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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Guardo nevicare, amo la neve, attutisce i rumori, il cielo lattiginoso produce una luce diffusa, i ciocchi di legna scoppiettano nella vecchia stufa comprata con parte della liquidazione di mio nonno più di cinquanta anni fa. I fiocchi di neve danzano lievi come le fiamme dentro la stufa. Dentro / Fuori è su questa composizione creativa di differenze che nasce la Morale, in Emmanuele Kant la Morale viene espressa mediante l’aforisma: “il cielo stellato sopra di me, la Legge Morale dentro di me”: nella composizione tra il Dentro ed il Fuori, tra l’Ordine Naturale, il cielo stellato, e la sua interiorizzazione, la Legge Morale, l’Essere Umano non nella sua astrattezza metafisica ma nella sua concretezza di Cittadino che abita la Città trova il suo Orientarsi Problematico nel Mondo.
La Norma Morale emerge, allora, da un dibattito compositivo che avviene su due differenti piani: quello dell’Aula Coscienziale e quello dello Spazio Pubblico. Ed è in questo dibattito compositivo tra Io e Noi, tra Aula della Coscienza e Spazio Pubblico che si costituiscono i fondamenti dell’Economia e della Politica. L’Economia dovrà regolare i rapporti di scambio tra Soggetti Culturali e Soggettività Naturali, la Politica dovrà Negoziare le differenze Morali traducendole in Convenzioni comunemente accettate e quindi in Leggi, ovvero in espressioni sintetiche della Realtà.
Un’attenta analisi comparativa e compositiva delle radici etimologiche delle tre parolette: Economia, Morale, Politica, ci rivela che nella loro intima struttura e sedimentazione sono accumunate dall’Idea di “Misura” e quindi di Razionalità finalizzata al Bene / Utile individuale e comune non in astratto ma in concreto, nel qui ed ora, nella temporalità proficua, quella temporalità che i Greci Antichi evocavano come Kairòs.
Il nostro tempo proficuo è radicalmente segnato dalla Libertà e dall’Individuo, la Grande Cesura Storica avvenuta simbolicamente, ed i Simboli hanno una loro forza ed una loro potenza vitale, con il crollo del Muro di Berlino e la fine dell’odiosa tirannia comunista, ultimo retaggio delle Società di Massa che segnarono ferocemente il Novecento, ha prodotto e generato una Rivoluzione Radicale sul piano antropologico dando legittimità Storica e Morale, quindi necessariamente Economica e Politica, all’Individuo. L’Individuo è oggi il Soggetto che contrae il Patto Sociale non il gruppo, non la massa indistinta ed astratta degli uomini e delle donne, ma l’Io, quella soglia indivisibile al di sotto della quale non vi è che il Nulla. Non possiamo più dunque esercitarci nella costruzione di una Morale Collettiva, eguale per tutti, poiché come i fiocchi di neve che osservo oltre la mia finestra, il cielo stellato varia a seconda di chi lo osserva e genera nell’individuo osservatore differenti e differanti impressioni, riflessioni, azioni, tutte egualmente in giudicabili nei loro assunti tutte egualmente giudicabili solo nel loro impattare pubblico in base al principio di Responsabilità.
Tutti e ciascuno siamo Responsabili in primo luogo delle nostre scelte, il nostro come tempo dell’Individuo si connota come Tempo della Responsabilità, come tempo che nega radicalmente qualsivoglia possibilità di alibi o di scuse. Io raccolgo ciò che ho seminato, ciò che ho saputo proteggere dagli accadimenti naturali.
Lo Stato non può e non deve più essere la mega rete anti-grandine che protegge l’inerzia o l’imprevidenza dell’Individuo, lo Stato protettore trascinò l’Umanità nella tregenda del Nazi-Fascismo e del Comunismo, lo Stato Leviatano che è allo stesso tempo Mostro e Padre, nel senso etimologico di “Colui che nutre” ci ha incatenati nella “Via della Servitù” ed ha riprodotto la “Morale degli Schiavi” come paradigma etico. Le clientele pubbliche come quelle private, il soggiacere alle protezioni pubbliche come a quelle private, non solo ha distrutto la capacità dell’individuo a produrre la propria felicità ma ha ammorbato la vita pubblica con la corruzione, con le rendite di posizione, con le carriere assistenziali, con l’asservimento ai poteri criminali.
Dedicato alla Donna del Sud
Ero a Bengasi da due giorni, dopo altri nove passati tra la splendida gente di Tobruc. Ero finalmente arrivato in Libia, la meta principale del mio girovagare per il Nord Africa. Il mio obiettivo, passare il mio primo Ramadan nella Libia liberata, era stato raggiunto.
Mi stavo ancora abituando a vedere intorno a me, per le strade, coltelli, fucili, mitragliatori ed a convivere con le bombe a mano che Mahmoud teneva in casa. Il mio primo Ramadan, che ho voluto vivere in prima persona con i libici, si stava così consumando in modo opposto: da una parte il caldo asfissiante dell’Agosto africano, che accentuava la mancanza di acqua e cibo durante le ore diurne. Di contro, le fresche e piacevoli nottate trascorse con i cosiddetti ribelli, nelle loro piazze e nelle vie di quella grande città finalmente libera.
Dopo i nove giorni a Tobruc mi ero persino abituato al razionamento dell’energia elettrica, che lasciava quotidianamente al buio, per alcune ore, le città dell’Est del paese. Questo fu il gentile omaggio che la sciò Mu’ammar Gheddafi; prima di lasciare le città alla propria libertà, sganciò delle bombe sulle centrali elettriche ed le raffinerie. Ero sempre stato consapevole che andare nella Libia del primo Ramadan in libertà, non sarebbe stata una vacanza in un villaggio all inclusive a Djerba o sul Mar Rosso, ma non mi aspettavo nemmeno la totale assenza d’acqua corrente e luce elettrica per tre interi giorni; esperienza che ho sofferto con i libici dal 5 all’8 Agosto.
Se durante il giorno la città sembrava deserta, eccezion fatta per le ore delle preghiere, dopo quella delle 19:30 tutto riprendeva il suo corso. Dopo esserci rifocillati dalla purificazione, anzitutto con del tabacco, poi con cibo e acqua, si scendeva per le strade a bere un caffé insieme agli amici, chi aveva un’attività commerciale apriva i battenti e chi doveva fare la spesa si recava presso i negozi.
La città, si svegliava dopo la cena a seguito della preghiera delle 19:30 e si recava in Freedom Square per seguire gli aggiornamenti quotidiani da Brega, Misurata e Tripoli. Il fronte da sei mesi distava 240 Km da Bengasi; 240 Km di aperto deserto che avrebbe permesso alle truppe di Gheddafi di essere tra noi in nemmeno due ore. Lo stallo del conflitto, rendeva la vita esasperante con una tensione palpabile anche per chi, come me, era in città da poco tempo.
