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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Il Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2009, rappresenta, di fatto, la nuova Costituzione dell'Europa nonché lo strumento per governare un'Unione allargata a 27 Stati. Oggi un punto fermo, nonostante i No subiti ai referendum (in Francia, Olanda, Irlanda), è stato ratificato dai 25 paesi e con esso avranno a che fare, per molti anni, i cittadini, le imprese, le istituzioni europee e nazionali.
Quale nuova architettura istituzionale prevede per l'Unione? Come ne accrescerà la legittimità democratica e la trasparenza? Che effetti produrrà l'attribuzione di forza giuridica alla Carta dei diritti? Il volume aiuta a capire dall'interno una situazione complessa e in divenire: che cos'è l'Unione europea, come sono ripartite le funzioni esecutive e legislative nel sistema comunitario e come interagiscono le istituzioni europee.
Un testo che ha seguito gli sviluppi degli ultimi dieci anni e che ha saputo diventare un riferimento per gli studenti di Giurisprudenza e di Scienze politiche.
Il testo è stato pubblicato nel febbraio 2011, editore Il Mulino.
Quanti modi ci sono per amare la propria terra, la propria gente? Diversi o, almeno, non ce n’è solo uno. Mettere alla berlina tanto i difetti genetici quanto le nuove cafonerie, può essere duro da leggere, ma è utile ed è soprattutto un atto d’amore e poi apre il dibattito: accende i riflettori su una terra della quale per anni s’è ignorato tutto mentre adesso, improvvisamente, tutti sembrano conoscerne le fioche luci e le vastissime ombre.
Dieci capitoli di corsa a perdifiato, nei quali si raccontano la vita di una città del sud al tempo delle elezioni, le sue dinamiche e le sue miseria. Una scrittura senza filtri né buonismi ma che non rinuncia a delineare una differente idea di comunità. E’ un’istantanea tagliente, sagace, ironica. Uno scritto polemico e narcisista, che punta a smuovere le coscenze e a dividere, come dovrebbe fare ogni pamphlet che si rispetti.
Il testo è stato pubblicato nel 2010, Palomar editore.
Infiniti sono i modi di osservare una città come Roma, ricca di grandi meraviglie ma anche di incredibili contraddizioni, ed è difficile mettere tutti d’accordo: c’è chi la ammira incondizionatamente e decanta la sua storia e la sua bellezza, la simpatia dei suoi abitanti, le sue tradizioni, e chi borbotta che è una città invivibile dalla quale è meglio scappare. Questo libro racconta tutto ciò che ci fa innamorare di Roma e tutto ciò che invece ci indispettisce, ciò che rende unica la Città Eterna e ciò che non vorremmo mai vedere. Con ironia e leggerezza le autrici ci guidano tra i panorami mozzafiato, le buche assassine, gli amori che nascono di fronte al Colosseo, l’acqua fresca dei nasoni, la fragranza della pizza alla pala, il deprimente proliferare dei negozi di souvenir, le chiacchiere da una finestra all’altra, l’ironia del bottegaio, la bellezza del mercato rionale, la guida spregiudicata nel traffico, la cultura del riciclo, le manie delle “signore-bene”. Favorevoli e contrari, sostenitori e detrattori, entusiasti e delusi: che il dibattito abbia inizio!
Il libro che nessun romano può fare a meno di leggere
Sì alle case popolari - Sì a Zeman - Sì alla Sora Cecioni - Sì a Ponte Sisto - Sì ai fiori di zucca
No ai palazzinari - No a Capello - No alla signora mia - No a Ponte Milvio - No alle crocchette
«È un collage di flash, che con una scrittura scanzonata, mette in scena la vita di ogni giorno popolata di personaggi comuni che appartengono alla storia di tutti.» La Repubblica
Il libro è stato pubblicato da Newton & Compton, Ottobre 2010.
Dambisa Moyo, Why Aid Is Not Working and How There Is a Better Way for Africa, Farrar, Straus and Giroux, 2009.
