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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
La storica questione meridionale ha sollevato nel tempo un'altra questione, settentrionale questa volta, la cui risposta risolutiva si concretizza nel federalismo fiscale, già adottato da altri Stati europei con risultati poco invidiabili.
I principi fiscali del federalismo concentrano diverse strategie d'attacco per eliminare sprechi nei programmi di spesa, garantire un efficiente amministrazione pubblica più vicina ai cittadini, con riduzione della pressione fiscale complessiva. Allo stato attuale è noto che in Italia il Centro-Nord vede privarsi di risorse, poi investite a fine assistenzialistico al suo Sud, per le quali si auspicherebbe un uso più produttivo nel territorio di origine: “Poveri di regioni ricche mantengono ricchi di regioni povere”, e così i propositi di buongoverno sono già sul viale del tramonto.
Il decentramento potrebbe rappresentare finalmente lo stimolo per il Mezzogiorno, affinché possa competitivamente mettersi in pari con il resto del Paese. Ma il rovescio della medaglia sarebbe un' inevitabile amplificazione della corruzione locale, con conseguenti costi aggiuntivi, necessari ad oliare lo stesso ingranaggio fiscale, rendendo ancor più pesante il debito delle regioni meridionali, rafforzando il concetto, ormai proverbiale, di inefficienza del Sud rispetto al Nord.
Se ci fosse fin da ora un sistema che potesse garantire un monitoraggio costante nel flusso fiscale allora, forse, il federalismo potrebbe essere un'alternativa valida per risolvere equamente entrambe le questioni, meridionale e settentrionale, ma appare che lo stesso decentramento possa essere desiderato da un governo centrale che ancora non vuole prendersi le proprie responsabilità di fronte al problema meridionale che in realtà è problema di Stato, per smettere di giustificare come e dove scompaiano i fondi erogati.
Guardando il vicino Belgio, questa via dimostra come ciò non sia sufficiente a garantire una risoluzione equa, al contrario, la diseguaglianza tra Nord e Sud sarebbe l'unica realtà ad uscirne rafforzata, con il rischio di favorire forze indipendentiste. Confrontando l’Italia alle altre realtà europee,un’osservazione da non sottovalutare è la presenza di un partito secessionista nella maggioranza di governo, e l'influenza pesante di forze politiche ed economiche che fomentano astio nei propri cittadini, deboli e non, nei confronti di un Sud corrotto, svogliato, incapace.
Assurda poi, è la presenza tra i filo-secessionisti padani di antichi “terroni” che lentamente cedono il loro posto ai nuovi “terroni”, gli immigrati stranieri, da cui bisogna proteggersi per salvaguardare opportunità lavorative, ma soprattutto, le proprie integrità e salute, per esempio indossando guanti e spruzzando antisettici in mezzi pubblici. Eppure le feste della Lega presentano scenari non così diversi da quelli soliti, tanto ridicolizzati meridionali, con annesso corredo di disturbo alla quiete pubblica e macchine in doppia fila. Che la mancanza di rispetto civico possa essere il solo punto in comune fra terroni e polentoni? Peccato che ciò si manifesti a discapito di quegli spazi puliti e dignitosi, fiore all’occhiello della sedicente Padania .
Il progresso non sottintende sviluppo, e soprattutto non garantisce apertura mentale, per raggiungere una visione globale del contesto italiano, che resta culturalmente e socialmente provinciale. Centocinquanta anni fa l'uso di dialetti demarcava confini invalicabili per evitare ogni sorta di contaminazione. Ora, dopo un'Unità forzata,che ci piace associare al racconto teatrale dei Mille guidati dall'Eroe dei due Mondi, emerge nuovamente un passato di simboli celtici, a tratti esoterici con i sei raggi del sole delle Alpi in campo verde, che rafforza e sostiene, e soprattutto raccoglie e distingue, gli animi che vogliono sentirsi derubati da un Sud malfattore e ladro. L'orgoglio e la necessità di riconoscimento in un gruppo, in un Paese spaesato, riporta alla chiusura di quei confini che in realtà non sono mai stati valicati.
E' più facile mettere i cittadini l'uno contro gli altri, sfruttarne le debolezze umane per poi cavalcarle ed essere enfatizzate da partiti, che invece di proporre politiche sociali migliori, ambiscono a voti elettorali, facendosi portabandiera di speranza e benessere. In questo la colpa principale non sta nel governo, ma in un’ opinione pubblica incapace di farsi un’opinione propria, che invece di aprirsi in una comunicazione orizzontale, intesa come piazza, si chiude e si fa corteggiare da falsi valori.
