Blog di Vision
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Gianfilippo Emma (del 26/11/2010 @ 17:56:57, in Italia, linkato 497 volte)

Si tratta di concetti largamente condivisi (a parole) e resi più urgenti dalla crisi: ingrandimento del ruolo della società civile, competenze dal pubblico al privato. Essi vivono del paradosso di riuscire ad unire tutti a prescindere dalla appartenenza politica, ma stentano a trovare realizzazioni concrete, perché ai buoni intenti non seguono mai impegni concreti.

Tutti riconoscono che nei prossimi anni lo Stato sarà in grado di fare “di meno”, e la società dovrà prendere spazi prima occupati dall’apparato pubblico. Ecco allora che la crisi economica può innescare un processo di social innovation a base territoriale. Anche se nasce come manifesto dei Tories britannici di Cameron, il framework rappresentato dalla Big Society dovrebbe essere de-politicizzato, perché i veri attori della  Big Society Era saranno cooperative, associazioni no-profit, investitori privati e (naturalmente) le comunità locali.

L'esempio inglese (in particolare, i Social Impact Bonds) dimostra che è possibile introdurre delle modifiche al sistema di attribuzione delle competenze (dallo stato alla società civile) e premiare i migliori performer. In generale, l'idea di fondo è che i gestori di servizio pubblico (welfare, educazione, trasporti) dovrebbero essere remunerati sulla base dei risultati. Una soluzione possibile (come già avviene in Gran Bretagna ed USA) è quella di cedere ad associazioni no-profit la gestione di servizi pubblici ed in cambio trasferire alle associazioni stesse il risparmio che lo stato realizza, sulla base di un’attenta valutazione.

Questo processo potrebbe dare molta più liberta ai professionisti ed aprire il servizio pubblico a nuovi operatori, come le fondazioni, le imprese sociali, le aziende private, e così offrire più innovazione e responsabilità nei confronti delle domande pubbliche. In una parola, sussidiarietà. Tra le conseguenze importanti di tale approccio vi è sicuramente la necessità di costruire strumenti per la misurazione delle prestazioni e dei risparmi che lo stato potrebbe realizzare cedendo alcuni servizi, e differenziando tra aree territoriali: l’implicazione di un tale metodo è un approccio a sussidiarietà e federalismo che diventa flessibile. Questo comporta un’architettura di poteri che non è più definita in maniera uguale per tutti  e per un tempo indeterminato.

Concludendo, l’Italia non deve limitarsi a copiare il modello inglese ma adattarlo. La riduzione della presenza dello Stato nella vita sociale ed economica, va orientata soprattutto al sostegno delle forze sociali, umane, economiche, presenti nel paese. I fronti su cui lavorare sono diversi: nuove forme di aggregazione della domanda da parte delle comunità locali, promozione dell’imprenditoria sociale, ruolo dei governi locali nell’identificazione di nuovi beni comuni, circolazione di risorse finanziarie aggiuntive.

 

Il corpo docente che nel 1990 era il più giovane nei paesi del G8 è ora il più anziano, e se è necessario nel paese un rinnovamento della classe dirigente questo non può non avvenire anche (e soprattutto) a partire da una delle istituzioni da tutti (almeno a parole) riconosciuta come elemento trainante delle società contemporanee e cioè l'Università, sede della produzione e della trasmissione del sapere, per sua natura al centro della società della conoscenza che si dice di voler costruire.

Nel mese di luglio 2010, apparve sui quotidiani una proposta bi-partisan, molto semplice, consistente nel portare l'età pensionabile di tutti i docenti universitari a 65 anni (come in Francia). Fu notevolmente pronta e chiara la risposta di quei (pochi) universitari con possibilità di esprimersi attraverso i mezzi di comunicazione: si schierarono tutti contro l'ipotesi ventilata, che non arrivò neanche a trasformarsi in disegno di legge.

L'abbassamento dell'età pensionabile risponde (almeno) a 2 esigenze reali e (a parole) largamente condivise:
1) la diminuzione della spesa delle singole università per gli stipendi (anche se questo porta ad un aggravio di spesa pensionistica) e quindi la possibilità di utilizzare questi stessi fondi per il reclutamento;
2) il rinnovamento della classe docente (ed in particolare dei vertici degli Atenei, quasi sempre occupati esclusivamente da ultrasessantenni).