La tesi centrale di questo libro, in cui si argomenta che gli aiuti siano la causa primaria del ritardo di sviluppo dell’Africa, è sbagliata. Allo stesso tempo, si tratta di un saggio brillante, che vale la pena di leggere, che contiene molte argomentazioni rilevanti e che si rivela estremamente utile nella sezione legata alla seconda parte del suo titolo: there is a better way for Africa. Dambysa Moyo, nata in Zambia, ha un’esperienza approfondita nell’ambito dell’analisi economica: Ph.D. ad Oxofrd, Master alla JFK School of Government di Harvard, esperienze di lavoro nella Banca Mondiale e in Goldman Sachs. L’obiettivo del testo è ambizioso ed encomiabile: trovare un modello di sviluppo per l’Africa che non sia basato sugli aiuti. Per fare questo l’autrice spezza l’argomentazione in una pars destruens e una pars costruens: nella prima demolisce l’attuale senso comune sull’utilità e l’efficacia degli aiuti per l’Africa, nella seconda identifica una serie di strumenti per finanziare in modo alternativo lo sviluppo.
Moyo identifica negli aiuti il maggiore freno allo sviluppo dei paesi africani: secondo l’autrice i flussi finanziari giunti nel continente hanno, nella maggior parte dei casi, finanziato governi corrotti, distorto i meccanismi di mercato, impedito la nascita di fonti alternative di finanziamento e inserito una cultura della dipendenza. Queste affermazioni hanno una solida base empirica: la performance degli aiuti umanitari in Africa è stata limitata, molti paesi del continente sono rimasti intrappolati nella stagnazione economica e in forme estreme di instabilità istituzionale. Purtroppo, la catena argomentativa del libro si spinge troppo oltre: si arriva a sostenere che gli aiuti siano la causa del sottosviluppo, non degli attrezzi con limiti e possibilità specifiche, andando in contraddizione con la storia economica dei paesi africani.
Rielaborando la tesi radicale di Dambisa Moyo, è possibile estrarne il valore essenziale: gli aiuti vanno considerati strumenti limitati, facilmente distorcibili e dall’efficacia parziale, che devono essere integrati con altri mezzi capaci di catalizzare i processi di sviluppo economico. Per questo motivo la seconda parte del testo, “A World without Aid”, risulta molto interessante. In essa sono elencati diversi strumenti che potenzialmente possono fungere da trampolino la crescita dei paesi africani: l’accesso ai mercati finanziari internazionali, il supporto al commercio estero, lo sviluppo degli investimenti e del consumo interno, il micro-credito e l’utilizzo dell’innovazione finanziaria legata ai contesti locali. L’autrice sostiene in modo efficace che i paesi africani hanno la possibilità di seguire traiettorie di crescita basate su approcci pro-attivi, capaci di collegarsi ai mega-trend dell’economia globale, senza cadere nel ciclo degli aiuti e del debito. Questo implica una doppia responsabilità: seguire un approccio passivo, chiedere un maggiore livello di aiuti, è più facile sia per i leader locali sia per i rappresentanti dei paesi occidentali. Inventare soluzioni innovative è più difficile, richiede una dose maggiore di impegno, intelligenza e volontà di superamento dello status quo. Allo stesso tempo, questa è l’unica via per collocare l’Africa in un percorso di sviluppo stabile, capace di sorreggersi autonomamente e di contribuire in modo attivo alla dinamica dell’economia e della finanza internazionale.
