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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Lo sviluppo economico e sociale conseguenza della modernità che ha come faro il “mito” del Progresso ha strizzato l’occhio alle dinamiche finanziarie, abbandonando quelle reali ed il pensiero di pochi e potenti ha influito sul processo evolutivo del globo facendoci credere che non ci sono alternative e che viviamo nel migliore dei mondi possibili.
E’ divenuto naturale accumulare sempre più denaro; naturale essere sempre attivi, tanto da non permettersi neanche un normale raffreddamento che da subito è necessario un rimedio farmacologico; naturale desiderare oggetti, che dopo comprati rimangono inutilizzati, frutto di una spinta al possesso indotta; naturale partecipare emotivamente alla solidarietà per i bambini del terzo mondo e dimenticarci del vicino.
L’ individuo - il principale prodotto di una società - è stato annullato e sostituito dal suo valore quantitativo, tutto è in vendita, occorre solamente capire il nuovo target ed aggredirlo con ogni strumento di marketing, spolparlo e passare poi al successivo obiettivo.
Questo modello sociale, politico ed economico figlio di un pensiero che vede il profitto il fine da raggiungere con ogni mezzo ha fallito, che induce al debito interi paesi per poi farci affari senza che gli abitanti possano migliorare la qualità della vita ha fallito, che aveva promesso una abbondanza di beni materiali tale, da far felice chiunque, ha fallito.
Occorre ripensare a nuovi modelli di coesistenza, sempre che si prenda coscienza che è giunta l’ora di sotterrare la modenità.
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(Da Niccolò Tommaseo, Dizionario della lingua italiana: Asciolvere, rompere il digiuno, pigliare il primo cibo. Era il necessario ristoro dopo le lunghe cerimonie religiose che duravano fino al giorno avanzato, ai tempi in cui vigeva l’obbligo del digiuno assoluto fin dalla mezzanotte)
Venti giorni fa abbiamo commentato i risultati di Napoli e di Milano, scrivendo: “Ha vinto Napolitano!”. La settimana scorsa abbiamo concluso il nostro piccolo contributo alla battaglia referendaria scrivendo: “Salvate il soldato referendum”. Parafrasando un noto titolo di un film di Steven Spielberg (“Salvate il soldato Rayan”), intendevamo dire che i referendum non erano importanti soltanto per il merito dei loro quesiti, ma anche perché erano uno strumento di democrazia e di partecipazione nella storia della Repubblica su cui pendeva una condanna a morte. Dovevamo salvare uno strumento prezioso che sarà utile nei prossimi mesi.
Anche questa settimana facciamo un commento guardando al domani: “Ha vinto la partecipazione e l’invenzione”.
Questa democrazia italiana che sembrava esausta ha avuto la forza di impossessarsi di questi quattro referendum per dare un segnale di cambiamento epocale. Si può dire che il ritorno ai nostri veri compiti di Stato democratico (la nostra partecipazione al governo mondiale, la nostra vocazione all’Europa, la nostra collaborazione alla pace con la Nato, la soluzione del nostro debito, la sicurezza di un lavoro dignitoso, la ripresa dello sviluppo, il riscatto della generazione perduta, l’investimento sulla cultura, sulla fantasia, sulla invenzione, il ritorno alla probità onesta ed austera) è incominciato con questo atto collettivo di responsabilità.
Il primo pericoloso ostacolo da superare si chiama legge elettorale. Andare alle elezioni con questa legge elettorale per fare presto o trovare il tempo e la soluzione politica per un governo di transizione che faccia prima la legge elettorale?
Non mi dilungo sulla sua nefandezza ormai conclamata, ma sappiamo che le forze politiche, che hanno sì la potestà di cambiarla, non ne hanno l’interesse. Solo una grande iniziativa popolare può farlo.
L’insidia più pericolosa è quella di un ritorno della proporzionale, spacciata come punto comune di accordo fra le forze politiche attuali. Potrebbe sembrare il minor male rispetto a questa legge, ma ci proporrebbe un antico problema, da cui non siamo mai usciti, nonostante la rivoluzione referendaria del ‘91 e ‘93. Sappiamo che la proporzionale converrebbe ai cattolici, perché potrebbero uscire dalla attuale irrilevanza per costituire un gruppo, non molto forte e neppure paragonabile alla Democrazia Cristiana, ma sufficiente ad essere decisivo con il suo 10-15%. La tentazione potrebbe essere fortissima.
Ma anche Berlusconi potrebbe convertirsi alla proporzionale per un motivo analogo: non potendo più sperare nella formazione di un blocco che gli assicuri la maggioranza relativa ed il premio può sempre puntare ad una forza del 20 per cento, che pur essendo la seconda, ma forse anche la prima, può essere comunque indispensabile perno di una maggioranza fatta con gli acquisti, in cui si è dimostrato abile e disinvolto. Ed in fondo anche i piccoli gruppi, potrebbero trovare nella proporzionale un comodo rifugio.
Ma scegliere il ritorno alla proporzionale sarebbe un errore fatale. Errore per i cattolici: se si dovesse rifondare una formazione politica per portare il contributo dei cattolici alla vita della nazione, questa dovrebbe avere come ispirazione il concetto perduto del “bene comune”, la “res publica” e non la “res particularis”. Il bene comune è ciò che rende importante il loro pensiero . È vero che la tentazione di essere un gruppo di pressione, per difendere alcuni valori che vengano chiamati “non negoziabili”, è fortissima e a taluni sembra una necessità. Macome non ricordare la doppia natura del pensiero politico dei cattolici che, facendone un quadro a larghi tratti, ha una collocazione “di destra” per la difesa di alcuni valori morali e “di sinistra” per la richiesta di giustizia, di accoglienza, di solidarietà. La sintesi tra queste “divergenze parallele non può avere vita in un piccolo gruppo in posizione di difesa, ma soltanto in un vasto movimento che si batta per il bene comune,che no sia estraneo ai valori da difendere. Non un reliquiario per conservare una testimonianza, ma un lieviyo per ravvivare la massa.