L'obiezione che fu mossa da chi prese la parola sui quotidiani (naturalmente ultrasessantacinquenne) fu che tanti docenti con più di 65 anni sono tuttora attivi nella ricerca e nella didattica e che sarebbe stato un crimine privare l'Università di tanta competenza. Fu anche scritto che un tale provvedimento sarebbe stato antimeritocratico (tutti vanno in pensione a 65 anni senza discriminare chi lavora da chi invece è improduttivo), ed infine che i problemi dell'Università italiana sono “ben altri”. In nessun caso fu scritto che c'è un vero problema nell'attuale governance degli Atenei (così come in tanti altri settori della società italiana), e che forse bisognava prenderne atto e cercare soluzioni concrete, anche se non si condivideva quella proposta. Non sembra un'ipotesi peregrina che la violenza della reazione sia da ascrivere alla autoreferenzialità di chi scriveva (e più generalmente dell'attuale classe dirigente del paese).

E' verissimo che i più giovani dovrebbero dedicare l'essenziale delle loro energie alla ricerca, ma non possiamo ignorare che viviamo ormai in uno stato di emergenza, con una Università immobile che ha assoluto bisogno di persone nuove ai suoi vertici, persone che riescano ad immaginare nuove strategie, che siano capaci di promuovere nuove pratiche (sperabilmente più virtuose) e che sappiano aprire la strada ai giovani migliori. L'imposizione di regole dall'alto (come le “quote”) è sempre da utilizzare con moderazione e solo in assenza di soluzioni migliori, ma nella fattispecie sembra assolutamente necessaria una spinta esterna che favorisca questo rinnovamento.

A Bertinoro, l'esigenza di un rinnovo dei vertici delle università italiane è stata largamente condivisa da tutti i membri del gruppo di lavoro “dare concretezza al merito”. Nel condividere d'altra parte anche l'esigenza di non privarsi di forze utili nella ricerca e nella didattica, si è sottolineata la necessità (quando si dovesse decidere per il pensionamento a 65 anni) di prevedere la possibilità di stipulare contratti di insegnamento e di ricerca ben remunerati con docenti ultrasessantacinquenni in pensione. In ogni caso il gruppo ha sottolineato l'urgenza di una riflessione su questa questione.

E' emersa anche una prima proposta concreta per dare spazio alle nuove generazioni, senza toccare la delicata e complessa materia pensionistica. Si propone di limitare a 60 anni l'età per potersi candidare a ricoprire cariche monocratiche (rettore, preside di facolà, direttore di dipartimento, presidente di collegio didattico, ecc...), e di escludere i docenti ultrasessantenni dalle commissioni di concorso. Il gruppo ha ritenuto plausibile che questo, senza avere nell'immediato alcuna ripercussione sulla ripartizione dei fondi, porterebbe nel breve-medio termine ad un cambio di stile nella gestione degli Atenei e nel reclutamento.

 
Di Admin (del 29/11/2010 @ 10:49:55, in Italia, linkato 411 volte)

La proposta nasce dalla consapevolezza dell’importanza di un’esperienza lavorativa all’estero, specie per un giovane neo laureato, per incrementare la sua adattabilità, flessibilità e apertura e per immergerlo in un ambiente il quanto più meritocratico possibile.

Il giovane dovrebbe trascorrere un periodo di 12 mesi in stage presso una filiale estera di società italiane; l’importanza di essere in una struttura italiana consente al giovane di rimanere in contatto con una realtà che, se vorrà, potrà proporgli un’assunzione anche in Italia, mantenendo quindi il contatto con il proprio “cordone ombelicale” nazionale.

È stata anche considerata l’opzione di aprire le candidature a giovani europei, con un duplice effetto positivo di alzare il livello di qualità delle candidature, aumentando la competitività, e d’incentivare lo studio e la conoscenza della lingua e cultura italiana tra i giovani.

La proposta dovrebbe prevedere l’accordo tra lo Stato italiano e un panel di aziende italiane con filiali all’estero (es. FIAT, Ferrero, Generali, Intesa-Sanpaolo, …) in cui lo Stato si impegna a sostenere i costi dello stage (remunerazione + costi vitto / alloggio) in toto o in larga parte, mentre le aziende a assumere in stage c/o le loro filiali un tot di giovani predefinito.

In aggiunta, si potrebbe anche prevedere un periodo di 6 mesi in Italia post esperienza estera in caso di non assunzione, per facilitare il re inserimento del giovane in Italia e consentendogli un periodo “cuscinetto” per trovarsi una nuova collocazione.

Indubbi sarebbero i vantaggi per il giovane:
• Affrontare il mondo del lavoro fuori dalle mura domestiche
• Vivere un’esperienza intensa all’estero
• Essere immersi in un contesto internazionale con maggiore meritocrazia

Anche le aziende ne trarrebbero beneficio, avendo a disposizione delle risorse con cui interfacciarsi in modo rapido (poiché italiani) da inserire nelle loro filiali a costo virtualmente nullo, formandoli e testandoli.

