Blog di Vision
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Emanuele Gentile (del 06/06/2012 @ 11:34:29, in Mondo, linkato 861 volte)

Presumo che attualmente in Europa sia operativo un ufficio dalle funzioni molto speciali. La sua denominazione è: ufficio complicazioni cose semplici. Invece di impiegare il nostro “genio civilizzatore” per perseguire condizioni sempre migliori di vita ci intestardiamo a complicarci oltre ogni lecito limite l’esistenza quotidiana. Di esempi in tal senso la cronaca ce ne fornisce a “paccate” (devo pagare i diritti d’autore alla Fornero? – nda). Ne prendo uno a caso. Qualche settimana fa si sono svolte in Serbia le elezioni presidenziali.

In corsa Tadic e Nikolic. Il primo presidente uscente. Il secondo espressione del comunismo panserbo di Milosevic e del radicalismo alla Seselj. Orbene ha vinto Nikolic. Il che già costituirebbe in sé una notizia poco rassicurante per l’Europa visto che Tadic aveva sottoscritto l’accordo per consentire anche alla Serbia di far parte della grande famiglia europea. La situazione si complica ulteriormente. Nikolic, di recente, ha definito la strage di Srebrenica un semplice “crimine di guerra” disconoscendo del tutto la parola “genocidio”. Ricordo ai nostri lettori che a Srebrenica fu commessa la più grave violazione dei diritti dell’uomo del secondo novecento con ben 8000 bosniaci di etnia musulmana trucidati sotto gli occhi di un inerme contingente di caschi blu dell’Onu. Eppure l’ex-presidente serbo Tadic si era recato nel 2010, in occasione del quindicesimo anniversario, a Srebrenica. Un gesto che forse non chiudeva con i tragici eventi della decade precedente, ma che costituiva un buon viatico per alimentare una reale democratizzazione della Serbia. Non contento di questa affermazione, Nikolic ha dichiarato che la città di Vukovar è una “città serba”. Vukovar è una città croata sottoposta a un disumano assedio da parte delle truppe serbe nel 1991.

Davvero un bel inizio per la presidenza Nikolic. Fra l’altro non gli è passata per la mente l’esigenza di rettificare le succitate affermazioni o comunque di cercare una via di uscita.

Al che noi europei ci ritroviamo con un altro problema grande quanto una casa e relativo livello di risoluzione vicino allo zero. La domanda che ci si pone è infatti la seguente: come può far parte di un’Europa democratica un paese che non riesce ancora a superare il complesso di Srebrenica e Vukovar?

Eppure le questioni afferenti Srebrenica e Vukovar hanno fatto parte della roadmap intrapresa dalla Serbia per farsi accreditare come nuovo stato membro dell’Unione. Fino ad oggi da Bruxelles e Strasburgo non sono pervenute prese di posizioni ufficiali. Né tantomeno le principali cancellerie europee hanno espresso pubblica riprovazione. Certamente ci sono altre gatte da pelare e non si ha tempo per occuparsi di tutte le incombenze in atto. Tuttavia se l’Unione Europea intende svincolarsi dalla nomea di essere un’unione economica e non politica avrebbe il dovere di intervenire in modo deciso e definitivo sulle inquietanti affermazioni del presidente serbo Nikolic. Ne va della credibilità dell’Europa agli occhi del mondo.

Come possiamo noi europei autoproclamarci “defensores democratiae” se chiudiamo più di un occhio per drammatiche violazioni dei diritti dell’uomo accadute nel corso degli anni novanta della ex-Jugoslavia? E quindi nella stessa Europa? E’ un bel controsenso. Un tragico controsenso che denota la scarsa tenuta politica di un’Europa costruita solo sul patto di Maastricht e non su fondamenta etiche e morali forti, conclamate, durature e constanti. Per caso non si è voluti intervenire per non veder interrotto il continuo processo di delocalizzazione in Serbia di molte multinazionali europee? Comunque si è aperta un’altra falla in Europa.

 
Di Claudio Tabacco (del 08/05/2012 @ 17:06:48, in Mondo, linkato 798 volte)

Domenica sei maggio verrà ricordata a lungo da politologi ed analisti elettorali: la Francia dopo diciassette anni torna ad essere Socialista, la Grecia sceglie l’ingovernabilità, frammentando all’inverosimile il suo già precario quadro politico, punendo il PASOK, cioè il partito socialista greco, che è superato dal Partito Comunista, massacrando Nea Dimokratia che pur rimanendo il primo partito perde oltre il 35% dei consensi elettorali, eleggendo in Parlamento ventidue deputati neo-nazisti. L’Italia delle Amministrative, circa nove milioni di elettori al voto locale, non si sottrae a quello che pare essere un trend generale delegittimare le Forze Politiche di Governo, con l’eccezione del Partito Democratico che tiene e si rafforza, ma, come sostiene Peppino Caldarola, il Paese che emerge dal voto Amministrativo risulta essere profondamente lontano dal Paese rappresentato in Parlamento. Siamo di fronte ad un Puzzle Impazzito che non riesce a trovare una sintesi, o forse più drammaticamente che non vuole trovare una Sintesi.

Vi è nei tre diversissimi momenti elettorali un fattore comune: il rifiuto popolare delle Politiche di Rigore e di Austerità, la tenuta del Partito Democratico esprime non tanto la continuità di governo quanto un’indicazione ai vertici politici di cambiamento, il più togliattiano tra i dirigenti Democratici, D’Alema, coglie perfettamente il senso ed il clima che ha generato il voto: una conferma della foto di Vasto, ovvero dell’alleanza tra PD IDV e SEL.
 
