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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
L'articolo su "la sfida" avvia una nuova collaborazione alla newsletter di Vision. Il “grillo parlante” a differenza di altri visionari si occupa più direttamente della politica di un paese che è, in effetti, un laboratorio al quale chiunque è interessato al futuro della democrazia non può che guardare con interesse.
Della politica italiana ad un marziano, anzi ad essere precisi ad un grillo parlante che si trovasse nella (relativamente) felice condizione di poter avere un piede fuori (per non essere troppo coinvolto da una quotidianità abbastanza irrilevante) ma anche uno dentro al sistema (da poter evitare le ingenuità di alcuni commentatori stranieri), stupirebbe soprattutto l’assenza totale di qualcuno che riesca a concepire (come, per la verità, fece Berlusconi quindici anni fa) un progetto – con tanto di tattica e strategia – per poterne fare il take over. Forse è un bene che ciò non avvenga. O forse è l’unica speranza. E, però, la debolezza di certi poteri è evidente.
Un piede fuori ed uno dentro. Non è un caso che questo è il tratto che distingue Massimo Cacciari. Uno dei pochissimi che nelle scorse settimane ha detto cose elementari eppure dirompenti. Che valgono per chiunque voglia provare non solo a vincere ma, addirittura, a governare, o, per meglio dire, a svegliare un paese che, da quindici anni, più o meno dal momento in cui abbiamo frettolosamente seppellito la prima repubblica, è fermo. Ha detto tre cose importanti Cacciari. Vale, però, la pena sviluppare ulteriormente quelle intuizioni.
“Bisogna, subito, ricominciare a parlare agli elettori (dell’UDC, del PD ma anche a quelli del PDL che non sono andati a votare, nonché quelli di estrema sinistra) che potrebbero essersi stancati della soap opera che la politica italiana è diventata. Bisogna parlare a loro piuttosto che ai leader dei partiti per i quali quegli elettori hanno votato”. Sembra una verità lapalissiana ed invece è una rivoluzione cartesiana per tutti (tranne che per la lega). Basta parlare di alleanze come se i partiti, oggi, fossero ancora in grado di portarsi appresso i propri voti, come se fossero in una qualche cassaforte. Ed invece anche le ultime elezioni dimostrano tra astensioni, flussi che si materializzano a distanza di alcuni mesi sugli stessi territori e voti disgiunti che sempre di più gli elettori sono mobili. Del resto, il dato più importante (e meno discusso) delle elezioni è che per i due partiti di “governo”, messi insieme, si è scomodato meno di un terzo degli elettori.
Parlare con gli elettori, però, è, anche, dice argutamente Cacciari una grande trasformazione organizzativa. Significa spostare l’energia – di ascolto, di parola, di elaborazione – dall’interno all’esterno. Significa, dal punto di vista organizzativo, reinventare sezioni, presenza sul territorio, meccanismi di selezione della classe dirigente. Rivoltare, sostanzialmente, partiti (il PD così come il PDL) appena nati, gracili, come fossero calzini.
Indispensabile, poi, è che, come dice Massimo, chi voglia sul serio preparare un “dopo Berlusconi” che, prima o poi, arriverà, smetta, immediatamente, di parlare di vicende personali, persino di quelle giudiziarie che riguardano il premier. Ma Cacciari dice di più, ed è, del resto, la stessa proposta sentita nella conferenza di Birmingham alla quale chi scrive ha partecipato “ bisogna seriamente pensare ad una legge assolutamente ad personam che sancisca e per sempre una immunità totale per il presidente del consiglio e i suoi eredi” in cambio, eventualmente, da una sua uscita da una guerra politica che può essere logorante persino per una persona dotata di energie fisiche e nervose inesauribili. Un “exit strategy” nella quale il paese concederebbe – in cambio di un po’ di “normalità” - al proprio sovrano un esilio dorato tranquillo (consentendogli, eventualmente, di rimettere mano al Milan) e , soprattutto, tranquillità ai suoi figli (che potrebbero essere messi in difficoltà da un’uscita di scena che, invece, non fosse “concordata”). Una proposta questa che può far trasecolare molti moralisti e che, però, al grillo parlante risulta molto pragmatica.
Cacciari, infine, ed è forse il messaggio più importante indica quella che deve essere il nome e cognome della prima (e, anche, la seconda avrebbe detto Blair) priorità di chiunque voglia sviluppare una proposta politica alta e comprensibile: federalismo fiscale.
Tre intuizioni semplici ma potenti. Della semplicità e immediatezza che ci si aspetta aspetto dal filosofo giunto alla fine di un percorso di conoscenza e di esperienza.
E da qui partono però anche tre qualificazioni che possono essere un contributo ad un dibattito che – dopo Cacciari – si è interrotto di nuovo (per assenza, forse, di interlocutori).
Primo. Federalismo fiscale. La priorità non c’è dubbio. Non per motivi di becera contabilità, ma per il valore che esso ha per il concetto stesso di responsabilità. Non è più, moralmente, sostenibile che in Sardegna, esempio, decidono all’improvviso di raddoppiare il numero di province scaricandone il costo su tutti gli altri cittadini che avrebbero sottoscritto centocinquanta anni fa il social contract che si chiama Italia. La carica morale del federalismo è stata intuito, del resto, dal Presidente della Repubblica che sa che l’unico modo per salvare quel contratto sociale è modificarlo profondamente.
Federalismo fiscale che può però essere anche una potentissima arma politica. Perché – e qui forse Cacciari sottovaluta la portata della questione – esso può essere la leva per aprire una contraddizione non già tra Fini (si è visto che, comunque, ha un peso relativo) e Berlusconi, ma proprio tra Berlusconi e Bossi.
Perché un modello come il presidenzialismo francese - che è la riforma per la quale il presidente del consiglio è disposto a spendere tutto il suo capitale - non è soltanto diverso ma opposto ad un federalismo avanzato che è la missione della Lega e che, per simbolismo e sostanza, dovrebbe essere più simile alla devoluzione conquistata dalla Scozia o dalla Catalogna che al modello tedesco (mentre nella Francia presidenziale le regioni contano molto meno di quanto contano in Italia già adesso). Due modelli opposti, a meno che non crediamo – come vorrebbero farci credere certi politici – che il potere – a differenza di qualsiasi altra cosa della vita – non sia una quantità finita, ma una coperta che si può allungare a piacimento per far contenti tutti.