 
Di Francesca Galli (del 30/11/2010 @ 17:24:33, in Italia, linkato 498 volte)

A primavera sarà nuovamente tempo di elezioni amministrative, e tanti discutono già nel dettaglio di proposte e programmi. Tutto questo è sicuramente un bene, perchè aiuterà gli elettori a fare  una scelta informata nell’urna. Ma, prima ancora, perchè non chiediamo, tutti insieme, che i nostri candidati prendano un impegno importante per la qualità della nostra democrazia?

E’ stato questo lo spirito che ha animato una delle discussioni a Bertinoro nel quadro di “Montiamoci la Testa”, l’iniziativa che ha visto riuniti alcuni deputati di diverso colore politico e una cinquantina di giovani professionisti, tra cui molti attivi in più associazioni.

La “Carta del buon amministratore locale” (che potremmo anche ribattezzare “Condizioni generali del contratto di un buon amministratore” o “Carta dei Servizi del buon amministratore”) vorrebbe contribuire alla selezione di una classe politica a livello locale che dimostri di voler  svolgere il proprio mandato in conformità con i principi minimi del senso civico e della “deontologia della politica”.

La Carta sarebbe composta da un breve preambolo, sintetico, teso a garantire coerenza rispetto ad un comune mondo valoriale. Il resto del documento, alla stregua di un codice deontologico di autodisciplina, sarebbe un insieme di regole, esigenze etiche e doveri volto ad orientare la pratica della professione e a rispecchiare le aspettative del cittadino nei confronti di un buon amministratore della cosa pubblica.. La carta proverebbe così a delineare comportamenti coerenti a valori di costante riferimento, in modo che l’attività politica sia esercitata non solo in maniera tecnicamente competente, ma anche consapevole, responsabile, etica.

Il contenuto della carta si potrebbe ispirare ai quattro valori di RENA: Apertura, Responsabilità, Trasparenza ed Equilibrio. Tra le buone prassi che possono dimostrare la bontà dei propositi andrebbe identificato, ad esempio, l’aggiornamento continuo rispetto all’attualità nazionale ma anche europea ed internazionale (Apertura); l’impegno ad essere un amministratore a tempo pieno e limitare l’assenteismo (Responsabilità); la trasparenza delle proprie attività attraverso la costanze pubblicizzazione delle decisioni adottate, dei risultati della propria amministrazione e del proprio reddito (Trasparenza); il rispetto degli avversari politici all’interno di un dibattito e di un confronto sano ed equilibrato anche su tematiche sensibili; la non strumentalizzazione dei media ai propri fini politici (Equilibrio).

L’iniziativa si rivolge in primo luogo alla classe politica locale. Come impegno nei confronti dell’elettore si potrebbe domandare ad ogni candidato di sottoscrivere la Carta e di attenervisi nel corso del proprio mandato nel caso in cui risultasse eletto. La sottoscrizione sarebbe volontaria ed individuale, cosi come la responsabilità del mandato che il candidato andrebbe ad esercitare.

Evidentemente, la Carta rappresenterebbe un indice di credibilità degli amministratori locali senza alcuna cogenza giuridica. Come evitare che la “Carta del Buon Amministratore” rimanga un decalogo delle buone intenzioni? Serve chiaramente che tanti cittadini sostengano il progetto, che i candidati la sottoscrivano (o spieghino pubblicamente perchè non intendono farlo) e che le associazioni e i cittadini stessi monitorino il comportamento degli eletti e diffondano pubblicamente a intervalli regolari eventuali violazioni della carta.

E’ necessario individuare dei veri e propri meccanismi di realizzazione e di controllo nella fase di applicazione dello strumento? Forse no. La stessa trasparenza e pubblicità delle azioni e dei risultati di chi si impegna a firmare questo documento, attraverso l’utilizzo degli strumenti informatici, potrebbe condurre ad un ‘effettiva responsabilizzazione degli amministratori della cosa pubblica.

Le prossime elezioni amministrative costituiscono una buona occasione per testare l’interesse di cittadini/elettori per uno strumento di questo tipo e la sua eventuale efficacia. L’individuazione di una o due città pilota come Torino, Milano, Napoli o Bologna darebbe anche un’occasione di visibilità.