Ma una tale prospettiva costituirebbe una rottura inevitabile con il Governo Monti ed una severa messa in mora delle politiche di Riforma e Rigore Finanziario, che non significa automaticamente Neo-Keynesismo ma un ritorno al Keynesismo alla Matriciana: scavare buche riempire buche, dove servono due dipendenti pubblici assumerne quattro. Il ritorno alla fotografia di Vasto poi significa, o meglio significherebbe, la rinuncia alle Grandi Opere come la TAV, strategiche quanto decisive per una sana politica di rilancio internazionale della nostra asfittica economia, ed un ritorno al peggior provincialismo culturale che scredita il Paese all’estero assai più della disastrosa classe politica italiana degli ultimi venti anni.

I veri vincitori della competizione amministrativa italiana sono due: l’Astensionismo ed il Movimento 5 Stelle, entrambi sintomi della malattia morale del Paese e dei suoi abitanti. Ed è contro questa “malattia morale”, uso volutamente e provocatoriamente la categoria con cui Benedetto Croce bollò il fascismo, che gli Spiriti Liberi e Forti di questo Paese debbono fare argine mettendo i piedi nel piatto dei Partiti, trovando in sé le risorse morali, spirituali, economiche per Cambiare per davvero. Perché il cambiamento è inevitabile, il nostro Paese ha estremo bisogno di vivere una profonda Rivoluzione Liberal-Socialista, alla Blair per intenderci.

La Governabilità non è un “valore astratto”, il Rigore non è vessazione, l’Austerità non è oppressione sono tre modalità etiche di trasformazione del modo di intendere il rapporto profondo tra Cittadino ed Istituzioni, tra Cittadino e Stato. Riccardo Lombardi nella sua teorizzazione di una società diversamente ricca lanciava, inascoltato (si era nella seconda metà degli anni settanta del novecento) l’allarme su una struttura sociale che si avvitava nell’edonismo e scambiava l’opulenza grassa di sughi con la ricchezza.

 La ricchezza di un Paese non è espressa dal numero dei cellulari pro-capite o dall’essere il terzo mercato mondiale dei giochi d’azzardo e delle lotterie, ma dalla capacità critica dei suoi Cittadini, dalla Responsabilità dei suoi Cittadini, dalla Cultura dei suoi Cittadini. Essere Cittadini non è linkare su FB i berci sguaiati del guitto da baraonda di strapaese di turno o essere servili nei confronti del Salvatore della Patria che come un Cavaliere d’altri tempi si lancia nell’agone politico con la televisiva discesa in campo, ma costruire in sé e poi pubblicamente percorsi e progetti, visioni e categorie generali e generalizzabili. Già Platone denunciava come nemici della Polis coloro che mescevano il vino della Licenza anziché il Vino della Libertà al Popolo così da stordirlo e poter tutto cambiare affinché nulla cambiasse.

Oggi l’imperativo categorico è Cambiare nella Responsabilità, Costruire un Nuovo Orizzonte Progettuale per questo Paese ripiegato in sé, nella sua pancia irrazionale.

 
Di Maria Rotolo (del 08/05/2012 @ 10:27:58, in Mondo, linkato 595 volte)

Eccoci qui, di nuovo in Italia in questo paese che da lì, dall’Ammerica, come dicevano gli amabili nonni del sud, è piccola, inguaiata,  abbandonata ad un futuro di cui molti preferiscono non ragionare, né valutarne la serietà. L’America è sempre bella e straordinariamente avvincente con il suo sano, quotidiano tumulto lavorativo, con l’attenzione e il pragmatismo che tanto potrebbe esserci utile in Italia per risolvere problemi risolvibili.

Tra le strade di New York però, che ho conosciuto e vissuto per mesi nel ’99, prima quindi del terribile 11 settembre 2001, si respira un’atmosfera diversa. La città che ricordavo in pieno fermento culturale, artistico economico, ancora capitale mondiale del business, che offriva i migliori spettacoli musicali del mondo vantando talenti mondiali in ogni settore, le eccellenze tra i tecnici di scena, ballerini, sceneggiatori, musicisti, oggi sembra affaticata e maldestramente sedata da un dolore che da qui non si può capire, né riconoscere.
 
Ho passeggiato tra le strade in cui in questi anni è stata costruita la Freedom Tower che sostituisce le precedenti Torri Gemelle e ho cercato di ricollegare la mia presenza alla memoria di orribili immagini viste in televisione in quel maledetto giorno di settembre. Con l’immaginazione ho tentato di immergermi e afferrare la drammatica realtà di una guerra improvvisa e inaspettata che ti piove in fiamme giù dal cielo all’inizio di una meravigliosa giornata di sole newyorkese e l’unica sensazione che ho identificato, insieme all’angoscia e paura, è stata una insondabile sensazione di smarrimento.  I newyorkesi però non sono smarriti, hanno raccolto il loro coraggio e hanno fatto appello alla loro capacità di riprendersi il futuro. Ma è dura, ed è evidente che New York  è una città ferita dopo aver subito un stop non autorizzato, una violenza in diretta, in pieno giorno e sotto gli occhi del mondo intero.

E’ nella natura degli americani non piangersi addosso, rimboccarsi le maniche, agire, fare e rifare, non perdersi in un utili sterili discussioni e proiettarsi nell’immediato in una condizione di miglioramento, di crescita, di benessere. Questo loro temperamento che forse è il risultato di un atto di volontà, di responsabilità con loro stessi e il paese che abitano, li rende forti e pronti a ricominciare in nome di una libertà che per loro è un’irrinunciabile condizione per cui combattere ad ogni costo.  E allora ogni giorno è un buon giorno per iniziare a fare qualcosa di nuovo e utile per se stessi, il vicino di casa, la propria città, il proprio paese.

Non si lasciano schiacciare dal vizio dell’inutile convenzione e il conformismo non è un abito mentale come da noi, schiavi di un provincialismo che ci rende ridicoli al mondo intero. E’ un paese in cui è ancora possibile osare e lasciare spazi aperti alla creatività perché al talento riconosco meriti, attenzione, valore, nonché un’utilità sociale. E se sono molti gli americani che pensano che le scelte di Obama sul welfare siano criticabili perché non in linea con i principi fondanti della loro costituzione, gli stessi sono pienamente consapevoli che in un momento così difficile per l’economia mondiale è proprio Obama con la sua storia, la sua visione del mondo a rappresentare una garanzia per la democrazia,  regina incontrastata e intoccabile dei loro valori. 

