Blog di Vision
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Grillo Parlante (del 23/04/2010 @ 15:48:51, in Italia, linkato 817 volte)

L'articolo su "la sfida" avvia una nuova collaborazione alla newsletter di Vision. Il “grillo parlante” a differenza di altri visionari si occupa più direttamente della politica di un paese che è, in effetti, un laboratorio al quale chiunque è interessato al futuro della democrazia non può che guardare con interesse.

Della politica italiana ad un marziano, anzi ad essere precisi ad un grillo parlante che si trovasse nella (relativamente) felice condizione di poter avere un piede fuori (per non essere troppo coinvolto da una quotidianità abbastanza irrilevante) ma anche uno dentro al sistema (da poter evitare le ingenuità di alcuni commentatori stranieri), stupirebbe soprattutto l’assenza totale di qualcuno che riesca a concepire (come, per la verità, fece Berlusconi quindici anni fa) un progetto – con tanto di tattica e strategia – per poterne fare il take over. Forse è un bene che ciò non avvenga. O forse è l’unica speranza. E, però, la debolezza di certi poteri è evidente.

Un piede fuori ed uno dentro. Non è un caso che questo è il tratto che distingue Massimo Cacciari. Uno dei pochissimi che nelle scorse settimane ha detto cose elementari eppure dirompenti. Che valgono per chiunque voglia provare non solo a vincere ma, addirittura, a governare, o, per meglio dire, a svegliare un paese che, da quindici anni, più o meno dal momento in cui abbiamo frettolosamente seppellito la prima repubblica, è fermo. Ha detto tre cose importanti Cacciari. Vale, però, la pena sviluppare ulteriormente quelle intuizioni.

“Bisogna, subito, ricominciare a parlare agli elettori (dell’UDC, del PD ma anche a quelli del PDL che non sono andati a votare, nonché quelli di estrema sinistra) che potrebbero essersi stancati della soap opera che la politica italiana è diventata. Bisogna parlare a loro piuttosto che ai leader dei partiti per i quali quegli elettori hanno votato”. Sembra una verità lapalissiana ed invece è una rivoluzione cartesiana per tutti (tranne che per la lega). Basta parlare di alleanze come se i partiti, oggi, fossero ancora in grado di portarsi appresso i propri voti, come se fossero in una qualche cassaforte. Ed invece anche le ultime elezioni dimostrano tra astensioni, flussi che si materializzano a distanza di alcuni mesi sugli stessi territori e voti disgiunti che sempre di più gli elettori sono mobili. Del resto, il dato più importante (e meno discusso) delle elezioni è che per i due partiti di “governo”, messi insieme, si è scomodato meno di un terzo degli elettori.

Parlare con gli elettori, però, è, anche, dice argutamente Cacciari una grande trasformazione organizzativa. Significa spostare l’energia – di ascolto, di parola, di elaborazione – dall’interno all’esterno. Significa, dal punto di vista organizzativo, reinventare sezioni, presenza sul territorio, meccanismi di selezione della classe dirigente. Rivoltare, sostanzialmente, partiti (il PD così come il PDL) appena nati, gracili, come fossero calzini.

Indispensabile, poi, è che, come dice Massimo, chi voglia sul serio preparare un “dopo Berlusconi” che, prima o poi, arriverà, smetta, immediatamente, di parlare di vicende personali, persino di quelle giudiziarie che riguardano il premier. Ma Cacciari dice di più, ed è, del resto, la stessa proposta sentita nella conferenza di Birmingham alla quale chi scrive ha partecipato “ bisogna seriamente pensare ad una legge assolutamente ad personam che sancisca e per sempre una immunità totale per il presidente del consiglio e i suoi eredi” in cambio, eventualmente, da una sua uscita da una guerra politica che può essere logorante persino per una persona dotata di energie fisiche e nervose inesauribili. Un “exit strategy” nella quale il paese concederebbe – in cambio di un po’ di “normalità” - al proprio sovrano un esilio dorato tranquillo (consentendogli, eventualmente, di rimettere mano al Milan) e , soprattutto, tranquillità ai suoi figli (che potrebbero essere messi in difficoltà da un’uscita di scena che, invece, non fosse “concordata”). Una proposta questa che può far trasecolare molti moralisti e che, però, al grillo parlante risulta molto pragmatica.

Cacciari, infine, ed è forse il messaggio più importante indica quella che deve essere il nome e cognome della prima (e, anche, la seconda avrebbe detto Blair) priorità di chiunque voglia sviluppare una proposta politica alta e comprensibile: federalismo fiscale.

Tre intuizioni semplici ma potenti. Della semplicità e immediatezza che ci si aspetta aspetto dal filosofo giunto alla fine di un percorso di conoscenza e di esperienza.

E da qui partono però anche tre qualificazioni che possono essere un contributo ad un dibattito che – dopo Cacciari – si è interrotto di nuovo (per assenza, forse, di interlocutori).

Primo. Federalismo fiscale. La priorità non c’è dubbio. Non per motivi di becera contabilità, ma per il valore che esso ha per il concetto stesso di responsabilità. Non è più, moralmente, sostenibile che in Sardegna, esempio, decidono all’improvviso di raddoppiare il numero di province scaricandone il costo su tutti gli altri cittadini che avrebbero sottoscritto centocinquanta anni fa il social contract che si chiama Italia. La carica morale del federalismo è stata intuito, del resto, dal Presidente della Repubblica che sa che l’unico modo per salvare quel contratto sociale è modificarlo profondamente.

Federalismo fiscale che può però essere anche una potentissima arma politica. Perché – e qui forse Cacciari sottovaluta la portata della questione – esso può essere la leva per aprire una contraddizione non già tra Fini (si è visto che, comunque, ha un peso relativo) e Berlusconi, ma proprio tra Berlusconi e Bossi.