In un secondo momento, si potrebbe pensare ad una mappatura completa degli amministratori locali, per capire chi è in linea con i principi della carta e chi no, e chiedere progressivamente a tutti di sottoscriverla, per fare in modo che si diffonda nel Paese una nuova cultura dell’impegno civile e politico. La Carta sta a cuore a RENA. Non a caso ha un precedente nella ”Carta per il cambiamento“, che RENA aveva elaborato in occasione delle elezioni europee del 2009.

 
Di Admin (del 12/01/2011 @ 10:59:19, in Italia, linkato 418 volte)

Caro Presidente,

le scriviamo a nome di Vision, un think tank fondato e animato da una rete di giovani professionisti e ricercatori che hanno in comune un’esperienza di lavoro o di studio all’estero e che è impegnato su progetti - università, città e cambiamenti climatici, innovazione in mobilita e sanità, federalismo fiscale e big society - che hanno l’obiettivo di contribuire a riprogettare grandi aree di servizio pubblico in Italia e in Europa.

Abbiamo sentito con interesse e piacere il suo discorso di fine anno e il suo richiamo alla necessità  di investire nei giovani e nel merito. Ed è proprio perché anche noi riteniamo che questa sia sul serio una priorità assoluta, anzi un imperativo morale, che ci rivolgiamo a Lei per condividere qualche riflessione e avanzarLe una richiesta di attenzione ad esperienze come quella che Vision rappresenta.

È  vero che bisogna investire nei giovani perché altrimenti rischieremmo di compromettere democrazia e futuro. Ed è vero - come anche Lei sottolinea -  che bisogna riconoscere il merito per poter continuare ad assicurare la coesione e i diritti. Tuttavia, persino le parole del Presidente della Repubblica fanno fatica a fornire un’alternativa ad una rassegnazione che è molto diffusa nella società italiana e  c’è chi si chiede se siamo ancora in tempo ad invertire un declino che dura da qualche decennio.

Noi non condividiamo questo scetticismo. Siamo convinti che la società italiana abbia ancora riserve per invertire il suo declino . Crediamo che, come un grande filosofo napoletano teorizzava, i popoli vivono di cicli e ricicli e che l’ottimismo della volontà deve prevalere sul pessimismo di una razionalità che si limita ad analizzare solo ciò che abbiamo perso.

E tuttavia, caro Presidente, la cosa che suscita un certo  sconcerto è la condivisione che l’intera classe dirigente ha espresso per le sue parole, perché tale condivisione – senza alcuna precisa presa di responsabilità rispetto a tanti errori - rischia di suonare talmente ipocrita da svuotare anche il senso di quelle espressioni alte, forti. 

Lo dicono tanti fatti concreti che appaiono dimostrare che non solo buona parte della classe dirigente della politica italiana non è attenta a innovazione e talento ma che, anzi, sistematicamente lo penalizza o lo esclude. E lo dice anche l’esperienza di Vision e di tanti ricercatori e professionisti che continuano a non volersi rassegnare alla retorica dei “cervelli in fuga” e che, ostinatamente, vogliono mettersi a disposizione di un Paese che amano.

Per ciò che ci riguarda, sui nostri progetti – il futuro delle università europee, le grandi questioni ambientali (rifiuti, traffico) che sono legate alle città, i sistemi di misurazione del benessere, le questioni del federalismo fiscale e della “big society” (un più forte coinvolgimento della società civile nella produzione di servizi pubblici) - abbiamo prodotto e continueremo a produrre classifiche (riprese dai grandi giornali italiani), conferenze internazionali (che rappresentano il tentativo di spostare in Italia momenti di dibattito che riguardano questioni non domestiche ma globali), editoriali, contributi a libri che cercano di fornire chiavi di lettura diverse dei problemi che, insieme, dobbiamo affrontare.

E, tuttavia, tali iniziative che coinvolgono le organizzazioni internazionali, le università e alcune delle think tank che maggiormente sono impegnate su questi temi sono, spesso, avvenute nella totale indifferenza delle istituzioni, dei ministeri, delle amministrazioni che dovrebbero farsi carico di certi problemi.

La sensazione è che il problema vero non sia più quello che qualcuno chiama il “mancato rinnovamento” delle classi dirigenti, ma la progressiva, graduale atrofizzazione dei meccanismi attraverso i quali una società dovrebbe rinnovare il proprio patrimonio di idee, valori, soluzioni possibili a problemi nuovi. Cosa dimostrata dal fatto che, persino, sulle questioni generazionali e dell’innovazione, la nostra comunità sembra dipendere esclusivamente sempre dagli stessi intellettuali e giornalisti, laddove l’innovazione dovrebbe essere prodotta dal confronto costante tra chi ha memoria ed esperienza e da chi che è cresciuto esposto a tecnologie e modelli di interpretazione della realtà totalmente nuovi.

