to also answer the other two questions starting from the second on the chances that the prime minister will abandon or be forced to abandon his central role in Italian politics that seem at the moment, rather slim.

The possibility that he would spontaneously quit is made impossible by the many enemies that he is rightly or wrongly seeing everywhere and from whom he - as a rational actor –  believes that  he can more effectively defend if in power. The  option that he, instead, may be forced to go is linked to four distinctive hypotheses: political defeat; business setbacks; further juridical troubles; his health status.

The first option seems even less likely than the others thanks to what we just said before, although we will come back to this. With half billion euros of operating profit per year and much more solid debt position as opposed to a few years ago, also Mediaset  seems capable to weather recession (although there is no doubt that globalization and Internet pose strategic challenges).

It is also unlikely that the PM can get a red card because of one of the many investigations on his business or other personal matters: it would be seen as not acceptable that a prime minister that still enjoys the support of most of the electorate can be eliminated by judges after having engaged with the magistrates in a never ending battle that has often assumed the colors of the ideological clash.

Even his health is remarkable. When sometimes I happen to remember that he is my father’s same age (and my father seems to me very energetic) and he still manages a schedule that may be prohibitive, I, sometimes, wonder whether somebody fabricated a number of different Berlusconis to use in different occasions.

Notwithstanding having been portrayed as a clown, we are, here, talking about a politician whose longevity is unique: in 1994 at the first of three G8 that he has hosted as head of the government of the organizing country, he welcomed political heavyweights (like Kohl, Mitterand, Major and Clinton) that have all left  the political scene and are being consigned to historians’ memories. Whereas not only Berlusconi is still here and standing tall, but he intends to remain so if it is true what, today, the political columnist of Corsera – Massimo Franco – was still forecasting: that the “after Berlusconi” will probably start in 2020.

So what could be done? I believe that two things should be done by whoever is interested in his departure (and in the consequent Italian politics melt down):

1) The opposition should systematically refuse to further discuss his personal affairs and more specifically his juridical matters and concentrate on issues which are relevant for the Italian society as a whole.
2) Secondly and more difficult, the opposition should elaborate a vision of the Italian society capable to be understood and to mobilize people in such a way that can replace the dream making machine that has made the PM so hugely successful.
3) Thirdly, I would dare to say that if the opposition was a rational actor, it should imagine a way out for Mr. Berlusconi. I personally do not believe that some guarantee for him to not be damaged by quitting politics should be seen as morally unconceivable.
These considerations seem to have largely been ignored by – at different levels – both the opposition and much of the (Italian and foreign) media that, instead, have largely fallen for years in the trap of only talking about the PM’s life.

Something is, however, changing: on the front of Italian opposition, there was a good intuition of Veltroni when he decided not even to mention by name his opponent; Bersani is, also, desperately trying to move the focus of media on the economic crisis; Casini is even, smartly, understanding the importance to depersonalize the narrative of Italian politics and Vendola is, at least, effectively voicing the importance in politics of a dream to be shared. 

The objective for this conference - to ask now ten questions to the opposition after having questioned Berlusconi last summer - can, at the same time, be the sign that something may change even in the media: starting from foreign media that have the advantage of looking to Italy with the outsider’s point of view.

Ten questions to the opposition

The problem of asking questions to the opposition is a more complicated exercise than asking questions to the PM. The opposition is, in fact, made of at least four different leaders (Bersani for the democratic party, Casini for the UDC, Vendola for the radical left and Di Pietro for the Italia dei Valori) and significantly more political movements each having different problems and objectives. My tentative questions assume that we can somehow solve the problem of fragmentation and they represent an attempt to reflect above considerations.