Perché un modello come il presidenzialismo francese - che è la riforma per la quale il presidente del consiglio è disposto a spendere tutto il suo capitale - non è soltanto diverso ma opposto ad un federalismo avanzato che è la missione della Lega e che, per simbolismo e sostanza, dovrebbe essere più simile alla devoluzione conquistata dalla Scozia o dalla Catalogna che al modello tedesco (mentre nella Francia presidenziale le regioni contano molto meno di quanto contano in Italia già adesso). Due modelli opposti, a meno che non crediamo – come vorrebbero farci credere certi politici – che il potere – a differenza di qualsiasi altra cosa della vita – non sia una quantità finita, ma una coperta che si può allungare a piacimento per far contenti tutti.

Federalismo fiscale perché per renderlo praticabile richiede che, subito, i governatori del PDL del Sud riescano nella impresa di realizzare una riforma organizzativa - non meno importante di quella istituzionale - che renda possibile il miracolo di garantire ai cittadini del Sud almeno gli stessi servizi forniti oggi dagli ospedali, scuole, forze dell’ordine, con risorse inferiori del 30%. Per non perdersi gli elettori del sud o per evitare che l’alleanza politica si spacchi: tra sud e nord , tra PDL e lega.

Conviene, quindi, che sia il federalismo fiscale la priorità sulla quale partiti e persone costrette dai fatti a fare per la prima volta opposizione all’inglese (senza potere e in funzione di osservatore critico), costruiscano proposte e valutazioni concrete (quanto costa? quanto, invece, fa risparmiare? con quali meccanismi di governo? quali flessibilità?) e un’azione di verifica sui fatti.

Ed, anzi, al federalismo aggiungerei – come priorità programmatica che da grillo parlante suggerirei a Bersani, Casini, Fini - proprio un cambiamento (organizzativo e istituzionale) della giustizia perché anche da una prospettiva di stato liberale il “contagio positivo” ha bisogno che lo stato garantisca, come minimo, regole chiare la cui violazione è chiaramente punita. Giustizia perché anche  qui esiste una questione morale  invocare la legalità con questa organizzazione della giustizia è atto di ipocrisia. Che non può venire da nessuno dei due eserciti che da anni si fronteggiano in una guerra di trincea che fa pensare che , in fin dei conti, hanno bisogno l’uno dell’altro. Federalismo e giustizia: due necessità assolute per garantire al progetto di cui si sta per celebrare il centocinquantaseiesimo compleanno una prospettiva economica, morale e di legalità. Strategia ma anche tattica perché si tratterebbe di un’azione da manuale della politica: rubare la bandiera all’avversario, dandogli sostanza.

Federalismo e capacità di essere sul territorio. E però, in questo caso, il punto di Cacciari merita la seconda qualificazione. Un partito moderno deve essere locale ma anche globale.

Per due motivi. Il primo è che i territori, qualsiasi territorio è – volente o nolente, consapevole o meno – immerso in un contesto globale. Ciò vale in maniera ovvia, ad esempio, per il comune che Massimo ha amministrato per dieci anni. Venezia è investita dalla necessità di cooperare, competere con il resto del mondo per attrarre mostre, turisti. Finanziamenti per le dighe. Per ragioni culturali, economiche ma, persino, per la propria sopravvivenza rispetto ad un fenomeno di cambiamento climatico che è la quintessenza della globalizzazione e che, però, è talmente concreto che rischia di sommergere i cittadini della serenissima e la sua storia gloriosa. E il sindaco di Venezia, così come il governatore del Veneto e del Piemonte non può evitare di essere in giocatore globale.

Secondo, perché se questo è un momento nel quale la politica, in quanto tale, persino, nelle sue categorie storiche di destra e sinistra, va ripensata, e, allora, questo ripensamento radicale va fatto – come altre volte nella storia – nell’ambito di una riflessione che non può che essere internazionale.

Locale e globale, laddove è, forse, proprio il livello di Roma che deve contare di meno per un partito che prova a governare il 2010. È la quota del tempo trascorso dai politici nei salotti romani e televisivi che, se ciò che abbiamo detto è vero, deve diminuire. E qui, forse, c’è la terza osservazione sul Cacciari pensiero.

Locale ma dimostrando nei fatti (tempi di attesa negli ospedali, qualità delle scuole, rifiuti, traffico) di poter dare di più dei propri avversari. Anche perché altrimenti si rischia di scambiare buone capacità di relazioni che sono importanti, per capacità di governo (ed è questo che può succedere al sindaco di Portogruaro).

Globale dando però sostanza a questa dimensione che non può più essere fatta di seminari a porte chiuse tra chi è già abbondantemente convertito alle magnifiche sorti e progressive e che non si rende conto di crisi che arrivano, sempre più regolarmente, come maremoti improvvisi.

Anche perché sono sicuro che Massimo condivide che se cambiamento deve essere, esso deve partire dal superamento di una logora categoria di intellettuali che - rinchiusisi da anni nelle riserve di Cortina e di Capalbio - non sono, da tempo, più né locali, né globali. La cifra dell’intellettuale vero, del resto, è proprio quella di fermarsi, ad un certo momento del proprio percorso, e mettere a disposizione la propria esperienza per una nuova stagione di idee e battaglie.

È su questi termini che si costruisce leadership in uno scenario così difficile e nuovo.

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Di Admin (del 07/05/2010 @ 16:12:50, in Innovazione, linkato 522 volte)

La prossima newsletter di Vision sarà dedicata a Facebook, uno strumento di comunicazione che è entrato in maniera significativa nelle nostre vite cambiando  rapporti personali e sociali. L'impatto che i social network già hanno, i rischi e il valore economico potenziale di una società come Facebook, le opportunità che tale forma di aggregazione apre, le caratteristiche che potrebbero avere i social network tra cinque anni, sono argomenti nuovi come - relativamente - nuova è la trasformazione di alcune di queste reti a fenomeno di massa.