Federalismo fiscale perché per renderlo praticabile richiede che, subito, i governatori del PDL del Sud riescano nella impresa di realizzare una riforma organizzativa - non meno importante di quella istituzionale - che renda possibile il miracolo di garantire ai cittadini del Sud almeno gli stessi servizi forniti oggi dagli ospedali, scuole, forze dell’ordine, con risorse inferiori del 30%. Per non perdersi gli elettori del sud o per evitare che l’alleanza politica si spacchi: tra sud e nord , tra PDL e lega.
Conviene, quindi, che sia il federalismo fiscale la priorità sulla quale partiti e persone costrette dai fatti a fare per la prima volta opposizione all’inglese (senza potere e in funzione di osservatore critico), costruiscano proposte e valutazioni concrete (quanto costa? quanto, invece, fa risparmiare? con quali meccanismi di governo? quali flessibilità?) e un’azione di verifica sui fatti.
Ed, anzi, al federalismo aggiungerei – come priorità programmatica che da grillo parlante suggerirei a Bersani, Casini, Fini - proprio un cambiamento (organizzativo e istituzionale) della giustizia perché anche da una prospettiva di stato liberale il “contagio positivo” ha bisogno che lo stato garantisca, come minimo, regole chiare la cui violazione è chiaramente punita. Giustizia perché anche qui esiste una questione morale invocare la legalità con questa organizzazione della giustizia è atto di ipocrisia. Che non può venire da nessuno dei due eserciti che da anni si fronteggiano in una guerra di trincea che fa pensare che , in fin dei conti, hanno bisogno l’uno dell’altro. Federalismo e giustizia: due necessità assolute per garantire al progetto di cui si sta per celebrare il centocinquantaseiesimo compleanno una prospettiva economica, morale e di legalità. Strategia ma anche tattica perché si tratterebbe di un’azione da manuale della politica: rubare la bandiera all’avversario, dandogli sostanza.
Federalismo e capacità di essere sul territorio. E però, in questo caso, il punto di Cacciari merita la seconda qualificazione. Un partito moderno deve essere locale ma anche globale.
Per due motivi. Il primo è che i territori, qualsiasi territorio è – volente o nolente, consapevole o meno – immerso in un contesto globale. Ciò vale in maniera ovvia, ad esempio, per il comune che Massimo ha amministrato per dieci anni. Venezia è investita dalla necessità di cooperare, competere con il resto del mondo per attrarre mostre, turisti. Finanziamenti per le dighe. Per ragioni culturali, economiche ma, persino, per la propria sopravvivenza rispetto ad un fenomeno di cambiamento climatico che è la quintessenza della globalizzazione e che, però, è talmente concreto che rischia di sommergere i cittadini della serenissima e la sua storia gloriosa. E il sindaco di Venezia, così come il governatore del Veneto e del Piemonte non può evitare di essere in giocatore globale.
Secondo, perché se questo è un momento nel quale la politica, in quanto tale, persino, nelle sue categorie storiche di destra e sinistra, va ripensata, e, allora, questo ripensamento radicale va fatto – come altre volte nella storia – nell’ambito di una riflessione che non può che essere internazionale.
Locale e globale, laddove è, forse, proprio il livello di Roma che deve contare di meno per un partito che prova a governare il 2010. È la quota del tempo trascorso dai politici nei salotti romani e televisivi che, se ciò che abbiamo detto è vero, deve diminuire. E qui, forse, c’è la terza osservazione sul Cacciari pensiero.
Locale ma dimostrando nei fatti (tempi di attesa negli ospedali, qualità delle scuole, rifiuti, traffico) di poter dare di più dei propri avversari. Anche perché altrimenti si rischia di scambiare buone capacità di relazioni che sono importanti, per capacità di governo (ed è questo che può succedere al sindaco di Portogruaro).
Globale dando però sostanza a questa dimensione che non può più essere fatta di seminari a porte chiuse tra chi è già abbondantemente convertito alle magnifiche sorti e progressive e che non si rende conto di crisi che arrivano, sempre più regolarmente, come maremoti improvvisi.
Anche perché sono sicuro che Massimo condivide che se cambiamento deve essere, esso deve partire dal superamento di una logora categoria di intellettuali che - rinchiusisi da anni nelle riserve di Cortina e di Capalbio - non sono, da tempo, più né locali, né globali. La cifra dell’intellettuale vero, del resto, è proprio quella di fermarsi, ad un certo momento del proprio percorso, e mettere a disposizione la propria esperienza per una nuova stagione di idee e battaglie.
È su questi termini che si costruisce leadership in uno scenario così difficile e nuovo.
Di Admin (del 28/05/2010 @ 15:48:10, in Italia, linkato 643 volte)
Amiche ed Amici di VISION, la nostra prossima newsletter proverà a rispondere alla domanda: "Viviamo in una società migliore di 20-30 anni fa, o si stava meglio quando si stava peggio?”
Molte cose sono cambiate dalla fine degli anni ’80. Nella società dell’informazione che viviamo in questi giorni, non cambiano solamente i modi del produrre, ma anche quelli del comunicare: dal tipo, dal volume e dai modi della comunicazione possiamo individuare il nuovo modello sociale di cui siamo attori, consapevoli e non.
Quanto è diverso essere giovani oggi rispetto agli anni '80? Le loro mutate aspettative (maggiori di quelle che avevano i loro padri) influenzano in modo positivo o negativo il passaggio all’età adulta? L’iper-tecnologia ha un impatto negativo sulla percezione del mondo e sulla socialità? Più in generale, pensiamo di vivere in una società migliore? Maggiore segmentazione o minori possibilità?