Il Ramadan in Libia mi si è mostrato nel suo lato più duro nei tardi pomeriggi. Questa è, infatti, la parte della giornata più dura in cui il cervello risente della mancanza di zuccheri che, accumulata alla tensione della guerra, portava ad alcune scene di pubblico delirio, cui personalmente ho assistito. Mi è capitato così, di vedere persone assolutamente tranquille che, dal centro della piazza in cui giocavano i bambini sparavano raffiche di mitra verso il cielo, tagliando a fette l’arsura pomeridiana della città. Benghazi era satura della guerra al Colonnello e affamata di libertà per ricostruire la nuova Libia. Trascorsi la seconda sera con Anis, l’amico libico che avevo conosciuto alla frontiera egiziana dopo il mio respingimento, e una freschissima brezza notturna proveniente dal vicino Mediterraneo. Ci stavamo recando in Freedom Square, vero cuore pulsante della città. La piazza della capitale provvisoria della Libia liberata era un vero formicaio, in cui i libici si ritrovavano per pregare, ma soprattutto per spendere insieme la propria, ritrovata libertà. Discussioni, comizi personali, cori contro il dittatore ed a favore dei fratelli al fronte; erano la normalità di quei giorni in tutte le città liberate. Era impossibile per me restare solo in Freedom Square. C’era sempre qualcuno che provava a comunicare con me, che mi offriva un caffé, una torta o delle sigarette e che voleva invitarmi a cena la sera successiva per provare la cucina libica della moglie. Mai avrei pensato di trovarmi così tanto in sintonia con un popolo e un paese coinvolti in una guerra civile.
Quando entrai in Libia pensai a quanto avessi dovuto fare attenzione, soprattutto dopo gli avvisi datimi dai ragazzi al confine, invece, come ho sempre pensato, quelle persone che cercavano la libertà da un perfido dittatore, non potevano essere pericolose come lui. Rispettando le loro tradizioni e comprendendo il loro background storico e culturale, i libici sono davvero fantastici, specialmente con gli stranieri, a patto che non li si prenda in giro o gli si menta.
Quella sera però, quando giunsi in piazza la folla era particolarmente numerosa ed io pensai che sarebbe stato presente un esponente del CNT per qualche comunicazione ufficiale. Anis invece, ad un certo punto disse: “Wow c’è Shouruq!”. Io risposi, con la massima naturalezza: “E chi è Shouruq?”, lui si voltò e mi chiese come facessi a non conoscere Shouruq. In quel momento mi accorsi che nella piazza stava risuonando una voce femminile e acuta, ma lo stupore mi assalì quando guardai il palco. Mi accorsi che il comizio, che si stava tenendo, era di una bambina: Shouruq appunto.
Restai incredulo di fronte a ciò che vidi. La giovane libica era la padrona assoluta della piazza: si muoveva con grande naturalezza su quel palco da destra a sinistra, incitava i pubblico ad alzarsi, a urlare i suoi slogan con lei, con grande risposta dalla piazza. Non sapevo quanti anni avesse, ma al massimo avrei detto dieci: era un “animale da palcoscenico”. Anis mi spiegò come Shouruq fosse una star nelle città liberate dal regime di Mu’ammar Gheddafi e che, come avevo già notato, quando era sul palco la piazza strabordava di gente: restai incredulo di fronte a questa scena davvero unica nella vita mia. Una bambina stava ammutolendo, catturando l’attenzione, facendo urlare un’intera piazza di uomini in un paese che amo definire “mussulmano ortodosso” e di conseguenza molto macista.
Anis mi disse, che proprio Shouruq coniò il famoso motto, che anche io ormai cantavo e ritmavo con le mani, contro il Colonnello “Maleshi chefchoufa”, letteralmente “Scusa capellone”. Non ci potevo credere! Quel motto me lo avevano insegnato Issa, Tawfik, Nizar e Zidanne, gli amici di Tobruc, spiegandomene il significato. Era la prima frase davvero libica che avessi imparato ed ora scoprivo che l’aveva coniata una bambina. Un sorriso mi comparve naturalmente sul volto pervaso dallo stupore.
Restai con Anis ad ascoltarla, non capendo una singola parola di ciò che la bimba disse. La mia attenzione si focalizzò sul rapporto tra Shoruq e la piazza: gli uomini e i giovani presenti, erano letteralmente rapiti dalle parole di una bimba che li dirigeva in dialoghi corali, più simile ad un direttore d’orchestra che ad un timida scolaretta. Era la regina di Freedom Square, una regina che entrava subito nel cuore per il phatos che trasmetteva a chiunque l’ascoltasse.
Volevo conoscerla, parlare con lei e la sua famiglia così ci avvicinammo al palco. Il servizio di sicurezza ci fece passare e finalmente ci trovammo di fronte a quella Giovanna d’Arco alta non più di un metro e con in testa un cappello da cowboy. Dopo le foto di rito, mi intrattenni con suo padre, un signore sulla quarantina molto gentile e disponibile. Scoprii così, che Shouruq Rayani avesse solamente sette anni e che sin da quando il palco era stato installato nella piazza avesse espresso al padre la volontà di parlare alla sua gente.
Il nostro strano dialogo a quattro, tra me, Anis, Shouruq e suo padre, proseguì tranquillamente, finché il padre non mi fece capire chi realmente fosse Mu’ammar Gheddafi.
Dopo il suo primo intervento dal palco, in cui pronunciò lo slogan “Maleshi chefchoufa”, il suo nome divenne famoso in tutta la Libia come il suo motto, ma la notorietà non sfuggì al regime di Tripoli che, nonostante avesse perso la presa sulla parte orientale del paese, pose una taglia sulla testa della nuova eroina nazionale.
Mi si ghiacciò il sangue di fronte a quella notizia e chiesi ad Anis, che mi aiutava traducendomi le parole del padre, se avessi compreso correttamente ciò che mi aveva appena detto. Si, quella era la drammatica realtà. In Libia persino una bambina di sette anni poteva essere messa a morte per aver offeso e intaccato la fama del Colonnello. Compresi così come Gheddafi non volesse essere considerato un dittatore o il presidente di una nazione, ma come un faraone, un Dio in terra, la reincarnazione terrena della legge che Allah scrisse per i musulmani e che nemmeno una bambina si potesse sottrarre a questa legge inumana.
Il padre mi disse che la notizia della taglia sulla testa della figlia gli fu comunicata dalle autorità del CNT che ne erano venuti a conoscenza tramite delle spie a Tripoli e questo inizialmente lo preoccupò. Con il passare dei mesi però, la sicurezza della sua famiglia fu garantita dalle nuove autorità libiche e dalla sua stessa famiglia che le facevano da body guard.