E allora come possono - Facebook, ma anche gli altri aggregatori virtuali - cambiare i rapporti esistenti tra le persone? E quale la vostra opinione personale rispetto a conoscenze, relazioni che nascono su Facebook? Cosa rende popolare una pagina o un post rispetto ad altri? Quale il valore e il limite di questa tecnologia ai fini dello sviluppo di comunità di persone che hanno interessi comuni? Può Facebook cambiare la politica? Quali i rapporti con i media tradizionali? Ed in che misura rapporti personali e sociali erano già cambiati per effetto delle altre applicazione tecnologiche (SMS, blog, ..) che si sono affermate negli ultimi dieci - quindici anni?

Ovviamente la lista non è esaustiva. Il tuo intervento potrebbe focalizzarsi su una delle questioni o anche su altri argomenti connessi.

Aspettiamo un tuo contributo (di una pagina circa) entro il 16 maggio

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Di Flavius Stan and Michael Kutner (del 20/05/2010 @ 16:33:44, in Innovazione, linkato 709 volte)

A Harvard Medical School study on sports video games and their influence on American teenagers made an interesting discovery: rather than replacing outdoor sports, virtual sports seem to promote them. The kids they interviewed talked about learning new moves or strategies on their computer or console, then going on to “field-test” them in the grass or the street. This is just one of many pieces of evidence contradicting the latest conventional wisdom: that virtual reality is replacing reality for an entire generation of youths.

From parents to pundits and politicians, many people see both interesting and frightening potential in new methods of electronic communication. As with previous technological and social revolutions, we aren't sure what Facebook, Twitter, and their kin will or won’t change, or just how far any alterations might go. Here are a few ideas on how to distinguish the excited noise from the lucid appraisals (in other words, how to map the connection between hype, impact and overall value).

The human need for connection has not changed. Social technologies don’t replace face-to-face relationships; they help us manage, maintain and enrich existing ones.

How much have social networking technologies really changed our social lives? Online social networking tools have not transformed relationships as some worried observers thought they would. Instead, they've acted as a natural extension of what we do already. Much like video games, they seem better at supporting and helping to manage existing relationships than transforming them or dictating their terms. The technology as it stands today provides tools for managing existing relationships, but can do little to deepen them or profoundly change them.

Deep relationships can start online, but we've never heard of a meaningful relationship remaining strictly online. Overwhelmingly, we see networks like Facebook acting in support of relationships that already exist, rather than transforming people's social circles and how they come to be – just as easily available digital music has not replaced our desire to see touring bands.

The one place where we have seen dramatic change is in networking tools that are designed to help people work together more easily, such as Wikipedia, Linux, and political parties – in other words situations where you don't need deep personal connections, just better ways of organizing and coordinating effort.


Consider relationships based on shared political interest and beliefs: political party membership is rarely a relationship or affiliation of any real depth, complexity, or deep significance to its members – but it does provide a forum and organizing system which affects the way people vote, the way politicians work together, the way public discourse and media appeal are conceptualized and pursued, and finally, the way public policy is made and governments are run.

The past decade has seen the spectacular rise of a number of highly successful purpose driven social networks: people using the internet as a workshop to pool their effort and create complex products. Facebook is a symbol of this phenomenon.

While life goes on as it always did, it is now becoming increasingly linked to the technology revolution. Not because technology is meaningful or important to our daily lives in itself; for instance, most of us could care less about an exercise conceptualizing the potential applications of nanotechnology in fields such as medicine, physics or chemistry. But because we have an individual and group propensity towards interaction, and technology driven social networks are increasingly helpful ‘one click’ tools and spaces to make us feel good that way…

Social networks don’t redefine us; they simply add a cool and useful dimension to what we like to do.

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Di On. Alessia Mosca (del 20/05/2010 @ 17:12:43, in Innovazione, linkato 776 volte)

“It’s the network. Stupid” è il motto in voga negli Stati Uniti per raccontare lo straordinario successo di Barack Obama, passato in pochi mesi da semi-sconosciuto candidato alle primarie del Partito Democratico a presidente della più grande democrazia del mondo. Un concetto che adatta in chiave contemporanea il celebre “It’s the economic. Stupid”, simbolo dell’era clintoniana. Puntando sulla straordinaria diffusione che i social network hanno tra i giovani, Obama ha proposto la sua ricetta politica basata sul rifiuto delle vecchie linee di demarcazione razziali, ideologiche e politiche, in sintonia con una generazione post-ideologica, ma molto impegnata sul sociale e sui temi ambientali.

Spesso i media tradizionali si occupano di Facebook, Twitter o MySpace solo per evidenziare  aspetti folkloristici, se non veri e propri atti criminosi, trascurando l’impatto che i social network stanno acquisendo sulle relazioni sociali, anche nel nostro paese: molte persone che in passato passavano le loro serate in piazza con gli amici, oggi preferiscono incontrarsi su queste piazze digitale per chiacchierare, confrontarsi o fare nuove amicizie.

Sull’impatto che questo cambiamento sta producendo sulla solidità dei rapporti umani si sono scritti decine di libri e non sono io la persona adatta per dire se sia meglio oggi rispetto a ieri. Sta di fatto che questa è la realtà in cui ci troviamo a vivere e a operare. Dal punto di vista socio-politico stiamo passando dall’approccio degli anni Sessanta e Settanta, secondo cui “libertà è partecipazione”, all’attuale “libertà è sperimentazione”: a chi fa politica spetta il compito di non trascurare questo cambiamento epocale: in Italia viviamo la peculiarità di un dominio del mezzo televisivo come fonte di informazione, un mezzo concentrato in poche mani, che considera il pluralismo come fumo negli occhi. Internet, al contrario, è uno spazio libero e democratico.  Blog e network sociali si arricchiscono ogni giorno di contributi scritti, foto e video. Ogni autore è libero e responsabile di quanto scrive ed è felice di prendersi questa responsabilità: ecco perché non sono d’accordo con quanti parlano di un’opinione pubblica distante da quello che avviene nella vita pubblica. Non c’è tema di attualità sul quale non fioriscano a poche ore dall’avvenimento post, community o gruppi pro e contro una certa posizione. Allargando lo sguardo oltre i confini nazionali, non si può negare il contributo che i nuovi strumenti (penso in primis a Twitter) stanno avendo per raccontare le manifestazioni per la democrazia a Teheran e i racconti che arrivano dai dissidenti cinesi.