Il duemila e undici è, come Lei sembra avvertire, un anno di svolta. L’anno nel quale – condizioni finanziarie e politiche – potrebbero collocare effettivamente un punto di non ritorno per  quel progetto che altre generazioni cominciarono centocinquanta anni fa dedicandovi vita e ideali e al quale – insieme – dobbiamo dare nuova forza. Anche per Vision - che ha provato ad essere per alcuni anni uno dei punti di aggregazione di “cervelli in fuga” che volevano trovare una possibilità di mettersi a disposizione per il proprio paese con le proprie competenze - si porrà probabilmente la scelta definitiva di mettersi in gioco per il futuro dell’Italia o prendere atto che quel punto è stato irrimediabilmente superato.

Al Presidente Napolitano che è, per molti, l’ultimo punto di riferimento per chi continua a voler credere che questa comunità abbia un futuro, noi chiederemo attenzione per le iniziative che continueremo  a portare avanti con entusiasmo. Nei prossimi giorni, proveremo, peraltro, a contattare i suoi uffici per poter individuare la modalità più efficace per poterla aggiornare sul nostro lavoro.

Le porgiamo i nostri più cordiali saluti e affettuosi auguri per un anno positivo per il nostro Paese

 
Di Claudio Tabacco (del 19/01/2011 @ 10:22:39, in Italia, linkato 987 volte)

Il 7 Gennaio si sono ufficialmente aperte le Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia con la celebrazione del tricolore, Dodicesimo principio della Costituzione Repubblicana del 1948, e con esse si è aperta la polemica su questi nostri centocinquanta anni di vita comune sotto un medesimo cielo. D’altro canto il Risorgimento fu in sé e di per sé una complessità Ideale, Concettuale, Sociale, Politica, Operativa che solo una storiografia superficiale ed iper-nazionalista può cogliere come fatto unitario e complessivo. Giuseppe Mazzini, forse il più appassionato e visionario Padre della comune Patria Italica, morì a Pisa nel 1872, dunque due anni dopo che anche Roma fu restituita all’Italia, sotto mentite spoglie e con un falso passaporto inglese poiché il Governo del Re e la Casa Reale continuarono a mantenere viva contro di lui la condanna a morte (punto questo controverso in quanto fu graziato ma poi arrestato e rinchiuso nel carcere militare di Gaeta e quindi nuovamente costretto all’esilio) emessa dal Regno di Sardegna per la sua attività rivoluzionaria. Questo “semplice” quanto drammatico fatto già ci indica quale complessità di giochi di potere e di passioni genuine e di lotte feroci si consumarono in quegli anni.  Commemorare oggi il Risorgimento, fare cioè Comune Memoria, deve voler dire ripensare questi centocinquanta anni nel fuoco delle polemiche civili, delle battaglie sociali, delle trasformazioni di struttura in un’ottica di progettualità di futuro e non per semplice de-mitizzazione o criminalizzazione ideologica del nostro passato.

Mazzini / Cavour, il Rivoluzionario Sociale ed il Liberale Monarchico Illuminato, il contrasto tra i due fu feroce, durissimo e sul piano Politico e sul piano Ideale sia per le rispettive formazioni famigliari: Mazzini figlio di un medico politicamente impegnato e compromesso con gli Ideali della Rivoluzione Francese e con il susseguente Bonapartismo, Cavour figlio cadetto della piccola aristocrazia agricola piemontese proveniente però, a detta del Presidente Einaudi, dalla mercatura e dalla banca (le origini della famiglia Cavour si perdono nel MedioEvo chierese) diffidente verso l’industria e legato alla Dinastia Sabauda. Entrambi ebbero però a differenza dei loro coevi grande pratica con l’Europa, Mazzini per via d’esilio, Cavour per via di due importanti viaggi in Inghilterra e Francia, dunque due uomini tutt’altro che provinciali consapevoli che il processo di Liberazione dell’Italia dal giogo asburgico si sarebbe giocato sia sul piano nazionale sia sul piano internazionale. Le affinità, però, a questo si arrestano. Il Motto Mazziniano “Dio e Popolo” che implica un processo di redenzione morale e dunque culturale del Popolo così che questo divenga Protagonista non può essere il Motto di Cavour ove il Popolo non è un Soggetto ma uno Strumento.

