Blog di Vision
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Armando Compierchio (del 09/01/2012 @ 13:17:25, in Italia, linkato 387 volte)

Rileggevo, sul Pensatoio, un articolo del visonario e amico Claudio Tabacco che in un suo passo recita: “I parlamentari esprimono il cittadino medio, la democrazia è esattamente questo – portare il cittadino medio nella stanza dei bottoni. Tutto il resto è costruzione di un epica pubblica o di retorica pubblica o funzionale oppure ideologica”……e mi viene alla mente ciò che è  accaduto nelle ultime settimane nella politica italiana con la nascita del governo “tecnico” del senatore Mario Monti che ha, di fatto, rappresentato il fallimento della classe dirigente politica italiana incapace di svolgere anche le sue più elementari funzioni sia nel breve che nel medio e lungo periodo; incapace di svolgere quel ruolo decisionale che le deriva da una rappresentanza istituzionale unanimemente riconosciuta e che con il suo fallimento ha minato le basi stesse del concetto di Democrazia così come lo conosciamo.

Il tempo  degli “onori” è finito ed è ora che tutti noi si cominci a riflettere, in senso critico, su tutto ciò che ci è stato insegnato fino ad oggi e sul nostro modello di esistenza a partire dal modello di rappresentanza per arrivare al modus vivendi et operandi  della Società Contemporanea.

Una riflessione che deve essere fatta avendo la capacità di accantonare, cosa molto dolorosa perché sui nostri credo (laici) poggiamo la nostra  esistenza e giustifichiamo le nostre scelte, ogni costruzione del passato per provare a pensare e costruire qualcosa di diverso e più funzionale al vivere sociale in un mondo globalizzato.

Come dicevo attingo agli accadimenti recenti, che forse una volta tanto ci suggeriscono inconsapevolmente la via maestra da seguire, per formulare una proposta che da un lato mantiene vivo il contatto con il popolo attraverso il meccanismo elettorale e dall’altro chiede al mondo Universitario di esporsi e uscire dalla sua vocazione puramente didattica per entrare nel vivo della gestione della società.

In una sequenza così ipotizzata:
a) La più alta figura che rappresenta lo Stato, nel nostro caso il Presidente della Repubblica (eletto direttamente dal popolo ogni 5 anni e non 7 anni), nomina il Presidente del Consiglio individuandolo tra le figure di maggiore esperienza e accreditamento internazionale del mondo universitario italiano;
b) Il Presidente del Consiglio, nominato dal P.d.R., nomina a sua volta la sua squadra di ministri e sottosegretari (attingendo dal mondo universitario e figure di comprovata esperienza e accreditamento del mondo imprenditoriale e della società civile);
c) Una sola Camera dei Deputati eletta ogni 5 anni dal popolo che non esprime rappresentanti nel governo;

Poteri:
1) Il P.d.R. garante massimo e ultimo delle Istituzioni e del popolo nomina il P.d.C. e lo può anche esautorare, promulga le leggi dopo averne verificata la costituzionalità;
2) Il Consiglio dei Ministri formula le leggi e le sottopone al Parlamento (composto da una sola Camera) per l’autorizzazione;
3) Il Parlamento modifica, se necessario, la legge proposta e la approva o non approva con voto in aula;
4) Il  P.d.R. promulga la  legge. 

Le leggi proposte vengono vagliate da una sola Camera di rappresentanti, direttamente eletti dal popolo, che ha la possibilità di apporre delle modifiche e il ruolo di autorizzare o non autorizzare le leggi proposte.
Lo scopo di questa formulazione è quello di separare il potere esecutivo e legislativo dalla rappresentanza eletta su base democratica, accreditando al Parlamento il potere di controllo – modifica – approvazione delle leggi, assegnando al P.d.R. (eletto direttamente dal popolo) la funzione di garante delle istituzioni e della Costituzione di fronte al popolo.

Tradotto in soldoni vuol significare far uscire dalla stanza dei bottoni i rappresentanti eletti democraticamente che possono rappresentare, esprimendo un valore medio di valutazione su scala sociale, un indice qualitativo alto ma anche basso del popolo, garantendo comunque loro, quindi garantendo al popolo, di poter effettuare controllo e modifica sulla produzione legislativa; vuol  dire chiedere  al mondo universitario di uscire dallo spazio puramente didattico per mettere a disposizione della società il meglio della qualità valutativa e di espressione del mondo accademico che a questo punto si inserirebbe a pieno titolo nel mondo sociale, uscendo da quello che è uno spazio considerato, forse anche da loro stessi e a mio avviso, èlitario.

La verità, triste e drammatica, è che la Democrazia non riesce ad esprimere come rappresentanti persone che siano quello che Aristotele chiamava “l’uomo buono” e la nostra Costituzione “il buon padre di famiglia”…allora a questo punto che la democrazia si faccia un poco da parte e lasci un po’  di spazio realmente alla “eccellenza” e alla “qualità” pur conservando, la Democrazia, le sue prerogative di controllo e autorizzazione...anche se questo può voler dire correre il rischio di creare un’altra casta (la fattoria degli animali di Orwell insegna)…quella universitaria; ma con un garante come il P.d.R., eletto direttamente dal popolo, è un rischio che si può correre.
      
Questa formulazione si propone come modello assoluto per salvaguardare il meccanismo di rappresentanza democratica su base elettorale con il coinvolgimento completo della struttura universitaria e della socità civile per il governo della cosa pubblica a tutti i livelli (statale, regionale e comunale).