Le radici di tutto questo sono amare, profonde e prospere, come quelle della gramigna. L’Italia è stata frettolosamente e forzatamente messa insieme con popoli diversi per storia, cultura e abitudini sociali, e raccolta in un tricolore che nel tempo a forza di tirarlo da una parte e dall’altra, prima o poi finirà per strapparsi… A mezzo secolo di distanza la frase di D’Azeglio ancora emerge incompiuta: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.
L’Unione Europea è un campionario crescente di disunione. Non solo perdurano gli aneliti all’indipendenza di realtà locali notoriamente burrascose, quali i Paesi Baschi, l’Irlanda del Nord e la Corsica. Ad essi si aggiungono i successi elettorali dei separatisti fiamminghi in Belgio, della Lega Nord nostrana e le frizioni tra le tre grandi regioni di cui si compone uno dei più giovani e più poveri membri dell’Unione, la Romania. Si considerino poi i mai sopiti egoismi nazionali e il riaffiorare di pulsioni protezionistiche nei singoli stati di cui l’UE si compone, frutto della crisi economica globale di cui ancora si soffre pressoché ovunque, nonché la risonanza e il potere conquistati da variegate formazioni euroscettiche in tutto il continente.
Se poi si osserva come fette consistenti dell’elettorato e dell’élite economico-finanziaria della Germania, vero cuore e motore d’Europa, parevano disposte nei mesi scorsi a “scaricare” la Grecia, vittima di corrotti autoctoni—più qualche consulente della Goldman Sachs—e corruttori d’ogni provenienza—ivi inclusi molteplici investitori tedeschi—, allora se ne deduce che l’Unione Europea è un progetto in grande difficoltà. A ben guardare, essa pare resistere ancora grazie all’inerzia dell’apparato burocratico di cui si è fornita negli anni e alla sua potente Banca Centrale, il cui totem monetario—un Euro che quasi tutti i paesi utilizzano ma che pronunciano ciascuno in modo diverso—decide alla fine le draconiane politiche di bilancio dei singoli membri.
L’accento posto sulla crisi degli ultimi due anni e mezzo non è casuale. L’Unione Europea, votata nei decenni più recenti a politiche di concorrenza a più livelli e di cosiddetto libero mercato, non ha certo goduto di tassi di crescita straordinari e ha visto aumentare in quasi tutti i suoi stati la sperequazione del reddito tra i ceti più abbienti e quelli più disagiati. La povertà è andata riemergendo in maniera talora drammatica, come denunciato indirettamente dal boom di cibi e tariffe “low cost”, se non addirittura in modo palese dalla reintroduzione della vetusta tessera annonaria sotto forma di “social card” nel Bel Paese, ossia uno degli stati fondatori dell’Unione e delle economie più significative della medesima.
In contrasto al modello sociale promosso dalle prime forme di cooperazione europea e sancito nella sua carta dei diritti fondamentali, che una certa lady di ferro aveva definito ai suoi tempi “socialista”, l’Unione Europea ha virato oramai da più lustri verso lidi e modelli di sviluppo marcatamente meno Keynesiani e molto più “atlantici”, finendo infine risucchiata nel vortice tossico della crisi finanziaria corrente partita da Wall Street. Se poi su entrambe le sponde dell’oceano è permesso allo Stato interferire massicciamente nel libero mercato, che si credeva erroneamente dotato di virtù “autocorrettiva”, per salvare alcuni oligopoli bancari falliti per loro stessa mano, la medesima cosa non è concessa se si tratta di servire le scuole, gli ospedali, gli spazi pubblici o le manifestazioni culturali, nonostante gli impegni presi già negli anni ’60 del secolo scorso con la promulgazione della Convezione internazionale sui diritti economici sociali e culturali.
In questo disarmante panorama di prolungata crescita minima, maggiore disuguaglianza e infine di crisi evidente, le tendenze localistiche, i separatismi e il nazionalismo acquistano un aspetto preoccupante. Non assomigliano più a rivendicazioni culturali, ma a tentativi disperati di salvare il salvabile, abbandonando le regioni più svantaggiate d’Europa a loro stesse e cercando di riguadagnare il controllo dell’economia, affidato senza grande successo ai sapienti tecnocrati di Bruxelles e ai magnanimi banchieri di Francoforte. Senza dimenticare che il più grande esperimento recente di immiserimento progressivo e di frammentazione degli stati europei è avvenuto negli anni ’90 del XX secolo nell’Europa orientale.