Cito Mauro Magatti dell’Università Cattolica, che a L’Avvenire dichiara: “L’Italia senza la radice cattolica non sta in piedi. Il problema è capire come questa radice può svolgere il ruolo di baricentro del sistema. Questa potrebbe essere senz’altro una buon occasione. Lo spazio ci sarebbe. Si tratta di occuparlo comprendendo le grandi responsabilità che i cattolici hanno, storicamente, in questo Paese. Un ruolo intorno al quale invece la cosiddetta seconda Repubblica stenta ancora a ritrovarsi”.
Sarà importante per i cattolici rifiutare il ghetto della proporzionale e concorrere invece coraggiosamente alla partecipazione cosciente ed organizzata in un grande movimento politico aperto. Essere uniti nella scelta per il bene comune contro l’egoismo del particolare.
La storia della nostra repubblica è la storia di un combattimento fra l’unità ed il frazionamento. Un combattimento che iniziò nel 1953 con il tentativo degasperiano di un sistema maggioritario, ahimè, imperfetto. Lo sforzo continuo di trovare l’unità politica delle forze democratiche per assicurare stabilità di governo e di direzione politica è la storia della nostra Repubblica. Il frazionamento delle forze politiche, la suddivisione del potere, il manuale Cencelli ed il valore aggiunto dell’ultimo voto che si vende ad altissimo prezzo per essere decisivo della maggioranza, hanno distrutto la capacità di governo ed il sistema politico italiano. Il pericolo da cui bisogna guardarsi è quello della vittoria degli scilipoti.
Quindi obiettivo centrale ora è quello di una legge elettorale che metta al primo posto il bene comune e sia disegnata sulla necessità di avere un governo responsabile ed un Parlamento rappresentativo e sovrano. Dove trovare la forza? L’unica forza emergente è quella che si è manifestata nei referendum.
Ma le modalità con cui i partiti gestiscono la rappresentanza democratica non dovrebbe essere decisa da questi non-partito, residui del naufragio della partitocrazia e della usurpazione berlusconiana. Non dal loro interesse di sopravvivenza o di suddivisione del potere. Ma essere decisa pensando al bene comune, alla res publica con il contributo dei cittadini, della società civile, dei movimenti e dalle associazioni. Quorum sono sempre state decisive le associazioni cattoliche.
Quindi si apre il grande capitolo nuovo: una buona legge elettorale democratica volta a creare un maggioranza stabile, con una scelta personali dei candidati, con primarie pubbliche, con un riconoscimento ai partiti che si attengano ai principi democratici nella nomina dei dirigenti e dei candidati, come previsto dall’articolo 49 della Costituzione. (E solo a questi il finanziamento pubblico!). P.S: Dove sono i cattolici che possano porsi questo obbiettivo? Le associazioni che parteciparono alla veglia di preghiera del 10 maggio per i giovani disoccupati andrebbero benissimo. Perché, dopo la veglia non si concedono un Asciolvere in comune, come usava nei tempi antichi?
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Sul tema potrei scriverci un romanzone. Ma limitiamoci a poche considerazioni che vengono sempre puntuali ad ogni tornata lettorale.
La prima: tutti i politici e i loro scagnozzi giornalisti commettono un delitto da cartellino rosso a vita quando, nei giorni precedenti la domenica del voto, invitano ad andare a votare dicendo la più grande cazzata fascista (o comunista o di ogni altra dittatura) e antidemocratica che si possa sentire.
“Bisogna andare a votare perché è un DOVERE”. Il verbo DOVERE è completamente ignoto in America e in Inghilterra nel caso del voto. Ci sarà una ragione?
In Italia NO! Ci sarà una ragione? SI. La fine della dittatura fascista non è stata immediata, anzi tutt'altro, se a 65 anni dalla fine del fascismo ci ritroviamo politici e giornalisti di Casta senza futuro in un mercato aperto e anglosassone, che continuano a diffondere e confondere la parola “ dittatura con democratico”.
Da parecchi anni cerco disperatamente di non perdere il mio tempo a seguire le trasmissioni televisive e radiofoniche, infarcite d'ignoranza barbarica sparsa a piene mani da personaggi che valgono dallo zero a uno. Non di più.
Purtroppo sia radio che tv, a tutte le ore, ci entra nelle orecchie con pseudo-notizie di politica. Che altro non sono che chiacchiere debordanti, senza senso e senza un fine. Le vere notizie le nascondono.
Prendiamo l'astensione a Napoli. Oltre il 50% di cittadini napoletani ha afferrato il “potere” dell'astensione, ma sui giornali non è comparsa una sola riga di commento. Né positiva né negativa?
PERCHE'? Io credo di sapere la risposta, ma lascio ai lettori del Pensatoio la ricerca dell'oblio sulla vera notiziona da prima pagina che porta Napoli e i suoi cittadini più vicini a New York che alla periferica (e ignorantona) Roma dei pseudo-politici da pensionato per vecchi, che ci ritroviamo sulle radio e TV.
Ritorniamo sull'astensione. La seconda ragione è matematico-filosofica. Fossimo sotto regime dittatoriale sarei costretto a recarmi ai seggi, prendere la scheda e scriverci sopra FUCK, oppure schierarmi e essere un fan di un qualche “mammasantissima” e quindi esercitare la volontà di CLAN, in cambio di un bel niente o di un qualche favoruccio.
Ma siamo a Dio piacendo, in una democrazia (spinta a forza dagli americani e dagli inglesi, ma sempre una democrazia) e quindi ho 3 scelte in caso d'elezioni. E' bellissimo essere CITTADINI IN DEMOCRAZIA, aumentano le possibilità di scelta!