Parlare dell’Italia con gli americani può diventare imbarazzante. Hanno la percezione che i nostri problemi siano legati ad un groviglio di interessi e inefficienze di cui ignorano le ragioni storiche, ma non ne motivano la persistenza in un’epoca in cui la trasparenza e la tecnologia possono consentire ai cittadini di liberarsi della cultura mafiosa, del familismo. Guardano ai cittadini italiani come bambini invecchiati nella coercizione dell’assistenzialismo statalista, che inevitabilmente adotta la tattica del “noi risolviamo il problema, ma a voi dobbiamo mettere le mani nel portafoglio” e così facendo ci hanno portato via un paese che non abbiamo mai sentito nostro e per cui non abbiamo mai combattuto. 

 
Di Emanuele Gentile (del 03/05/2012 @ 09:32:43, in Mondo, linkato 1288 volte)

Cara Europa se ci sei batti un colpo! Vorrei chiedere ai lettori del Blog se qualcuno è in grado di capire che cos’è l’Europa oppure di intravederne l’avvenire. Scommetto che pochi saprebbero fornirmi una risposta articolata ed esaustiva. Il problema è che abbiamo un enigma chiamato Europa. O lo risolviamo in tempi più o meno accettabili. Oppure l’Europa rischia di essere definita una mera espressione geografica. Il che non è certo una prospettiva incoraggiante. Tutt’altro…

La domanda che ci dobbiamo porre è – ordunque – la seguente: CHE NE FACCIAMO DI QUESTA PROTUBERANZA DELL’ASIA CHE USUALMENTE SIAMO SOLITI DEFINIRE EUROPA? Ci sono tre dati preliminari che intendo sottoporre all’attenzione dei lettori: A) Secondo la Swiss Bank la quota di ricchezza mondiale detenuta dall’Europa scenderà dal 30 % al 15 %; B) Il Council of Foreign Relations (Usa), in un report pubblicato l’anno scorso, ha evidenziato che il peso strategico in campo militare dell’Europa è destinato a diminuire in maniera rilevante; C) Gli investitori anglo-sassoni e cinesi, a quanto sembra, non sono più interessati a comprare titoli pubblici e privati espressi in euro.

Dati piuttosto inquietanti che necessitano di una risposta molto forte non soltanto dalla politica europea, bensì dell’intero continente. Quando scrivo “intero continente” intendo affermare una constatazione piuttosto impegnativa: L’EUROPA E’ FERMA.

Il “roveto ardente” (concetto forgiato dai seguaci di Port Royal) che aveva irradiato la civiltà europea su tutto il mondo appare spento. Qualche fiammella, esile, ogni tanto rischiara una notte buia per l’intero continente. Dov’è finita l’Europa che aveva dato, dunque, luce all’intero pianeta da Socrate in avanti? Evidentemente il modello Europa ha terminato la sua forza propulsiva.

Il carburante che ne ha alimentato lo straordinario vigore in ogni campo non riesce più a spostare un continente in fase di pronunciata e manifesta stagnazione. SIAMO VICINI AL CROLLO? Lo saremo se continueremo a ballare placidamente sulla tolda del Titanic. Cosa fare – allora – per invertire la tendenza? I cittadini hanno necessità di rivitalizzare una democrazia che nel vecchio continente è diventata sinonimo di tecnica di governo e non elettrizzante “elan vital”.

L’Europa deve, altresì, porre maggiore attenzione sulle sue innumerevoli diversità. Non è cercando di rendere uniformi gli uomini e le donne europee che si rilancia il continente europeo. Un continente non va gestito secondo parametri di rigore economico. I freddi numeri uccidono la voglia della gente di muoversi, confrontarsi, costruire ed azzardare. La nostra nazione Europa non può essere tenuta in scacco da persone tronfie di metafisica economica che risiedono in istituzioni lontane miliardi di anni luce dalla reale realtà delle genti europee.

Bisognerà capire se a noi europei conviene il gioco di mantenere in piedi istituzioni elefantiache come l’Unione Europea, la Bce, il Parlamento Europeo ed altre ancora. Istituzioni che sembrano aver assicurato troppo potere a chi ha già un potere immenso e poco potere alle genti d’Europa.

Cosa ne può venire in positiva propensione al futuro alle genti d’Europa sapere che l’Unione Europea ha stabilito il calibro delle banane oppure le dimensioni di una rete da pesca? Non abbiamo bisogno di questo. Abbiamo bisogno di bruciarci nel “roveto ardente” citato qualche riga sopra al fine di ritrovare quella forza, quello slancio, quello spirito di avventura e quella fame di novità che hanno da sempre contraddistinto l’incredibile fioritura della civiltà europea attraverso i millenni.

L’euro, invece di accendere il nostro continente, l’ha spento perché è rimasto solo. Simile a un totem. Totem isolato in un deserto glaciale in quanto non si è costruito alcunché attorno che permettesse a ogni europeo di sentirsi protagonista della svolta epocale rappresentata dall’avvento della moneta unica. Ora abbiamo l’euro e un continente spento. Bel risultato! Vero tecnocrati che avete asservito l’euro a giochi speculativi invece di trasformarlo in un ambasciatore unico dell’unione europea in tutto il mondo? Governare popolazioni di diversa origine e condizione significa entrare in contatto con la loro spiritualità con l’obiettivo di renderle cittadini attivi impegnati nel progetto colossale dell’unità europea.

La realtà è ben diversa. Purtroppo. Le genti d’Europa sono impaurite, prostrate, sfiduciate e arrabbiate perché si è governato pensando più all’economia che parlando al cuore della gente. Anche perché l’Europa ha da anni leader di scarsissimo livello. Come alla fine dell’ottocento si aveva totale fiducia nella tecnica mentre ci si incamminava incoscienti verso la Prima Guerra Mondiale; oggi si pone fin troppa attenzione alla finanza e ci si incammina incoscienti verso la Terza Guerra Mondiale. Possibile? Meglio rinsavire che continuare a perseverare negli errori.