E poi la televisione: quanto influiscono la nuova programmazione e le nuove tecniche di trasmissione sull’immaginario collettivo? Ancora, i film: nostalgia per quel modo di intendere il cinema, o già immersi nella 3D emotion? Era meglio la top ten dei 45 giri (in onda allora su RadioDue) o la 50songs di Radio Deejay? Che emozioni provate se ripensate al Commodor64, al SuperTele, alle Bmx, alla Polaroid, al Subbuteo, ai pastelli Giotto?
E l'Italia? Fu vera gloria la fine della prima repubblica? E stato davvero cosi risolutiva l'introduzione di sistemi elettorali che hanno portato ad un quadro politico che è certamente più stabile? Quale il confronto possibile (per chi c'era) tra l'Italia (di Pertini e Bearzot) che vinse il mondiale dell'ottantadue e quella (di Napolitano e Lippi) che vinse quello del duemilaesei?
Queste sono alcune domande a cui potete rispondere, per aiutarci ad affrontare il gap generazionale creatosi negli ultimi 20-30 anni. Politica, società, tecnologie: tutto può essere rilevante per capire le differenze e le somiglianze tra gli anni ’80 ed il primo decennio del nuovo millennio. Aspettiamo un tuo contributo (max 1 pagina) entro il 15 giugno.
Il concetto di contemporaneità è sempre stato di difficile lettura ed interpretazione. Uno dei principali motivi è proprio la duttilità del termine, che per dotarsi di senso, ha necessariamente bisogno del passato (o dell’antico, se si vuole essere più precisi) come termine di paragone. La lettura del presente passa inevitabilmente attraverso il confronto con il passato; proprio questa inafferrabile epistemologia è forse l’aspetto più interessante del contemporaneo.
Lo studio dei sociologi ha il pregio di lavorare in questo senso: produrre delle istantanee il più fedeli possibili di quanto ci circonda, nella speranza che nel momento in cui queste vengano “sviluppate” (per rimanere in termini fotografici) e dunque usufruite, siano ancora in grado di raccontare qualcosa circa “il dove siamo, dove stiamo andando”, senza presunzioni di chiaroveggenza.
Dunque per capire se la società di oggi è migliore o peggiore di quella di 20-30 anni fa, c’è intanto bisogno di farsi un’idea di quale società stiamo vivendo oggi. Le etichette affibbiate sono state molte, le più ricorrenti quelle di “società dei consumi”, “società post-moderna”, “società liquida” (Zygmunt Bauman). Tre concetti (consumo, post-moderntà e liquidità) che il sociologo e filosofo polacco reputa strettamente intrecciati fra loro.
Si parla di post-modernità intesa come discontinuità con il passato, ma anche come fase di transizione. Ciò che ha veramente sconvolto gli ultimi 20-30 anni è stato l’avvento della globalizzazione: fenomeno sociale, politico ed economico che ha rivoluzionato in maniera vistosa e silenziosa (per i più inconsapevoli) gli stili di vita. Questo forte e continuo dilatarsi del mondo delle merci ha dato luogo al fenomeno del consumismo che anche se ampiamente trattato (e criticato) come concetto già da Marx e Veblen, oggi assume un autonomo statuto epistemologico.
Liquidità, invece, è intesa come incertezza, che deriva proprio dalla trasformazione dei protagonisti della società da produttori a consumatori.
Credo che proprio questi due termini, liquidità ed incertezza, siano i più rappresentativi della fase storica che stiamo attraversando. Cercherò di spiegarmi.
Liquidità intesa come velocità. Velocità non solo come connotato principale dei ritmi di una società sempre più concentrata in popolosi agglomerati urbani, ma anche relativa alla ricerca scientifica e tecnologica che finiscono per invadere ed influenzare i nostri stili di vita lasciando questo costante senso di insoddisfazione ed attesa per il “nuovo” che invecchia non appena conquistato. Sembra che qualità e quantità non riescano ad invertire la polarità inversa che ad oggi ancora li unisce, inducendo alla considerazione che forse bisognerebbe tornare a privilegiare la prima alla seconda.
L’incertezza è inevitabilmente legata al concetto di velocità che troppo spesso somiglia ad un treno privo di conducente, e noi passeggeri incautamente troppo tranquillizzati dal fatto di trovarci su dei binari di cui però troppo spesso sembriamo ignorare la direzione che stanno seguendo.
Concludo parlando dell’Italia. Nel nostro Paese, i giovani neo-laureati o chiunque è in cerca di una prima occupazione è drammaticamente investito da questa sensazione di incertezza. Il tasso di disoccupazione crescente, e la previdenza sociale inesistente riducono la famiglia ad essere l’unica forma di ammortizzazione sociale. L’Italia è protagonista di un’infelice controtendenza: da tempo si sostiene che la crescita demografica del mondo andrebbe in qualche modo contenuta. Il rischio è di ritrovarsi in troppi in uno spazio ristretto. Tuttavia sono proprio le nuove generazioni che stanno guidando la direzione della contemporaneità per passare il testimone a quelle che verranno, nella speranza che quest’ultime si rivelino in grado di custodire (e migliorare) quanto erediteranno.
Noi invece come paese stiamo inesorabilmente invecchiando, e l’impressione è che già oggi a causa di ciò, stentiamo a leggere ed a gestire la contemporaneità.
Come si evolverà questo rapporto già difficile nei prossimi 20-30 anni?
A dispetto della nostalgia che provo per quelli che sono stati gli anni della mia infanzia, intendo perorare, senza esitazione, la causa dei malinconici e sfortunati anni 2000.
A determinare “da che parte sto” non è solo la fascinazione storiografica per un periodo in cui la virulenza e la portata del mutamento ci lascia spiazzati e ancora in cerca di nuove categorie interpretative e nuove pratiche adattive, ma anche e soprattutto l'affacciarsi di una possibilità di redenzione – è la parola giusta – per l'umanità.
Del resto si tratta di un'occasione di redenzione (e spiegherò tra poco che cosa intendo con questa parola) che è offerta – e il cui compimento è anche reso drammaticamente necessario – proprio dai cataclismi che su più fronti stanno interessando la nostra civiltà e per certi versi la nostra stessa specie.