Il nostro incontro durò una ventina di minuti e durante questi, i miei occhi e quelli della giovane libica continuarono ad incrociarsi e mi parve di essere il primo straniero che la prendesse in braccio dato che il suo sguardo fu alquanto incredulo di fronte al mio gesto. Mi sentii onorato nel prendere tra le mie braccia quella bimba, mi sembrò di tenere tra le braccia l’intero popolo libico e compresi come, dopo quarantadue anni di spietata dittatura, solamente una bambina potesse esprimere, in minima parte, ciò che gli adulti furono obbligati con la forza a reprimere.
La Libia che avevo conosciuto stava tutta in quei due occhi scuri e innocenti che finalmente potevano vedere un futuro che i suoi genitori avevano solamente sognato per lei e i suoi fratelli.
Compresi di aver finalmente incontrato la libertà al suo stato più innocente, la libertà che la nuova Libia si era conquistata con le armi ed il sangue dei martiri.
Mentre si allontanava, tenuta per mano dal padre, continuai a chiedermi che genere di essere umano potesse pagare del denaro per la morte di una bimba di sette anni. Che genere di persona potesse volere la morte di una sua giovane connazionale, che rappresenta il futuro del proprio paese.
L’unica risposta che ho trovato è semplicemente terrificante. Una persona artefice ti tale azioni, non può essere considerata come tale, ma come la reincarnazione terrena del male in senso assoluto; come tutto e tutti in Libia mi hanno testimoniato.
Narrami, o Musa, l'uomo dall'agile mente che a lungo andò vagando poi che cadde Troia, la forte città, e di molte genti vide le terre e conobbe la natura dell'anima, e molti dolori patì nel suo cuore lungo le vie del mare, lottando per tornare in patria coi compagni.
L’Ulisse di questo breve articolo è quel giovane italiano che incontro ogni mattina. E’ seduto al bar a leggere il giornale gratuito distribuito nelle stazioni metro. E’ accartocciato su sé stesso in una postura appesantita dalla ricerca di un lavoro che non trova. L’osservo con attenzione mentre sottolinea, evidenzia e strappa con le dita, annunci di possibili opportunità lavorative, ma il suo sguardo tradisce scetticismo e mancanza di fiducia. E’ un giovane di circa 30 anni che cerca di candidarsi ad un lavoro possibile che durerà tre o sei mesi e sarà quasi sicuramente uno stage non retribuito e se riuscirà ad ottenerlo, sarà costretto a confrontarsi con l’incompetenza di chi non ha studiato, ma ciò nonostante, per un arcano motivo, in Italia ricopre ruoli dirigenziali. E’ un giovane un po’ “sfigato” e, anche se il termine non è gradito, credo venga recepito in modo chiaro e immediato dalle giovani generazioni, proprio come quella a cui si riferiva l’altro giorno Michel Martone durante il suo primo intervento pubblico a “La Giornata dell’apprendistato” organizzata dalla Regione Lazio a Roma.
Martone ha provocatoriamente usato l’espressione “sfigato” scegliendo un linguaggio semplice e ironico per sottolineare l’importanza delle responsabilità dirette dei giovani rispetto la propria crescita culturale e professionale, spingendoli a rispondere in tempi brevi e appropriati alle esigenze di un sistema economico che procede come un treno ad alta velocità. Gli studenti universitari italiani hanno un ritardo di circa 3 anni rispetto a quelli europei, un ritardo ingiustificato, che nega la possibilità di orientarsi in un mercato del lavoro ormai europeo, se non internazionale. Spronarli, incoraggiarli, spingerli ad allontanarsi da un modo di frequentare l’Università che penalizza le famiglie, la società, il mondo universitario, nonché il mercato del lavoro, è un dovere per un esponente del Governo chiamato a introdurre cambiamenti strutturali del nostro paese. La preparazione e formazione di coloro che sono il futuro, è prima di tutto nella serietà e perseveranza con cui si porta a compimento un impegno, un compito, un incarico.
Mi chiedo: che c’è di sbagliato nell’incentivare ad eccellere in quello si fa? Le conquiste importanti, quelle che hanno valore e fanno la differenza nella vita, richiedono rinunce, sacrifici e abbondante determinazione; esigono una costante concentrazione su obiettivi che contribuiranno a una qualità della vita apportando benefici, oltre che soddisfazioni personali. Non entro nel merito di argomentazioni che conosciamo riguardo le inesistenti politiche giovanili in Italia, inesistenti per ragioni politico-culturali di cui si potrebbe discutere per ore senza arrivare ad una soluzione propositiva, ma rifiuto categoricamente la strumentalizzazione mediatica che mira a ridicolizzare opinioni e considerazioni legittimamente espresse per indurre nuove riflessioni e promuovere aperture mentali individuali e collettive. Non si può “fischiare” un contenuto di senso compiuto e consapevolmente espresso con vocaboli leggeri e forti nello stesso tempo, solo perché va a sollecitare l’assunzione di responsabilità su questioni che indirettamente imbalsamano il nostro paese. E’ mai possibile che il cambiamento spaventi così tanto? E soprattutto: è mai possibile continuare ad accettare la mancanza di una cultura che premia la sana competizione e ambizione finalizzata alla promozione di conoscenza? Ricordo quanto mi disse un mio insegnante di filosofia: “Ricorda che la conoscenza, come l’informazione, è potere e i potenti, davvero conservatori, manipolano per perpetuare l’ignoranza, mai la crescita. Dovere dei giovani è cercare e sfidare ogni mare per accumulare conoscenze, esperienze; non dovrebbero avere paure, né esitazioni finché il futuro è nelle loro mani”. Io aggiungo che, se il futuro non è più nelle loro mani, devono maturare la convinzione che sono gli unici legittimati a riprenderselo, ma oggi bisogna avere competenza e preparazione.
Narrami o musa le difficoltà dell’uomo e della sua patria...vessata dall’ingordigia e avidità di pochi piccoli uomini che tentano in ogni modo di contrastare il cambiamento e quanto di buono può apportare.
La realtà propone poliedriche sfaccettature, a volte maledette e inconfessabili, ma siamo noi che creiamo la realtà. Sono eroi i promotori del cambiamento; coloro che decidono di patire nel proprio cuore per le perdite subite ma che il cercare comporta … così come Ulisse in un mare sconosciuto e pericoloso alla ricerca di un mondo giusto che potesse essere d’esempio quando sarà tornato a casa per governare.