1. Which is the political result that you uphold for yourself, failing which you would give up your current leadership?
2. Would you commit your party in the region that you will govern to choose, dismiss and remunerate the head of the hospitals in direct relation to their capability to improve in a measurable way the services provided to the citizens and cutting the costs (and that the same principle should be applied to whoever manages tax payers money)?
3. Would you commit yourself to a plan that would bring in 10 years the cost of the Italian parliament per citizen at the European Union average (which would imply to cut at least by 50% both the number of MPs and their remunerations)? Would you agree with a proposal to abolish the provinces and all other institutional levels but state, regions and city councils unless a certain community decides to pay itself for them?
4. Would you agree with Mr. Tremonti when he says that the crisis has made it clear that we need more state because markets can create havoc?
5. How much value would you attach to the nationality of an investor interested in Italy? Does it make a difference that he is Italian or European  when it comes to finding somebody to  rescue Alitalia or taking over the factories that FIAT is closing in Termini Imerese? Do you see immigrants more as a threat or as an opportunity?
6. Do you think (this is for Bersani) that it was a wise idea that governors like Bassolino  did not  quit, and that the PD did not ask him to do so? Do you still believe (for Bersani) that to establish the Democratic Party was a good idea in terms of capability to win people’s consensus or to govern?
7. Which are the merits that you recognize to Mr. Berlusconi if any? Do you believe the concepts of right, centre and left are still valid and how much would you agree with the statement that “in order to win you need to win the centre”?
8. Would you agree that a two coalitions centered political system (that ended Italy’s first republic) was a good idea?
9. If there was, let’s say, one billion euro of additional spare resources how would you allocate  them amongst the four following possible policies: research and education; jobs saving and firms bailouts; reduction of public debt; police force?
10. Italy is – on paper – the country that has produced more reforms in the last twenty years (public administrations, school, energy, ..) and yet it is the country that has performed the worst according to many indicators: is there something wrong in the very notion of reforms and of reformism?
….

The above questions  are not only a text for understanding who is the opposition, what defines its identity and program, but also a support for whoever wants Italy to escape the standstill it appears to be trapped in. So that it can start to fly again. Possibly like a calabrone because at the end of the day one of the biggest mistakes the opposition has made was to wish Italy to become a “normal country”…..

 
Di Francesco Grillo (del 13/01/2010 @ 11:43:42, in Questioni internazionali, linkato 1284 volte)

The article in the Christmas edition of the Economist discusses a philosophical issue essential to whoever tries to make sense of the times we live in. What do we mean by progress? Do we still care about it? Does it still exist? Was it worthwhile to dedicate lives, years of studies, for something that is perceived to be in trade off with other not less popular values like family, tradition and cohesion?

Certainly, progress as a value is not living its best days and appears to be trapped in the wrong side of an ever - lasting war. On one side, the leaders of great religions and amongst them not only the ayatollahs of some theocracy but also the  more tolerant Pope and Dalai Lama have engaged what sometimes appears to be a proper ideological battle with the excess of enlightenment; on the other side intellectuals and scientists appear to have been weakened by the memory of some horrors (reason inspired revolutionary bloodshed, scientific socialism, rationally planned exterminations of entire peoples, technology driven environment catastrophes) that too much trust in rationality is said to have produced.
Is there, thus, still a place for progress? Was it worth dedicating an entire civilization (which is, incidentally, the one where we still live) to its achievement? The question is, of course, not only a matter of historical evaluations, but also of establishing some sense of our travels as mankind as well as individuals.

There are two substantial reasons that should make us enthusiastic defenders of the concept followed by four arguments that may moderate the enthusiasm and transform our  strong preference for progress into a more prudent and yet probably more effective approach that acknowledges also the limits of the concept.
First of all, it is undeniable that the idea that we can better our material conditions through technologies has produced enormous advancements.