Degli anni '80 si sentono spesso ricostruzioni semplicistiche che riducono quel decennio a un tripudio naif della filosofia delle “magnifiche sorti e progressive” mentre chiunque abbia letto “Il secolo breve” di Eric Hobsbawm sa che proprio negli anni '80 maturano quelle mutazioni genetiche della nostra società che oggi vediamo pienamente dispiegate, ed è la profonda discontinuità da esse rappresentata che fa chiudere ad Hobsbawm il '900 storiografico proprio all'inizio degli anni '90. A proposito dell'eredità degli anni '80 nella nostra epoca basti pensare a un fatto che affolla le pagine dei giornali in questi giorni: è del 2010 la vertenza sindacale di Pomigliano ma è, non a caso, del 1980 la “marcia dei 40.000” che segna il primo emblematico episodio di perdita di influenza del sindacato in Italia.
Eppure è vero che sul piano della consapevolezza delle persone di allora e del ricordo di chi quegli anni ha vissuto – a conferma del fatto che la coscienza collettiva tende a registrare con ritardo i mutamenti strutturali che attraversano, carsicamente, la società - gli anni '80 assomigliano molto di più al cliché che li vuole anni prosperi, ottimistici e spensierati, dominati da una fiducia adamantina nelle opportunità di ascesa sociale per l'individuo e di sviluppo per il Paese.
Ebbene, all'ubriacatura materialistica degli anni '80, all'adozione acritica dell'individualismo e del consumo che ha caratterizzato quel periodo di apparente espansione, professo la mia predilezione per l'inquietudine e l'attitudine al dubbio e alla ricerca di nuove soluzioni (attitudine che proprio l'inquietudine alimenta) che caratterizza gli anni 2000. Se è vero che quella a cui appartengo è la prima generazione dal secondo dopoguerra – almeno per quanto riguarda il mondo cosiddetto occidentale – che è costretta a convivere con la scomoda consapevolezza delle aspettative decrescenti, è vero anche però che siamo i testimoni privilegiati e si spera attori di un momento storico preziosissimo in cui l'umanità ha l'occasione di reinventarsi, di riscrivere i codici del proprio orizzonte morale e politico, di rimettere in piedi – perché no – dopo il loro famigerato crollo alla fine del “secolo breve” delle nuove grandi narrazioni cui fare riferimento per ridare senso al proprio vivere sociale. I mutamenti che erano carsici negli anni '80 – primo fra tutti lo scricchiolamento dello stato sociale frutto della ricostruzione post '45 e l'affermazione del neoliberismo - sono venuti alla luce, mentre altri se ne sono aggiunti o hanno subito una drammatica accelerazione: dalla competizione globale dei lavoratori (di cui il già evocato caso Pomigliano è diretta conseguenza), alla definitiva affermazione della tecnologia come unico vero totem attorno a cui le pratiche e le strutture sociali si organizzano, alla delineazione del tema ambientale ed energetico come la sfida ultima e definitiva da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza come specie (e già ai tempi della mia scuola elementare - negli anni '80 appunto – l'effetto serra era un concetto di cui disponevamo ma che ahimé abbiamo ignorato fino a questo punto).
Senza per forza chiamare in causa Latouche e gli altri teorici della “decrescita”, ma ricordando – è un tema caro a Vision – la possibilità di misurare il benessere di una società facendo riferimento a variabili più sofisticate e più “calde” che la mera capacità di mettere in circolazione e scambiare beni e servizi, non posso che tirare la paradossale conclusione che è proprio in questa epoca inquieta e disorientata che sono custodite le possibilità di redenzione di un'umanità che, proprio perché giunta al limite estremo, dovrà rimettersi alla ricerca. Se dunque la fase carsica del mutamento è finita e – così mi sembra – sta volgendo al termine anche la fase di stupore annichilito che caratterizza la presa di coscienza del venir meno dei punti di riferimento, non può che iniziare una fase construens di creazione di nuovi strumenti interpretativi, di nuove regole, di nuove pratiche. Per quanto sia possibile riscontrare incoraggianti segnali di fermento e di innovazione sociale dal basso (dagli orti metropolitani all'economia non monetaria all'affermazione di filosofie “slow”, solo per citarne alcuni), essi sono condannati a essere palliativi privi di qualsiasi impatto se la politica – la cui impotenza rispetto alle istanze dell'economia è ben rappresentata in questi giorni dal dramma causato da British Petroleum – non sarà capace di riappropriarsi del proprio ruolo e di reclamare la prerogativa di fornire a quest'epoca disorientata gli strumenti di una governance che dovrà essere, inevitabilmente, globale.
"La società dovunque cospira contro la maturazione di ciascuno dei suoi membri. La società è come una compagnia i cui soci hanno concordato che al fine di meglio assicurare il pane a ciascun azionista, colui che lo mangia rinuncia però a libertà e cultura. La virtù più ricercata è il conformismo. La fiducia in se stessi ne è la piena antitesi. Il conformismo non ama le realtà vere, né gli spiriti creativi, ma solo nomi e consuetudini." Quale citazione migliore di quella del filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson potrebbe essere usata per descrivere la società odierna? Una società che impone a tutti un determinato stile di vita, entro determinati parametri, con determinate regole velate sotto una lieve forma di libertà. In realtà siamo schiavi del costo della vita.
Rispetto ad un paio di decenni fa, la società ha cambiato abitudini e ha guardato verso nuovi orizzonti, non sempre migliori. In seguito al cambio generazionale, la nuova gioventù, nata e cresciuta con le ultime tecnologie, presenta un approccio differente,meno genuino dei nati un paio di decenni fa. Basta ricordare i semplici giochi per strada tra ragazzi, sostituiti da playstation, pc e vari videogames, forse più divertenti, ma contribuenti di un forte calo nei rapporti fra i giovani,che molto spesso preferiscono la compagnia di uno schermo,piuttosto che quella di un coetaneo. Per un giovane adolescente di oggi è impossibile pensare che 30 anni fa, i loro coetanei si divertivano con un nonnulla, dal pallone alla bambola,a seconda del sesso, oppure anche un semplice pezzo di gesso per disegnare una campana, o una semplice corda da saltare. Non c'era internet, non c'era google, non c'erano telefoni cellulari o reality show. Le ricerche si facevano in biblioteca e per sapere le notizie bisognava aspettare il telegiornale.