Posso andare ai seggi e scrivere quello che mi passa per la testa (1) annullando la scheda. Questa scelta è stupida è può essere utilizzata dagli statistici per avere il grado di stupidità o di paura o servilismo o di altro di spregiativo si possa immaginare, che ancora pervade l'Italia.
Posso andare ai seggi e votare una persona e un partito che abbia “sintonia” con il mio percorso di idee e esperienze. In passato ho votato in questo modo, e forse lo farò in futuro. Questo è la cosiddetta scelta consapevole.
Posso sentirmi orgogliosamente cittadino di una nazione civile non andandoci. E cioè esercitando il mio sacrosanto DIRITTO all'astensione. Anche se i MEDIA e i politici nostrani fanno finta che non esisto.
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Uno Stato senza più soldi. E, tuttavia, un paese che ha ancora il potenziale che gli deriva dall’essere quello più bello del mondo. Un vento di cambiamento che non è una delega in bianco per nessuno dei partiti politici che da vent’anni si contendono il potere e che è, soprattutto, la richiesta di risultati, nonché di maggiore spazio per una società civile che è, ancora, la nostra migliore risorsa. È da questa prospettiva che nasce la sfida di Vision sul turismo: una proposta a venti amministrazioni italiane che vogliano sul serio investire nel merito, ma anche a tanti “cervelli in fuga” ai quali chiediamo di non scappare più e di provare insieme a capire se questo è il momento per cambiare sul serio. Una proposta che mette insieme competenze e passione, una prospettiva professionale e una domanda politica in maniera trasparente e assolutamente legata al conseguimento di risultati. Una proposta la cui metodologia sarà assolutamente open source, aperta a miglioramenti ulteriori e a tutti quelli che sul proprio territorio vorranno rilanciarla. Alcune delle amministrazioni hanno già risposto di essere interessate. Speriamo che lo siano anche molti visionari.
Una squadra di 12 “talenti” che lanciano una sfida – concreta – al paese che amano. Ragazzi e ragazze che hanno maturato esperienze internazionali, e quasi tutti freschi di master presso università prestigiose come Bocconi e London School of Economics. Per circa la metà italiani e l’altra da nazioni che stanno crescendo più della nostra. Una rappresentanza di quelli che molti chiamano “cervelli in fuga”. La squadra di Vision non fuggirà, però, perché ha deciso di fare una proposta nuova a sé stessi ed al proprio paese, che resta il più bello del mondo. Una sfida a venti istituzioni italiane che sono, a loro volta, un pezzo importante del potere politico in Italia, molte delle quali sono state appena investite da un vento di cambiamento rappresentato dalle ultime elezioni e da una volontà di soluzioni che, proprio sul terreno scelto da Vision, potrà essere verificato nella capacità di imporre alle amministrazioni pubbliche e ai nuovi amministratori di investire sul serio nel merito e nel proprio territorio. Il terreno scelto dalla squadra di Vision è quello sul quale l’Italia si gioca le sue carte migliori: il turismo. Per questo motivo, i venti enti ai quali chiediamo una risposta detengono quasi tutti i marchi turistici più visibili a livello internazionale.
L’Italia era ed è il paese con la più alta, diversificata, prestigiosa offerta turistica del mondo: lo dimostra la classifica sul numero di siti UNESCO, ma anche i censimenti delle opere d’arte che attribuiscono a questo paese percentuali tra il 25% ed il 50% dell’intero patrimonio mondiale. Se fino agli inizi degli anni novanta, l’Italia era al primo posto tra le grandi potenze turistiche del mondo, nei vent’anni successivi il Bel Paese riusciva a scivolare progressivamente nella classifica. Sono quasi ottanta milioni i turisti internazionali che arrivano in Francia ogni anno, contro i poco più di quaranta che sbarcano in Italia. La cattiva notizia ne nasconde, del resto, una buona: noi riteniamo che l’Italia in cinque anni potrebbe recuperare almeno metà dello svantaggio, puntando sulle città che hanno il maggiore potenziale. Secondo una nostra analisi, il raggiungimento di questo obiettivo comporterebbe un aumento della ricchezza pari a 11 miliardi di euro (e ad un incremento del PIL di quasi un punto percentuale) e circa 550 mila posti di lavoro in più.
Del resto l’idea progettuale che sviluppiamo parte dal presupposto che ci sia una grave carenza nell’approccio che molte amministrazioni hanno con quella che è per tanti territori italiani la più importante risorsa: poco sappiamo – anche se tutti ne parlano sulla base di aneddoti e percezioni – dei nostri clienti attuali e potenziali; di quali sono i fattori critici nella loro scelta, di quali sono i nostri maggiori concorrenti (territorio, cioè, che il turista valuta come alternativa al nostro come possibile destinazione) e di come siamo posizionati rispetto ai concorrenti sui diversi segmenti di clientela.
La vera novità della proposta di Vision è, tuttavia, che essa non costerà nulla all’amministrazione e tale considerazione è cruciale considerano lo stato delle finanze pubbliche.
Siamo disposti a rischiare (cosa che molti - nella generazione a cui appartengono i consulenti da noi proposti - rimproverano di non riuscire a fare). Non è tra i nostri obiettivi quello di identificare, come detto, grandi operazioni infrastrutturali e neppure chiederemo (come fanno molti consulenti) di essere pagati al giorno. Tuttavia, chiediamo di partecipare agli utili che questa operazione genererebbe per il territorio, in proporzione al numero di turisti attratti (con una differenziazione per segmenti se l’amministrazione esprimesse chiare preferenze per il tipo di turisti da ospitare). E ciò costituisce una discontinuità assoluta, in un contesto nel quale la promozione delle diverse province, città, regioni e dell’Italia nel suo complesso è fatta da centinaia di sovrastrutture che hanno costi fissi e che non danno conto a nessuno.