Cavour si costituisce esplicitamente quale strumento dell’Espansione del Regno Sardo-Piemontese; Mazzini si determina nella Storia quale Profeta della Repubblica: potremmo dunque asserire che in queste due grandissime figure si addensano e si aggregano le contraddizioni estreme del Risorgimento Italiano e della nostra Storia successiva. Prevalse la visione “Cavouriana” e per il pragmatismo duttile del Cavour e per la di lui capacità di costruire alleanze internazionali, ma con la visione cavouriana prevalsero anche i “Gattopardi” ed i “Viceré” così ben narrati da Tommaso di Lampedusa e dal De Roberto. Cavour ebbe dei “Successori” da Zanardelli a Giolitti sino a Benedetto Croce, Mazzini no, le sue idee di sviluppo nazionale orientato verso la costruzione di una casa europea comune divennero come un fiume carsico che trovarono nella Costituzione Repubblicana del 1948 grande esito.

Fu vera gloria? Vorrei rispondere con Omero: quando Ulisse discese negli Inferi ed incontrò Achille questi salutò così “Salve o Primo tra gli Achei!” e quegli rispose “Meglio per me sarebbe essere figlio di uno schiavo che essere Primo fra le Ombre…tienti stretta la vita”. Noi siamo eredi e dello slancio ideale di Mazzini e del pragmatismo “cinico” di Cavour, dell’innocenza del battaglione universitario di Pisa che a Curtatone si fece massacrare sul posto per dar tempo ai Piemontesi di organizzare le difese e dei raggiri spregiudicati di Cavour che non esitò ad usare la giovanissima contessa di Castiglione per attrarre Napoleone III e porre all’Ordine del Giorno del Congresso di Parigi la Questione Italiana ciò che ci manca è lo sguardo visionario e di Mazzini e di Cavour, ma questa è tutta un’altra storia.

 
Di Admin (del 25/01/2011 @ 15:30:38, in Italia, linkato 611 volte)

La prossima newsletter di Vision tratterà uno dei 4 temi che abbiamo selezionato per voi. Ad ognuno dei 4 temi verrà dedicata una webmagazine, ma l'ordine di uscita dipenderà dal numero degli articoli pervenuti. Eccoli:

1- Cosa è rimasto dell'amore al tempo di Facebook
Tra amori virtuali e metodi di conquista tradizionali, l'amore cambia ma continua a guidare le nostre vite  (uno spunto interessante può essere questo articolo).

2- 150 anni dall'Unità di Italia: fu vera gloria?
Un anno importante per la Repubblica Italiana, questo 2011. Un modo per ripercorrere la nostra storia, soprattutto quella più recente, e per capire dove ci porterà il federalismo. Uno spunto interessante questo articolo di Matteo Bocci.

3- Le grandi Città alla vigilia delle elezioni amministrative
Obiettivi programmatici e futuro delle 4 grandi città alla sfida elettorale: Milano, Torino, Bologna e Napoli. Uno dei temi da trattare potrebbe essere “Democrazia e traffico”. Alcuni spunti dal progetto “Kyoto of the cities”  che intende coinvolgere le principali città in un accordo internazionale che mira alla riduzione delle emissioni di CO2 in materia di costruzioni edilizie, rifiuti urbani e trasporti. Quali sono le opzioni per ridurre emissioni e congestione? Quali incentivi per il passaggio al trasporto pubblico? Quale il contributo alla soluzione del problema da parte di sistemi intelligenti di trasporto? Può la diffusione di informazioni geo-localizzate contribuire a risolvere il problema? Lo sviluppo delle eco-città può essere un’opportunità per sviluppare nuove forme di democrazia? Come l’ICT può permettere nuovi processi decisionali pubblici?

4- I servizi (trasporti, sanità, etc) che non funzionano
Dai disservizi alla Web-Based Class Action. Gli utenti di molti servizi pubblici hanno spesso carenza di informazioni,e quindi la loro possibilità di scelta si riduce. Lo sviluppo di piattaforme comuni (sia per la raccolta di informazioni che per la richiesta di eventuali rimborsi) è la chiave per un cambiamento gestionale, purché i costi siano contenuti ed il sistema facile da gestire.


Se sei interessato ad uno o più dei temi proposti e vuoi contribuire alla newsletter, invia il tuo articolo (max 1 pag) all'indirizzo gianfilippo.emma@vision-forum.org, entro il 10 Febbraio.

 

 
Di Valeria Chiappini (del 08/02/2011 @ 18:27:20, in Italia, linkato 1118 volte)

Proprio ieri leggevo inorridita del progetto su cui stanno lavorando alcuni ricercatori tedeschi per creare dei telefonini in grado di replicare l’esperienza sensoriale del bacio, della carezza, del tenersi per mano. Mi è sembrata la quintessenza dell’amore al tempo di Facebook. Per quanto sia rimasta inorridita, temo che questo futuribile telefonino possa corrispondere a un bisogno reale.