Eravamo dunque più genuini, più innocenti nonostante l'informazione un po’ pilotata (come,del resto,accade anche oggi a chi è troppo pigro per cercare di informarsi). Fenomeno che però esiste tutt'ora, e la disinformazione è in aumento fra i giovani. Come anche,purtroppo,il tasso di alfabetizzazione. I nostri giovani perdono troppo tempo con le tecnologie e meno tempo con i libri. Si può affermare,dunque, che effettivamente, c'erano dei vantaggi nel vivere in modo più semplice. Non è però solo una prerogativa dei giovani.
Rispetto a 30 anni fa, sempre più adulti passano meno tempo con i figli, perché impegnati alla folle corsa al denaro, impegnati a spendere e ad investire denaro che non possiedono. Mutui, prestiti vari per l'acquisto di cose che in realtà non servono. L'acquisto della seconda macchina, nonostante ne sia stata dimostrata l'inefficienza anche della prima. Non è molto sensato, come afferma anche il geologo Mario Tozzi, spostare 1500 kg di ferraglia per muovere 80 kg di carne, considerando poi che solo il 13% si trasforma in trazione,il resto si disperde in calore e rumore. Calore e rumore che influiscono sulla già disastrosa situazione ambientale nella quale ci troviamo.
Rispetto a 20, 30 anni fa, i principi sui quale ogni individuo si basa, dalla nascita all'età adulta e qualcuno,addirittura fino in età avanzata (qualsiasi allusione a cose o persone è puramente casuale), sono il connubio fama-potere-ricchezza. Si sono persi di vista gli ideali, nella maggior parte dei casi. Da questo punto di vista, risulta che c'erano ancora tracce del desiderio di migliorare il mondo, di vedere il tutto in una prospettiva meno egoista e di profitto di oggi. Le aspettative erano maggiori, si era più motivati e maggiormente disposti a fare gavetta ed a procedere gradualmente nell'occupare determinate posizioni, mentre ora c'è solo il desiderio di arricchirsi,ad ogni modo,e con ogni mezzo. Oggi, la società è stata travolta dalla cultura metropolitana, si è andato progressivamente verso la corsa alla griffe, all'apparire, all'individualismo con il fare di gruppo, una progressiva ricerca dello status symbol. Anche chi non può pagare non rinuncia alla griffe, e magari salda il conto a rate pur di apparire con un abito firmato, tutte cose positive solo per l'economia.
A partire dagli anni '80, si è andato sempre verso il consumismo sfrenato, di genitori che a seguire avrebbero insegnato ai figli come guadagnare il più possibile e poi spendere il tutto in cose inutili. Il passaggio progressivo alla cashless society ha creato dei veri e propri mostri del consumismo. Chi ha vissuto in quei anni, ha potuto godere di quel benessere iniziale del capitalismo e inizio globalizzazione, anni che dovevano essere un trampolino di lancio,ma che invece, a detta di molti,sono stati uno scivolo. E la discesa è ancora in atto.
Le cose positive della società odierna non mancano del tutto. Abbiamo un maggiore accesso alle informazioni, una velocità nella comunicazione e nello scambio, e le ricerche e tecnologie hanno contribuito in molti campi, di cui il più importante la medicina. C'è rimasto ancora un po’ dello spirito sportivo (senza però prendere in considerazione il fattore denaro, che circonda il mondo del calcio, che è a dir poco scandaloso). L'unica rimasta la stessa di sempre, sembra essere la politica, che ha lasciato dietro di sé grandi personaggi come Pertini, rivoluzioni e lotte per la libertà,ed un alternarsi di forze politiche non proprio di prima scelta. Il che oggi ha portato un disinteresse di massa verso la politica ed il governo,che però fa sì che quest'ultimo porti il paese ad un sistema scorretto e un po’ antidemocratico. Ma questo è un discorso molto più ampio…
In conclusione, si potrebbe affermare che si stava meglio un paio di decenni fa, ma resta il fatto che quei decenni hanno influenzato gli anni a venire...dunque non si può affermare nemmeno che ora si sta peggio,ma solo si vive in modo diverso. Per vedere l'impatto che quegli anni, o questi anni, avranno sul mondo bisognerà aspettare e vedere in un futuro nemmeno troppo lontano. L'effetto non tarda ad arrivare e fa paura. E si ha ragione ad averne.
The socio-economic changes that the world has gone through in the past decades have impacted tremendously on Italy. The rise of a new international order where new actors, such as China and India, shape global equilibria, coupled with the pervasive development of information technology (ICT), have clearly exposed the weaknesses of the system. Italy is still specialised in traditional sectors (textile, apparel, footwear, etc.), and its productive structure is constituted largely by small and medium enterprises (SMEs). Whilst in the ‘60s this structure thrived, ands it the ‘70s it benefited enormously from the devaluation policies of the Lira, the situation has changed since the ‘80s. On the one hand, the competition of low-wage countries and the loss of national monetary policy following the commitment to the Euro, have weakened Italy’s advantage on traditional industries. On the other, the competition with developed economies has been undermined by the country’s inability to innovate: not only SMEs struggle to gather financial resources for R&D investment, but, as they rely mostly on low-skilled employment, they are also slow in adopting new technology and adjusting to it.
Caught in between a traditional system and the demands of a globalised world, Italy has, on average, lagged behind Europe and the OECD in the past decades. Unsurprisingly, the costs of such structural problems have not been equally spread and inequality has increased: compared to the 80s, income is now more concentrated in rich regions and fewer people share a bigger piece of the cake. In other words, economic vulnerability has lead to social unsteadiness.
Whilst the global crisis of the past two years has made these economic and social issues more pressing, their historical roots must be fully acknowledged. Such problems are in fact the (predictable) consequence of short-sighted economic and industrial policies (including the afore-mentioned devaluation), which have hindered the full modernisation of the country. If a lesson has to be learnt, it is that long-sighted measures, and in particular investment in knowledge, are the way forward. On the one hand, Italy requires developing knowledge-intensive industries as well as encouraging SMEs in traditional sectors to invest in R&D. On the other, it needs to strengthen research and universities, in order to feed high-skills into the system and ensure its ability to create and absorb innovation.