È difficile parlare della Shoah, è un argomento amaro poiché coinvolge e sconvolge la percezione profonda che noi Europei abbiamo di noi stessi. La Shoah contiene in sé tre mostruosi fallimenti, o meglio tre buchi neri della coscienza identitaria dell’Europa e, latu sensu, dell’Occidente. Occorre però procedere alla costruzione di una premessa costitutiva e fondamentale per l’interpretazione della Giornata della Memoria: la Memoria della Shoah non riguarda gli Ebrei ma riguarda Noi, infatti nelle Comunità Ebraiche della Diaspora la Memoria di coloro che sono divenuti cenere viene celebrata il 10 di Tevet, in Israele la Giornata della Memoria della Shoah cade nell’anniversario dell’Insurrezione del Ghetto di Varsavia. Nella differenza di prospettiva interpretativa si pone il nostro Dovere di fare memoria di ciò che noi, ovvero i nostri Padri e le nostre Madri hanno perpetrato contro il Popolo Ebraico d’Europa. La Giornata della Memoria è una giornata di Vergogna, è una Giornata in cui ci Vergogniamo del nostro comune passato, una Giornata di Vergogna Progettuale, in cui ricordiamo che la nostra Civiltà Presente è sorta sulle Macerie Morali, Etiche, Spirituali di una Civiltà precipitata e distrutta dalla sua Disumanità, dalla sua Ferocia Razionale, dalla sua Crudeltà Organizzata. Noi siamo allo stesso tempo Eredi di coloro che perpetrarono la Shoah e di coloro che lottarono contro il Nazismo ed il Fascismo per la Democrazia e la Libertà. La nostra Civiltà nasce da uno Jato Radicale, da una Frattura Insanabile della Storia, potremmo dire che nasce Contro Qualcosa nel Nome di qualcosa d’Altro: la Democrazia, la Libertà, l’Eguaglianza Giuridica e Sociale di ogni cittadino a prescindere dalla sua Fede Religiosa, Politica, dai suoi Vissuti Culturali Profondi, dalle sue Identificazioni Morali ed Etiche.
La Shoah non avvenne in un remoto e sperduto angolo del pianeta, privo di civiltà, non fu un massacro di massa come tanti ne avvennero nel corso della Storia Umana, e continuano ad avvenire. La Shoah avvenne nel cuore dell’Europa, nella terra di Goethe, di Novalis, di Heine, di Marx, di Hegel e di Kant. Ed ecco il primo grande “buco nero”: il fallimento radicale della Cultura Illuminista e Razionalista. Il Regime Hitleriano non fu un regime di folli, l’interpretazione psichiatrica del nazismo occulta la verità ed è implicitamente assolutoria. Il Regime Nazista fu innanzitutto un Regime fondato sull’Organizzazione Razionale del Mondo su base Organico-Biologica-Industriale. La Soluzione Finale del Problema Ebraico venne pianificata il 20 Gennaio del 1942 a Wansee da una ventina di alti ufficiali della SS – SD – Gestapo e Segretari di Stato, Heichmann che fungeva da segretario della Conferenza ricevette l’incarico di organizzare il genocidio degli Ebrei d’Europa ed egli lo fece utilizzando i criteri più avanzati di organizzazione industriale dell’epoca: il Fordismo e la Fabbrica Integrata. La Shoah senza una radicata e profonda cultura industriale non sarebbe stata possibile. Sovente si tende ad identificare lo Sterminio degli Ebrei d’Europa con la violenza estrema degli sgherri della SS o dei loro alleati Fascisti Italiani od Ungheresi o Rumeni… è una visione riduttiva ed a-storica, dunque nuovamente assolutoria. Costoro non furono che i terminali di un’Organizzazione Razionale, i manovali dello sterminio che nella loro efferatezza eseguivano un progetto elaborato a mente fredda: la crudeltà dei lager fu funzionale all’annientamento psicologico dei detenuti, alla loro distruzione morale prima che fisica, dunque il sadismo medesimo degli aguzzini rispondeva ad una logica di produzione.
Il secondo “buco nero”: il fallimento del cristianesimo. La Shoah non avvenne in una “terra senza Dio” ma nel cuore dell’Europa Cristiana, in una terra bagnata dal Battesimo da oltre mille anni ed in cui il Cristianesimo era Egemone da oltre mille anni. Anzi l’odio nazista anti-ebraico si alimentò dell’odio cristiano anti-ebraico, del pregiudizio cristiano anti-ebraico sparso a piene mani da cattolici romani e dai protestanti, come evangelico mi vergogno profondamente di molte pagine di Lutero e come cristiano di troppe pagine orrende dei Padri della Chiesa. Non fu solo il silenzio di Pio XII o il fatto che troppi Pastori della Chiesa Nazionale Tedesca posero la svastica sulla toga cerimoniale a segnare il fallimento cristiano, la presa del Potere da parte dei Nazisti segna irreversibilmente il “fallimento cristiano” poiché segna in modo indelebile il fatto che credenti nell’Evangelo che alla domenica si recavano al Tempio o alla Chiesa votarono il Partito Nazista sapendo che avrebbe portato la Germania e l’Europa nel baratro del Nichilismo Radicale e che le strutture di Chiesa non presero posizione mai o addirittura siglarono intese in funzione anti-bolscevica.
Il terzo “buco nero”: il fallimento della politica. La Seconda Guerra Mondiale e l’affermarsi dei Regimi Totalitari sono il risultato del disastro politico e di governante mondiale seguito alla Prima Guerra Mondiale. La Pace di Rapina seguita al Congresso di Parigi gettò le basi per l’affermarsi in tutta Europa, ed in Germania in particolare, di Movimenti Politici Populisti e Violenti nell’espressione verbale quanto nell’azione quotidiana. Quando la Politica diviene retorica violenta di piazza e nessuno contrappone alla degenerazione del sistema democratico un Progetto di Cambiamento allora ogni avventura diviene possibile.
Concludo con un binomio a me assai caro: Ricordare per Riconoscere.
Se per un attimo riuscissimo a fermarci e a osservare i nostri gesti, le nostre azioni, i nostri comportamenti che sono ciò che indicano scelte e pensieri … Se riuscissimo ad avere una visibilità concreta di quanta energia investiamo quotidianamente attraverso il nostro lavoro, impegno, responsabilità, allora forse saremmo in grado di verificare direttamente quanto è importante e definitivo ciò che facciamo accadere quasi meccanicamente. Il nostro agire è ciò che mette in moto un meccanismo che alimenta e nutre la realtà che ci circonda e la “grande impresa” che è la società moderna nella quale viviamo.