Con lo spostamento del momento di mediazione del P.d.R. tra la politica con la politica, nella gestione delle crisi di governo alla formulazione del governo stesso; ponendosi come momento di garanzia nell’equilibrio dei poteri (legislativo ed esecutivo) tra Governo e una Camera dei Deputati che seppur depotenziata conserva sempre i poteri di modifica e autorizzazione legislativa.

 
Di Maria Rotolo (del 22/12/2011 @ 09:59:42, in Italia, linkato 411 volte)

i siamo! L’anno sta per chiudersi e in molti faremo un resoconto su quanto conquistato, migliorato, portato a termine, lasciato alla spalle. E’ il momento dei bilanci, delle valutazioni su ciò che si vorrebbe ma ancora non si ha, su come organizzarsi per ristabilire le priorità della propria vita.

Il 2011 è stato un anno difficile, iniziato con una crisi di governo che si è acuita nel corso dei mesi e che un po’ per volta ha assunto sfaccettature oscillanti tra il grottesco e il drammatico, per concludersi con l’insediamento di un gruppo di tecnici che un anno fa nessuno avrebbe potuto prevedere. E’ stato un anno faticoso tra sorprese, imprevedibilità e incertezza.

Già l’incertezza! … variabile costante nella realtà politico-economica e sociale a cui gli italiani sono abituati per retaggio culturale e pregressi storici e con cui riescono a vivere a dispetto di ogni ragionevole dubbio. L’incertezza, che quando è un difetto di personalità, assume notoriamente caratteristiche negative, perché è la misura della difficoltà con cui una persona si pone di fronte ai problemi e quindi alla vita. Nessuno scommette sugli incerti, ma gli italiani si crogiolano nell’incertezza collettiva al punto che all’estero ci riconoscono ed etichettano per questa caratteristica, insieme alla mancanza di serietà, seconda connotazione negativa, ormai dilagante nel costume, nel mondo del lavoro, nelle relazioni personali.

Nel nostro paese le persone serie sono impopolari, non sono amate, sono considerate noiose e a volte pericolose perché trasmettono un messaggio di responsabilità, impegno, capacità, maturità. Le persone serie si impegnano, e questo non piace perché automaticamente diventano specchio dei limiti che non si riesce a superare per pigrizia, mancanza di umiltà, ignoranza. E allora è più semplice delegittimare, schernire, così come fanno i bambini a scuola con il primo della classe, cristallizzando modelli comportamentali che in Italia sono regola del vivere comune.

E’ un problema etico il nostro, e per questo non posso fare a meno di chiedermi, così come faceva Dostoevskij ne L’idiota: “Quale bellezza salverà il mondo”?

Se non riconosciamo valore a un ideale a cui ispirarci per dare senso e unità alla vita, cosa possiamo scegliere nel calderone di possibilità che l’esistenza ci riserva? Abbiamo ormai la prova che attraverso il consumismo e la mercificazione della realtà si procede verso un declino inarrestabile dei valori e della conoscenza, ed è ormai un dovere ripensare noi stessi rispetto a quanto condiviso fino ora in nome di una prosperità materiale che ci si ritorce contro in modo violento, mettendo in discussione i diritti conquistati con dure lotte di uomini sconosciuti ai posteri.

La bellezza che scelgo per il 2012 è quella che c’è in ognuno di noi. Quella che possiamo scegliere ogni mattino mentre andiamo a lavoro, mentre discutiamo con il  vicino di casa, sorridendogli anche se lui non lo farà.
La bellezza che scelgo per il 2012 è quella che posso coltivare attraverso la gentilezza per i miei simili e per il mondo che mi ospita per un tempo determinato e di cui non possiedo nulla, se non la percezione che ne trarrò attraverso le  esperienze positive o negative che deciderò di fare durante questa avventura.

La bellezza è una scelta di amore e rispetto, a prescindere da circostanze e persone e, credo sia l’unico modo degli uomini di essere nel mondo, al mondo … di essere umani.

Buon Natale a tutti!  

 
Di Claudio Tabacco (del 21/12/2011 @ 10:15:20, in Italia, linkato 422 volte)

Come tutti sanno l'albero di Natale è un abete, ma non tutti sanno che un tempo l'abete perdeva i suoi aghi esattamente come tutte le piante in autunno perdono le foglie.

Accadde però che in una notte tremenda, una vera notte di tregenda, gli uomini del vescovo di Utrecht piombarono nella foresta dove viveva una fanciulla che praticava l'antica religione, quella delle Sacerdotesse e dei Sacerdoti delle Grandi Foreste del Nord, il culto di Odino e delle Norne.

Gli sgherri del vescovo volevano la fanciulla per arderla nella piazza della Città come strega. La ragazza folle di paura, incurante della neve e della tormenta senza scialle ed a piedi nudi correva nella foresta inseguita dai neri cavalieri del vescovo. Ad un certo punto sfiancata dalla fuga a perdifiato, dal gelo, graffiata dai rami secchi, cadde in ginocchio e rivolgendo gli occhi al cielo pregò: Madre di tutti i Viventi, tu che hai conosciuto il dolore, proteggimi da coloro che mi vogliono bruciare" all'improvviso una grande luce, mille volte più potente di qualsiasi aurora boreale accecò gli inseguitori e l'abete nei cui rami secchi la ragazza si era rifugiata si ammantò dei suoi aghi che la nascosero allo sguardo degli inseguitori e all'olfatto dei molossi con il loro effluvio aromatico. da quel giorno mai più l'abete perse i suoi aghi.