In order to appreciate this jump in the conditions of human beings it is useful to refer to an idea realized by BBC a few years ago that I still believe is very powerful (and much more entertaining of boring “big brother” realities): the broadcaster asked a number of British families to go back in time one century, and to live as their great  grandparents  used to live (the resulting reality was apparently much more entertaining than any boring “big brother”). The volunteers found no running water, no heating, no electricity which means, incidentally, no television, no disco, reading or writing but at the light of candles, leaving alone personal computer, no internet or facebook. No telephone with very rare communication with the outside. No airplane and very few cars which also means that 90% of Europeans did not, practically, know the experience of what we now call travelling, unless they were part of a very thin intellectual elite or – at the other side of the social spectrum – they were forced to emigrate to some far away land with no possibility to come back.

Some authors (amongst them Amartya Sen) would advise that the single best – or less worse – of the indicator of progress is the duration of life and, in fact, life expectancy almost doubled in one century going from slightly above 45 to slightly less than 80 in the USA (45 was, by the way, an already significant improvement against an average of 20 if we go back to eighteenth century and to the even more staggering fact that three quarters of the new born in the powerful Victorian London used to die before turning 5). 
 
The second reason why our (20th century’s) progress is worthwhile is that it has been very democratic as opposed to other forms of progresses that history has witnessed: true, at the time of the Romans expected life at birth was 30 (incidentally more than in the UK during the industrial revolution), and yet emperors and their court did, in fact, have some form of heating, running water and Augustus was not an exception to live until 77, as long as an average American citizen today. The characteristic of this particular form of progress that we have experienced in the last century  has been its ability to have, in fact, made ordinary people living like (and as long as) emperors (as some commercial used to say few years ago),  to become a mass phenomena (as for the Ford intuition and the model T).

In a first phase the improvement of material conditions has been made accessible across classes within developed countries; at a later stage it has widespread to the rest of the world. A powerful picture of what we are talking about is to compare those particular pictures taken by the satellites that measure enlightenment – in the very sense of the artificial illumination during the night -  around the globe (some economists believe that this proxy should even be used as a replacement of GDP): forty years ago light was practically limited to North America, Western Europe (with less brightness even in Spain and Greece), Japan and at the most some military infrastructures of the Soviet Empire: today dramatic black holes resist only in Africa. As everybody knows  in countries such as India, China and Brazil  hundreds of millions of people have entered the world wide labor (and consumption) market; even in Sub Saharan countries programs like the millennium goals register improvements in poverty and, especially, in education targets (although new tragedies – like AIDS – may have whipped off much of the progress  against old ones). These numbers do, undoubtedly, have the problem that overall advancement or even poverty reduction may be statistically compatible with an actual increase of inequalities that may still upset many, and yet material welfare has been objectively multiplied and made accessible to most.
 
If these are, however, the pluses, the rhetoric of progress still misses at least four essential questions that are reducing the appeal of the idea and that may have already compromised – at least partially – its capability to work as a moral value (whereas, this entire concept of advancement did, in fact, start as a moral or even religious imperative):

1. It is not true that progress is unavoidable. The consequence of such an acknowledgement is that progress can go away as quickly, if not more rapidly, as it arrived and became the ideology of the world.
Progress is not unavoidable. It is not true that the only way for human history to proceed is forward as Leopardi sorely reminded about Le magnifiche sorti e progressive  that Lorenzo il Magnifico (portrayed above) announced at the beginning of the renaissance.

For hundreds of years the conditions of human beings stagnated or declined: during the middle ages, for instance, people used to live less, as we said before, than one thousand year before; China peaked around the beginning of last millennium to then witness a slow but unstoppable regression that lasted for a number of centuries; and for 99% of the one million (still a negligible fraction of the duration of other species like ranging from bacteria to dinosaurs) years that humans have inhabited the planet changes and improvements were so slow to be practically undetectable.

In fact, progress is a relatively novel – mostly but not only western - concept introduced a couple of times on an artistic and cultural plane (the Economist refers to the 17th century, I would add, certainly, the vision of the renaissance, the Greek philosophy and the Roman pragmatism) in the last 2000 years and capable to change most of human lives only for forty, fifty years of the last century.