Alcune delle amministrazioni contattate ci hanno già risposto con grande interesse. Presto le incontreremo per spiegare nel dettaglio la proposta, illustrarne i benefici sulla base dell’esperienza internazionale e verificarne la fattibilità.
Link alla lettera completa http://www.visionblog.eu/blogdivision/blog/articolo.asp?articolo=234
Link al gruppo di lavoro http://www.visionblog.eu/blogdivision/blog/articolo.asp?articolo=235
LE AMMINISTRAZIONI COINVOLTE
Regioni: Sicilia, Veneto, Campania, Toscana, Puglia Città: Milano, Napoli, Roma, Firenze, Torino, Lecce, Taormina (ME), Pompei (NA), Sorrento (NA), Erice (TP), Alassio (SV), Jesolo (VE), Rimini, Riccione (RN), Portofino (GE)
Se sei interessato a partecipare al progetto o promuoverlo sul tuo territorio, invia una mail a gianfilippo.emma@vision-forum.org
Uno Stato senza più soldi. E, tuttavia, un paese che ha ancora il potenziale che gli deriva dall’essere quello più bello del mondo. Un vento di cambiamento che non è una delega in bianco per nessuno dei partiti politici che da vent’anni si contendono il potere e che è, soprattutto, la richiesta di risultati, nonché di maggiore spazio per una società civile che è, ancora, la nostra migliore risorsa. È da questa prospettiva che nasce la sfida di Vision sul turismo: una proposta a venti amministrazioni italiane che vogliano sul serio investire nel merito, ma anche a tanti “cervelli in fuga” ai quali chiediamo di non scappare più e di provare insieme a capire se questo è il momento per cambiare sul serio. Una proposta che mette insieme competenze e passione, una prospettiva professionale e una domanda politica in maniera trasparente e assolutamente legata al conseguimento di risultati. Una proposta la cui metodologia sarà assolutamente open source, aperta a miglioramenti ulteriori e a tutti quelli che sul proprio territorio vorranno rilanciarla. Alcune delle amministrazioni hanno già risposto di essere interessate. Speriamo che lo siano anche molti visionari.
Una squadra di 12 “talenti” che lanciano una sfida – concreta – al paese che amano. Ragazzi e ragazze che hanno maturato esperienze internazionali, e quasi tutti freschi di master presso università prestigiose come Bocconi e London School of Economics. Per circa la metà italiani e l’altra da nazioni che stanno crescendo più della nostra. Una rappresentanza di quelli che molti chiamano “cervelli in fuga”. La squadra di Vision non fuggirà, però, perché ha deciso di fare una proposta nuova a sé stessi ed al proprio paese, che resta il più bello del mondo. Una sfida a venti istituzioni italiane che sono, a loro volta, un pezzo importante del potere politico in Italia, molte delle quali sono state appena investite da un vento di cambiamento rappresentato dalle ultime elezioni e da una volontà di soluzioni che, proprio sul terreno scelto da Vision, potrà essere verificato nella capacità di imporre alle amministrazioni pubbliche e ai nuovi amministratori di investire sul serio nel merito e nel proprio territorio. Il terreno scelto dalla squadra di Vision è quello sul quale l’Italia si gioca le sue carte migliori: il turismo. Per questo motivo, i venti enti ai quali chiediamo una risposta detengono quasi tutti i marchi turistici più visibili a livello internazionale.
L’Italia era ed è il paese con la più alta, diversificata, prestigiosa offerta turistica del mondo: lo dimostra la classifica sul numero di siti UNESCO, ma anche i censimenti delle opere d’arte che attribuiscono a questo paese percentuali tra il 25% ed il 50% dell’intero patrimonio mondiale. Se fino agli inizi degli anni novanta, l’Italia era al primo posto tra le grandi potenze turistiche del mondo, nei vent’anni successivi il Bel Paese riusciva a scivolare progressivamente nella classifica. Sono quasi ottanta milioni i turisti internazionali che arrivano in Francia ogni anno, contro i poco più di quaranta che sbarcano in Italia. La cattiva notizia ne nasconde, del resto, una buona: noi riteniamo che l’Italia in cinque anni potrebbe recuperare almeno metà dello svantaggio, puntando sulle città che hanno il maggiore potenziale. Secondo una nostra analisi, il raggiungimento di questo obiettivo comporterebbe un aumento della ricchezza pari a 11 miliardi di euro (e ad un incremento del PIL di quasi un punto percentuale) e circa 550 mila posti di lavoro in più.
La nostra convinzione è che almeno la metà di questo potenziale si possa conseguire comunicando meglio e riallineando l’offerta ai bisogni dei clienti, sulla base di una sistematica conoscenza delle loro esigenze, senza grandi investimenti infrastrutturali e senza impatti significativi sull’ambiente.
Del resto l’idea progettuale che sviluppiamo parte dal presupposto che ci sia una grave carenza nell’approccio che molte amministrazioni hanno con quella che è per tanti territori italiani la più importante risorsa: poco sappiamo – anche se tutti ne parlano sulla base di aneddoti e percezioni – dei nostri clienti attuali e potenziali; di quali sono i fattori critici nella loro scelta, di quali sono i nostri maggiori concorrenti (territorio, cioè, che il turista valuta come alternativa al nostro come possibile destinazione) e di come siamo posizionati rispetto ai concorrenti sui diversi segmenti di clientela.
Il progetto vuole radicare nelle amministrazioni le competenze per riuscire a svolgere nel tempo e in maniera continua questa attività di intelligence della competitività del proprio territorio, che è fondamentale per calibrare risorse scarse in maniera da ottenere il massimo possibile risultato.
La vera novità della proposta di Vision è, tuttavia, che essa non costerà nulla all’amministrazione e tale considerazione è cruciale considerano lo stato delle finanze pubbliche.