L’era industriale moderna, che nasce in Inghilterra agli inizi XIX secolo, promuove la realtà economico imprenditoriale che sancisce le regole organizzative e sociali del contesto storico sul quale si fonda il mondo occidentale che conosciamo. Dalle piccole imprese individuali o familiari, si passa alla realizzazione di realtà imprenditoriali sempre più grandi che diventano entità produttive diverse dislocate sul territorio nazionale con stabilimenti operativi in più città. Nel XX sec. questo processo di sviluppo imprenditoriale si completa con la formazione di multinazionali che riproducono lo stesso modello organizzativo in molti paesi del mondo anche se con culture e situazioni economiche completamente diverse. Questa descrizione molto semplice consente di percepire il sistema imprenditoriale come vero fenomeno storico e, il sistema capitalistico, promotore di una crescita economico e sociale che stabilisce nuovi riferimenti strutturali, etici e giuridici della società moderna.
Di certo non è questo il luogo per procedere con un’analisi storica dell’affermazione della grande impresa come nuovo regolatore della vita degli esseri umani, ma questi pochi elementi ci forniscono l’input per elaborare alcune riflessioni sul parallelismo crescita - aumento del benessere, intendendo entrambi come miglioramento della qualità della vita. Mi chiedo: il nostro futuro può essere indiscutibilmente vincolato da un incessante aumento di produttività e dall’idea di una società che per sopravvivere a se stessa deve continuamente produrre, integrare, implementare, razionalizzare modelli di crescita economica affinché ci siano ingranaggi di un meccanismo enorme continuamente oleati a dovere? Per quanto tempo ancora dobbiamo adattarci ad una lettura della realtà come grande magazzino merci da produrre e scambiare continuamente con ogni posto del mondo e rifiutare la possibilità di concepire un modo diverso di esistere in comunità?
Proviamo a riflettere su come l’aumento di produttività si possa legare anche ad una variabile importante e assolutamente determinante come la “coesione” all’interno di una società. Qualcuno dovrebbe, ma sicuramente è stato fatto, misurare come aumenta il benessere e la produttività in una società in cui c’è fiducia e condivisione tra i propri cittadini. Quale potrebbe essere il ritorno economico investendo sulla fiducia, la ricerca, la mancanza di paura?
Penso all’Italia e ritengo senza esitazioni che se ci fosse più coesione ci sarebbe meno evasione con un ritorno decisamente importante per i bisogni della res pubblica. Molti di noi ignorano che nel nostro paese ci sono imprese che riescono a sopravvivere grazie all’evasione, e questo anche perché il nostro è un mercato poco trasparente e vincolato da una burocrazia che rappresenta la vera grande barriera all’impresa. Inoltre, nel bel paese si studia poco e i quei coraggiosi che intendono fare ricerca per innovare non vengono finanziati, né recepiti come potenziale laboratorio di crescita, opportunità, futuro, con la drammatica conseguenza che le energie giovani e fertili sono trattenute in incubatrice per un tempo troppo lungo e abbandonate poi ad un irreversibile stato di cristallizzazione.
I nostri tempi moderni si sono allontani per fortuna dai bulloni e ingranaggi che costringevano il povero Charlot ad un lavoro quotidiano meccanico, ripetitivo, forsennato e disumano al punto da renderlo psicotico. E’ passato poco tempo da allora ma la tecnologia, che rappresenta l’ultima grande rivoluzione nel mondo, ha segnato un passaggio verso un nuovo millennio che dovrebbe regalarci l’ingresso in un futuro in cui riprogettare la realtà e il modo di interagire con essa avviene in virtù di nuovi codici di condotta personale e sociale e non solo in base a indici di crescita economica.
Da ieri, 16 gennaio, sino al 20, l'intera Sicilia è praticamente bloccata da quello che viene chiamato come il “Movimento dei forconi”, costituito principalmente da autotrasportatori, allevatori ed agricoltori siciliani, con l'intento principale di protestare contro il Governo locale e nazionale circa le accise carburanti fortemente penalizzanti nei confronti dell'isola a Statuto Speciale.
Sorprendentemente (ma mica tanto) i canali di informazione nazionali ignorano vergognosamente il fatto, venendo meno a quello che dovrebbe essere un diritto di ogni cittadino ed un dovere di chi esercita tale professione.
Da siciliano (di Catania) quale sono, sento la necessità di esprimere quello che penso su quanto sta accadendo in Sicilia in questi giorni.
Un atto di protesta, anche eclatante, che non sia ben organizzato, pianificato e messo in atto, risulta essere totalmente inutile e presto dimenticato. Questo perché, sempre a mio avviso, da quello che vedo, ci si sta limitando a bloccare strade e punti di snodo importanti in stile random, a casaccio, danneggiando i siciliani stessi, che adesso si ritrovano senza generi alimentari, medicinali, benzina e sono impossibilitati a muoversi. Pensi che importi a qualcuno a Roma o a Milano? Pensi questo colpisca i centri nevralgici del potere?
Non credo.
Se veramente si fosse voluto cambiare qualcosa o quantomeno attirare l'attenzione in modo intelligente ed efficace, si sarebbe dovuto bloccare il Palazzo dei Normanni a Palermo, dove il "carissimo" governatore Lombardo (che io NON ho votato) fa i suoi porci comodi, si sarebbe potuti andare a Roma e, ancor meglio, si sarebbero potuti bloccare i traffici in USCITA dalla Sicilia e non in entrata: le benzine e tutti i prodotti petrolchimici che raffiniamo a Gela e Priolo, principalmente!
Al movimento dei "forconi" chiederei: - Perché impedisci ai Siciliani stessi di prendere treni e aerei, magari per un colloquio di lavoro fuori? - Perché impedisci ad una madre di accompagnare il proprio figlio a scuola, rendendole la vita impossibile? - Perché impedisci ad un vecchio di prendere i suoi medicinali? - PERCHE' non ti piazzi davanti al petrolchimico di Gela (CL) e Priolo (SR) infastidendo il tuo principale obiettivo, l' ENI e le varie CASTE del potere, invece dei tuoi stessi fratelli?
Rispondimi!
Questa è la differenza tra una protesta masochista e demagogica, sebbene mossa da una giusta causa, ed un'altra realmente efficace.
Sicilia: isola gloriosa in un mare di luci (ed ombre) e terra di contraddizioni millenarie...