2. One of the still rather not sufficiently acknowledged consequence of progress being not unavoidable is that its pace is not constant and that we may even find out that in the last twenty years such a pace may have slowed down. 

This is a trend that probably some science fiction art directors may know better than economists and sociologists: according  to some of the most famous fantasy movies (and to some rather scientific forecasts done at the time of the Space race) by 1999 we should have already completed a livable basis on the Moon (as for the famous serial in the youtube box alongside this article) and by 2001 we should have already been able to have embarked on odysseys like space travels beyond our satellites (as for Kubrik's masterpiece). True, those movies were all about grand space related conquests (that were, however, unavoidably associated to some disasters that fortunately have not materialized). But even if we look to individuals and families it is undeniable that future is proceeding more slowly.
 
The jump between the time when my father was five and the one when I was the same age has been bigger than the jump between the time I was five and now when it is my daughter Chiara to be that age. A demonstration of this comes, again, from the trajectory of life expectancy during the years: true, in the USA, for instance, life span has grown by 30 years between 1900 and 2000 and yet 22 of these 30 years were gained in the first half as opposed to only 8 in the second half of the century (as shown in the chart below). And it is not only life duration, because geographies of cities and of or lives were literally overhauled in the 35 years between me and my dad, whereas the change has been mostly about communications in the same 35 years separating me and Chiara.

3. The problem of progress is that the mechanism by which it advanced – competition (a sort of microeconomic version of the natural selection mechanism envisaged by Darwin) –may not be working anymore as a tool for allocating scarce resources efficiently. This may mean that the winners may be not the ones that deserve it and this can make the entire game less acceptable.

It has been said that the main pitfall of progress is the fact that it produces winners and losers in a selection process, something that Schumpeter has admirably described.  However, this mechanism has been largely accepted until it has proved as necessary to  select good products, firms, individuals, so that the resources of the system could be concentrated on the most productive means and thus increase general welfare.

The other idea was that the selection mechanism would have worked both in the economy and in politics. In the first arena it was the market defined as the sum of individual preferences to drive the production of goods and services to the maximization of welfare. In the arena of the collective choices was the democracy that was supposed to make  optimal distribution of the generated welfare.
Both things – democracy and market – seem not to work as well as they used to.

Incompetent politicians, gap of accountability and bankers that are using dominant positions to organize world – wide, quasi legal frauds are increasing distrust in a mechanism that is essential to progress and yet is increasingly seen as neither effective nor just.

4. Progress has the inherent characteristic to raise enormously both the potential for opportunities and for risks, rending societies more powerful and more vulnerable at the same time: as a consequence, it tends to produce widespread returns that anticipate costs and possible disruptions of which it is difficult to discount the value.

As the Economist acknowledges, the evaluation of progress is “more than just a branch of accounting.. the books are never closed and .. a catastrophe would tip the balance into the red”.  One effect that Progress has already produced is an increase of vulnerability of societies (of systems – financial, logistics, information we should say) that we never saw before and that is, paradoxically, due to the increase of power and distribution of it to many.

The lesson of September 11 (as for my article after the WTC attack at http://www.opendemocracy.net/conflict-globaljustice/article_140.jspis ) is - much besides the implications of geopolitics  that have kept busy the centers of intelligence of the world - mostly about vulnerability and unprecedented speed by which things can happen as a consequence of distribution of information (and, thus, power).

It is like we are driving in an increasingly more powerful and faster car but this may also need that we increase our capability to steer it and the feeling that it is happening to fast for us to align the two. The final outcome may still be a crash if we do not immediately pose to ourselves and to our fellows, on both a government and individual basis (individual because this is how intelligence is distributed) how to better guide the vehicle that we ourselves (or more precisely generations of reason-devoted scientists that have preceded ours) have assembled.

But probably the last and the most radical mistake about progress, is the widespread belief that the future is in the forecasts of few economists or in the hands of few powerful individuals that will decide for everybody and that everybody can only sit in front of television sets to wait for events to unfold. Progress is what we make out of it. It is in the hands of everybody and it is everybody’s responsibility.