A questa notizia mi viene infatti da accostarne un’altra, anche questa recentissima, relativa al fatto che a quanto pare il tempo che gli italiani possono dedicare al sonno si è sensibilmente accorciato negli ultimi anni, in favore del tempo di trasferimento verso il luogo di lavoro: la discontinuità della carriera lavorativa rende ormai impossibile tenere “agganciati” casa e ufficio; la concentrazione dell’attività economica in “hub” ha esasperato i fenomeni di pendolarismo e con questi il traffico nelle aree metropolitane. Senza contare il pendolarismo delle élites e di porzioni sempre più ampie di lavoratori nella società della conoscenza, il cui quotidiano si consuma non – poniamo - tra Milano e il suo hinterland, ma tra Milano e Roma, quando non addirittura tra Milano e il resto d’Europa e del mondo.

Immagino che oltre alle ore di sonno stiamo intaccando sempre di più anche il tempo – e la tranquillità – per dedicarci ai nostri affetti e per goderne. 

Mi sembra allora che l’amore al tempo di Facebook sia caratterizzato dalla distanza, dalla fretta e dal senso di urgenza, dalla rarefazione delle opportunità per la comunicazione faccia-a-faccia e dalla loro contrazione, e quindi – tristemente - per quei baci, carezze ed effusioni che forse si potranno prima o poi riprodurre attraverso i servigi di uno smartphone.

Sono sempre più convinta che in un’epoca di crisi economica che per l’Occidente si sta facendo strutturale il vero sacrificio che ci è richiesto non è tanto quello dei consumi – di fatto sovrabbondanti – ma del tempo. Una rinuncia a cui è più doloroso obbedire, perché intacca la possibilità di progettare la propria vita e non di subirla. La sfera affettiva – l’amore in senso lato – finisce per essere l’aspetto della nostra esistenza che ne risente di più: dalla contrazione del tempo da dedicare agli amici, ai figli, all’amore, alla sessualità, divorato dal traffico delle nostre città e dalla necessità di inseguire il lavoro dov’è; al procrastinare il tempo della maternità (fino a quando l’unica speranza è nella procreazione assistita) nell’attesa di quel momento buono che è il lavoro a dettare (con il paradosso che sarà proprio il lavoro a rendere difficile la vita alla donna madre lavoratrice); all’incapacità di donare tempo e cura autentica ai nostri anziani, che proprio al momento di fine della vita non possiamo che affidare ad altri, essendo noi affannati nel nostro quotidiano.

Se il tempo dell’amore nell’epoca di Facebook si accorcia, la distanza fisica si allunga, assegnando ai device di telecomunicazione e agli stessi social network un ruolo suppletivo rispetto alla “manutenzione” delle nostre relazioni, ma appunto solo di “manutenzione” si tratta. Mi chiedo se una mutazione antropologica non sia dietro l’angolo: arriveremo a credere che la vivace effervescenza di contatti coltivati a suon di “aggiornamenti di stato” ci basti, semplificandoci l’esistenza rispetto alla fatica della parola detta in faccia, all’impegno degli occhi che si incontrano, all’imbarazzo dei gesti. Siamo sempre più immersi in una fluidità relazionale che ci tiene molta compagnia, ma siamo anche sempre un po’ più soli. Questa solitudine ipersociale ci farà dimenticare cosa vuol dire volere bene davvero?

 
Di Antonio Egiziano (del 09/02/2011 @ 10:15:35, in Italia, linkato 563 volte)

I primi 40 anni della mia vita li ho sprecati proiettato verso obiettivi di cui solo ora comprendo l’assoluta vacuità.

Divertimento sfrenato per stemperare le tensioni prima dello studio, poi del lavoro. Arrivare in alto, sempre più in alto. Non essere mai secondo a nessuno. Alle superiori, all’università, nella carriera. Viaggi in giro per il mondo, lusso, donne da conquistare con l’ostentazione dell’avere e non dell’essere. Anzi, avere paura di essere.

Poi, d’improvviso, un messaggio su FaceBook. Innocuo. Almeno apparentemente. La segnalazione di una pagina. Il mittente è un volto, meglio dire due occhi in cui vorresti solo perderti, naufragare. Li fissi sullo schermo e ti rendi conto che non ti vuoi salvare, che è in quegli occhi che vuoi annegare.