 
Di Jordi Schifano (del 02/05/2012 @ 12:31:26, in Mondo, linkato 913 volte)

In questi ultimi decenni abbiamo assistito al boom economico della Cina, diventata la seconda economia mondiale, ma con le potenzialità per attuare lo storico sorpasso sugli USA.

Il monolite rosso, progredito sotto la gestione del partito comunista, autore della rivoluzione durante il secolo scorso, ora sta iniziando a manifestare, anche nei confronti del mondo, alcune crepe e contraddizioni molto profonde.

Come per la Primavera araba, anche in Cina lo strumento di diffusione del malcontento e della denuncia sociale è la rete. Come spiega l'artista Ai Weiwei, nonostante la fortissima censura del partito e la tendenza, tipicamente cinese, ad utilizzare versione indigene dei vari social network mondiali, la libertà di parola e di pensiero stanno portando alla maturità sociale dei cinesi.

Nell'ultimo periodo grazie alla straordinaria prova di giornalismo di Charles Duhigg e David Barboza del NewYork Times, il vaso di Pandora cinese è stato scoperchiato. Con la loro inchiesta sui lavoratori della Foxconn, azienda fornitrice della Apple, famosa per il suo slogan: THINK DIFFERENT, i due giornalisti hanno mostrato al mondo quello che il mondo conosceva e accettava con indifferenza, mentre si voltava  verso gli scaffali di prodotti a basso costo: le disumane condizioni di lavoro nelle aziende cinesi dell'entroterra.

Questa inchiesta ha portato al centro della lente d'ingrandimento la questione del lavoro nel paese asiatico. Ci siamo così accorti che da tempo ormai, i lavoratori cinesi scioperano e contestano i loro datori di lavoro, per ottenere aumenti salariali e più diritti.

Le notizie sono filtrate anche attraverso l'immensa diga di censura che il regime ha posto alla rete, mostrando come l'officina del mondo, si sia bloccata parecchie volte e, come sempre accade, gli scioperi che ne sono scaturiti sono stati numericamente ineguagliabili, portando ad aumenti salariali anche del 30%.
La questione del lavoro è una fondamentale cartina al tornasole, ai nostri occhi stranieri, per valutare lo stato attuale della società civile cinese; in qualsiasi società attraversata dal boom economico, infatti, il benessere ed il miglioramento del livello d'istruzione portano ad una maggior consapevolezza tutte le fasce sociali: compresa quella dei lavoratori.

Tutto il mondo ha preso coscienza dell'ingiustizia sociale cui i lavoratori cinesi sono stati sottoposti, ma nessuno si è curato di sostenerli nella loro lotta, perché i prodotti a basso costo sono convenienti a qualsiasi latitudine.

Le riforme avviate negli anni 80 da Deng Xiaoping, promosse attraverso slogan storici come: "Arricchirsi è glorioso" hanno portato il gigante comunista verso un capitalismo selvaggio. Un capitalismo che, nei suoi esponenti più acuti, è stato assecondato dal partito comunista per sfruttare fino all'eccesso quel proletariato che avrebbe dovuto tutelare in quanto fulcro della repubblica popolare.

Quella che, sulla carta, dovrebbe essere la più grande repubblica comunista del mondo si mostra invece come la più grande economia capitalista planetaria, dimenticandosi principi e protagonisti della dottrina maoista: i lavoratori. La Cina attuale ci appare più attratta dal colonialismo economico, dalla ricerca di materie prime e fonti energetiche che alla tutela dei suoi cittadini, rassegnati alla corruzione che imperversa fino ai vertici del comitato centrale.
Il partito comunista cinese sta mostrando le sue crepe interne anche all'estero, il caso Bo Xilai, stella emergente del politbiuro, si sta rivelando il Watergate dagli occhi a mandorla, in cui gli interessi personali e la brama di potere politico oscurano la tutela della cosa pubblica.

Quanto sarà ancora sopportabile la dittatura politica comunista in un paese che sta velocemente e faticosamente sviluppando la sua coscienza?

La storia della Cina contemporanea è un fantastico concentrato, accelerato dello sviluppo occidentale: dalla rivoluzione industriale, al boom capitalistico fino ad una potenziale primavera che, grazie alla rete, sembra essere già nell'aria, il tutto elevato alla popolazione più numerosa del mondo.

L'ultimo trentennio cinese, ha portato la repubblica popolare dal profondo rosso maoista, alla rivoluzione culturale, fino al tiepido rosa attuale. Il partito non sembra più quel collante sociale fonte di ideologia e progresso, ma appare come la massaia che butta, troppo frettolosamente, il bucato bianco nella lavatrice del capitalismo dimenticandosi di togliere dalla macchina quel libretto rosso che rovina ciò che nel resto del mondo risulta bianco.

 
Di Claudio Tabacco (del 26/04/2012 @ 17:47:39, in Mondo, linkato 1250 volte)

Negli anni trenta del Novecento Berlino fu la capitale europea più trasgressiva ed avanzata d’Europa, o meglio dalla metà degli anni venti sino ai primissimi anni trenta, poi cadde la “tenebra”, le cupe e tragiche camice brune presero il posto delle avanguardie artistiche, il “tamburino” si sostituì a Kurt Weil. Un piccolo imbianchino dall’ambiguo passato artistico come un gangster di Chicago liberò le potenze oscure dell’animo tedesco con violenti ed incendiari discorsi in cui strappava la faccia all’avversario riducendolo a macchietta, svuotandolo dei suoi contenuti umani così che la plebaglia potesse di esso negare l’Umanità.