The biggest problem of the so called progress is that it is progress itself to have produced its own enemies: rationality not tempered by ethics, technocratic views that exclude that men and women can change out of their determination and ideals. These are obscure and self produced evils that have transformed the trust in reason and hope in nihilism, despair and a relativism that make it almost impossible to express any judgment or to express any advice on where to go. The opposite of what for enlightenment was meant by giants like Bertrand Russell or moral philosophers like Adam Smith. The only way is forward and it will still be about continuing “to take part in a severe contest between intelligence, which presses forward, and an unworthy, timid ignorance obstructing our progress” as for the motto of what is considered by many the most venerable magazine of the world.

 

Post Scriptum

There are, in fact, other issues that are posed by this discourse on progress: most of them are linked to the connected idea of the objectives that we - as societies and individuals - should or are allowed to establish for ourselves. It is the question of the metrics by which we measure our advancement - or, in fact, assess a crisis like the one we are still experiencing) - and well being: thus, the problem of the widely acknowledged ineffectiveness of the GDP related measurements which, however, still do not have a proper alternative; but also of the processes by which we - as communities - decide what we stand for.

The brand new Vision project on "the politics and economics of happiness" (paper accessible at http://www.visionwebsite.eu/UserFiles/File/filedascaricare/ppaper_happiness02.pdf ) and the one of "the future of democracy" ( the project platform is at http://visionforum.it/forum/globalizzazione_e_democrazia/il_futuro_della_democrazia/index.php ) are supposed to gather some fresh, actionable ideas on these very central matters.

 
Di Francesco Grillo (del 21/12/2009 @ 14:34:12, in Questioni internazionali, linkato 765 volte)

"Un risultato molto, molto deludente", da imputare in parte all' "affossamento di mesi e mesi di trattative deciso da Cina e Stati Uniti vedendosi per cinque minuti in albergo" e in parte alla "disastrosa" gestione del vertice e della sua preparazione da parte delle Nazioni Unite e di Danimarca. Nonchè infine alla "irrilevanza" dell'europa che pure è stata l'unica a dimostrare di prendere la questione sul serio. A fare queste dichiarazioni non è il capo di uno dei movimenti ambientalisti che hanno colorato Copenhagen, ma il ministro italiano dell'ambiente Stefania Prestigiacomo.
 
Un fallimento se consideriamo che l'obiettivo minimo che il Segretario Generale dell' UNFCC (vedi mio post del 9 dic) poneva alla conferenza era quello di decidere di quanto sarebbero dimininuite le emissioni e come sarebbero gestiti i soldi destinati ai paesi che devono mitigarne le conseguenze. Nessuno degli obiettivi è stato raggiunto come del resto è dimostrato dal documento finale pubblicato sul sito ufficale della conferenza http://unfccc.int/files/meetings/cop_15/application/pdf/cop15_cph_auv.pdfLascia increduli vedere un documento che è ancora bianco nelle due appendici che definirebbero gli impegni e che, però, non riesce neppure ad essere un accordo (nonostante il nome) perchè la conferenza si limita a "prenderne atto". Uniche decisioni che sono state assunte sono quella di aver aggiunto Malta al gruppo di Paesi a cui Kyoto si applica e di aver deciso che le prossime due conferenze sono in Messico e Sud Africa (e del resto grossi dubbi interpretativi esistono sui vincoli e sulla gestione del fondo per i paesi in via di sviluppo che devono fare i conti con le conseguenze del disastro). 