Siamo disposti a rischiare (cosa che molti - nella generazione a cui appartengono i consulenti da noi proposti - rimproverano di non riuscire a fare). Non è tra i nostri obiettivi quello di identificare, come detto, grandi operazioni infrastrutturali e neppure chiederemo (come fanno molti consulenti) di essere pagati al giorno. Tuttavia, chiediamo di partecipare agli utili che questa operazione genererebbe per il territorio, in proporzione al numero di turisti attratti (con una differenziazione per segmenti se l’amministrazione esprimesse chiare preferenze per il tipo di turisti da ospitare). E ciò costituisce una discontinuità assoluta, in un contesto nel quale la promozione delle diverse province, città, regioni e dell’Italia nel suo complesso è fatta da centinaia di sovrastrutture che hanno costi fissi e che non danno conto a nessuno.
Obiettivo finale è ripartire dai punti di forza dell’Italia e sui quali è maggiormente possibile ottenere risultati in tempi brevi.
Alcune delle amministrazioni contattate ci hanno già risposto con grande interesse. Presto le incontreremo per spiegare nel dettaglio la proposta, illustrarne i benefici sulla base dell’esperienza internazionale e verificarne la fattibilità.
Link al gruppo di lavoro http://www.visionblog.eu/blogdivision/blog/articolo.asp?articolo=235
LE AMMINISTRAZIONI CONTATTATE
Regioni: Sicilia, Veneto, Campania, Toscana, Puglia Città: Milano, Napoli, Roma, Firenze, Torino, Lecce, Taormina (ME), Pompei (NA), Sorrento (NA), Erice (TP), Alassio (SV), Jesolo (VE), Rimini, Riccione (RN), Portofino (GE)
Una squadra di 12 “talenti” che lanciano una sfida – concreta – al paese che amano. Ragazzi e ragazze che hanno maturato esperienze internazionali, e quasi tutti freschi di master presso università prestigiose come Bocconi e London School of Economics. Per circa la metà italiani e l’altra da nazioni che stanno crescendo più della nostra. Una rappresentanza di quelli che molti chiamano “cervelli in fuga”. La squadra di Vision non fuggirà, però, perché ha deciso di fare una proposta nuova a sé stessi ed al proprio paese, che resta il più bello del mondo. Una sfida a venti istituzioni italiane che sono, a loro volta, un pezzo importante del potere politico in Italia, molte delle quali sono state appena investite da un vento di cambiamento rappresentato dalle ultime elezioni e da una volontà di soluzioni che, proprio sul terreno scelto da Vision, potrà essere verificato nella capacità di imporre alle amministrazioni pubbliche e ai nuovi amministratori di investire sul serio nel merito e nel proprio territorio. Il terreno scelto dalla squadra di Vision è quello sul quale l’Italia si gioca le sue carte migliori: il turismo.
IL GRUPPO DI LAVORO
FLAVIUS STAN - 32 anni, Rumeno. Laurea in Scienze Politiche presso la Columbia University di NY. Master in Politiche Europee alla New York University. Master in Public Management alla SDA Bocconi. Senior Consultant, si occupa di Valutazione dei risultati delle politiche pubbliche, ricerche e marketing territoriale. Ha coordinato diversi progetti europei.
ASIF PARVEZ - 30 anni, Indiano. Laurea in Tecnologia per l’Ingegneria meccanica preso la Aligarh Muslim University (India). MBA in finanza e strategia presso la SDA Bocconi. Dal 2009 lavora presso Vision&Value come Consulente.
GIANFILIPPO EMMA - 26 anni. Laurea magistrale in Comunicazione Politica, si è specializzato in Public Management alla SDA Bocconi and ha lavorato presso il FORMEZ, agenzia del Ministero della Funzione Pubblica. Da maggio 2010 si occupa della comunicazione e dell'organizzazione di eventi per VISION think tank.
OSCAR PASQUALI - 25 anni. Laurea triennale in Storia e master in Public Management presso la SDA Bocconi. Consulente di Vision & Value, si occupa di politiche pubbliche e università, sia a livello europeo che nazionale.
SHUMIT VATSAL - 30 anni, Indiano. Sta frequentando un master MBA alla SDA BOCCONI. Laurea in Economia alla UTAH STATE University (USA) ed Laurea in Contabilità alla Madras University (India). Ha lavorato come Project Manager presso VOLVUS SOLUTIONS, una società di IT, e come Consulente Strategico presso IFMR TRUST.
ILARIA BEDOGNI - 34 anni. Laurea in Comunicazione presso lo IULM, e doppia specializzazione in Marketing (SDA Bocconi) e Digital Marketing (New York Univeristy - SCPS). Si occupa delle strategie comunicative su tutti i media di FabbricaPelletteriaMilano. In precedenza ha lavorato per Azzurra, VFCorporation, per Nike (Bologna, 2003-07), per Gianfranco Ferré (Milano) e per Giorgio Armani (Parigi), come assistente dell'ufficio stampa.
SIMONA MILIO - 35 anni. Simona è ricercatrice associata presso l’ESOC-Lab all’Istituto Europeo della London School of Economics (LSE), dove è coordinatrice delle attività di ricerca e tutor per gli studenti junior. La sua area di ricerca riguarda lo sviluppo di capacità istituzionale a livello regionale con un focus sulle politiche regionali e sulla implementazione dei Fondi Strutturali. Simona ha svolto anche attività di consulenza per numerosi progetti di valutazione sia a livello nazionale che regionale. Si è laureata con lode in Economia presso l’Università di Messina.
GIULIA VECCHIATO - 30 anni. Avvocato presso il foro di Milano. Laurea in Giurisprudenza alla Bocconi. Dottoranda di ricerca presso l'Università di Bologna. Dal 2009 è Responsabile dell'Ufficio Legale del CNA Milano.