Negli stessi anni nella Francia Repubblicana, nata dalla prima grande rivoluzione europea, nella Francia dell’Illuminismo e della Dea Razionalità, nella Francia del Positivismo di Auguste Comte, sorsero miriadi di organizzazioni nazionalistiche, di associazioni esoteriche come ad esempio la Cagoule di cui fecero parte Pierre Laval e quasi tutti coloro che poi diedero vita al Governo Collaborazionista di Vichy, forse lo stesso Maresciallo Pétain fu un cagoulard, anche costoro utilizzarono linguaggi strappa – faccia. Linguaggi che riducono l’avversario a nemico, a “nemico del popolo” definendolo di volta in volta come: Affamatore, Servo delle Banche, Sicario del Complotto Mondialista Massonico, Maiale asservito al Potere Economico – Finanziario. In Italia, questi processi culturali, iniziarono negli anni immediatamente precedenti la Prima Guerra Mondiale ad opera degli Interventisti di destra guidati con estrema efficacia da Gabriele D’Annunzio che invocava l’uso del bastone contro i neutralisti e definiva il capo del Governo come “Cagoia”.

Furono gli anni Venti e Trenta del Novecento anni straordinari, quanto tragici: straordinari poiché in essi le più grandi correnti dell’avanguardia culturale ed artistica plasmarono l’immaginario delle Elite Borghesi e tragici poiché la crisi finanziaria e dell’economia “pesante” gettarono nella disperazione masse enormi di popolazione che trovarono risposte sovrastrutturali nel Populismo sovente a sfondo magico-esoterico: Evola in quegli anni elabora il suo pensiero, l’Idealismo Magico, la Golden Down e l’Organizzazione Thule, fondata da un cistercense eretico che si ispirava ai cavalieri Templari – Teutonici, nell’Europa Centrale e nei paesi di cultura germanica predicavano l’antisemitismo e l’odio anti-ebraico, dietro cui si nascondeva un desiderio di rivincita dell’arcaico mondo contro il Mondo Moderno, una delle opere fondamentali di Evola ha per titolo: Rivolta contro il Mondo Moderno, Jünger in quegli stessi anni scriveva “l’Operaio Totale” in cui delineava una Società Organica interamente protesa nella volontà di potenza, totalmente mobilitata e radicalmente fondata sul Principio del Capo, vissuto come Profeta, Guida Etica.

Il 19% conquistato dal Fronte Nazionale di Marine Le Pen alle elezioni presidenziali francesi, il 7% attribuito a Beppe Grillo ed al Movimento 5 Stelle da lui creato dai sondaggi (ma credo sia sottostimato, non mi stupirei se raggiungesse il 15%), e prima Orban in Ungheria e l’avanzata dell’estrema destra in Finlandia, in Olanda, in Belgio, nel Belgio Vallone da cui fu partorito il Comandante De Grelle collaborazionista e generale della SS, criminale di guerra ed autore di due saggi di grandissimo interesse letterario (Militia e La Nostra Europa) non solo hanno lo stesso sub-strato strutturale - una spaventosa crisi economica generata dai mercati finanziari globali poi trasferitasi all’economia reale - ma sono posseduti dallo stesso daimon linguistico, dalla medesima retorica vittimistica e violenta solcata continuamente da “Utopie Recessive”: la Civiltà Medio-Evale Idealizzata, ieri, la Decrescita Felice, oggi.

L’Età Aurea, il Tempo Incantato e favolistico, una sorta di Arcadia dello Spirito e della Carne in cui l’essere umano è libero dalle convenzioni della civiltà come in Zeist Geist, esprime una suggestione pericolosa poiché nasce da un sentimento depressivo di sé, poiché ha origine in una Negazione della Realtà, della durezza di essa, in una Negazione del Principio di Realtà. Tutto ciò uccide la Democrazia, i linguaggi del populismo dell’oggi che dipingono l’intero universo politico come maiali al trogolo, maiali dunque non esseri umani, politici dunque non essere umani con storie e vite, dimenticando che chiunque nell’Agorà prende la parola e costruisce un seguito è un Politico, dunque anche il Profeta – Capo – Guida – Duce è tale, prepara la strada alla tragedia. Vi è in questo nostro tempo, che sempre più assomiglia agli anni Trenta, un delirio totalitario che tenta di spaccare il Mondo in Buoni, oppressi, e Cattivi, oppressori.
 
È preciso dovere di chiunque riconosca se stesso nella Democrazia Rappresentativa e Parlamentare contrastare strutturalmente tali derive populistiche, rifiutandone i linguaggi, in primo luogo, il Popolo è qualcosa di più e di diverso da ciò che i demagoghi dipingono. Oggi essere Popolo significa essere Cittadini, espressioni viventi ed esistenziali della Libertà.

 
Di Jordi Schifano (del 23/04/2012 @ 09:39:58, in Mondo, linkato 555 volte)

La scorsa settimana a Tobruq, città nell'estremo Est della Libia, non lontana dal confine egiziano, si è tenuta una manifestazione contro il Qatar. Molti giovani, tra cui Nizar, Zidanne e Tawfik, si sono ritrovati nelle strade della loro città per manifestare il loro dissenso nei confronti di ciò che sta avvenendo nel loro paese.

Lo scorso anno questi ragazzi, durante la rivoluzione poi sfociata nella guerra civile contro il regime di Mu'ammar Gheddafi, si impegnarono per aiutare la propria cittadinanza durante quel difficile periodo della loro storia nazionale.

Questi giovani rivoluzionari non andarono al fronte a Brega, Misurata o Sirte, ma restarono nella loro città creando associazioni finalizzate ad insegnare e mantenere il quieto vivere cittadino, rivolte specialmente ai bambini, i più indifesi e danneggiati in qualsiasi guerra.

La loro fede nei miglioramenti che la rivoluzione e la democrazia avrebbero portato furono totali e la stima verso quei paesi che li sostennero contro il Rais, tra cui il Qatar e Al Jazeera, fu palesemente espressa con murales comparsi sui muri della città.
Sfortunatamente non conoscevano ancora il vero significato della parola democrazia ed il prezzo della libertà.