Un pò come quelle riunoni di condominio dove, alla fine, ci si limita a decidere di doversi reincontrare. Ed è allora giustificata la domanda della giornalista alla Prestigiacono quando chiede “a che cosa sono servite ben due settimane di conferenza che ha ospitato migliaia di delegati (nonchè mesi di negoziato e, quindi, a che serve l'infrastruttura mastodontica che ha partorito questo nulla di fatto)"

Ed è un insuccesso di portata storica se fosse vero - come sostiene Greenpeace e l'università di Yale - che le conseguenze dell'inazione possono essere, ad esempio, 3,2 miliardi di persone assetate nel giro di qualche decennio. Proponendo una questione di povertà globale persino più esplosiva della denutrizione. Stiamo correndo verso il baratro litigando per stabilire a chi tocchi la responsabilità di frenare.


Un fallimento che è, in fin dei conti, gemello di quello europeo di utilizzare il trattato di Lisbona per indicare leaders in grado di usare la forza morale, economica, culturale di un continente per chiedere con forza che quel G2 fosse, almeno, un G3.
 
Ha ragione Stefania. Anzi - ed è persino più preoccupante - c'è da dire che forse Copenhagen è l'inizio della fine della centralità - mediatica, e, quindi, politica - della questione del cambiamento climatico. Qualcuno spiritosamente suggerisce che, persino, il tempo ci si è messo - con gelate globali - a rendere psicologicamente meno pressante l'urgenza del riscaldamento globale.
 
E tuttavia rimangono intatte le grandi questioni (ambiente, di cui lo scioglimento dei ghiacci è solo un tragico sintomo; insostenibilità dei modelli attraverso i quali produciamo e distribuiamo energia) che fanno tutte riferimento alla domanda più radicalmente importante del nostro tempo: come risolviamo questa contraddizione sempre più lacerante tra problemi che possono solo essere affrontati su scala globale ed una politica che, al contrario, sta diventando sempre più parrochiale?
 
Tre le strade.
La prima, indicata dalla stessa Prestigiacomo - "era meglio non far intervenire i grandi leader e tenere l'intero processo su una base di confronto tecnico" - non è praticabile: prima o poi questi processi hanno bisogno di politica.
La seconda di riportare al contrario - come pare pensare Tremonti, ad esempio - tutto ad un confronto tra governi è ugualmente irrealistica per la irriducibilità degli interessi nazionali. Come dimostra, proprio, l'incapacità di un'Europa sempre più intergovernativa di assumere leadership.
C'è solo una terza strada. Che finora appariva troppo avanzata e che però a questo punto appare senza alternative. Lavorare per creare opinioni pubbliche, dibattiti, momenti di partecipazione globali (e locali). Tutto il resto sono pannicelli caldi destinati ad essere spazzati via dalla prossima crisi.
Lo abbiamo già detto: in questo momento visione e pragmatismo sono la stessa cosa.

 
Circa una settimana fa, uno dei principali quotidiani italiani ha pubblicato una lettera-appello (l’ennesima) che denuncia la fuga all’estero della parte migliore di una generazione e l’immobilismo di un Paese inchiodato al paternalismo e al nepotismo, refrattario a qualsiasi merito.
La lettera veniva non da un lettore qualsiasi, ma dal direttore generale di una delle più importanti università, e rappresentava il punto di vista di un padre che, sconsolato, suggerisce al figlio di andare via da “una Società (...) pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e onestà in cambio (…) di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”. È una denuncia assai dura e credo anche molto sentita.
Tuttavia, credo che sulle questioni sollevate (quella generazionale e quella della cosiddetta “fuga dei cervelli”) vadano fatte alcune precisazioni perché il dibattito sia più utile, da parte di chi – come Vision – con i progetti sulla “rivolta della generazione x” e sulle università ha provato a fare una denuncia e ad indicare possibili soluzioni.  Senza risultati tangibili, però. Anzi, nel frattempo le cose sono peggiorate.
In effetti la discussione sulla generazione in fuga si agita in Italia da molto tempo. La fuga dei cervelli, ad esempio, è poeticamente anticipata da un dialogo bellissimo e disperato (di un professore con uno studente brillante al quale consiglia “vada via a studiare, a Londra, a Parigi... ma lasci questo Paese... perché questo è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire”) immaginato in pieno sessantotto da uno dei film italiani più belli dell’ultimo decennio ( “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana).