“Non ci sono fatti ma solo interpretazioni” (F. Nietzsche), Ferraris dell’Università di Torino oppose in modo brillante quanto provocatorio al celebre aforisma nicciano uno spassosissimo aforisma: “Non ci sono gatti ma solo interpretazioni”, con il cambio di una consonante Nietzsche viene smontato, apparentemente. Infatti i gatti sono tali, cioè gatti, perché attraverso un processo di consenso interpretativo abbiamo deciso di chiamare così quella tipologia di animali e sempre attraverso una complessa operazione interpretativa abbiamo affibbiato a quegli animali una serie di caratteristiche “morali o psicologiche” che in realtà ci appartengono per cui i “gatti” saranno: infidi, indipendenti, liberi, coccoloni ma solo quando piace a loro, fedeli alla casa non a chi la abita e via narrandoci. Perché quando parliamo dei gatti in realtà ci raccontiamo, narriamo i nostri vissuti, l’eterna rivalità tra cani e gatti tra le altre cose è segno di un “circuito ermeneutico” (interpretativo) fallito. Un gatto quando scodinzola è nervoso assai, mentre un cane quando scodinzola è festoso ed ha voglia di giocare. Un piccolo aneddoto: nel 1991 mi trovavo a Villaliterno, nei pressi di Caserta, e mi occupavo di immigrati – raccoglitori di pomodori stagionali in un centro di accoglienza che sembrava più un campo profughi che un luogo di accoglienza. Non eravamo graditi alla Camorra e men che meno ai “caporali”, un pomeriggio uscendo dal Centro di Accoglienza con alcuni compagni incrocio un ragazzo marocchino che mi guarda e si porta le dita all’orecchio scuotendo il padiglione auricolare, immediatamente uno dei miei accompagnatori lo aggredisce dicendo: come ti permetti di dare del “frocio” a chi si batte per te? … li separo e spiego al mio accompagnatore che nella sua gestualità mi stava dicendo di fare attenzione perché ero in pericolo. Sovente accade che le narrazioni generino dei colossali qui-pro-quo, dei giganteschi fraintendimenti poiché le Narrazioni non seguono necessariamente i principi causali, ma mettono in gioco elementi dello psichismo profondo, addirittura antropologici.
Alcune settimane or sono ho postato su FaceBook un link composto da due fotografie accostate: in una, sulla sinistra, vi erano due bellissimi ragazzi che si baciavano, nell’altra sulla destra due ragazzini africani scheletrici che tendevano la ciotola per avere del cibo. La didascalia recitava: se ti turba di più la foto a sinistra forse devi rivedere i tuoi principi morali. Postai il link in modo volutamente provocatorio, facendo un’operazione alla Toscano. Reazioni furibonde e reazioni di assoluta approvazione nessuna discussione del link. Nessun tentativo di problematizzazione del messaggio contenuto.
Chi si occupa di psicologia forense sa che i testimoni oculari di un fatto non concorderanno mai sulla medesima descrizione del fatto stesso e che nessuno è meno affidabile dei testimoni oculari poiché nel ricordo dei fatti si inseriscono le emozioni, i riflessi culturali, l’ampiezza del vocabolario fruibile da quel soggetto.
La Tribalizzazione della Politica Italiana compiutasi in questi venti anni di Guerra Civile Politica ci ha portati alla costruzione di Narrazioni tra loro incompatibili, a questa deriva narrativa non può essere opposto il Realismo, non si può, cioè, tornare alla Metafisica od al Principio di Verità A-Priori; in primo luogo perché non vi sarebbe accordo, in secondo luogo poiché sarebbe una forzatura autoritaria che contrasterebbe con la Libertà.
Sarà allora indispensabile e necessario elaborare delle regole interpretative – narrative comuni per quello che riguarda il Discorso Pubblico ed ancora più radicalmente trovare il “Consenso sul Metodo” attraverso protocolli operativi comuni che non mettono in gioco le Emozioni, i Vissuti Profondi, le Aspettative, ma organizzano lo Spazio Vuoto tra le Narrazioni e costruiscono ponti “grammaticali” tra esse. Tutto questo si chiama Democrazia Post-Moderna.
Domenica 8 Gennaio ero tra i sei milioni di spettatori che hanno assistito alla trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa, in cui il protagonista assoluto è stato il primo ministro italiano: Mario Monti. Personalmente sono rimasto molto colpito dalle parole del Professore, non per la spiegazione della manovra «lacrime e sangue» cui ha sottoposto il paese, ma per le parole stesse e gli atteggiamenti da lui utilizzati per spiegare la situazione, italiana ed europea, oltre che l’operato del suo governo. Le parole utilizzate dal premier hanno scatenato in me paragoni sia per quanto riguarda l’azione politica internazionale, che per la differenza di serietà nello stile comunicativo d’intrattenimento. Il primo, ed attualissimo, cambiamento è il ritorno dell’Italia al tavolo delle trattative europee, che si era da troppo tempo trasformato in un tandem condotto dalla Germania con la Francia al seguito. Con l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti abbiamo assistito al ritorno nell’Europa dei grandi dell’Italia, che si era dimenticata di essere tra i paesi fondatori dell’Unione.
Il tandem, con il governo del Cavaliere, si permise di sorridere all’unisono quando si accennò all’Italia e al suo primo ministro. Premier, che non trovò nemmeno il coraggio di presentarsi a Bruxelles per presentare quelle che furono le sue proposte per riportare in auge il nostro paese, ma le affidò ad una missiva che apparve più simile alla letterina destinata a Babbo Natale che ad una serie proposta di riforma statale.
Il cambiamento sta anche nella specificità e determinazione delle proposte fatte, Berlusconi non trovò il coraggio per presentarle di persona ai parigrado francese e tedesco, mentre Monti ha la forza dell’efficacia del suo provvedimento come credenziale per trattare da parigrado.
Un secondo aspetto dell’intervista show del Professore che mi ha colpito, è la monotona chiarezza nel tono della spiegazione. Monti, con una pacatezza ed una tranquillità al limite dell’insensibile, ha risposto e spiegato le sue intenzioni e gli auspici sotto cui è nata l’ultima manovra del 2011. Nello humor, molto più inglese che varesino, si ritrova la serietà del professore universitario, dell’uomo internazionale abituato ad interagire con persone di culture diverse dalla propria. Questo in assoluto contrasto con le proverbiali barzellette, spesso volgari ed offensive, che colpirono avversari politici e leader stranieri, dall’abbronzato Obama alla fisicità di Rosi Bindi, nessuno sfuggì al berlusconiano senso dell’umorismo. Una comicità che, per troppo tempo, ha presentato al mondo la mediocrità italiana nella sua forma più bassa e scadente.
Detto di queste palesi differenze di atteggiamento e comunicazione, ci sono state nei trentotto minuti di intervista, alcuni passaggi che, a mio giudizio, meritano di essere estrapolati dalla dibattito tra conduttore e ospite.