Internet non è una tecnologia come le altre, è una tecnologia di rete che tiene insieme tutte le principali innovazioni degli ultimi decenni, dal fax al pc, dall’iPod ai blog. Personalmente, ho avviato il mio blog personale (www.alessiamosca.it) già prima della candidatura al Parlamento, nella convinzione che questa sia la strada per conoscere davvero gli umori dei cittadini: a ogni mio post, seguono commenti, critiche, proposte, che mi aiutano a crescere e a conoscere fatti e posizioni altrimenti inaccessibili. La mia pagina su Twitter (twitter.com/alessiamosca) rientra in questa stessa logica ed è un elemento che arricchisce il dialogo garantendo una maggiore tempistica nelle risposte ai problemi quotidiani. Così come la pagina di Facebook (http://www.facebook.com/home.php?ref=logo#!/pages/Alessia-Mosca/262690021846?ref=ts). Il peso del Web 2.0 cresce man mano che aumenta la sua diffusione tra tutti gli strati della popolazione. Ecco perché fa paura a chi ha sempre tratto vantaggi da un’informazione controllata dall’alto. Ed è per questo motivo che ritengo fondamentale che il tema della “banda larga per tutti” sia ai primi posti dell’agenda politica.

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Di Valeria Chiappini (del 20/05/2010 @ 17:29:25, in Innovazione, linkato 733 volte)

Come ricercatrice sociale e di marketing, Facebook è un fenomeno che studio per lavoro, per quello che racconta delle trasformazioni in atto nelle relazioni umane e, ebbene sì, anche per le opportunità di business che rappresenta per molti dei miei clienti.

Ma di Facebook sono anche un utente come tanti, ed è da utente che vorrei parlarne. Un po’ Facebook mi spaventa, perché è per certi versi un mostro proteiforme, che rappresenta al tempo stesso l’impoverimento delle relazioni umane – ridotte a chiacchiericcio virtuale – e una loro celebrazione, che consente di disseminare di socialità uno stile di vita “metropolitano” – parlo per me – in cui il contatto umano è spesso limitato e divorato dall’utilitarismo che contamina soprattutto le relazioni professionali (dunque la stragrande maggioranza del nostro tempo) ma in parte anche il cosiddetto “tempo libero”. Facebook è invece un’arena della gratuità, dove lo scambio di pillole di sé avviene in maniera non-finalizzata, meravigliosamente inutile e generosa.


Mi rendo conto di raccontare così solo parte della storia – Facebook è anche uno dei nuovi luoghi dell’interesse, del mascheramento e della manipolazione – ma come dicevo vorrei parlare da utente e non da sociologa, ed è la gratuità il motivo per cui Facebook mi piace. Per me è una fonte di ossigeno e refrigerio da giornate e dinamiche relazionali fatte di seriosità e strategia, un luogo in cui vigono regole diverse, in cui lasciarsi andare (donandola agli altri) alla propria ritrovata capacità di giocare ma anche – e la logica è la stessa – alla propria voglia di riflettere, di dire quello che si pensa, di sentire ed esternare emozioni e opinioni. Non nego - forse più per inadeguatezza dei media tradizionali che per mia pigrizia intellettuale – che Facebook è il luogo dove vengo a conoscere le notizie più interessanti e preziose, e questo avviene grazie alla capacità di scavo e alla vivacità intellettuale di amici cui viene voglia di condividere con gli altri quello che hanno “scovato”. Talvolta la loro motivazione è una certa propensione alla propaganda ma più spesso – del resto sono immersa in un network di persone “like minded”, che non hanno bisogno di convincermi di alcunché – l’impulso è uno di gratuita generosità.

Voglio però tornare anche al tema delle relazioni umane ridotte a “chiacchiericcio virtuale”, che è invece il motivo per cui Facebook non solo non mi piace ma mi spaventa. Qui mio malgrado non posso fare a meno di sentire l’eco di temi baumaniani, perché Facebook mi sembra appunto un tentativo di porre rimedio all’atomizzazione dell’individuo contemporaneo attraverso un surrogato che proprio istituzionalizzando  il networking virtuale conferma e si rassegna al vuoto del tessuto sociale reale. Del resto non è colpa di Facebook, che è di fatto una risposta geniale a una preesistente domanda di relazionalità “on demand”.

Uno sprazzo di ottimismo mi viene però da un articolo in cui mi sono imbattuta qualche giorno fa sul Corriere, e che tratta un tema con qualche punto di contatto con la materia Facebook: una ricerca condotta da alcuni scienziati dell’università del Winsconsin su un gruppo di bambine – a cui veniva concesso di telefonare alla madre in un momento di particolare stress emotivo – ha evidenziato come anche il solo contatto telefonico sia sufficiente per il rilascio nel sangue di ossitocina, un ormone che abbassa i livelli di ansia e ci rende più affettuosi, generosi, empatici nei confronti degli altri. Leggendo l’articolo ho subito pensato ad altre forme di interazione “virtuale” – e dunque anche a Facebook – e a come sperabilmente la nostra specie stia forse mettendo in atto forme di evoluzione adattiva che ci consentano di trarre beneficio anche dalle modalità relazionali tipiche della società contemporanea atomizzata. Non so se le conclusioni della ricerca sul telefono possano valere ad oggi anche per Facebook, Skype e gli altri totem della relazionalità contemporanea, né è scontato che in futuro possano attivare risposte emotive tanto potenti da chiamare in causa l'ossitocina, ma non è azzardato ipotizzare che più una modalità di interazione diventa familiare, più l'essere umano diventa capace di far convogliare su quella modalità dinamiche relazionali e risposte emotive tipiche di forme di interazione più originarie. Rimane vero – e la particolare diffusione delle sindromi depressive nelle grandi città ne è una nota conseguenza – che il venir meno del tessuto sociale e la sua sostituzione con forme di relazionalità “fluida” è lungi dall’essere ottimale per il benessere della nostra specie, ma è anche vero per fortuna che l’essere umano è dotato di un certo grado di flessibilità e capacità di adattamento nei propri bisogni e nelle modalità per soddisfarli.