SILVIA ROSSINI - 29 anni. Laureata in Bocconi in Economia e Legislazione, sta conseguendo la seconda laurea in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano. Nel 2010 ha lavorato presso FENDI, e dal 2006 al 2009 presso Pirelli Real Estate.
MILICA CIROVIC - 27 anni, Serba. Laureata presso l'università Bocconi in Business Administration. Nel 2008 ha conseguito un Master in Corporate Finance presso la SDA Bocconi. Successivamente ha lavorato ad Atene come analista finanziario presso “Levant Partners” un hedge fund. Da settembre 2009 è consulente di Vision & Value.
LAURA CACCIA - 40 anni. Dirigente della Camera di Commercio di Varese, dove gestisce i progetti speciali di Marketing Territoriale. Dal 1996 al 2007 è stata docente e ricercatore dell’Istituto di Pubblica amministrazione e sanità dell’Università Bocconi e dell’Area Public Management and Policy di SDA Bocconi.
GABRIELA PALAVEEVA - 29 anni, Bulgara. Gabriela si è laureata in Filologia Bulgara presso l’Università di Sofia. Ha svolto ricerche nell’ambito delle politiche sociali, nel settore delle ONG e nello sviluppo di partnership tra istituzioni private e pubbliche. Ha conseguito un Master in Public Management presso la SDA Bocconi di Milano. Ha collaborato inoltre con Vision&Value e con la Fondazione Internazionale di Ricerca Hasumi in Bulgaria.
Una volta c’era la religione. Ora non c’è più. E non è stata sostituita, come si pensava ai primi del secolo scorso, dal materialismo storico. No, è la scienza, anzi la tecnologia, la nuova fede del secondo millennio. Di per sé non è un male e non è un bene. Non bisogna mitizzare e neanche demonizzare. Ma non si può neppure continuare a sostenere il vecchio adagio: i mezzi sono neutri, è il contenuto che li qualifica. Oggi più che mai è valido l’abusato e spesso incompreso aforisma di Marshall Mc Luhan: «Il medium è il messaggio».
Infatti, anche la forma della tecnologia condiziona i suoi effetti. Facciamo un esempio. Da qualche anno, ennesima moda Usa (e non solo in quanto siamo filoamericani dal ’45 ma perché gli Stati Uniti sono il Paese dove questo processo è più avanzato), non si può fare un’affermazione senza sondaggio preventivo. Eppure avremmo dovuto imparare ormai che la statistica, «scienza» sulla quale i sondaggi si basano, è spesso fallace. E comunque non accettabile tout court. Senza citare la celebre e omonima poesia di Trilussa, nel suo libro «Technopoly», il sociologo Neil Postman ricorda la divertente storia dello studioso di statistica «che affogò mentre cercava di guadare un fiume profondo in media un metro e venti».
Postman, quindi, osserva che nel tecnopolio «la scienza viene usata per rendere "razionale" la democrazia» ed elenca i quattro peccati originali del sondaggio.
Il primo riguarda la formulazione delle domande. «L’"opinione" del pubblico su quasi tutti i problemi varierà in funzione della domanda proposta» e «i risultati sono inseparabili dal modo di ottenerli».
Il secondo è che «la gente non "ha" veramente un’opinione, ma piuttosto è impegnata "nel farsi un’opinione"». E «il fatto di concepire un’opinione come un’entità misurabile falsifica il processo attraverso cui la gente si forma un’opinione, che costituisce il vero significato di una società democratica».
Terzo, spesso i «sondati» non sono informati sul tema oggetto del sondaggio, un fatto che gli stessi sondaggi ignorano tranquillamente.
Il quarto e ultimo problema è che i sondaggi «spostano la questione della responsabilità fra i leaders politici e i loro elettori». È vero che, in una certa misura, i parlamentari rappresentano i loro elettori ma è anche vero che «ci si aspetta - osserva Postman - che facciano uso del loro giudizio personale per quanto riguarda l’interesse pubblico». E prima dell’avvento di questa dittatura del rilevamento quasi perenne e omnicomprensiva venivano giudicati dalla «capacità di prendere decisioni basate sul loro buonsenso». Ma, sottolinea ancora il sociologo Usa recentemente scomparso, ora «sono sempre più sotto pressione perché rinuncino a prendere da soli qualsiasi decisione e si affidino alle opinioni degli elettori, per quanto disinformate e miopi possano essere».
Apparentemente potrebbe sembrare un passo in avanti, tecnologico, verso una democrazia più diretta. Invece, è un passo indietro (democraticamente parlando) verso la teledemocrazia del sondaggio. Il sistema democratico, infatti, è garantito da una serie di filtri, pesi e contrappesi senza i quali non esisterebbe che virtualmente. Non è un programma televisivo: non è misurabile con l’audience e lo share, per cui se gli indici sono bassi il programma è «cattivo». Nelle scelte supportate dalla maggioranza si deve cercare di rispettare le minoranze. I numeri non bastano. La statistica è inadeguata. I sondaggi ingannano. La democrazia è un sistema complesso e tentare di semplificarlo non significa sempre migliorarlo. Al contrario, l’effetto può portare a una riduzione devastante degli spazi di libertà, individuali e collettivi.
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Il tema di questa newsletter di Vision mi ha ricordato una canzone di Giorgio Gaber del 1994 Destra-Sinistra nella quale, in modo ironico e teatrale, il cantautore si chiedeva cosa fosse di destra e cosa di sinistra riferendosi al significato generato dalla società dei consumi e non più dalla politica: “ Tutti noi ce la prendiamo con la storia, ma io dico che la colpa è nostra; è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra. Ma cos'è la destra cos'è la sinistra”?
Già! Credo sia necessario chiederselo soprattutto in questo periodo. L’attuale panorama politico italiano e europeo è ancora ispirato dal modello della rivoluzione francese? Allora si introdussero le due divisioni in base al posto occupato durante gli Stati Generali dai referenti dei diversi ceti sociali: i rappresentanti del clero e della monarchia a destra, i rivoluzionari a sinistra. Oggi?