 
Di Gianfilippo Emma (del 16/12/2011 @ 15:40:37, in Italia, linkato 483 volte)

I Visionari si sono ritrovati ad Assisi il 3 e 4 dicembre, nella splendida cornice dell'Agriturismo Le Mandrie di San Paolo. L'obiettivo dell'incontro era prima di tutto conoscersi, quindi confrontarsi sulle idee che il gruppo Vision proporrà nei prossimi mesi all'attenzione dell'opinione pubblica e della classe politica. La sfida che Vision si pone per i prossimi mesi è triplice: da pochi a molti; da pensatoio a soggetto (o coordinatore di associazioni) in grado di promuovere la realizzazione concreta delle idee proposte; dalla retorica delle grandi riforme alla sfida del miglioramento della qualità della vita di tutti.

Il pomeriggio del Sabato è stato dedicato al confronto delle esperienze dei partecipanti e ad una prospettiva delle aspettative nei confronti di Vision e del suo potenziale. Quindi Vision ha presentato i progetti più recenti e le ipotesi di sviluppo per il 2012. Mentre il focus dei lavori di Domenica si è rivolto quasi esclusivamente alle idee.

 In mezzo due contributi assai diversi tra loro, ma ugualmente stimolanti e Visionari. Il primo ha visto protagonista Stefania Giannini, Rettore dell'Università per Stranieri di Perugia, che ha raccontato la sua esperienza di Rettore in un contesto come quello italiano, caratterizzato da regole eccessive e risorse insufficienti: l'innovazione non passa per grandi riforme, ma si nutre di volontà e attivismo, anche in sistemi bloccati come quello universitario italiano.

Jordi Schifano, invece, ha portato ai Vision Days la sua testimonianza della Primavera Araba e della voglia di libertà del popolo nord-africano, ed in particolare di quello libico grazie alla presentazione del suo E-book Un Ramadan di libertà. La sua esperienza ci ha ricordato come sia necessario mettere tutto in discussione (lui lo ha fatto con un viaggio in solitaria) per capire il vero senso delle cose, ed in questo caso della libertà e della storia vissuta e non solo raccontata dai media. 

I Vision Days sono stati soprattutto l'occasione giusta per un confronto sulle idee, più o meno innovative, che identificheranno le nostre azioni e le iniziative dei prossimi mesi. Se è vero che i due filoni progettuali principali saranno l'Università e la Big Society, diverse erano le proposte al centro del dibattito.

Visto il contesto economico odierno, la discussione non poteva non toccare il tema Europa. In particolare, la necessità di un'elezione diretta del Presidente della Commissione Europea è prioritaria per rafforzare la rappresentanza e la responsabilità politica delle scelte, economiche ma non solo. A cavallo tra Europa e Università, la proposta Vision dell'istituzione dell'Erasmus obbligatorio (con fondi ridestinati dalla Politica Agricola Comunitaria) ha raccolto entusiasmo e approvazione e potrebbe essere uno dei cavalli di battaglia di Vision nei prossimi mesi.

Si è parlato poi di immigrazione, riprendendo la proposta avanzata dal Presidente Napolitano di dare la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia. Più controversa l'originale proposta di introdurre incentivi fiscali per i matrimoni misti, con l'obiettivo di fare dell'Italia un paese all'avanguardia dell'integrazione e della multi etnicità della società.

Ampio spazio è stato poi dedicato al tema delle imprese sociali, che Vision identifica come opportunità da un lato per dare nuova linfa al mercato del lavoro e dall'altro per risolvere (almeno in parte) il problema della riduzione della spesa pubblica (maggiori info sul paper http://www.visionwebsite.eu/UserFiles/File/filedascaricare/2011/paperBS_ita.pdf).

Nei prossimi mesi ci sarà bisogno del vostro contributo, affinchè Vision possa compiere il passo definitivo verso il riconoscimento come interlocutore serio e propositivo nel dibattito pubblico italiano. La voglia di cambiamento e l'entusiasmo dei partecipanti di Assisi ci convince a portare avanti la nostra sfida, che è prima di tutto una sfida fatta di idee concrete e capacità di immaginare un futuro meno problematico per questo Paese.

 
Di Maria Rotolo (del 14/12/2011 @ 17:17:44, in Italia, linkato 362 volte)

Molti sono convinti che il problema dell’Europa sia solo economico e legato a meccanismi finanziari e d’investimento. Sicuramente è un aspetto del problema, ma più i giorni passano più mi convinco che il problema dell’Europa è soprattutto politico.

Appartengo alla generazione che tra le prime ha usufruito del grande respiro comunitario e della possibilità di raggiungere altri studenti, ricercatori in altre università a pochi euro per confrontarsi e studiare insieme, condividendo il desiderio di costruire un futuro europeo e la stessa moneta, nonostante la provenienza. Allora non si parlava di economia e di processi salva Stato, ma della necessità di creare un’identità europea. Era un bisogno di cui tutti parlavano, soprattutto i più giovani che nell’opportunità Europa intravedevano il loro futuro. Sono passati pochi anni da allora, eppure oggi l’Europa ha assunto caratteristiche completamente diverse, non solo ai miei occhi, ma nei fatti.