«Politiche serie impongono riflessioni che durano più di qualche secondo»
Sentire questa frase mi ha riportato ad una realtà che in Italia negli ultimi anni è andata scomparendo: la realtà delle riflessioni ponderate, meditate e, soprattutto, modificabili in conseguenza di un dialogo tra i protagonisti. Come ho già scritto nel mio articolo «La piazza come la strada» in occasione dei violenti scontri avvenuti a Roma il 15 Ottobre 2011; i nostri politici non diedero una risposta razionale ai fatti, ma solamente l’ennesima proposta mediatica, rimasta tale, escogitata per placare lo sdegno dell’opinione pubblica. Questa prassi negli ultimi anni si è affermata largamente in entrambi gli schieramenti, a discapito della politica nazionale che è diventata conseguenza della cronaca nazionale. Sentire il Professore non rispondere immediatamente ad alcune domande, spiegando, invece, le linee guida che il governo adotterà per formulare le proprie proposte di legge, è stata un’ennesima conferma della grande serietà e professionalità con la quale l’esecutivo affronti la propria missione.
«La signora Lagarde, francese che ha lavorato in contesti anglosassoni, acquisendo il costume dell’understatement»
Onestamente non conoscevo il significato di understatement, allora l’ho cercato su Wikipedia trovando questa definizione: «Figura retorica che consiste nel ricorso a parole per difetto fino alla ridefinizione del reale». Questa frase mi ha colpito, perchè dimostra sia la conoscenza personale dei personaggi di primo piano della politica e dell’economia internazionale, che la conoscenza e la dimestichezza della lingua inglese da parte di colui che rappresenta nel mondo il nostro paese. La differenza con il Cavaliere risulta davvero disarmante, allego a testimonianza il link di un tentativo di discorso in inglese di quest’ultimo ( http://www.youtube.com/watch?v=ipik0Y8SfLE ). In un periodo in cui la politica necessaria a risolvere i problemi italiani deve essere quella europea, come mai prima d’ora, Monti appare come una persona molto qualificata, per dare al nostro paese la credibilità internazionale necessaria a sederci al tavolo delle decisioni.
«Non facciamo la manovra perchè ce lo chiede l’Europa, ma per non dissipare il futuro dei nostri figli»
Questa affermazione ha fatto trasparire ai miei occhi un forte interesse per il futuro del nostro paese, un interesse che ad oggi era sempre stato quotidiano, teso a tappare le falle che la crisi aveva evidenziato nel sistema Italia. L’interesse per il futuro del Professore emerge grazie alla libertà da qualsiasi partito, che lo porta a non interessarsi delle prossime elezioni; riprendendo quella frase di Arthur Clark e poi di De Gasperi: «Un politico pensa alle prossime elezioni, un uomo di stato alle prossime generazioni». Fino ad ora abbiamo assistito allo sport preferito dai nostri politici: lo scaricabarile delle responsabilità, volto a non perdere il consenso dell’elettorato. Ciò è avvenuto nei confronti dei comunisti, spesso dei governi precedenti e, in rare occasioni, degli stranieri; con il risultato che l’elettorato ha perso fiducia in una classe politica che non si assume mai e proprie responsabilità.
«È un governo strano: le cose si fanno»
La frase è davvero sconvolgente nella sua semplicità, soprattutto mi ha riportato alla memoria la recente definizione che Berlusconi diede del proprio esecutivo: il governo del fare. Il miglioramento è lampante, prima chi doveva fare erano persone che in alcuni casi, Gelmini, non avevano conoscenza, esperienza e curriculum per riformare importanti settori dell’Italia; mentre ora i titolari dei dicasteri sono persone di tutto rispetto posti in dicasteri loro ambiti di competenza e non come premio politico per un partito. Ultimo esempio di questo malcostume italiano fu l’ex ministro Saverio Romano, posto al ministero delle politiche agricole come ringraziamento per aver salvato il governo dal voto di fiducia del 14 Dicembre 2010.
«Il profitto di imprese che si arricchiscono sulle spalle dei consumatori attraverso cartelli che tengono artificiosamente alti i prezzi; queste sono cose che devono essere represse»
Questa frase, insieme al curriculum del Professore, mi fanno ben sperare nelle proposte di legge per il futuro prossimo del governo. Certo dopo la manovra, per nulla equa, varata come saluto al 2011, la squadra di governo si dovrà ampiamente rifare per quanto riguarda il concetto di equità. Non posso, però negare che sentire queste parole mi fa sognare quella che sarebbe un’autentica rivoluzione nella società italiana: lo smantellamento del palese cartello assicurativo che ogni anno sfrutta la propria posizione di forza rispetto ai cittadini per aumentare le tariffe e salassare i consumatori. Da queste parole si può intravedere quella rivoluzione liberale di berlusconiana memoria, che nei fatti non si è minimamente attuata, mostrandoci come dieci anni di governo non hanno portato a nulla di vagamente avvicinabile, se non al mantenimento dello status quo in Italia.
Con questa intervista Mario Monti mi ha affascinato, portandomi a pensare che finalmente siamo di fronte allo statista che da troppo tempo mancava al nostro paese. Un uomo di caratura internazionale, europea; che sta cambiando la visione che i cittadini avevano della classe dirigente italiana.
La realtà dei fatti però, è, come sempre, ben diversa e al termine della trasmissione mia madre mi ha riportato drasticamente sulla terra. Lei avrebbe raggiunto i quarant’anni di contributi versati in Aprile ed ora, grazie alla manovra appena varata, le si prospettano altri due anni di duro lavoro, prima di ottenere la tanto agognata e sudata pensione.
Le buone parole del Professore e le sue ottime idee sono diventate così come quel profumo di grigliata che a ferragosto rende chiunque affamato, nonostante il suo stomaco sia già colmo, ma per ora di quella grigliata così succulenta, abbiamo visto solo la carne bruciata.
Cuori, quadri, fiori, picche. E’ così che mio nonno mi insegnava il valore gerarchico dei semi nel gioco del poker. E’ passato del tempo da allora e non gioco più a carte con mio nonno perché a 101 anni ha deciso che ne aveva abbastanza di tutto e di tutti, ma quella breve filastrocca all’improvviso si mescola con i pensieri quotidiani e con i voli pindarici della mia mente inquieta, sempre alla ricerca di spiegazioni per le varie ed eventuali situazioni della vita.
Per un buffo motivo stamane, mentre ripetevo le quattro parole come-quando-fuori-piove, ho pensato a due uomini italiani che il 23 agosto del 1927 venivano barbaramente uccisi nello Stato del Massachusetts sulle sedia elettrica per un reato che non avevano commesso. Solo 50 anni dopo, nel ’77 venne riconosciuto l’errore e, Sacco e Vanzetti furono riabilitati agli onori con le dovute scuse e cerimonie del caso. Ho pensato a loro stamattina e alla verità di quella storia che appartiene a una delle tante vergogne di persecuzione politica, arroganza e brutalità di governi pericolosi e bugiardi. Allora nel Massachusetts era necessario ristabilire un ordine sociale in cui non ci fosse spazio per i semi insidiosi degli anarchici e radicali, soprattutto se lanciati da immigrati. Sacco e Vanzetti diventavano agnelli sacrificali per spaventare chiunque provenisse da paesi ritenuti di seconda o terza categoria e avesse posizioni politiche diverse dal gruppo di potere. Gli italiani si possono sacrificare per una ragione di Stato, anche quando non appartengono al paese che li sacrifica! Questo è il messaggio che resta ai posteri.