In primis in Unione Sovietica, scioltasi lungo confini antecedenti alle conquiste settecentesche degli zar, e dilaniata nel Caucaso da infinite battaglie. Quindi in Cecoslovacchia, dove una leadership intelligente e addolorata sancì la separazione pacifica tra i ricchi e i poveri di quella nazione. Infine e soprattutto in Jugoslavia, dove le arcinote violenze etniche furono precedute da un decennio meno noto di proteste comuni per una crisi finanziaria ed economica presieduta dal Club di Parigi, dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, ovvero alcuni dei più influenti consulenti dell’Unione Europea odierna. Auguriamoci di non dovere ripetere le stesse esperienze allo scopo di rassicurare i mercati e tenerci buoni gli eroici e generosi creditori rimastici…
Federalismo, indipendentismo, secessionismo... sono termini ma soprattutto concetti che negli ultimi anni sono tornati alla ribalta sia a livello europeo che nazionale, contrastando nettamente con gli eventi politici, sociali, ed economici che hanno avuto luogo nel nostro continente ed in Italia, e che dal loro canto si sono contraddistinti per il concetto di “unione”: nasce l'Unione Europea, entra in vigore la moneta unica, si firma il trattato di Schengen, in politica si vince solo attraverso grandi coalizioni.
Come sfondo a tutto ciò, il fenomeno della globalizzazione, che senza dubbio tende ad unire piuttosto che a dividere, non ha mai cessato la sua escalation.
Forse proprio tutto questo quadro d'insieme ha posto le basi per il rilancio di alcune forme di localismo che hanno trovato terreno fertile e saputo cavalcare specifiche questioni.
Personalmente trovo che l'individualismo come posizione morale e prospettiva sociale sia un tratto molto distintivo delle contemporanee società capitaliste occidentali. Tutto ciò, unito alla capacità degli attuali mezzi di comunicazione di massa di dare eco globale a questioni locali, ha contribuito a rilanciare movimenti separatisti con alle spalle antiche diatribe storiche.
Tuttavia, il fatto che l'Italia appena un secolo e mezzo fa non fosse altro che un territorio costituito da popolazioni estremamente eterogenee (altro che i Balcani!), non basta a giustificare la sete di federalismo ostentata da movimenti politici, con la Lega Nord in prima linea.
Anzi, secondo me non c'entra proprio nulla.
Hanno molte più responsabilità i governi che si sono succeduti negli anni, incapaci di creare e conservare uno spirito di unità nazionale, ma al contrario, macchiati di scandali, di corruzioni e di speculazioni, hanno gradualmente allontanato (direi proprio disaffezionato) l'elettorato dalla partecipazione politica, tanto da farmi riflettere se la cosiddetta “morte delle ideologie” in Italia sia stata la conseguenza e non la causa di tale risultato. Quando una popolazione non si sente più rappresentata, viene a crearsi una frattura, un vuoto, in cui movimenti come la Lega (ma purtroppo anche le criminalità organizzate in alcune zone) hanno saputo fiondarsi ed organizzarsi per la gestione e la tutela degli interessi locali.
Personalmente colgo del potenziale positivo nel federalismo politico. Conferire dei poteri maggiori alle Regioni (ed ai loro governatori) potrebbe far rinascere quell'attenzione effettiva nei confronti degli specifici territori, ma soprattutto la possibilità per l'elettorato di tornare a credere nei loro rappresentanti politici come reali portatori dei loro interessi ed intermediatori con lo Stato centrale.
Resta invece qualche dubbio sul federalismo fiscale. Quest'ultimo infatti volge ad instaurare una proporzionalità diretta fra le imposte riscosse in una determinata area territoriale del paese (i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni) e le imposte effettivamente utilizzate dall’area stessa. Ad esempio le tasse raccolte dalla Regione Veneto su tutte le funzioni che verrebbero decentrate, ipotizziamo la Sanità, non andrebbero a finire nelle casse dello Stato per poi essere reinvestite sulla Sanità nazionale, ma resterebbero nelle casse della Regione Veneto. Dal momento che l'Italia è stata purtroppo protagonista di uno sviluppo economico estremamente sbilanciato, appare ovvio che tale sistema accrescerebbe in maniera esponenziale il divario fra le zone più sviluppate e quelle meno.
Il federalismo, sia politico che fiscale, ha senso in un sistema integrato ed organico.
Cosa è un confine?
Un racconto molto bello di Dino Buzzati, I sette messaggeri, narra di un giovane erede che parte per esplorare il regno del padre; il desiderio è quello di spingersi fino alla frontiera. Pochi fidati acconsentono a viaggiare con lui, i familiari credono che il suo progetto sia solo un inutile dispendio di energie, ma forte è nel giovane il desiderio di capire, di conoscere, di vedere cosa contiene il regno e di scoprire il significato della parola frontiera. Dopo otto anni di cammino confessa che “sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine”.