E’ di uso comune utilizzare le due categorie per individuare stili di vita, possibili frequentazioni sociali, giornali da leggere, luoghi di mare e di vacanze, canali televisivi da guardare e quelli da evitare perché faziosi, i quartieri in cui comprare casa, ecc … Ma incontrare un contenuto dal significato capace di generare un nuovo pensiero politico di destra o di sinistra, è quasi impensabile. Nel secolo scorso il mondo è radicalmente cambiato e la caduta del muro di Berlino ha trascinato via con sé un sistema geopolitico organizzato proprio in virtù delle due visioni politiche di destra (U.S.A.) e di sinistra (U.R.S.S.). Quell’evento storico ha cristallizzato una dialettica che ora si percepisce desueta. L’Italia, ma anche l’Europa, sono invecchiate in modo veloce negli ultimi 40 anni, svuotate della linfa che normalmente nutre una struttura solida ma agile e veloce, così come dovrebbe essere un paese che entra in un nuovo millennio fatto di tecnologia e comunicazione in tempo reale. Questi anni sono caratterizzati da una serie di innovazioni che pongono il cittadino in contatto diretto con la dimensione sociale e istituzionale. La tecnologia consente l’abbattimento di obsoleti apparati di governo e amministrativi, e pone fuori contesto le categorie di pensiero politico di destra e sinistra in modo evidente e definitivo. Il cittadino torna ad essere attore principale delle scelte sociali e delle dinamiche degli spazi della politica grazie a strumenti come la rete e i social network. I rappresentanti politici hanno ragione d’essere finché regolamentano e organizzano in modo democratico la cosa pubblica, la Res publica appunto, garantendo ai cittadini trasparenza sulle decisioni.
In Italia, come tutti sappiamo, la politica è il luogo dei privilegi, del garantirsi a vita una posizione economica e sociale senza doversi misurare con le responsabilità delle decisioni assunte per il futuro dei cittadini che li hanno votati. Ma questo non è ne di destra ne di sinistra. E’ piuttosto il risultato di un atteggiamento conservatore che identifica noi italiani e di cui sono promotori sia i rappresentanti politici di destra che di sinistra. Tra i due schieramenti non ci sono differenze sostanziali perché le motivazioni di entrambi sono nella preservazione di privilegi garantiti dall’essere casta politica. Lo testimonia la difficoltà che i giovani militanti dei partiti incontrano per aprirsi una strada nelle dirigenze del partito di appartenenza, mentre nel mondo anglosassone il ricambio generazionale è vissuto come un valore sociale e culturale. Aggiungo che in Italia questa rigidità è maggiore nella sinistra, paradossalmente più conservatrice della destra nel mantenere gli stessi referenti politici nei posti di potere per anni.
L’assenza di una reale competizione tra concorrenti politici ha come conseguenza la formazione di un centro moderato, che in Italia infatti governa dalla prima Repubblica, e promuove una “rassicurante” posizione ibrida senza forza né coraggio nelle scelte, che avalla la strategia del “vorremmo, ma non si può”. Niente in comune con Obama e il suo slogan per le elezioni “Yes we can”! La mancanza di coraggio è il comportamento che connota l’Italiano all’estero, triste ma vero, e per italiano intendo il cittadino comune, non solo il politico. E così il tempo passa e la storia la scrivono cittadini più coraggiosi di noi che decidono anche le nostre sorti.
Bisognerebbe pensare all’Italia come ad un laboratorio innovativo di ricerca politica, sociale, culturale ed economica, proprio perché da anni in stand-by e moderatamente di centro, mai esposta in prima istanza per assenza di un forte desiderio di cambiamento.
Di Admin (del 04/07/2011 @ 11:23:26, in Italia, linkato 694 volte)
La politica «ha staccato la spina dalla vita, è completamente autoreferenziale». Concordo pienamente con Vendola, credo infatti che da alcuni anni la politica abbia perso il suo vero valore, il suo vero significato. Oggi quello che conta è la conquista del potere con qualsiasi mezzo per poter affermare tranquillamente i propri privilegi. Mi accorgo di tutto ciò innanzitutto dalla trasformazione avvenuta all’interno dei partiti.
Al posto del dialogo politico attraverso il quale si sviluppano idee, progetti, per creare una società migliore, oggi contano coloro che riescono a portare una maggiore quantità di voti e non importa se di politica non capiscono niente, l’obiettivo da raggiungere è quello di poter far prevalere i propri interessi. Tutto questo non fa altro che alimentare la corruzione ed al posto di una classe cosiddetta dirigente, si è insinuata nella società una classe dominante (Marx) che sia essa di destra sia essa di sinistra tende ad abbattere tutti quei principi democratici che rendono la società più giusta.
Purtroppo, in Italia, non abbiamo più una classe dirigente ma siamo dominati da un governo arruffone e spietato, che ha la grande responsabilità di aver appoggiato il malaffare provocando danni incommensurabili e forse irrisolvibili specialmente al sud.
La ricetta per un cambiamento? Molto difficile da attuare…ma se iniziamo pian piano a dare il giusto valore alle idee, alle cose che ci circondano, e specialmente alla vita, forse qualcosa cambierà. La speranza sono i giovani, ai quali dobbiamo infondere l’entusiasmo per tutti quei valori che oggi abbiamo dimenticato in virtù di una logica che alimenta gli egoismi, e la partecipazione attiva alla cosa pubblica, incominciando dalla politica locale.
Tutti noi cittadini dobbiamo essere attenti e critici nei confronti di chi abbiamo scelto per amministrare il nostro paese.