Ciampi e Prodi hanno somministrato pillole amare agli italiani, convinti che restare fuori dall’Europa sarebbe stato il male peggiore e la disfatta definitiva di un paese come il nostro che ha avuto sempre una parte importante nella programmazione dell’unione europea. E avevano ragione perché l’Europa merita per il suo passato, per la sua storia di eccellenza culturale, diplomatica, di innovazione e creatività di essere un riferimento per il resto del mondo. Eppure, internazionalmente, oggi veniamo percepiti come una vecchia signora che fa fatica a districarsi nel mondo veloce di questo millennio perché, ancora una volta, ci sono gli interessi di pochi a manovrare con prepotenza.

A ottobre la Merkel annunciava che i leader europei avevano trovato una soluzione ai problemi dell’eurozona. La verità è che siamo stati travolti in un caos finanziario perché non esiste una “entità” istituzionale capace di regolare la finanza europea. Non esiste una Federal Reserve Europea come quella degli Stati Uniti d’America che assolve il compito di creare un tesoro europeo che possa garantire in caso di insolvenza di alcuni paesi, e questo ci rende inaffidabili agli occhi degli investitori. La Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Finlandia, non hanno però nessun interesse a intraprendere questa strada perché aumenterebbe i costi del loro debito pubblico e la Merkel, ormai è chiaro a tutti, non è disposta a pagare, e si nasconde dietro proposte che non resistono alle pressioni speculative. Quindi?

E’ evidente che il problema è politico e l’indecisione dei leader europei è il costo più alto di questi ultimi mesi. L’ex premier Silvio Berlusconi è stato esautorato dal suo compito e per noi è arrivato il terzo momento della pillola amara somministrata, questa volta, non da un  combattente come Ciampi, ne da un economista serio come Prodi, ma da un uomo che appartiene alla sfera della competenza e della precisione assoluta sul lavoro come Mario Monti.

Ok, noi italiani ci siamo: pagheremo ancora una volta il prezzo della nostra inadeguatezza e resistenza al cambiamento per ragioni politiche e culturali. Ma chi manda a casa gli altri leader europei?          

 
Di Edoardo Riccio (del 15/11/2011 @ 11:53:49, in Italia, linkato 245 volte)

In questi giorni il dibattito sulla bocca di tutti e alimentato dai media è se si tratterà di governo puramente tecnico o meno e quale ruolo avrà la politica. Come spesso accade, si tratta a mio avviso di un dibattito sterile e molto poco centrato. Nel momento in cui un governo si presenta in Parlamento a chiedere la fiducia incondizionata a tutti i principali partiti dell'arco costituzionale (carta bianca) si chiede, in buona sostanza, la sospensione (o autosospensione) delle prerogative del Parlamento stesso.

Di fatto quello che oggi veniamo a sperimentare non è dunque un governo di unità nazionale, che dovrebbe nascere da un programma genuinamente condiviso a priori dalle forze politiche in Parlamento, bensì ad un'assunzione di pieni poteri da parte del Presidente della Repubblica che, supportato dalla comunità internazionale, sta imponendo a un Parlamento indebolito all'ennesima potenza da una crisi di credibilità un Governo e un programma. Questo atto, sicuramente ai limiti delle prerogative costituzionali, non mi scandalizza in sé e per sé ma pone inevitabilmente una domanda cruciale: Monti e Napolitano governeranno in modo indipendente per l'Italia o governeranno di fatto secondo i diktat della Merkel, dell'Europa o della Comunità Internazionale da cui traggono legittimazione e sponsorship? Forse può sembrare una domanda di poco conto, ma in realtà venendo meno l'autorità del Parlamento e dunque la sua capacità di controllo, viene a mancare il controllo stesso dei cittadini elettori e, nella pratica, le possibilità di condizionamento estero sono decisamente più elevate.

Io con questo non voglio dire che i parlamentari abbiano fino ad oggi fatto bene i nostri interessi, ma vedendo come i nostri partner si sono mossi negli ultimi due anni e vedendo il tipo di cure imposte alla Grecia (cure che uccidono il malato con la malattia) mi domando se non saranno disposti a barattare il loro futuro politico di breve periodo con la nostra salute di breve e di lungo termine. Io ho seri dubbi e per questo motivo sarei molto più sereno se il Governo Monti avesse un mandato breve, focalizzato sul consolidamento dei conti pubblici, e poi si eleggesse un nuovo, e speriamo più autorevole, Parlamento.

 
Di Armando Compierchio (del 07/11/2011 @ 18:44:52, in Italia, linkato 391 volte)

Sottovalutata e ancorata al concetto di supporto di costi ritenuti insostenibili la C.S.R. è una delle possibili risposte alla domanda che giorno dopo giorno si insinua nelle nostre menti e come un fugace deja vù scompare sommersa dal nostro personale quotidiano: esiste un modo per conciliare il nostro modo di vivere con le esigenze di un mondo che non riesce più  a sopportare la nostra inesauribile ed esponenziale necessità di risorse?

Le risposte, mio avviso, sono molteplici ed è peccare di ingenuità immaginare solo per un momento, anche se più facile, credere che possano esistere un solo uomo o una sola idea che da soli riescano ad accendere la luce sul buio di un epoca che volge al termine.

L’applicazione di un sistema di C.S.R. alla economia di impresa può essere una di queste risposte.

L’identificazione di un diverso ruolo dell’impresa, qualunque dimensione essa abbia, come agente vivo della e nella società e non come semplice produttore di posti di lavoro e di ricchezza (?) ha il significato di aprire una prospettiva nuova nel rapporto tra il lavoro (impresa) e la società (civile).