In chiusura, torno all'immagine di Facebook come “mostro proteiforme”, capace di assumere qualsiasi forma, valenza e funzione, per spiegare la mia sospensione del giudizio su questo mezzo di comunicazione. A Facebook appartiene intimamente l'assoluta ambivalenza che è tratto caratterizzante di tutto il web: credo che in futuro Facebook continuerà a essere – come e ancor più di quanto sia oggi – luogo dell'autenticità ma anche dello mascheramento, luogo della gratuità e della generosità ma anche della manipolazione, della propaganda e del marketing occulto, del chiachiericcio virtuale ma anche, si spera, luogo di sperimentazione di modalità relazionali davvero appaganti. Continuerò a sfogliarlo con un misto di diffidenza e di speranza.

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Di Ylenia Berardi (del 20/05/2010 @ 17:39:49, in Innovazione, linkato 1058 volte)

Quando è esploso il “fenomeno Facebook” in Italia, circa un anno e mezzo fa, ha pian piano monopolizzato le copertine delle riviste e conquistato le pagine di cultura dei quotidiani; Nòva 24, l’inserto di nuove tecnologie de Il Sole 24 ore, ha curato la pubblicazione di un ‘manuale’ che portava proprio questo titolo; da qualche mese, anche una rubrica del riuscito sito di informazione di Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino è dedicata a questo, “Il Facebook del giorno” sceglie il messaggio di status più interessante della giornata; su Internet, infine,  spopolano articoli che stilano la top five dei motivi per amare Facebook e quella dei motivi per odiarlo.

Ma attenzione a non pensare che sia solamente una tendenza! Ormai, l’utilizzo del social network è entrato nelle pratiche quotidiane, viene percepito come parte integrante dei mezzi di comunicazione a disposizione e difficilmente si riesce a farne a meno. Per molti è uno strumento lavorativo a tutti gli effetti: un’azienda si fa la sua pagina a scopo promozionale, un giornalista pubblica i suoi articoli sulla bacheca così da veicolarli maggiormente, un’associazione culturale costituisce un gruppo in modo da cercare adesioni, e così via. Per molti altri, però, è solo svago, chat e applicazioni varie; è emblematico il caso di Farmville, succede spesso di inciampare in pagine di utenti che sul wall hanno solamente continui update di questa applicazione che ha reso ‘addict’ tantissimi che si sono creati un account solamente per questo motivo.

Enorme successo perciò anche in Europa di quella che era nata negli States, nel 2004, come una piattaforma per connettere online gli iscritti a Harvad. Fino agli ultimi tempi, quando a mettere in crisi il social network più famoso del mondo ci ha pensato l’annosa questione della privacy.

Il “giochino” di Mark Zuckeberg con 400 milioni contatti, mille dipendenti, il quartier generale a Palo alto, dovrebbe (la società non è quotata in borsa!) valere circa 12 miliardi; nonostante ciò ha il limite di non riuscire a produrre facilmente utili. Una delle soluzioni per farlo sarebbe rendere più mirati i messaggi pubblicitari che accompagnano le pagine personali, ma questo – come ormai ben sappiamo – implica una conoscenza maggiore degli utenti. Situazione, questa, che non rappresenta tanto un problema per gli americani, quanto per gli europei che mostrano da sempre una sensibilità ben maggiore verso l’argomento. Come ricorda Eben Moglen, docente di diritto alla Columbia University e studioso delle implicazioni del web sulla privacy, “le società americane sono fiorite offrendo al pubblico servizi gratuito in cambio della fornitura dei dati personali che rendono più efficienti i messaggi pubblicitari”. Non c’è quindi da stupirsi se anche la Casa bianca difende l’approccio delle società informatiche americane e se Zuckeberg ha dichiarato in pubblico che “la privacy è un concetto vecchio e superato”.

Negli ultimi giorni, soprattutto dopo l’intervento dei garanti europei per la privacy, la questione ha investito irreversibilmente la società, che è stata così costretta a convocare un summit dei suoi vertici. Si attendono risposte dal social network, che potrebbe perseverare nel suo modus operandi oppure decidere di cambiare strada. Il rischio è che la perdita di consensi vada a favore di un concorrente più rispettoso delle informazioni personali. Agli onori della cronaca, in questi giorni, è il progetto “Diaspora”: un operatore “open”, attorno a cui quattro ragazzi sono riusciti a raccogliere 120 mila dollari in pochissimo tempo, che lascerà agli utenti il pieno controllo sui propri dati personali. Non solo. Nel frattempo è anche nato www.quitfacebookday.com, “We’re quitting face book today”, un gruppo di scontenti ha organizzato un’azione di massa dimostrativa: far cancellare il più alto numero di persone in un colpo solo, il 31 maggio 2010. Per gli attivisti, Facebook non rispetterebbe la privacy e renderebbe complicato gestire i dati personali, dal momento che non si sa cosa ne sarà in futuro.

Non resta che attendere di capire se il giovane Mark saprà osare ancora una volta sacrificando la privacy sull’altare della pubblicità oppure deciderà di dare retta ai desiderata dei suoi 400 milioni di “clienti discreti”.

 

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Social networks can change the basic dynamics of interpersonal relations as we all know. And in the past few years they have clearly shown potential for political organization and communication. But it is unlikely that they can make a positive contribution to long-term political involvement or increase the quality and number of informed citizens on their own. They are caught up in a loss of civility which hinders sustained, polite dialogue and they fall victim to the general lack of prolonged attentiveness characterizing the information-glutted age in which we live. This article is not a screed about the problems caused by "information overload," but rather an analysis of areas where online social networks are likely to impede rather than advance community political organization and participation.