Il Qatar ha, infatti, perseguito in Libia la sua strategia politica internazionale, già testata in Tunisia, Egitto e, in modo più diplomatico in Marocco; aiutare economicamente e mediaticamente le rivoluzioni arabe e i paesi del Maghreb, influenzandoli con fomentando i partiti islamici più radicali.

I giovani libici hanno compreso il rischio di tale strategia e cercano di opporvisi democraticamente con la creazione di un nuovo partito. Youth National Party, vuole essere l'espressione della maggioranza del popolo: i giovani; che devono cambiare il loro paese e formare una nuova classe politica, rompendo ogni legame con il passato.

Purtroppo i giovani hanno un difetto: quello di farsi travolgere dagli ideali. Questo, durante la manifestazione di Tobruq, si è tradotto in un gesto davvero offensivo, soprattutto nei confronti di un paese che ringraziavano fino a poco tempo fa: bruciare la bandiera del Qatar.
Conoscendoli non si può non essere contagiati dalla loro voglia di libertà, di democrazia, di potersi esprimere liberamente, di far progredire il proprio paese in autonomia come uno stato federale che dia libera espressione a tutti.

Ora però, Nizar, Zidanne, Tawfik e gli altri stanno comprendendo quale sia il vero significato della parola democrazia: influenze politiche ed economiche da parte di paesi stranieri per sfruttare le immense risorse naturali libiche. Non accettano il tentativo quatariota di influenzare la cittadinanza attraverso il finanziamento dei Muslim Brothers, ariete politico del progetto panarabico di creazione di un subcontinente arabo ortodosso di caratura energetica, e quindi politica, globale.

I giovani libici appaiono così, come bambini che vogliono giocare al tavolo degli adulti, convinti che, con la forza delle armi, si possano liberare di qualsiasi straniero, ma purtroppo la loro è solo un'illusione. Accettare la democrazia internazionale significa limitare l'uso della forza e sedersi al tavolo dell'astuzia e della strategia con un mondo globalizzato e avido dall'altra parte.

Noi italiani conosciamo bene quale sia il prezzo della libertà, dato che la nostra storia ha già percorso le stesse fasi di quella libica seppur in modo differente.

40 anni di Democrazia Cristiana, la presenza di Giulio Andreotti in parlamento, le diverse basi americane sul nostro territorio nazionale e le decine di morti tricolori, impunite, da parte di militari a stelle e strisce, sono un monumento perenne al prezzo della libertà.

 
Di Maria Rotolo (del 22/03/2012 @ 09:57:23, in Mondo, linkato 648 volte)

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e i visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no (…)” 

Mi permetto di citare con grande rispetto Primo Levi, uno scrittore che ha lasciato un patrimonio letterario di cui il nostro paese deve essere fiero per innumerevoli ragioni che non attiene però in questa circostanza riportare. Ma la sua riflessione in uno dei libri più conosciuti “ Se questo è un uomo”  è sempre tristemente e drammaticamente attuale nella lucida cronaca dell’orrore vissuto da lui stesso per un anno all’interno del lager di Auschwitz. Un orrore nudo e crudo capace di terrorizzare il lettore per la chiara esposizione delle circostanze quotidiane nelle quali erano coinvolte vittime innocenti di aguzzini folli e feroci. Cinicamente attuale per la descrizione delle modalità attraverso le quali le stesse vittime creano assurde gerarchie interne e giochi di potere snaturando ulteriormente la loro condizione di esseri umani. A questo si aggiunge l’ovvia speranza di sopravvivere a quella disumanità.

Ho pensato a questo mentre leggevo sul giornale del ventiquattrenne Mohammed Merah sospetto killer della strage nella scuola ebraica di Tolosa. Uccidere bambini per vendicare la morte di altri bambini palestinesi, sembrerebbe essere questa la motivazione da lui data per ciò che ha compiuto lunedì scorso.

Bambini per vendicare altri bambini: è un orrore che la mente fa fatica ad accettare già solo come terribile pensiero. Com’è possibile? “Questo è l’inferno? Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così (…)” .

Questo vuol dire che noi esseri umani siamo già morti e stiamo tentando miseramente di sopravvivere alla nostra disumanità perché le responsabilità sono sempre individuali e collettive. Il gesto di un definibile folle nasconde in realtà una responsabilità che sposa millenni di odio razziale, politico-religioso seminato dagli uomini contro altri uomini in nome di qualcosa che non esisteva né hai tempi del nazismo, né oggi e che non esisterà mai.

Dove è finita la conoscenza e la coscienza umana?

Non c’è un tribunale al quale appellarsi per richiedere sentenze e condanne per l’eternità a chi agisce in nome dell’ignoranza, unica matrice possibile per spiegare la loro azioni di esseri disumani. Non è un folle colui che ha motivazioni antisemite: è una giustificazione che la storia ha dimostrato essere inapplicabile perché le loro menti agiscono con raziocinio, dimostrando così che la ragione nella sua applicazione di oggettivo strumento di analisi del reale può commettere errori di incalcolabile entità e, allora sì, generare mostri…

Ora resto in silenzio e mi astengo dall’agire per i prossimi tre minuti, invitando me stessa a ricordare che è l’uomo che decide come agire e che Dio, Allah, o in qualunque altra entità si creda, non c’entrano nulla. 


PS: per fortuna il famoso bimbo della foto è ancora vivo: si chiama Tsvi Nussbaum e vive negli USA.

 
Di Simone Borgia (del 19/03/2012 @ 10:42:14, in Mondo, linkato 630 volte)

Il celeberrimo aforisma di Bernardo di Chartres decantava: “Siamo come nani che stanno sulle spalle dei giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”.