Un impresa vive se genera benessere, condivisione, coesione, reciprocità, qualità della vita, se è capace, cioè, di trasformarsi in una comunità; un impresa vive se è capace di cambiare, anche solo un po’, in meglio il mondo (A. Tencati – F. Perrini).

La Corporate Social Responsibility è una visone nuova del ruolo dell’impresa all’interno del sistema sociale che guarda si alla qualità e alla promozione del proprio prodotto ma è cosciente della ampiezza della propria funzione sul territorio dove opera e dal quale trae le risorse (umane, infrastrutturali, logistiche, amministrative) per il suo sviluppo.

Quali sono i temi nei quali la C.S.R. interviene:

a) adeguata remunerazione per socie e azionisti, garantita da una attenta gestione del profilo di rischio e associata a modelli di governo dell’impresa, che sappiano coniugare efficienza con trasparenza, pluralità e tutela delle minoranze;

b) migliori e appaganti condizioni di lavoro per i collaboratori, che ne esaltino skill e capability e assicurino un ambiente organizzativo improntato a valori alti e condivisi (protezione e promozione della persona nella sua integrità);

c) sistemi d’offerta innovativi in grado di soddisfare appieno le esigenze, esplicite o inespresse, della clientela;

d) knowledge sharing e comakership con i fornitori per assicurare rapporti fondati non su una logica di competizione ma di coevoluzione;

e) relazioni chiare e trasparenti con i partner finanziari (banche e assicurazioni);

f) corretto e responsabile tax paying e collaborazione alle dinamiche di governo dei processi di crescita in ambito locale e nazionale;

g) ruolo propulsivo e innovativo nella o nelle comunità, da parte dell’impresa, in quanto motore di sviluppo e luogo di innovazione pure in termini sociali;

h) attenzione all’ambiente (e ai diritti delle generazioni future) grazie a pratiche sostenibili orientate alla piena tutela delle risorse naturali (acqua, aria, suolo) attraverso la minimizzazione dell’impronta ecologica complessiva.

In questa stakeholder/relational view l’impresa assume una connotazione estesa che va ben oltre la costruzione tolemaica con l’organizzazione al centro del sistema, per abbracciare, con una rivoluzione copernicana, l’intero stakeholder network in una innovativa articolazione a rete, in cui l’impresa è solo uno dei possibili attori.

Strumenti e attività giuridiche per la  realizzazione.

Riconoscimento giuridico e applicativo della certificazione SA8000 (standard per le  imprese che intendono garantire i basilari diritti dei lavoratori), che fornisce un quadro di riferimento per il controllo della produzione etica di tutti i beni, effettuata dalle aziende di ogni dimensione, in qualunque parte del mondo.

Associazione obbligatoria al sistema EMAS, da parte delle imprese, che attualmente possono farlo ma solo su base volontaria; EMAS è un sistema, attualmente su base  volontaria, per la valutazione e il miglioramento dell’efficienza ambientale della attività industriali e per la presentazione al pubblico dell’informazione pertinente che intende promuovere costanti miglioramenti dell’efficienza ambientale delle attività industriali tramite:
• introduzione e attuazione, da parte delle imprese, di politiche programmi, sistemi di gestione dell’ambiente in relazione ai loro siti;
• la valutazione sistematica, obbiettiva e periodica dell’efficienza di tali elementi (audit);
• informazione del pubblico sull’efficienza ambientale.

EMAS è un sistema che non si applica esclusivamente ai siti di imprese industriali ma a tutti i tipi di organizzazione.

Adozione dello standard ISO14001 per la definizione dei requisiti del Sistema di Gestione Ambientale.

Certificazione obbligatoria ISO 9001, standard di qualità aziendale.

Obbligo per le imprese alla presentazione annuale di un Bilancio Ambientale, che è la rappresentazione del rischio ambientale percepito dai diversi gruppi di interesse:
• dipendenti e collaboratori
• clienti/consumatori
• fornitori
• comunità locali e/o nazionali
• stato, enti locali e pubblica amministrazione
• mezzi di informazione
• movimenti di opinione (associazioni)
• banche
• assicurazioni
• investitori ( singoli azionisti, investitori istituzionali).

L’impiego di questo  strumento permette di conseguire alcuni vantaggi specifici in termini di:
• miglioramento delle prestazioni ambientali
• monitoraggio della conformità legislativa degli impianti
• rafforzamento dell’immagine aziendale presso la collettività
• relazioni più trasparenti e autorevoli con le autorità di controllo
• miglioramento dei rapporti con le singole comunità locali
• motivazione  partecipazione dei dipendenti agli obbiettivi di impresa
• maggiore fiducia da parte dei finanziatori e investitori

In conclusione, se vogliamo parlare di cose che si possono fare e non necessitano di ampie maggioranze parlamentari per essere attuate, destinare parte delle risorse del bilancio statale a supporto della attivazione di un processo che non è solo innovativo ma concilia senza traumi le esigenze della produzione con quelle sociali, e, in aggiunta, coinvolgerebbe nella sua fase di sviluppo gran parte del sistema universitario italiano creando un certo numero di figure professionali, oggi non esistenti, da introdurre nel mercato del lavoro, credo possa essere una scelta da  proporre al nuovo che avanza (speriamo).   