Civility is necessary for proper political dialogue, for it is the way that members of a community temper their disagreements in the public space and accord each other a fair hearing of ideas. Civility is not a lost virtue, but one fading from everyday life.  I'm not about to join the hundreds - maybe thousands - decrying Facebook and similar technology for causing this unfortunate trend. That said, the petty, narcissistic, and self-congratulatory aspects of human nature are highlighted in online social networks (witness the casual adding and deletion of friends on Facebook). Often, the pettiness distracts from the constructive and kind things people do online with their friends. This is detrimental to gathering serious political momentum. Given how many individuals interact online with the pettiness of schoolchildren on holiday, there is quite a challenge for those using the same technology, for example, to organize consistent support for a trade embargo on a nation committing genocide. What kind of long-term humanitarian commitment is likely to result from groups comprised of members who are distracted ad infinitum by the virtual dramas of their friends or who has dropped them as a contact? 

One caveat: the cultural background to the criticisms of Facebook and related technology that I am making is in the developed West. In a global context the sheer convenience of the technology make it optimal for protest. In Egypt, for instance, women's groups have made great headway in grassroots organizing, and Iranian dissidents have turned Twitter and Facebook into primary tools of opposition  communication. But across the E.U. and above all, the U.S. this does not appear to be the case. The initial eagerness in the U.S. to attribute lasting politicization among the "young" in the 2008 election cycle gave way quickly to re-appraisal of how influential the Facebook phenomenon actually was.

The basis of political action in a republic or democracy is deliberation: sustained attention and discussion of a topic. And this unsurprisingly underlies any successful organizing in such a polity - grassroots or top-down. Yet online social networks are often difficult places to sustain this variety of analysis. Over the past few years, at least half a dozen studies of the decline of attention and the rise of distraction have been published.  We know with some certainty that intellectual perseverance is challenged by the endless stimuli competing for the attention of web browsers, and further shaken by the viral transmission of new cultural fads and causes, which have a turnover so rapid that it is a Sisyphean task to gain adequate knowledge of an issue before it becomes old hat. Instant entertainment, commerce, and communication have become an expectation; in some circles, almost a right. This will erode people's preferences for deliberation, for prolonged study of and reflection on problems - and in the U.S. and U.K. it already has for many. While millions of quality texts are available online, the kind of political information readers frequently share through Facebook is far more often the gossip of blogs and brief headlines gathered from sites like Google News. This kind of communication is great for short-term campaign organizing, organizing petitions, or reviewing polling data but does not offer much to people trying to increase an online community's engagement with issues that cannot be "fixed" in a campaign cycle, like persistent inequality between men and women's salaries. Nor does it help translate online involvement with political action in "real" life.

Children raised entirely amid the technology of the past two decades will experience their world far differently from previous generations, and this distance is expressed in most facets of life, including how and when they interact politically online. Last year controversy surrounded Baroness Susan Greenfield's claim that new social media risk a mid-21st century (Western) mind being "infantilised, by short attention spans, sensationalism, inability to empathize and a shaky sense of identity." But her concern over shortening attention spans in children accustomed to immediate results and gratification should be given serious consideration. Within human nature, particularly among the young, there is preference for immediacy, for instant reward: this is almost a truism. Social networks, by the brief, constantly updated wall-postings, status updates, tweets, and similar truncated  messages, surely enhance this trend. Yet the basis of civil, political order is forethought: planning for future contingencies. Everything in society from legislation to agriculture takes its efficacy from foresight, from anticipation of future problems rather than emphasizing immediate results. So much of the political organization happening on Facebook does the opposite, following the pattern of other groups and clubs there: immediate, trendy, virally quick recruitment of members is followed by rapid, if not equally speedy, loss of social momentum and participation. Online participation also makes individuals feel like they have "done their part," and this does not necessarily help induce them to carry their volunteering or activism in the "real" world (though sometimes it does).

The increased demands placed on human cognitive capacity by information overload are stretched further by the constant interruptions of emails, phone calls, instant messages, and multiple conversations carried on via these media. In The Overflowing Brain, neuroscientist Torkel Klingberg has written of the demand that information technology - particularly managing large amounts of disparate information at once - places on functionality. Klingberg argues that the many new complexities of the "information age" boil down to the problem of increased demands upon our attention and working memory. If attention functions as a brain system akin to an organ (which research now strongly suggests is the case), it likely atrophies without use. Directed attention - concentration on an issue, task, or person speaking - is necessary to acquire new information. Stimulus-driven attention (i.e. distractions) impairs this acquisition by dividing our focus from one stimulus to many. And so much of the time spent on social networking sites involves endless hijacking of attention by barrages of stimuli. While it is possible (and prudent) to train the mind to be more attentive and the working memory to better handle simultaneous tasks, the everyday experience of most people is less that of actively training the mind and more of passive "hopping" from one distraction to another.  

Many of us use social networks as extensions of our physical lives, enabling more efficient communication and overcoming distance. Limited to this, the social networks offer real-world groups the efficiency of email lists, article postings, and forums. But they cannot currently function as the primary driving force of any political organization, for any age group or subculture. Effective participation in a democratic society requires education, concentration, perseverance, deliberation, civility, and empathy across a wide range of emotional,  economic, and cultural situations. It requires people to stand still, assess a problem, and commit themselves to its solution. A sense of continuity and permanence is just as important to solving social problems as a desire for change and efficient mass communication; social networking online provides the latter but falls far behind in ensuring the persistence of the former. The difficulties presented  by the new social media to fostering enlightened political engagement are not insurmountable, but like the social changes more generally occurring, should be taken seriously. Their solutions, I think, cannot be disentangled.
 