Ho sempre considerato queste parole come il frutto di una prospettiva di vedute estremamente lungimirante, specie se si considerano i “tempi oscuri” in cui sono state scritte dal filosofo francese, maestro di retorica, circa 900 anni fa. Alla fievole luce emanata da candele troppo logore per durare a lungo, in un'epoca in cui per molti versi si era ritornati indietro di 1500 anni, perfettamente descritta dall'espressione inglese “Dark Age” e pura espressione della brutalità umana, qualcuno incominciava ad intravvedere una luce ben più forte che, a distanza di secoli, avrebbe dato vita ad una vera e propria “rivoluzione culturale” con la nascita dell'Umanesimo.

I nani e i giganti simboleggiano il rapporto tra Uomo e Cultura: i primi rappresentano l'Uomo del Presente, mentre i secondi quello del Passato. Soltanto una perfetta e completa sinergia tra entrambi può permettere di guardare lontano verso il futuro; infatti, la Cultura non è altro che la graduale raccolta di una miriade di piccolissime tessere per la realizzazione di uno splendido mosaico, qual è la Storia dell'Uomo, in cui il lavoro di chi ci ha preceduto costituisce la nostra base di partenza per l'ampliamento del mosaico, successivamente lasciato in eredità ai nostri figli.

Il concetto assai ampio di Cultura, molteplice espressione di qualsiasi attività fisica ed intellettiva dell'Uomo, è parte centrale di un concetto ancor più vasto, qual è quello di Storia, non letteralmente inteso solo come  l'arco temporale che intercorre tra la nascita documentata della scrittura e il tempo presente, ma, in senso più esteso, come l'insieme di tutti gli eventi che hanno riguardato il genere umano dai primi passi in posizione eretta alla conquista moderna dello spazio.

All'alba del suo “primo giorno”, l'Uomo esplorava il territorio circostante, senza poter contare su alcuna tradizione o esperienza precedente, ma soltanto sulle proprie percezioni sensoriali, respirando a pieni polmoni il soffio della vita, procedendo per tentativi ed imparando esclusivamente dai propri errori. A poco a poco, quegli errori si sono trasformati nella preziosissima materia che costituisce l'esperienza e quest'ultima è stata tramandata, prima oralmente e poi sotto forma di scrittura, diventando “tradizione”: collezione del sapere umano, archivio di valore inestimabile per le generazioni a seguire.

La Storia potrebbe essere intesa come un lungo sottilissimo filo, intessuto magistralmente dal suo artefice, secondo trame talvolta estremamente complesse che, in alcuni casi, ridisegnano motivi artistici già adoperati in precedenza (“corsi e ricorsi storici”), pur seguendo una logica sinuosa ed intricata, parte di un disegno ancor più vasto, la Vita, tanto del genere umano, che del singolo individuo.
Carpirne l'essenza significa avere la capacità di saper leggere un determinato evento, collocandolo in senso diacronico, secondo un ordine temporale verticale, ma anche sincronico, secondo uno schema di parallelismi orizzontali, e di coglierne il valore, il senso ultimo e il preciso contesto da cui è scaturito. Tale “lettura” può avvenire soltanto tramite una serie di lenti multifocali, regolate all'occorrenza per inquadrare perfettamente un'immagine che, altrimenti, risulterebbe sfocata e illeggibile, come quando si osserva un quadro da una distanza troppo ravvicinata, senza coglierne l'insieme, o una foto da troppo lontano, senza  poterne vedere i dettagli e i particolari.

La Storia dell'Uomo è costellata di avvenimenti che hanno lasciato solchi mai del tutto colmati, cicatrici permanenti che sembrano essere state impresse col fuoco, segni indelebili su un foglio bianco e rughe scavate dal tempo sulla fronte di un uomo troppo stanco o svogliato per guardarsi allo specchio. Tuttavia, immaginando il corso della Storia come un fiume, che a volte è mosso da correnti veloci, fragorose ed impetuose ed altre sembra arenarsi in meandri lenti, silenziosi e stagnanti, si può, forse, capire come vi sia sempre una certa logica che lo porti dalla sorgente alla foce, perché si ricongiunga con il mare aperto, trasformandosi in qualcos'altro.
Le acque di un fiume non compiono mai lo stesso percorso due volte, ma possono incontrare lo stesso tipo di ostacolo più volte lungo il loro cammino a valle, e la saggezza naturale che le guida riesce sempre a condurle fino al mare. Similmente, la Storia ci offre un tragitto il cui traguardo non è stato ancora raggiunto, ma la nostra strada può essere intralciata da impedimenti molto simili a quelli che abbiamo già incontrato in precedenza, e soltanto un'attenta analisi dei fatti, con l'aiuto prezioso di una “memoria storica” presente dentro ogni uomo, può farci superare la prova, senza incorrere nello stesso errore già compiuto in passato.

E' in questo passaggio che si esprime tutta l'importanza della Storia, come “serbatoio di saggezza”, in quanto pozzo di esperienza collettiva ed individuale, e fonte di quel discernimento che occorre per indossare le lenti multifocali con cui possiamo leggere tanto i caratteri universali della Storia dell'Uomo, quanto quelli particolari della storia di un uomo, di ognuno di noi, in modo da evitare prontamente quelle trappole della vita che abbiamo già incontrato sul nostro cammino, senza ricaderci.
Sotto questa luce e con questa chiave interpretativa, il Passato non è allora più visto come una fossa la cui botola è stata chiusa per sempre, ma piuttosto come un cofanetto porta-gioie da custodire preziosamente, un insegnamento di cui fare tesoro per tutta la durata della nostra esistenza; le parole vissute e i ricordi ingialliti di un anziano non sono più considerati come rumori incomprensibili o ancor peggio lugubri e fastidiosi lamenti di chi sembra aver fatto ormai il suo tempo, ma al contrario come un possibile aiuto alla nostra ricerca di una risposta che non sappiamo trovare; l'esperienza altrui non è più vista come un qualcosa di totalmente estraneo, ma come parte dello stesso sangue che scorre nelle vene di ogni essere umano; infine, le nostre stesse ferite e i nostri “graffi dell'anima”  non sono più considerati soltanto come persistente testimonianza costante di momenti di lacerante dolore e di oscurità, ma anche, e soprattutto, come  testamento della grande forza interiore che abbiamo saputo tirar fuori comunque in situazioni di immenso sconforto e debolezza e che ci ha permesso di vedere la luce di un nuovo giorno, nonostante tutto. 