(a cura de "Lo Spazio della Politica" - www.lospaziodellapolitica.com)
Joshua Cooper Ramo, The age of unthinkable: why the new world disorder constanty suprises us and what we can do abut it, Little Brown and Company, New York, 2009. Cosa accomuna Hezbollah e Google? La capacità di mutare e adattarsi: sono entrambe organizzazioni in perenne co-evoluzione con i propri ambienti di riferimento, dei contesti politici, sociali e tecnologici caratterizzati da una forte instabilità e imprevedibilità. Secondo Joshua Cooper Ramo, managing director di Kissinger Associates, questo è il segreto di tutti gli attori capaci di avere successo nel mondo contemporaneo. Questo non implica certo un giudizio di natura morale, i mezzi e le finalità di alcune di queste organizzazioni sono piuttosto discutibili. Ma l’osservazione centrale è degna di nota: il contesto attuale è caratterizzato da un livello elevatissimo di complessità, dall’interconnessione globale dei fenomeni economici e politici, dalla presenza di novità radicali che producono una struttura di rischi sempre più incomputabile. In un ecosistema sociale di questo tipo, solo le organizzazioni capaci di apprendere possono sopravvivere e influenzare in modo determinante l’ambiente in cui si trovano. La capacità di creare e innovare è l’attitudine più importante per chi si muove in zone fortemente instabili, dove piccoli eventi possono avere conseguenze macroscopiche e dove diventare “prevedibili” significa fallire.
L’analisi di Ramo è in parte analoga a uno dei classici della letteratura manageriale degli anni ’90, come The Fifth Discipline: The Art & Practice of the Learning Organization di Peter M. Senge (http://www.amazon.com/Fifth-Discipline-Practice-Learning-Organization/dp/0385260954), o ad una alcuni studi contemporanei sulle pratiche di gestionali innovative, come l’interessante testo The Future of Management di Gary Hamel (http://www.amazon.com/Future-Management-Bill-Breen/dp/1422102505/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1245435322&sr=1-1). Nonostante le somiglianze, sono presenti alcuni elementi innovativi: Ramo integra i suoi ragionamenti sul futuro delle relazioni internazionali con il filone di studi portato avanti dal Santa Fe Institute (www.santafe.edu), il maggiore centro di ricerca legato al paradigma interdisciplinare della complessità e della network science. In particolare quest’ultimo approccio sembra particolarmente promettente: esso non permette di prevedere l’evoluzione dei sistemi complessi, cosa sotto molti aspetti impossibile, ma fornisce un framework con cui comprenderne in modo migliore la struttura e la dinamica. Gli operatori delle relazioni internazionali, del management, della lotta politica, della scienza possono aumentare la propria efficacia se comprendono a fondo la natura rizomatica dei rispettivi ambiti di appartenenza e se riescono ad agire in modo pro-attivo all’interno delle proprie reti operative.
Molti dei fenomeni contemporanei più rilevanti, dal crollo dell’URSS all’11 Settembre, da Obama al Web 2.0, sono stati caratterizzati da un’imprevedibilità radicale. Anche quando teorizzati da alcuni visionari, come per l’evoluzione di Internet, nella loro materializzazione hanno sorpreso gli analisti più esperti per la rapidità e la profondità degli effetti. Come proteggersi dalla continua rivoluzione e ri-definizione del nostro ambiente ? In primo luogo bisogna adottare un approccio basato sulla deep security: focalizzarsi sulle variabili invisibili, meno urgenti, ma determinati nel lungo periodo. E’ quello che fa Google, permettendo ad alcuni suoi collaboratori di allocare il 20% del proprio tempo di lavoro a progetti di sviluppo indipendenti, ad alto rischio e alto livello creativo. E’ quello che fanno alcune organizzazioni politico-militari che, invece di focalizzare il 100% delle proprie risorse nelle azioni belliche, costruiscono case e forniscono servizi di base per guadagnare il favore della popolazione. Questo vale anche per il contesto macroscopico: hanno successo nel lungo periodo gli stati che investono nella ricerca scientifica, nell’istruzione e nell’adattamento costante del proprio assetto istituzionale. Focalizzarsi su queste variabili “lente”, non urgenti ma di impatto elevato, permette di affrontare con delle basi solide i traumi generati dai contesti operativi ad alto livello di complessità. Il passo ulteriore è quello di creare il proprio ambiente. Un attore di successo è quello che rivoluziona costantemente se stesso, assumendosi dei rischi in modo intelligente, reinventando il proprio contesto operativo, scrivendo nuove regole e spiazzando continuamente gli avversari.
Raffaele Mauro
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