Such strategic changes are, needless to say, complex to achieve: they do not only involve political, economic and social negotiation, but also (and mostly) a concrete and ambitious vision. Although in times of global instability, this may seem discouraging or unrealistically hopeful, it is indispensable: the risk of being caught up in short-term constraints and missing out on future opportunities is clearly not worth taking.
Trent’anni, per uno nato nel 1974, sono una vita, tutta la vita. Eppure, a ben guardare, trent’anni sono solo una frazione della centocinquantenaria nazione italiana. Questa, per chi ha letto i libri di storia, è stata fatta e disfatta da contrapposizioni feroci: repubblicani e monarchici, papalini e anticlericali, socialisti e liberali, fascisti e comunisti, padroni e lavoratori, tartassati ed evasori. Io, nel corso della mia esistenza, ne ho osservata una che forse, sui libri di storia, non ci finirà mai, ma che, a mio personalissimo avviso, incarna due anime diffuse nel Belpaese e ne raffigura, in maniera tanto apparentemente innocua quanto sottilmente tragica, il declino. È la contrapposizione tra chi aveva la Fiat Panda e chi, invece, andava in giro con la Y10.
Certo, quand’ero ragazzino, di macchine ne circolavano tante altre. C’erano le mitiche cinquecento, che si possono ancora vedere sulle nostre strade, così come le altrettanto mitiche seicento, settecento, ottocento e “otto e cinquanta”, oramai svanite o visibili quali scheletri carbonizzati lungo certe strade di campagna, battute perlopiù dai pochi contadini del posto, qualche coppia sprovvista di alcova, e da un manipolo di maniaci sessuali al seguito. Già solo il fatto che fossero in sequenza numerica, chissà perché, mi dava un senso di ordine, nonché di bonaria ordinarietà. Erano semplici cifre, infatti, non le altisonanti lettere dell’alfabeto greco usate per le Lancia, chiaro segno di prestigio ed eccezionalità. Tra le auto più in voga intorno alla metà degli anni ‘80, comunque, spiccavano la Fiat Panda e l’Y10.
La prima era la macchina quadrata e squadrata che andava bene per tutto e tutti, o quasi. Era una specie di piccolo carro armato in lamiera, poco costoso, in cui ci si riusciva a mettere ogni sorta di carico. L’aggiunta del portapacchi, poi, la rendeva utilizzabile anche dalle famiglie con prole. La gente normale sembrava avere trovato il mezzo di trasporto ideale. Il suo nome, poi, richiamava alla mente il WWF. Chissà, forse chi la usava pensava così di inquinare di meno. Di sicuro, nessuno armato di Panda e di faccende da sbrigare perdeva tempo a parlare di macchine. Si sussurrava in giro che venissero tutte dalla Polonia, ovvero dagli antipodi di Maranello. Erano macchine comuniste, insomma, per quanto facessero arricchire la famiglia Agnelli.
La Y10, invece, era un monumento in miniatura all’ego del proprietario, solitamente un qualche giovincello alla moda di buona famiglia. La campagna pubblicitaria che l’aveva lanciata la faceva apparire come una sorta di swatch su quattro ruote. Le reti Fininvest, in costante ascesa in quegli anni, la propinavano a dosi equine. Come uno swatch, a me la Y10 sembrava un coso di plastica colorata che costava molto di più di quanto valesse. Uno status symbol, insomma. All’epoca non avevo ancora letto Thorstein Veblen e non capivo che per far vedere agli altri quanto sei ricco, o perlomeno farglielo credere, devi buttare i soldi dalla finestra. Nella mia innocenza d’allora, pensavo si trattasse di un caso di belinismo (espressione tecnica genovese che denota superficialità e assenza cospicua d’acume intellettuale).
Tanto tempo è passato da quegli anni. Completati gli studi di filosofia nel 1998, ho iniziato a girare il mondo e sono approdato in Islanda, a due passi dal Circolo Polare Artico, dove vivo e lavoro dal 2003. Continuo a seguire le vicende italiane e ritorno regolarmente in Italia. Le vecchie Panda si possono ancora incontrare sporadicamente qua e là. Le Y10, avendo perso la loro funzione simbolica, sono svanite, rimpiazzate da ondate di altri cosi di plastica colorata. Eppure, le Y10 hanno vinto a man bassa e le Panda hanno perso miseramente. Le famiglie e le facce da Panda sono svanite. Chi pensava di avere una macchina comunista, poi, è scappato, se non è morto e sepolto. La gente normale è scomparsa. Al loro posto, si osservano solo italiani impomatati, impeccabilmente griffati, abbronzati d’inverno e d’estate, spesso segretamente indebitati. E tutti, anche quelli che caricano il loro coso di plastica colorata di damigiane di vino o di pargoli, sembrano usciti da una pubblicità della Fininvest.
Il degrado morale e culturale palese di questi tempi scaturisce da una grave crisi di identità. Una crisi resa senza dubbio ancora più paradossale dal fatto che abbiamo a disposizione torrenti di informazioni e conoscenze dettagliate su tutti i campi dello scibile umano, ma non siamo in grado di (ri)conoscere noi stessi. Una crisi che nasce da fratture profonde , create dall'attività umana, nella delicata simbiosi tra identità culturale e ambiente.
Esiste, ed è profonda, una dialettica tra cultura e ambiente: alla metà del secolo scorso, il geografo Ratzel teorizzava una corrente di interpretazione dell'interazione tra uomo e ambiente che prese il nome di determinismo culturale, secondo cui l'ambiente fisico plasma non solo le azioni pratiche dell'uomo, e quindi il suo progresso tecnologico, ma anche il suo pensiero, da cui conseguono strutture sociali, culturali. Questa teoria venne integrata successivamente dalla corrente possibilista di De la Blache, che riconosceva nel rapporto uomo-ambiente un processo non più unidirezionale, ma reciproco di influenza e continuo modellamento. Si osservò che l'impatto di un sistema umano sul suo territorio è inversamente proporzionale al livello di sviluppo del primo.