Destra e Sinistra rappresentano la posizione in cui siedono le diverse forze politiche in Parlamento. Per tradizione la posizione relativa di ogni forza rispetto alle altre indica anche un maggior o minor grado di polarizzazione delle idee politiche. In questo senso le forze che si sedevano a Sinistra nel 1861 sono molto diverse da quelle che si siedono a Sinistra oggi e lo stesso discorso vale per le forze di Destra. Anzi probabilmente le forze di Sinistra del 1861 oggi siederebbero molto meno a sinistra dell’attuale Sinistra, mentre le forze di Destra del 1861 si siederebbero più a Destra delle forze di Destra di oggi. Coeteris paribus, le forze di Sinistra e di Destra di oggi siederebbero più al centro delle omologhe forze di trenta o quaranta anni fa.
Direi che la polarizzazione tra forze di Destra e di Sinistra sia cresciuta tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento con l’allargamento progressivo della base elettorale e con l’affievolirsi del peso della religione nella cultura delle popolazioni. Nel corso di tutto il Novecento fino alla crisi del Comunismo (anni ’70 e ’80) è stata sostanzialmente stabile. A partire dalla fine dei regimi comunisti si sia sostanzialmente ridotta. Questo trend sembra valere per l’Italia, per l’Europa Occidentale e, per quanto in misura ridotta, anche per gli Stati Uniti.
In Italia e nell’Europa Occidentale il livello di polarizzazione è stata fortissima, con partiti Comunisti a Sinistra e partiti di stampo Fascista a Destra. Negli Stati Uniti molto più fievole in quanto gli Americani non hanno mai messo in seria discussione l’assetto democratico, liberale e capitalista della società. Di conseguenza non sono mai esistiti Movimenti Comunisti o forze Filo-fasciste significative.
Oggi in Europa la polarizzazione tra Destra e Sinistra è ancora abbastanza significativa. Soprattutto a Sinistra ci sono ancora numerosi politici con una lunga militanza in Partiti Comunisti o Socialisti, che per forza di cose ne segna la matrice culturale di fondo. Alla stessa stregua nell’elettorato più anziano ci sono ancora grosse componenti che hanno vissuto in epoca di forti ideologie e che da queste sono ancora fortemente condizionate. Ovviamente i Movimenti Comunisti si sono di molto ridotti, ma la Sinistra mantiene un imprinting di stampo socialista o socialdemocratico in materia economica (marcate logiche di redistribuzione, welfare significativo, maggiore regolamentazione e presenza dello Stato) e un orientamento più permissivo e favorevole al cambiamento in ambito sociale (forte enfasi sui diritti, famiglia intesa non solo come famiglia tradizionale, apertura nei confronti dell’immigrazione, mito della società multietnica e multirazziale). I movimenti e l’elettorato di Destra tendono invece ad avere una visione più liberale e aperta al mercato in economia (minore peso dello Stato, fiducia nei meccanismi auto correttivi del mercato, maggior spazio all’iniziativa privata, minore spesa pubblica e minore redistribuzione) e più conservatrice in materia sociale (minore apertura all’immigrazione, tutela della famiglia tradizionale). Pur con differenze non irrilevanti da Paese a Paese, la tendenza è di un forte avvicinamento e non è raro oggi che esistano forze politiche che assumono posizioni di sinistra o di destra a seconda dei temi o che, su specifiche materie, si creino schieramenti più o meno favorevoli, trasversali alle forze politiche. Tuttavia non si può negare che la posizione di Vendola o di Pisapia sia redicalmente diversa da quella dell’elettore di un qualunque Centro Destra europeo.
Negli Stati Uniti, come dicevo, la società è sempre stata piuttosto coesa nel condividere i principi di fondo di uno stato liberale e nel rinnegare l’utilità di un forte intervento pubblico in economia. Questo ha portato ad avere storicamente differenze minime (per i nostri standard) tra Sinistra (Democratici) e Destra (Repubblicani). Differenze che però erano e sono tuttora evidenti se si pensa alla recente battaglia tra il partito della riforma sanitaria e quello del pareggio di bilancio o alle posizioni fortemente discordanti su materie quali politica estera, unioni gay o aborto. Ovviamente anche qui c’è stato un avvicinamento delle posizioni, ma partendo da una situazione di polarizzazione inferiore, i cambiamenti sono stati molto più contenuti.
Che dire quindi del futuro? Se rimaniamo nell’ambito di società coese (esiste un rischio minimo che i fenomeni migratori portino ad una “tribalizzazione” delle società occidentali), penso che rimarranno visioni della società alternative, una più propensa alla conservazione e una meno, una più orientata al laissez faire e l’altra meno.
Penso però che in Europa la fine del Comunismo abbia avviato un processo che porterà ad una situazione molto simile a quella Americana, in cui differenze meno marcate porteranno a posizioni spesso in sovrapposizione tra le due parti e con più frequenti flussi e riflussi di elettori. Sulla velocità e la portata di tale cambiamento incideranno a mio avviso anche le diverse strutture sociali e le differenti leggi elettorali. Società fortemente “corporativizzate” come la nostra tenderanno sempre ad esprimere maggiore pluralità di posizioni, così come leggi elettorali di stampo proporzionale porteranno ad enfatizzare maggiormente le differenze rispetto a sistemi di tipo bipolare. I partiti continueranno ad esistere e, in quanto tali, le loro proposte continueranno ad essere in qualche misura collegate ad una “visione” complessiva e generale. Potranno al limite non volersi più autodefinire di Destra o di Sinistra per logiche di marketing o di comunicazione, ma questa visione sarà la radice stessa della loro esistenza. Aggiungo che un mondo senza Destra e Sinistra (nella sostanza e non nella semantica) non è nemmeno auspicabile. Quello che è auspicabile è che, soprattutto in Italia, cessi la continua guerra tra Guelfi e Ghibellini che porta ad una pregiudiziale incapacità di dialogo e di ascolto tra le parti.
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