 
Uno dei dati più importanti del paper di Vision del 2007 faceva notare che nel 1990 – poco tempo prima che di “questione generazionale” si cominciasse esplicitamente a parlare - la percentuale dei docenti universitari italiani con età inferiore ai 44 anni (tra i più importanti misuratori dello spazio che una sistema concede ai giovani) era del 60%. Oggi, a distanza di vent’anni - passati peraltro tra un convegno e l’altro sulla questione generazionale - quella percentuale è scesa al 28%. Se solo vent’anni fa avevamo paradossalmente il più giovane corpo docenti tra i grandi Paesi europei, oggi è senz’altro il più vecchio. Il merito più grande della lettera di Celli (nonché il motivo per il quale non mi sembra opportuno criticare il direttore generale della LUISS per le sue responsabilità) è che apertamente dice “ho fallito”. Allo stesso modo non è riuscita l’idea di Vision di una rivolta della generazione x. E allora forse vale la pena cercare di capire il perché, quali motivi – presumibilmente profondi, diffusi, non legati ad una sola persona o partito – rendono il Paese nel suo complesso così refrattario al ricambio, all’innovazione, al cambiamento.

Sono domande fondamentali se vogliamo che i prossimi visionari riescano dove Celli ha fallito. E un Natale un pò più riflessivo dopo un anno difficile può essere utile per discutere - come faremo tra qualche giorno in Vision - sui progetti per il prossimo anno.

Ritengo di poter affermare, sulla base dell’esperienza, tre cose:
1. Se un dato cambiamento non avviene, ciò non può essere solo per colpa di chi ha resistito (che anzi ha evidentemente fatto bene il proprio mestiere) ma anche di chi quel cambiamento doveva proporlo.
Non si discute la profonda immoralità di alcune situazioni. Quella dei tassisti che diventano – come dice Celli - direttori generali delle Asl, ma anche di tanti professori universitari che – proprio come nel film di Giordana – decidono, ad un certo punto, di dedicare la propria intelligenza a costruire una ideologia dell’immobilità alla quale intere generazioni vengono immolate.
Però diciamoci la verità: non è immaginabile poter fare anche un solo centimetro avanti verso la soluzione del problema se l’approccio è quello che i “cervelli in fuga” dimostrano nelle lettere che, ad esempio, Sergio Nava  raccoglie per l’ennesima volta (http://fugadeitalenti.wordpress.com/).
Non ha senso l’atteggiamento del “io torno se l’Italia cambia”. Si tratta certamente di specifiche richieste sensate, ma il punto è che non è efficace né intelligente immaginare che ci sia un noi (i “cervelli scappati”, appunto) ed un voi (gli “zotici” rimasti in Italia) come se da una parte ci fosse l’offerta (di intelligenza) e dall’altra la domanda.
È un errore impressionante perche è ovvio che l’Italia (ed in generale il mondo) siamo noi. È ovvio che torniamo non se ci vengono a pregare ma solo se riusciamo a essere più “politicamente significativi”. 
Ma per riuscire in un’impresa che appare superiore alle nostre intelligenze, dovremmo rassegnarci all’idea che da soli non ce la facciamo, che siamo classe, intendendo per classe un gruppo sociale con caratteristiche demografiche, sociali, economiche - e quindi interessi - comuni. Un progetto politico che, come la felicità del film nel quale un giovane americano cerca tra i ghiacci il senso della vita,  ha senso solo se condiviso.