Il benessere e la vitalità di una cultura, dunque, dipendono strettamente dal rapporto con il proprio territorio; la stessa identità di una cultura affonda le sue radici proprio in quest'ultimo. Oggi il paesaggio è in buona parte completamente distrutto: la brutalità del cemento ha soffocato ogni elemento naturale. E' possibile riconoscere un circuito negativo, tendente ad autoalimentarsi, in cui un'originaria scarsa attenzione negli interventi di modifica dell'ambiente naturale ha generato “aree paesaggistiche di disturbo” dominate da elementi di puro squallore, le quali hanno progressivamente corroso non soltanto il senso estetico innato dello spirito umano, ma ne hanno fortemente limitato, in sostanza, lo stesso spazio vitale. Spazio vitale oppresso da agglomerati urbani in costante aumento di popolazione, pur avendo essi raggiunto limiti fisici di estensione, immondi blocchi di cemento dalle psicopatogene tonalità grigio-ruggine, biodiversità perduta.
L'uomo, profondamente sconvolto nella sua dimensione sociale, privato dei suoi spazi di contatto e di scambio e conseguentemente della sua identità, ripiega in sé stesso. Gusto estetico e buon senso scompaiono divorati da un frenetico istinto di autoconservazione: consapevole di un pericolo – ma senza essere in grado di definirlo - l'individuo cerca la salvezza per sé e per il suo clan genetico (scil. la famiglia), perdendo la sua natura di animale sociale, ormai incapace di curarsi delle conseguenze che le proprie azioni hanno sui propri simili. La perdita di identità individuale si traduce in perdita di responsabilità verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi: le azioni diventano meccaniche, incoscienti, egocentriche.
Sembra realistico individuare in quanto detto finora la causa di una serie di fenomeni che costituiscono buona parte delle storture della società di questo momento storico: a) l'illegalità diffusa, ovvero il comportamento mafioso (che è peggio di “essere nato mafioso”, perchè si possiedono gli strumenti critici ma si mettono al servizio del proprio egoismo e contro la società: vedi Anemone&Soci, On. Scajola etc.) b) la nascita di movimenti politici – e culturali – che fanno dell'assenza di identità il proprio fattore aggregante – si tratta di un paradosso, ma è geniale l'intuizione di fare politica con l'unico scopo di demolire e sovvertire la morale comune (Partito dell'Amore?) c) la nascita, in politica, di movimenti che fanno perno sulla difesa di un'identità che, essendo poco chiara oppure non esistendo affatto, viene costruita artificialmente con risultati caricaturali, peraltro molto pericolosi (chi canta il Va' Pensiero al posto di Mameli) d) la scarsissima coesione sociale, che porta tra le altre cose all'evasione fiscale sistematica.
Forse un giorno l'uomo ricomincerà a sentire come vitale il rapporto con l'ambiente che lo circonda, e riacquisterà consapevolezza di sé e della propria natura sociale. Soltanto allora, forse, vivremo in un mondo migliore.
Libertà di stampa: siamo diversi da trent'anni fa?
L'atmosfera almeno in Italia fa pensare che ci si stia appropinquando all'oscurantismo. Questione recentissima del d.d.l. intercettazioni l'Italia stia scivolando lungo una china che la porta lontano dalle democrazie. Statistiche alla mano: i noti rapporti di Freedom House ci dicono che il Paese mediaticamente parlando è parzialmente libero, lo sappiamo. Lo confermano i rapporti degli ultimi anni: in breve, si dice, da noi si approvano leggi che limitano la libertà d'informazione (legge Gasparri 2004, o recente d.d.l.) ed in più esiste un controllo sui mezzi di informazione da parte del Potere (the prime minister, recita il report di Freedom House is the main shareholder of Mediaset; the country’s largest magazine publisher, Mondadori; and its largest advertising company, Publitalia. E suo fratello, conclude con aplomb, possiede un' altra testata di prim'ordine, Il Giornale.
C'è chi già vede i fantasmi del ventennio, libertà di opinione parlando: stiamo dunque regredendo, da seconda Repubblica che siamo?
Vediamo dunque quale fosse la situazione trent'anni fa. Come era negli anni 80 la libertà d'informazione? Mi dispiace non avere, a termine di paragone, i preziosi rapporti di Freedom House, che coprono soltanto il decennio passato. Ma cerchiamo qualche parametro. L'immagine della vita politica degli ottanta, imperante la prima repubblica, è quello che a posteriori ne diede Mani Pulite: un clima di intrallazzi, poca trasparenza, corruzione e oscurità, un medioevo visto dai rinascimentali. Trasparenza informativa? Questi sono gli anni in cui 4 giornalisti muoiono ammazzati, per mafia o terrorismo: Giuseppe Fava, Mauro Ristagno, Giancarlo Siani, Walter Tobagi. Sono anche gli anni in cui Fininvest non si è ancora lanciata nell'informazione e l'unico telegiornale esistente è quello di Stato, quello ufficiale. E il potere di Stato, in prima repubblica è quello della DC, i cui capi cadranno tutti sotto la scure del Pool.
In cosa siamo diversi dagli anni 80? Siamo, nonostante tutto, più liberi. Premesso che un esercizio difficile è quello di definire l'epoca in cui si vive, il punto di vista dell'insider implicando diverse difficoltà di visuale, la prima differenza che salta agli occhi (miei) del vivere nel 2010 piuttosto che 30 anni prima, è quella dell'essere calati giusti giusti in quella che si chiama l'information society. Siamo un'information society, e non lo eravamo negli anni 80. Profluvio di blog, informazioni libere, forum di discussione: le informazioni circolano con una rapidità mai vista, lo scambio di opinioni su quell'informazione è immediato (Twitter). Internet ci ha dato la possibilità di informarci senza seguire i canali mainstream, attraverso i blogs, che possono raggiungere migliaia di lettori (vedi beppegrillo.it), attraverso i tam tam di facebook e altri networks (solo oggi su FB esiste un centinaio di gruppi sulla legge bavaglio con una media di 100 iscritti ciascuno). Il blogger non ha bisogno di mezzi, per scrivere e pubblicare: e questa libertà dal capitale è il primo vincolo che l'Information society non ha più.