Oggi c’è l’Europa che ci guarda e rimprovera perché siamo ancora anarchici e caparbiamente radicali nella nostra anarchia, forse l’unica vera connotazione politico-antropologica che rende gli italiani riconoscibili da tutti nel mondo. Non ci sono sedie elettriche, ma temibili impennate di spread e possibili condanne di dequalificazione per inaffidabilità dei patrimoni finanziari e d’investimento e, agli italiani, si chiedono sacrifici. Da quanto ho appena scritto sembrerebbe che la cura all’anarchia sia il sacrificio, nel 1927 come oggi, ed è sempre per una ragione più grande di quella che ci muove nel quotidiano. Se ne deduce che l’anarchia ha costi elevatissimi nel medio e lungo termine, soprattutto in un gioco dove le regole sono già definite e il bluff non ha possibilità di riuscita. Inoltre, il sacrificio è una scelta individuale di rinuncia per rendere sacro qualcosa a cui diamo enorme valore. Quindi, in teoria, i sacrifici non potrebbero essere imposti dall’alto e a intere comunità. Se accade vuol dire che l’imposizione è frutto di un bluff già consumato.
Rifletto e penso che è arrivato il tempo per noi italiani di liberarsi dei rigurgiti anarchici e abbandonare la logica del sacrificio per promuovere una dialettica che esprima il bisogno di futuro e società civile in un’ Europa che regoli la partecipazione diretta e responsabile dei cittadini. E’ compito di ognuno di noi maturare la consapevolezza che viviamo in una dimensione comunitaria in cui la negazione del diritto all’altro è negazione di un mio diritto e ciò che si costruisce e difende va a beneficio di tutti.
Nel film “Il Corvo” il protagonista, Brandon Lee, torna dall’al di là per vendicarsi di un gruppo di malviventi di quartiere che avevano violentato e ucciso la sua fidanzata. Nella ricerca degli assassini si imbatte anche nelle persone a cui era stato legato in vita e tra queste una bambina che già stanca dei torti subiti in strada dagli adulti pronuncia con rassegnazione la frase: “se solo smettesse di piovere …” Lui volgendole le spalle per non lasciarsi riconoscere, prima di sparire le risponde: “… non può piovere per sempre”!
Ogni anno in Parlamento vengono presentati all’incirca trecentocinquanta progetti di Revisione Costituzionale, uno dei parlamentari più attivi della Storia Repubblicana nel proporre emendamenti o progetti di Riforma fu il Senatore a Vita Francesco Cossiga Presidente Emerito della Repubblica. Sovente questi Progetti di Riforma sono bislacchi nella forma e nei contenuti, faccio un piccolo esempio: alcuni mesi or sono si propose di inserire nell’articolo 1 della Costituzione un comma che proclamava la Centralità del Parlamento, si scatenò una bagarre politica durissima con l’On.le Di Pietro che stentoreo gridò al “colpo di Stato”. Una tempesta stupida quanto grottesca giacché il Parlamento è Centrale nell’Ordinamento Costituzionale vigente.
Facciamo però un passo indietro e chiediamoci che cosa sia una Costituzione. In primo luogo analizziamo il termine dal punto di vista etimologico: Costituzione deriva dal latino “Constituere” ovvero dare consistenza insieme. Vi è qualcosa che è immateriale, oserei dire “spirituale” che dunque è “soffio” e che ha bisogno di ricevere “forma, sostanza, struttura” attraverso un atto collettivo – comune che nasce da una negoziazione profonda e si esplicita in una Legge che da tutti è riconosciuta come la Madre di tutte le Leggi che verranno dopo. La Legge a sua volta, secondo la felice espressione di H. Kohen, giurista tedesco di scuola neo-kantiana dunque liberale, “è l’espressione sintetica della Realtà”. Potremmo così affermare che la Costituzione dona “forma e sostanza” a ciò che collettivamente e comunemente viene inteso e vissuto come Realtà.
Le Costituzioni vivono nel Tempo, non sono e non possono essere strutture metafisiche non possono e non debbono, cioè, contenere Principi Ultra-Storici, in questa chiave esse sono Laiche, nel senso che esprimono la condivisione storica dei Cittadini, di coloro che vivono una Eredità Storica entro una determinazione Spaziale. La Costituzione, inoltre, non può essere disponibile ad una parte, per quanto essa sia maggioritaria o si assuma come tale, ma è sempre Generale. Le sue norme debbono quindi esprimere, sempre, un Compromesso Fondante tra le forze politiche come tra le culture che innervano il Popolo o come è più opportuno in una Società Complessa le Istanze di Cittadinanza.
La Costituzione vigente erede della Costituzione della Repubblica Romana del 1848, non dello Statuto Albertino che cronologicamente l’ha preceduta, e delle migliori tradizioni del Risorgimento ebbe i suoi natali dopo il Ventennio della Dittatura Fascista, le devastazioni di un Guerra d’aggressione persa, le Leggi Razziali volute dal Regime Fascista. In essa si respira in modo intenso, per certi versi drammatico l’anelito etico di una generazione di uomini e donne che seppero resistere alla Dittatura ed all’occupazione nazista. Essa esprime e incarna degli Orizzonti Storici profondamente permeati di Altissime Idealità oltre che un Compromesso Altissimo tra le Culture Politiche e Storiche Cattoliche, Liberali, Socialiste e Comuniste e ovviamente Repubblicane di matrice Mazziniana, la nostra Costituzione non sarebbe quella che è senza l’apporto decisivo del Partito d’Azione.
Oggi quelle forze politiche non esistono più, dissolte in eredi fantasmatici quanto privi di cultura politica. La Società è radicalmente cambiata, è divenuta per effetto delle migrazioni, della rivoluzione culturale del sessantotto e del settantasette, della stagione terribile del terrorismo, delle trasformazioni dei modi del produrre ricchezza e servizi e da ultimo dalla rivoluzione dei mezzi di comunicazione, una Società Complessa che non si presta più ad una sintesi per quanto alta dei Valori e degli Orizzonti.
Occorre, dunque, trovare un’espressione comune del dare consistenza giuridica alla Complessità, basata non più su un Patto Valoriale ma su una sintesi degli Interessi Legittimi, quindi sul Patto Fiscale in rapporto alla Qualità/Quantità dei Servizi messi a disposizione della Cittadinanza. Questo comporta una Rivoluzione Copernicana del Costituzionalismo Italiano delle sue Forme delle sue capacità di divenire strumento di Trasformazione.
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