Forse, se si fossero fatte queste piccole riflessioni, la Storia avrebbe avuto un corso diverso e si sarebbero evitate molte delle atrocità avvenute esattamente con le stesse modalità e per gli stessi motivi che le avevano già causate; forse, ciascuno di noi avrebbe oggi meno rimpianti e rimorsi, o avrebbe potuto scrivere pagine diverse della propria storia.
Ma la Storia, scritta con lettera maiuscola o minuscola, non si è mai fatta con i “se” ipotetici e noi siamo il frutto di ciò che è stato, risultato di una combinazione di materia e antimateria, positivo e negativo, miscela unica di destino e libero arbitrio, volontà divina e volontà umana, ragione e istinto. Machiavelli, nel suo “De Principatibus”, parlava di “Fortuna”, identificata nel corso inesorabile delle cose (Destino), corso che l'Uomo non sempre può evitare; con l'aiuto della “Vis”, intesa come forza interiore, coraggio e sapiente intelletto, in alcuni casi, proprio sulla base dell'esperienza e della lungimiranza, l'Uomo può tuttavia arginare un fiume prima che si crei un'inondazione.

Allora, partendo dal Presente e costruendo basi solide poste sulle fondamenta del Passato, abbiamo tutti la possibilità di vedere la nostra casa costruita in un Futuro non troppo lontano; attingendo al “serbatoio” della Storia dell'Umanità e, ancor di più, della nostra stessa storia personale, riusciremo ad evitare per tempo gli errori che abbiamo già commesso e ne faremo altri, ma saranno frutto di nuove sfide e inchiostro su nuove pagine da scrivere; con l'umile consapevolezza di essere dei nani, riusciremo ad arrampicarci anche noi sulle spalle dei giganti e a renderci conto di quanto sia stupenda la vista da lassù.   

 
Di Claudio Tabacco (del 16/03/2012 @ 15:26:41, in Mondo, linkato 757 volte)

Libero alcuni giorni or sono titolò a piena pagina: Hanno vinto i Gay e nel sottotitolo: ….ora l’Unione Europea ci detta anche l’etica. Non passano ventiquattro ore e la Suprema Corte di Cassazione con una sentenza “storica” quanto contraddittoria sancisce il diritto delle persone omosessuali ad avere una vita famigliare legalmente riconosciuta. Apriti o cielo spalancati o terra da Destra a Sinistra da Giovanardi a Rosy Bindi è tutto un fiorire di invettive, di richiami alla Morale Famigliare.

Da “vecchio polemista” mi vien da chiedere a quale Morale Famigliare fanno riferimento i pre-lodati? A Quella morale famigliare che tace di fronte allo stupro che avviene all’interno delle pareti domestiche? Oltre il settanta per cento degli stupri avviene all’interno della famiglia, le violenze sui minori sia sessuali sia fisiche in forma di maltrattamenti avvengono all’interno della famiglia “naturale” ovvero della famiglia fondata sulla relazione eterosessuale.  Mi rendo conto, fuor dalla vis polemica, che occorra però costruire un ragionamento etico, fondato cioè sulla prospezione dei campi etici più che sulla polemica.

“Natura” o “Cultura”? Ecco il primo nucleo problematico da affrontare. L’Essere Umano è un Essere Naturale oppure un Essere Culturale? La Famiglia è finalizzata alla procreazione oppure è una struttura affettiva che costruisce un progetto sociale aperto al futuro, a quello che con linguaggio filosofico definirei come Oltre?

Qual è la funzione delle Leggi? Ecco il secondo blocco problematico evocato e dalla Direttiva del Parlamento Europeo e dalla Sentenza della Cassazione. Se cioè le Leggi debbano rispondere ad una Morale Trascendente oppure codificare ed anticipare l’Oltre che diviene Qui ed Adesso?

Il posto che nel quadro giuridico deve essere riconosciuto alla Libertà Individuale di sperimentarsi, di vivere la propria affettività, la propria dimensione sessuale e come lo Spazio della Libertà debba o meglio possa comporsi nel quadro sociale. Terzo blocco problematico.

Il pieno riconoscimento dei diritti sociali e civili delle persone omosessuali e trans-sessuali agita e suscita complessità radicali del nostro vivere associato ed apre delle contraddizioni radicali, dunque non riducibili, della nostra società la cui composizione giuridica determinerà la Qualità della nostra Libertà e della nostra Democrazia.

La nostra Costituzione all’articolo 29 recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. La Costituzione sceglie il Principio Naturalistico, ma in natura non esiste la famiglia e neppure vi è la Libertà, ma il determinismo naturalistico legato all’istinto procreativo o predatorio. La costruzione naturalistica della famiglia in realtà esprime una visione ideologica e morale, rappresenta cioè una Wlthanschaung – Visione Globale del Mondo che se al momento della scrittura della Costituzione era pienamente condivisa, si veda la discussione in Assemblea Costituzionale, oggi non lo è più poiché non vi è più una Morale Egemone, ma abbiamo assistito e partecipato all’esplosione delle Morali, alla frantumazione di esse nella pluralità e nella complessità Etica. Pluralità e Complessità Etica che dovrà essere accolta anche sul piano solenne della Costituzione. Converrà allora che coloro che legittimamente si oppongono al riconoscimento delle Famiglie Omosessuali e dei loro Diritti di Cittadinanza ammettano che la loro opposizione, ribadisco legittima, deriva da una Particolarità Etica, da una Ideologia sia essa religiosa o di altra natura non rileva. Allora tutto il dibattito rientrerà nell’alveo della Democrazia Liberale ove non vi sono Principi Non-Negoziabili ma la ricerca del Punto di Equilibrio nella complessità reale del Mondo.

 
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