2. Non ha senso parlare di ritorno dei cervelli.
È un altro grande equivoco. Il fatto che questo Paese abbia una comunità di connazionali in tutte le grandi università, società di consulenza, banche, ONGs internazionali molto più estesa rispetto a quella di qualsiasi altro grande Paese europeo, è un segnale di scarsa competitività del sistema Italia, ma anche uno straordinario, potenziale vantaggio competitivo.
Questi cervelli devono diventare rete e sviluppare occasioni per vivere più frequentemente scambi tra la propria esperienza all’estero e quella dentro l’Italia.
Anche perché è proprio questo dinamismo che rende i cervelli tali, che permette loro di acquisire attraverso il confronto l’unico skill veramente indispensabile per chi voglia provare a governare un Paese, ma anche un laboratorio, una ASL o qualsiasi cosa: la capacita di leggere con realismo e visione problemi che hanno, tutti quanti, sia una dimensione globale che una locale.

3. Non ha senso parlare di questione generazionale in quanto tale: è meglio sostituirla con il concetto di innovazione.
Se guerra (dei talenti) deve essere, che sia sul piano delle idee e non delle carte di identità.
Parlo del coraggio di ingaggiare una lotta politica (non è una brutta parola) che sia nuova nelle forme, nei contenuti, nell’idea complessiva di società che vogliamo incoraggiare.
Esiste infatti un’opportunità: viviamo – volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli – in un periodo rivoluzionario, dove la rivoluzione, determinata come tutte le rivoluzioni della storia da discontinuità tecnologiche straordinarie, sta cambiando tutto.
Dai processi attraverso i quali prendiamo decisioni collettive (la democrazia) alle relazioni personali tra gli individui (famiglia, amore, persino l’approccio al sesso). È su queste discontinuità che una nuova generazione - la classe dei cervelli in fuga - deve dimostrare non solo di sapere, ma anche di poter immaginare il futuro e di saperlo sperimentare, elaborando su scala internazionale prima di applicare su scala locale. Perché se i problemi sono quasi tutti globali, non ha senso costruire reti tutte italiane. Perché se le giovani generazioni vogliono prendersi responsabilità, devono confrontarsi anche con gli ombelichi del mondo, e parlare con le persone a tutti i livelli.
Senza mai dire di essere classe dirigente prima di averlo dimostrato.

Una cosa come Vision (una cosa molto concreta, in fondo) serve proprio a questo. E' una delle opportunità possibili per riuscire a trovare le idee e le interpretazioni necessarie a governare un mondo la cui complessità si è moltiplicata senza che ce ne accorgessimo. Come? Ragionando e lavorando su questioni concretissime come il futuro dell’Europa (se c’è) e in generale della democrazia. Sul futuro delle città, vere protagoniste della sfida ambientale, e delle università, attribuendo innanzitutto alla ricerca un ruolo nuovo. Ma anche sul futuro della famiglia, delle relazioni personali. Su quello dei media, che sono probabilmente le prime infrastrutture ad essere investite da una rivoluzione che moltiplica per centinaia di volte la quantità di informazione a cui possiamo accedere, che possiamo elaborare e trasmettere. E per fare proposte concrete, anche, come quelle sulla questione dell'utilizzo del fiume di finanziamenti pubblici che vanno al Sud, o sugli strumenti per affrontare e risolvere problemi drammaticamente quotidiani come il traffico.

Questioni diversissime, tutte legate però al tentativo di ricostruire – insieme ad altri pensatoi – una visione di cosa stiamo diventano mentre il futuro "è già qui". Aggregando persone, proteggendo le idee dovunque esse siano. Anche se troppo spesso i visionari hanno rischiato di fare la fine di quei soldati che, prima di tutto, devono proteggersi  dal “fuoco amico".

Con una convinzione: che lavorare ad una piattaforma che metta insieme due capacità - quella classica di comprendere la natura dei problemi e quella pragmatica di non fermarsi all’ammirazione della complessità - sia, appunto, un sogno concreto. Uno di quelli che vale la pena di vivere, comunque. La sensazione è che la domanda di Vision, il prossimo anno, sarà anche più grande. 

 

 
 

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