 
Di Claudio Tabacco (del 07/11/2011 @ 14:14:34, in Italia, linkato 196 volte)

Gli odierni capitali privi di cittadinanza ad ogni stormir di fronde fuggono dalla Francia in Inghilterra, dall’Inghilterra negli Stati Uniti e poi ritornano in Francia e di lì si salvano nella Svizzera e poi nell’Olanda e di nuovo negli Stati Uniti e ad ogni fuga cagionano disastri nelle borse, guastano i corsi delle monete, fanno sussultar prezzi e redditi, provocano malcontenti e sommosse e rivoluzioni politiche. Fatto gigante e nuovo, per cui si invocano disciplina e freni internazionali ad evitare che la nave del mondo coli a fondo ( http://www.linkiesta.it/luigi-einaudi#ixzz1ck6Pf2NE)

Prendo le mosse per scrivere questa nota da un prezioso, quanto intelligente, articolo apparso su “Linkiesta” alcuni giorni or sono .La citazione di Luigi Einaudi è tratta da un lavoro del 1936 rintracciabile in un breve articolo dal titolo: “Tema per gli Storici dell’Economia” pubblicata nella Rivista Italiana di Economia.

“Gli odierni capitali privi di cittadinanza” Einaudi esordisce con una constatazione, i capitali non hanno cittadinanza, o meglio non hanno più cittadinanza, se questo fu vero nel 1936 oggi è ancor più vero, i capitali ed in particolar modo i capitali virtuali della finanza globale non hanno rapporto con i territori, non hanno rapporti con la Storia dei Territori e di coloro che su quei territori vivono, sperano, amano, lavorano, mentre la Politica esprime, o dovrebbe esprimere, la Storia, la Vita, la Cultura, le Aspettative e dunque le Speranze delle Genti che dimorano in un determinato Spazio Ambientale, ove per Ambiente si intende non solo e non tanto l’Habitat Naturale quanto questo più le costruzioni culturali e politiche che in esso, su di esso, contro di esso si sono sedimentate.

Abbiamo un primo “drammatico” jato tra Economia e Politica: l’Assenza di Cittadinanza a cui la Politica deve far fronte, dovrebbe far fronte ripensandosi almeno dal punto di vista della Dimensione della Cittadinanza.

Il vero punto debole dell’Eurozona non è tanto la mole del Debito Sovrano collettivo quanto l’Assenza di Politiche Fiscali e di Sviluppo Comuni; la Banca Centrale Europea de facto si trova ad operare in regime di supplenza, ed opera secondo criteri tecnici consoni alla sua natura, Ella non può supplire politicamente ad un deficit di Governance Europea. Quando venne creato l’Euro non venne creata un’Autorità Politica Europea che definisse eguali Politiche Fiscali ed eguali Politiche Industriali e Finanziarie di Sviluppo.

L’assenza di Politiche Comunitarie Fiscali e di Sviluppo ingenera nei Mercati Finanziari crisi di Fiducia sull’azione di governo delle singole entità statuali.

 
Di Admin (del 03/11/2011 @ 10:07:26, in Italia, linkato 492 volte)

Questo articolo rappresenta la premessa di un ciclo di articoli che la squadra di Vision pubblicherà nei prossimi giorni sulla crisi: prima da un punto di vista europeo, poi da quello nazionale, concludendo con la crisi dei mercati finanziari. Il gruppo di lavoro per questo progetto editoriale è composto da Francesco Grillo, Yeliz Haciosmanoglu, Oscar Pasquali e Gianfilippo Emma. 

Insieme ai VISION DAYS di inizio dicembre, alla fine di Novembre Vision organizza – insieme a RENA e con deputati di tutti gli schieramenti politici – Montiamoci la testa. Un momento di costruzione di idee che forse rappresenta uno dei pochi (forse degli ultimi) tentativi di incontro tra “società civile” e “politica” (incontro utile visto che siamo convinti che dei problemi della nostra società siamo tutti responsabili e che, dunque, c’è bisogno di tutti per venirne fuori) e che avrà come unica regola quella dell’assoluto rispetto delle idee altrui e della elaborazione fondata unicamente sulla base del  confronto sui contenuti.

Montiamoci la testa. E visto che siamo in tema abbiamo deciso di farlo sul serio provando a ragionare su questa crisi.  Pubblicando stavolta una serie di contributi (questo è il primo) che servono proprio a sollevare commenti, osservazioni, proposte, critiche costruttive in maniera da sviluppare insieme una vera e propria proposta di cui Vision – insieme ad altre think tank – promuoverebbe la diffusione e la realizzazione.

La sensazione che, del resto, si ha sempre più forte rispetto a questa crisi infinita è che ci sia, soprattutto, un enorme buco intellettuale. Quando il Presidente degli Industriali italiani dice che “a tutti sono evidenti le cosa da fare e che il punto vero è realizzarle”, sta dicendo una cosa che è vera in parte: l’altra parte contiene, invece, una sciocchezza enorme che può passare solo attraverso un dibattito provinciale come quello italiano. È vero, infatti, che c’è un problema di leadership e di coraggio, e, tuttavia, è completamente fasullo che sia evidente cosa fare rispetto alla crisi che abbiamo di fronte. Dirlo significa non comprendere il carattere globale e rivoluzionario, appunto, del problema che dobbiamo affrontare. L’armamentario delle soluzioni standard, della valigia degli attrezzi del bravo economista varrebbe infatti se, appunto, avessimo solo da uscire da una crisi, temporanea e nazionale. Ed è invece una discontinuità strutturale, internazionale quella che dobbiamo governare, quella per la quale dobbiamo attrezzarci sapendo che non potremo mai più tornare indietro.