Ovviamente poi sorgono problemi di paternità, di affidabilità delle informazioni pubblicate, di superficialità - molti blogs che trattavano del d.d.l. intercettazioni diffondevano sì il contenuto, ma a prezzo di errori, esagerazioni e pressappochismi da piazza. E ovviamente non basta sapere per poter cambiare. Però il network c'è, è lì e si rimpalla informazioni a ritmo continuo, cosa che negli anni 80 non succedeva. I dibattiti che infervorano sulla legge sulle intercettazioni sono, in sostanza e a loro modo, un punto positivo: il fatto stesso che esistano è chiaramente un sintomo di libertà.
In sostanza credo che siamo, rispetto agli anni 80 e nonostante tutto, una nazione più libera di quanto crediamo, e anche di quanto siamo mai stati. Mi piace pensare a Ronald Inglehart (Modernization, Cultural Change and Democracy: The Human Development Sequence) quando dice che, da paesi occidentali, non potremo che vedere progressivamente aumentare la nostra libertà di espressione. Rispetto agli anni 80, è già stato fatto molto. Ovviamente c'è molto da fare, per portarci al livello del resto d'Europa, ma questo è un altro discorso.
Il passaggio dall’industrialismo (la società delle macchine) all’informazionalismo (la società del web) in atto da trent’anni e non ancora compiuto, ha minato il cardine del “posto di lavoro”, mentre non è ancora chiaro con che cosa esso possa essere sostituito. La sempre più accelerata sostituzione di prodotti e processi imposta dall’innovazione tecnologica apre sempre più il divario conoscitivo tra ciò che si usa e la comprensione, sia pure vaga, del come funziona. Al tempo stesso sta creando masse di specialisti ipersettorializzati; in poche parole, erano meno quelli che se la cavavano con i motori automobilistici o gli impianti elettrici domestici di quelli che sanno far funzionare cellulari o PC.
La colossale scolarizzazione di massa, che in Italia ha preso piede con qualche ritardo (fine anni ’60), è la base che rende possibile la fruizione di sempre più nuovi, sofisticati e spesso inutili prodotti. In Italia, impressionanti i dati sull’analfabetismo di ritorno, con stime che arrivano al 30%: caduta verticale della scuola media (superiore e obbligo) e dei principi di autorevolezza in famiglia, sono le cause principali, che costituiscono a loro volta problemi nuovi rispetto agli anni ’80. Questi fattori hanno un peso rilevante nella costruzione d’identità dei giovani, che devono anche far fronte ad aspettative che sono (in generale) peggiori di quelli dei genitori e percepite come tali. Si tratta della prima generazione, dal dopo guerra, che ha un futuro più incerto di quello delle generazioni precedenti; è opinione tanto diffusa quanto realistica.
Il contesto nel quale si sviluppano i diversi fenomeni citati ha per l’Italia due caratteri, che affondano le radici nella nostra storia, individuati da Piero Gobetti negli anni ’20: la Controriforma, che ha prodotto nei secoli la frantumazione della morale e il venir meno del principio di responsabilità individuale; l’assenza di una rivoluzione borghese, e di una “ruling class” che desse sostanza al nostro difficile processo unitario. Tra gli esiti preoccupanti, una tendenza al populismo, a delegare al “conducador” – nel XX° secolo è stato dramma in Russia come in Italia o in Germania e la sua ombra si è estesa anche su consolidate democrazie – ma che si è rivelata particolarmente forte e attuale nel nostro. I sistemi elettorali in una democrazia non sono mai i protagonisti di un cambiamento, caso mai ne sono effetto. Mi sembra che questa affermazione abbia una formidabile riprova proprio nella storia del Paese degli ultimi vent’anni.
Oggi, inoltre, in tutto il mondo hanno spazio modelli tipici della predominanza video – grande fratello, isola dei famosi,veline, ecc – e non casualmente i grandi format TV sono identici dall’Inghilterra alla Spagna passando per l’India (“Il milionario”). Questo fenomeno però può indurre in Italia particolari preoccupazioni, visti i gap competitivi con gli altri paesi che si possono evincere dall’analisi condotta fin qui.
Gli aspetti “globali” legittimano il “pensiero un unico”, che dieci anni fa sembrava un’espressione estremistica: non un cittadino, ma un “ricettore” pressato da richiami pubblicitari, aspirante a modelli di potere “virtuali”, consumatore incallito e chiuso con i suoi gadget elettronici a casa sua, ultimo baluardo contro le mille insicurezze di una società violenta o come minimo ostile. Fuori casa: guerre a macchia di leopardo, la minaccia del terrorismo, una finanza spietata potente e irresponsabile, la crisi economica.
C’è un’ipotesi alternativa: una società impostata a stili di vita più sobri, intenta alla solidarietà e all’accoglienza, organizzata perché intelligenza, innovazione e organizzazione configurino attività dell’uomo che possano inserirsi in modo non distruttivo nei grandi cicli della natura, in una parola: un modello di società sostenibile. La diffusione di questo modello, ancora minoritario in Italia e nel mondo, è però il vero fatto nuovo rispetto agli anni ’80; e sta subendo una formidabile accelerazione negli ultimissimi anni sotto l’incalzare del binomio energia(combustibili fossili)/ cambiamenti climatici. Gli obiettivi assunti dalla UE al 2020: riduzione del 20% della CO2, riduzione del 20% dei consumi d’energia riducendo gli sprechi, 20% dei consumi energetici soddisfatti dalle fonti rinnovabili, sono diventati a Copenhagen (dicembre 2009) il punto di riferimento per tutti governi del mondo. E’ il percorso partito da Kyoto (1997), è la risposta a una minaccia, quella degli sconvolgimenti climatici, che lo stesso Manuel Barroso ha configurato come la possibile catastrofe del xxi° secolo. Da una possibile catastrofe a un’occasione da non perdere.
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