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Di Gianfilippo Emma (del 20/05/2010 @ 17:49:39, in Innovazione, linkato 1051 volte)

La sempre maggiore distanza tra sistema politico e cittadini ha caratterizzato lo sviluppo delle democrazie occidentali negli ultimi decenni. Parallelamente, il progresso tecnologico ha portato a sviluppare nuovi canali di comunicazione, innovando le modalità di interazione tra  individui. Gli effetti di tale metamorfosi, si sono estesi al modo con cui l’individuo costruisce il suo Io Politico: vi è una più intensa circolazione di idee e dibattiti sull’attualità, ma sul peso di queste reti informali nelle dinamiche di influenza sociale non tutti convergono.

La politica elettorale, tuttavia, può essere uno degli aspetti della civic life che dovrebbe dare il benvenuto alla creazione dell’architettura di partecipazione (guidata da FaceBook), che offre esperienza ricca degli utenti e fiducia agli stessi come co-sviluppatori, coinvolgendo la “saggezza delle folle”. Tuttavia sembra ancora che i partiti politici stiano tentato di plasmare il Web 2.0 ai loro bisogni ed alle norme culturali, chiedendo agli utenti dei social media di unirsi alla loro community (il partito), e non viceversa: c’è stato un tentativo di adeguare il Web 2.0 alle loro esigenze, piuttosto che cambiare il loro modus operandi per soddisfare le norme culturali del Web 2.0.
 

Ogni candidato che si rispetti ha ormai il suo profilo: aggiornamenti costanti e consapevolezza dei vantaggi dovuti al sistema di messaggistica e di alert di FB. Ma accanto ai profili ufficiali, nascono gruppi e offerte ad hoc per provare a vendere gadgets di ogni tipo: ecco la partecipazione esaltata dalla tecnologia. FB è poi disseminata di piccoli programmi che la gente può aggiungere alla sua pagina, come quelli che consentono di mostrare quale candidato (o partito, se si vota con il proporzionale) sostieni: una specie di “spilla virtuale”. Team working, condivisione, semplicità, partecipazione, informazione, aggiornamento, orientamento all’utente, flessibilità, ricchezza di scelte: sono queste le caratteristiche del successo di FB in campagna elettorale.

Facebook ormai sta alle persone come Google sta ai siti: le mette in relazione e organizza conoscenza diffusa come mai prima. Ecco perché i partiti dovrebbero ragionare su come far accedere la comunità di FB ai propri contenuti e a come sfruttare questa babele di connessioni personali (soprattutto nel locale) per costruire nuovi servizi ad hoc. Sembrano averlo capito molti dei nostri parlamentari: è sorprendente quanto sia alta la percentuale di coloro che utilizzano i social network (più del 50% dei parlamentari in carica).
Non solo propaganda ed informazione, ma soprattutto organizzazione.

C'erano una volta le macchine “fisiche", "materiali" che portavano in piazza le grandi masse. Macchine verticali (vedi la CGIL), ancora in piedi ma quasi superate. Oggi c’è la macchina orizzontale, reale, col cuore che pulsa nel social network: l'onda della manifestazione dello scorso 5 dicembre (il No-B Day) è iniziata il 9 ottobre, su una pagina FB promossa da cinque persone. Ognuno riceveva e smistava agli amici, con una propagazione a catena di sant'antonio, invadendo reti e gruppi.

La pagina FB, gratis e semplice da gestire, non era uno sfogatoio (anche se a qualcuno l’aveva scambiata per tale) ma un modello di organizzazione. Sulla banda laterale sinistra c’erano i contatti, sotto forma di link, a 103 pagine locali (niente sezioni o strutture fisiche), che a loro volta raccoglievano adesioni e organizzano i pullman per la manifestazioni. Altro aspetto interessante era la raccolta fondi (possibile sia con Paypal che con Postepay). E ancora, una cura molto particolare alla disseminazione del contenuto nel web, non soltanto nei social network ma anche nei siti di news più tradizionali. Un’altra colonna in cui erano segnalati tutti i giornali, siti e organizzazioni che appoggiavano l'iniziativa, rilanciandola a loro volta. 

 
Questo il vento della rete, che ha contribuito a portare Obama dove sta adesso, e che ha messo le ali al Popolo Viola. Non è tecnologia al potere, le idee sono sempre umane: la tecnologia è solo una piattaforma abilitante, la politica e le idee fanno il resto.

 

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Di Cristiana Rumori (del 20/05/2010 @ 18:05:10, in Innovazione, linkato 1410 volte)

Guardarsi, comunicare quel tanto che basta a percepire interesse, nome e cognome captato nell'aria, la certezza di ritrovare l'altro in rete senza la necessità di chiedere un appuntamento, un numero, una nuova occasione. L'occasione verrà alla prima richiesta di amicizia – la strategia sta nell'attendere il momento giusto, la mattina successiva, la notte stessa appena rientrati a casa oppure trattenere la mano fino ad aspettare che lo faccia lui o lei.
 
Impossibile resistere alla tentazione di sapere di più; una volta ottenuto il contatto nessuno sa frenarsi dal guardare foto, lista amici, interessi, professione, provenienza, ogni traccia informativa lasciata nella pagina Facebook. Spingersi fino a googlare il nome e indagare, studiare quello sguardo che ha catturato la nostra attenzione.

Sapere senza chiedere è questa la novità che ci offrono i social network. Incontrarsi e ascoltare notizie note, la mente ha già esaminato il grado di compatibilità. Religione, preferenze politiche, ciclo di studi, sede degli studi, città di provenienza, città di residenza, viaggi effettuati, amici, tipologia amici, tante donne? Molti uomini? Foto semplici o studiate? Carnet di presentazione alla pari di agenzie matrimoniali. Status relazionale: fidanzati, single, in una relazione complicata, sposati - spesso specificando con chi - nome di eventuali figli, foto degli stessi. Preferisce mare o montagna? Cinema d'autore o film commerciali? Legge e che cosa?

Scoprire una mente, un corpo prima di frequentarlo. Guardare foto in costume, valutare il grado di attrazione, decidere che sì, dopo tutte queste ricerche, è arrivato il momento di incontrarsi di nuovo.