Un esempio su tutti: la questione delle pensioni. È chiaro che se ragionassimo sul problema con la logica del novecento non rimane che il pallottoliere e la sindrome della coperta troppo corta.  Se si riflette, invece, sul fatto che l’allungamento della vita – non solo quella biologica ma anche quella attiva – è una buona notizia si dovrebbe porre come centrale, non tanto   la contrapposizione tra generazioni, ma la questione di come rendere più flessibile il mercato del lavoro in maniera da consentire ad un anziano di cambiare lavoro e meglio utilizzare il proprio patrimonio di esperienza e al giovane meno oneri ai quali fare fronte. E però non ci arriviamo. La questione di percorsi di formazione e di reinserimento per gli anziani non riescono a scalfire la demagogia delle età pensionabili. Non ci arrivano gli industriali e neppure i sindacalisti bloccati come sono in una logica (maltusiana) di risorse finite che ha definito il loro mondo (quello del secolo scorso) ma che sempre meno ha a che fare con questo mondo pieno di opportunità e di pericoli.

Siamo in un mondo diverso. Sconvolto dai cambiamenti demografici, dalle tecnologie. E allora è più onesto dire che, in realtà, non sappiamo cosa sta esattamente succedendo. Non sappiamo neppure – come hanno avvertito le più prestigiose banche d’affari e i premi nobel dell’economia a proposito della crisi finanziaria del 2009 – misurare l’entità dei rischi che corriamo. Le ricette disponibili non sono più efficaci. Il problema ancora più grosso, poi, è che non è solo questione di economia: in una società che ha, da tempo, soddisfatto i propri bisogni primari, le persone e le imprese sempre di meno si comportano come quelli che Adamo Smith avrebbe chiamato attori razionali. Contano ache altre competenze, altri saperi e, soprattutto, la capacità di farne sintesi. La psicologia (soprattutto quella di massa) e la comunicazione anche se è inutile comunicare il nulla. La teoria  e, soprattutto, l’abitudine a governare organizzazioni complesse. È necessaria la consapevolezza delle cose una volta inconcepibili che le tecnologie delle comunicazioni e le scienze della vita rendono oggi possibile.

Un’operazione complessa e  però anche l’atteggiamento di rimanere paralizzati, affascinati dalla complessità non può essere sufficiente. Abbiamo bisogno di capire cosa sta succedendo, ma solo perché ciò è indispensabile per disegnare soluzioni che, comunque, andranno sperimentate fino a quando non avremo trovato le ricette giuste, proprio come se fossimo biologi alle prese con una nuova malattia o, forse meglio, con una forma di vita nuova. Ed è solo da questo sforzo che deve cominciare adesso che parte la politica nuova che pochissimo ha a che fare con questa destra o con questa sinistra.

Il periodo storico che viviamo è straordinario proprio grazie alla crisi e a questa trasformazione – mezzo secolo dopo Russell, mezzo secolo passato spostandosi da un “pensiero debole” ad un altro, cinquanta anni persi negli specialisti e nei plagi accademici, anni dominati da giornalisti di costume che hanno prima soppiantato gli editorialisti e poi gli stessi intellettuali  – abbiamo di nuovo domanda per un pensiero ambizioso, che cerchi di capire il senso del mondo e non di una parte di esso.

Non è una piccola consolazione: la crisi porta spazio per pensiero nuovo. Più grande, persino eccitante è, invece, l’idea che apre spazio anche per cambiare molto. A cominciare dalla distribuzione del potere che non può non seguire quella gigantesca ridistribuzione dell’informazione – che è appunto potere – e che la rete sta producendo.

E allora tornando alla crisi. Cosa possiamo fare? Come possiamo rimontarci la testa partendo dal problema più urgente? Direi che, innanzitutto, dovremmo tentare di collegare (pur tenendole distinte tra di loro) le tre crisi che si sono sovrapposte come in una matrioska e che, tuttavia, molti insistono a vedere separatamente.

La crisi italiana (e più in generale degli Stati nazionali). Quella europea (ma non meno grave è quella delle altre istituzioni sovranazionali a partire dal nuovo G20 e dalla vecchia ONU). Infine, quella dei mercati finanziari (e delle banche). Tre crisi che procedevano – tutte innescate dallo spiazzamento prodotto dall’accesso all’informazione che INTERNET ha prodotto – da anni e che però in questo momento si sono collegate. Rischiando di creare un gigantesco corto circuito.

Eppure le tre crisi - viste con gli occhiali del novecento che molti giornalisti, tanti intellettuali e quasi tutti i politici usano - vengono di continuo proposte separando l’una dall’altra.

Ed è un errore grosso. Perché se vedi solo la crisi italiana – come si fa a Roma - immaginando che i mercati finanziari siano giudici imparziali e l’Europa sia dispensatrice di indicazioni infallibili sulle riforme da attuare, rischi di ignorare la possibilità di avere a che fare con un secchio che ha un buco nel fondo che renderà inutile versarci dentro altre costose finanziarie fatte di lacrime e sangue. Perché se invece osservi solo l’inadeguatezza e l’iniquità dei mercati finanziari  – come si fa per le strade occupate a New York – rischi di invocare il ritorno ad un passato che ha già dimostrato di non funzionare. E se, infine, - ed è ciò che per abitudine si fa dalle colonne dei giornali finanziari inglesi – ti concentri solo sulla crisi delle istituzioni europee, potresti arrivare ad invocare un ritorno di competenze proprio a quegli stati nazionali che stanno fallendo uno dietro l’altro. In un gioco di contraddizioni e di soluzioni parziali che serve solo a produrre rumore e nessuna soluzione completa.