Cos’è l’amore ai tempi di FaceBook? Quello che è sempre stato. Una scintilla che ti incendia l’anima anche attraverso i freddi bagliori di un monitor, che ti fa fare sciocchezze, che ti da la forza, uno stimolo a fare i conti con te stesso, con quello che sei stato e vorresti diventare.

FaceBook è solo un mezzo come un altro, un luogo come un altro. E il fuoco che ne deriva non è solo virtuale, può esserlo ma non lo è necessariamente.

Innamorarsi tramite un social network non è per forza patetico o una perversione o sintomo di una vita arida priva di spunti di socializzazione reali. È una occasione in più.

Quegli occhi avrei potuto non incrociarli mai. Avrei potuto passare la vita senza perdermici dentro, senza conoscere la donna straordinaria a cui appartengono.

Come ogni “storia d’amore” , la mia è tutta nelle mani del caso, altri direbbero del destino. Può riuscire o può morire ancora prima di nascere. Molto probabilmente così sarà, visto che la portatrice di occhi, oltre ad essere straordinaria è anche di una fermezza agghiacciante che è parte del suo fascino insieme alla femminilità prorompente.

Ma il solo brillare di quella tenue scintilla, che andrebbe alimentata in due, ne è valsa la pena. È valsa la pensa crederci, sperare, sognare.

L’amore ai tempi di FaceBook non è diverso dall’amore di 100 anni fa. È sempre uguale. Può farti star bene, può farti star male. Può regalarti un sogno o trasformarsi in delusione. Non è cambiato niente. L’amore è sempre uguale.

 
Di Francesco Russo (del 09/02/2011 @ 10:29:53, in Italia, linkato 412 volte)

Bologna si avvicina alle prossime elezioni amministrative vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Commissariata dal febbraio 2010, a seguito dello scandalo che travolse l'allora sindaco Flavio Del Bono, scandalo che la città ha vissuto come uno shock dal quale solo apparentemente si è ripresa, le prossime amministrative sono viste da tutti come un'occasione per riscattarsi.

Da sempre Bologna è considerata “città modello” per via del buon funzionamento dei servizi. Sempre al vertice per la qualità della vita.

Negli ultimi tempi questa condizione si è sensibilmente modificata. Vivere da "commissariata" per Bologna non è stato facile. In aggiunta a questa situazione, Bologna non è stata risparmiata dalla crisi economica che ha messo in ginocchio tutto il comparto manifatturiero della città, il vero motore economico, con la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro. Tutto questo ha provocato un innalzamento della disoccupazione locale che non si vedeva da anni. E’ vero che i livelli di disoccupazione rimangono tra i più bassi d’Italia, ma la realtà bolognese era abituata ad altro.

Da qui, l'insorgere del problema del lavoro giovanile e di un futuro sempre più incerto. Per certi versi il carattere forte e concreto dei bolognesi, aggravato dal commissariamento, ha finito per essere offuscato.

Ed è in questa situazione che il Partito Democratico ha preparato le sue Primarie per scegliere il candidato sindaco che rappresenterà il centrosinistra alle prossime amministrative, che si sono concluse con la vittoria del candidato del PD Virginio Merola, facendo registrare un record dal punto di vista della partecipazione cittadina. 28.390 elettori contro il 25.000 delle primarie del 2008. Un risultato che nessuno prospettava, segno che Bologna ha voglia di tornare ad essere partecipe per risollevarsi e risolvere i problemi che la attanagliano.

Qualche giorno prima delle primarie del PD, ho avuto l'occasione di intervistare sul mio blog, ("InTime, condivido per comunicare") proprio Virginio Merola il quale parlando dei tanti problemi della città ha detto che "Bologna deve tornare ad essere dei giovani, deve tornare ad investire in innovazione, ricerca, cultura per uscire da questa situazione", individuando e definendo la sua ricetta per la città. Ha poi auspicato che "lavoratori e imprese possano condividere gli investimenti per andare oltre la crisi economica e recuperare occupazione". E i bolognesi gli hanno dato fiducia e sarà lui a battersi contro il candidato del centrodestra, non ancora individuato. Pare che sarà un noto personaggio legato all'economia della città, ma ancora non c'è pieno accordo. Da non sottovalutare il "Movimento Cinquestelle" di Beppe Grillo, che in città alle scorse elezioni regionali ha toccato quasi l'8%.

Insomma, Bologna si appresta a vivere le prossime amministrative con la speranza di poter ritornare a decidere del suo futuro  e di poter scacciare questa crisi che l'ha colpita sia dal punto di visto economico, ma anche politico e sociale.

 
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