Entrano in scena. Un saluto complice con un velo di imbarazzo avvolge i protagonisti. Loro che in e-mail sono diventati così intimi ora percepiscono che non lo sono, che c'è ancora un margine lasciato all'imprevisto - forse quella presunta affinità scomparirà tra le pieghe di una prima serata o, al contrario, quello che pareva essere sciocco avrà uno spessore diverso.

Fluttuano parole nell'aria, spesso a condire informazioni già note eppure c'è sempre un altrove, un oltre, un territorio che persino le etichette non possono raccontare. E il segreto è proprio qui, in una società dove la comunicazione si è vestita di velocità, il gioco è nella lentezza, nell'assaporare, nel concedersi di andare oltre quello sguardo, oltre il biglietto da visita virtuale e aprire le porte della conoscenza, curiosare nell'immagine che si pone di fronte a noi e viaggiare dentro una mente, dentro un corpo che forse dopo odoreremo – l'odore non è ancora catalogabile in rete – e annusare la vita degli altri perché l'amore, la scoperta dell'amore, è ancora possibile anche quando studi sociali vogliono farci credere che non sia più realizzabile. Sta a noi decidere, siamo sempre liberi di scegliere, di provare la meravigliosa sensazione di cambiare le regole del gioco, di stabilire di volta in volta come muoverci, mescolando velocità e lentezza, aprendo gli occhi al microcosmo che abita ognuno di noi e respirare.

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Di Federica Benvenuti (del 20/05/2010 @ 18:15:47, in Innovazione, linkato 8875 volte)

I social network hanno davvero stravolto i rapporti interpersonali fra le persone, rendendoli meno personali, molto più virtuali e spesso finti. Finti perché molte persone, facendosi scudo e forza del fatto che sono dietro ad una tastiera ed un monitor e non avendo a che fare direttamente con le persone, usano questi mezzi per porsi come non sono, magari facendo credere a chi è dall'altra parte di essere la persona che in realtà vorrebbe essere nella vita di tutti i giorni, ma che non è.

Il classico timidone che non riesce a spiccicare parola o ad avere alcun impatto nella vita reale con le persone, dietro un mezzo come Facebook diventa il tosto, lo sciupa femmine, quello che ci prova con tutte. Donne che non sono sicure di se stesse che non si piacciono, postano immagini di donne prese da internet, perché vorrebbero essere in quel modo, e fanno credere di essere così, in modo tale che se nella vita di tutti i giorni nessuno le degna di uno sguardo, limitatamente a questi mezzi invece sono corteggiatissime.

Ormai capita che invece del numero di telefono, chi ci prova o ha questa intenzione nell’imminente futuro,  ti chieda il contatto di Facebook o di Messenger (cosa che trovo assurda) anche perché come ho detto io dietro questi mezzi posso far credere quello che voglio, di essere una donna bellissima, brillante, facoltosa, una modella e magari invece nella vita quotidiana sono una casalinga frustrata.

Privilegio molto più i rapporti diretti: si capisce molto di più dal tono di voce, da un gesto, da uno sguardo da un tocco di mano... se parlo con qualcuno faccia a faccia, dico le cose che mi vengono di dire lì per lì: come si dice, dall'abbondanza del cuore la bocca parla...
Comunicando dietro ad una tastiera, se voglio ho tutto il tempo necessario per pensare alla risposta che possa far piacere all'altra persona, o per far colpo...quindi è molto più facile fingere, come credo faccia la maggioranza delle persone.

Certo Facebook da molta visibilità quindi oltre che a mantenere rapporti con persone che già conosci e che sono distanti, ti permette anche di conoscere gente che altrimenti sarebbe impossibile conoscere, e questo è sicuramente un aspetto positivo. Personalmente ho conosciuto molta gente, però c'è da fare una distinzione: chi mi interessa veramente conoscere, non mi limito a farlo rimanere un semplice contatto di Facebook ma lo trasformo in conoscenza reale, perché non possono nascere vere amicizie solo virtuali, o amori che rimangono tali; possono nascere affinità e simpatie, ma vanno sempre confermate con la prova dell'incontro; mi è capitato di trovarmi bene (a livello virtuale) con alcuni, e poi una volta conosciuti di persona,  la sensazione è stata opposta, con ovvio dispiacere. Un contro esempio di quanto appena detto sono invece le mie migliori amiche: le ho conosciute su un sito dedicato alla nostra passione per la stessa squadra, però in seguito la conoscenza non è rimasta solo virtuale, da quell’incontro virtuale abbiamo iniziato a coltivare e consolidare la nostra amicizia al di fuori di quel mezzo.

La grande visibilità di questi mezzi, ha anche diversi aspetti negativi: viene usata da persone squallide per diffondere messaggi di violenza o di razzismo, e questo perché come ho detto prima la gente si sente più forte nascosta da questi mezzi; magari queste stesse persone nella vita reale hanno paura della loro stessa ombra. Un altro aspetto negativo (che già con l'avvento degli sms aveva già preso campo) è l'uso del "linguaggio", tutto sintetizzato, finché lo si usa solo con questi mezzi, lasciamo perdere, ma è diventato una cosa talmente comune nell'uso quotidiano che molti giovani adesso parlano anche come scrivono negli sms, ed è un fatto di una tristezza enorme.

Io non so dove andremo a finire da qui a 15 anni, so solo che purtroppo il progresso è allo stesso tempo regresso, e visto come sono diventati i rapporti interpersonali, non promette niente di buono: si arriverà forse a fare tutto virtualmente? Chiusi in casa, dove ogni cosa si fa attraverso il pc? Dove mettiamo il colore e le sfumature che la vita di tutti i giorni ci da? E l'arricchimento intellettuale e di animo seguente allo scambio di opinioni e argomenti con persone diverse?  È bello conoscere le persone proprio per avere un quadro delle cose che non rimane limitato alla nostra visuale, perché lo scambio di idee è la cosa che più ci migliora in tutti i sensi.

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