È sulla base di questa premessa metodologica (qualcuno direbbe epistemologica ma non siamo sicuri di quello che significa : - )) lunga ma utile, che proveremo a dire – riassumendo molte riflessioni che da tempo circolano tra le think tank europee e sul Pensatoio di Vision – come forse potremmo provare ad affrontare il problema nuovo,collegando i tre livelli eprendendo le distanze dalle ideologie – quella del capitalismo insostituibile e del socialismo scientifico – che sono state concepite per capire un’altra epoca. Non questa.

Cominciando dalla crisi europea. Di cui proveremo a parlare insieme nella seconda parte di questa riflessione. Riflessione di un think tank che si è accorto che forse possiamo anche provare a diventare strumento di aggregazione non solo di persone ma idee. Un tentativo entusiasmante, in fin dei conti. Deve essere questo uno degli effetti positivi della grande crisi.

 
Di Jordi Schifano (del 19/10/2011 @ 13:50:04, in Italia, linkato 264 volte)

Dopo le manifestazioni di violenza di sabato 15 Ottobre a Roma stiamo assistendo ad un’ennesima testimonianza di scollamento tra la politica dei palazzi e l’Italia che vuole cambiare marcia.

La settimana è iniziata con la proposta, sostenuta da due parlamentari di differenti schieramenti politici, di reintroduzione della legge Reale, introdotta negli anni Settanta per arginare lo strapotere dei gruppi estremisti armati. Sentendo questa proposta, come non possono tornare alla mente tutte le esternazioni dei nostri anziani di fronte ai periodi, da qualche tempo fortunatamente non più così frequenti, in cui gli incidenti stradali mortali erano all’ordine del giorno?

In quelle occasioni, come adesso, il populismo degli anziani ha raggiunto picchi di massimo splendore, ma solo dopo anni abbiamo assistito a riforme efficaci del codice della strada, con l’inasprimento delle sanzioni e l’introduzione del carcere per i responsabili di incidenti mortali.

Dopo gli incidenti di sabato 15 Ottobre, però, gli anziani si sono superati, facendo arrivare le loro esternazioni al limite tra paradosso e comicità più assoluta. La proposta di reintroduzione della legge Reale, che darebbe più potere alle forze dell’ordine, giunge proprio il giorno prima della manifestazione nazionale che raduna di fronte ai palazzi del potere tutte le forze dell’ordine.

Dalla polizia, alla guardia forestale fino ai pompieri si ritroveranno a Roma per chiedere, simbolicamente, ai cittadini di aiutarli a rifornire di benzina i propri mezzi; quei mezzi che garantiscono la nostra sicurezza.

La proposta stessa, a testimoniare il proprio carattere populista, giunge con due giorni di colpevole ritardo rispetto ai fatti che dovrebbe prevenire e che hanno, giustamente, squassato gli animi, già turbati, dell’opinione pubblica.
Questi esempi sono esplicativi di come siano sempre necessari morti e violenza per tentare di far lavorare un parlamento lento e ingolfato, come gli anziani che lo abitano, un parlamento dovrebbe colmare i vuoti legislativi presenti nel nostro paese come attività quotidiana e non eccezionale.

Le proposte fatte sostengono, giustamente, che le forze dell’ordine debbano avere la possibilità di effettuare arresti preventivi, al fine di garantire il democratico diritto di manifestare e protestare, ma questi criminali dove andrebbero a finire? In quelle patrie galere zeppe fino all’orlo di stranieri senza permesso di soggiorno?

Troppe volte i nostri anziani hanno utilizzano l’arma del populismo, provocato da eventi eccezionali, per poi far tornare il dibattito all’interno dei palazzi sui binari della loro normalità. Questa volta poi, lo fanno senza nemmeno un briciolo di fantasia rievocando una legge vecchia di trentasei anni, che da amante della libertà, spero non venga reintrodotta integralmente; dato che al suo interno prevedeva anche il giustificato uso delle armi da fuoco.

Non ci possono non tornare alla mente le immagini delle rivoluzioni arabe appena concluse: Boulevard Bourghiba, a Tunisi e Piazza Tahrir, al Cairo; sono esempi di testimonianze troppo recenti di quali siano i rischi di una decisione simile.

Questi fatti e queste affermazioni, sono un’ennesima dimostrazione di scollamento tra gli anziani e l’Italia. I primi sono troppo concentrati sul mantenimento del loro status quo. I palazzi, da troppo tempo, non riescono a percepire i cambiamenti che sta attraversando il nostro paese, nonostante abbiano tutti gli strumenti necessari a conoscerli e, quando questi possano essere pericolosi per la società, prevenirli.

Forse gli anziani dovrebbero ascoltare di più quello che le differenti componenti della società vorrebbero riportare loro, ma, al contrario, se ne stanno nei loro palazzi a guardare l’Italia decadere come si guarda un trenino deragliare dai binari del progresso.

Questa superbia e arroganza non li porta a vedere il cambiamento sociale in corso e nemmeno la stragrande maggioranza della piazza che sabato ha manifestato il proprio malessere.

La conseguenza a questa cecità è l’incapacità nel trovare soluzioni valide ai nostri problemi e la non concessione, al nostro popolo, di attuare quel cambio di marcia che tutti stanno chiedendo a gran voce per il nostro stesso futuro.

 
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