Provate a ripercorrere con la mente la vostra ricerca del confine, provate a ricordare i viaggi fatti da quando l'Europa Unita ha tolto le dogane tra le nazioni ed ancora ricordate tutte le volte che avete attraversato il cartello sull'autostrada che indicava il passaggio da una regione italiana all'altra. I più attenti noteranno un piccolo e significativo particolare. Più ci avviciniamo ai denominati confini e più la natura, gli usi, i costumi ci mostrano che le frontiere sono un concetto chiaro solo nelle cartine geopolitiche, in quelle geografiche esse sono delimitate unicamente dalla natura; sono i fiumi, i monti e i mari a separare.
Nelle terre di confine la lingua di uno stato si avvicina a quella dell'altro - creando a volte un interessante miscuglio tra i due idiomi o ancora meglio la naturalezza del bilinguismo - il modo di cucinare si somiglia, le caratteristiche fisiche tra la popolazione anche, gli usi, i costumi si amalgamano, le differenze danzano tra loro. Lo stesso vale per i confini tra le regioni.
L'idea di nazione, di regione è un concetto utile alle amministrazioni, necessario a delimitare territori per poter gestire al meglio – e qui entriamo nel tema centrale – le risorse di uno stato, di una regione, di una provincia e di un comune. Se dividere geograficamente la popolazione – e non culturalmente – si sposa con l'esigenza di meglio amministrare il denaro di una comunità, il federalismo fiscale – e non la secessione, termine che ricorda guerre e rivalità – è certamente un obiettivo perseguibile e opportuno. Tuttavia i toni spesso usati dai partiti politici italiani – Lega in primis – mostrano che la divisione mira a spingersi oltre la buona amministrazione, fomentando l'odio, esaltando la paura di ciò che è diverso, deridendo altre culture, regionali o nazionali che siano. E allora si liberano nell'aria parole come “mandiamoli via”, riferito agli immigrati che tra l'altro sono una risorsa economica non indifferente, “terroni” per identificare i meridionali, “polentoni” per i settentrionali e sciocchezze simili.
L'obiettivo è dividere o amministrare?
A mio avviso è da questa semplice domanda che si deve partire ed è solo una risposta che noi cittadini dobbiamo pretendere: amministrare bene, con criterio, nel rispetto delle esigenze della popolazione e soprattutto nel rispetto dell'idea di comunità, di nazione e di cultura civica ed etica.
Di Admin (del 05/07/2010 @ 14:38:30, in Italia, linkato 519 volte)
La prossima newsletter di VISION tratterà il tema della secessione e del moltiplicarsi - in Italia, in Belgio, in Inghilterra - di tendenze alla separazione di quelli che erano (e sono ancora, fino a prova contraria) degli Stati Nazione.
Il trionfo del partito secessionista belga ed il successo della Lega nelle ultime competizioni elettorali ci ricordano quanto debole sia il “sentimento nazionale” in molte parti d’Europa. Ecco quindi che alla forza centripeta sostenuta dalla Commissione Europea, si affianca all’interno dei singoli paesi una crescente forza centrifuga, che si fa paladina delle istanze (economico-egoistiche) di determinate aree all’interno dei singoli Stati. Sono molte le differenze tra il caso italiano e quello belga, ma sono parecchi anche gli elementi in comune, senza dimenticare la mai sopita voglia di indipendenza e la rivalità delle regioni Oltremanica.
A 150 anni dall’impresa garibaldina, fu cosa buona e giusta quel processo di unificazione? Ad oggi, è ancora la migliore delle opzioni possibili? Cosa ci tiene uniti e cosa ci separa? Può il federalismo fiscale essere un atto legislativo che allenti la tensione? Più in generale, come spiegare la tendenza separatista in atto in diverse parti d’Europa?
Questi sono alcuni spunti che potete sviluppare, per aiutarci ad affrontare il tema che abbiamo scelto per voi: politica, lingua, etnia, sussidi economici, tutto può essere rilevante per comprendere a fondo la questione.
Aspettiamo un tuo contributo, sotto forma di articolo (max 1 pagina), entro il 9 luglio.
Di Admin (del 02/07/2010 @ 12:29:41, in Mondo, linkato 552 volte)
Next Vision newsletter will focus mainly on energy savings and a future without oil. Should the disaster caused by British Petroleum become a no-return point for a future without oil? How to turn in practice sustainable development?
Up to few week ago, one could argue that after oil we would have had oil again. Beyond all the hopes for green energy, new technologies in petroleum exploitation seemed a number of times more realistic than renewable. In the next 5 years global production of off-shore oil should have increased of two/third (10 million barrels per day) according to estimates of Cambridge Energy Research Associates: this amount is the equivalent of Oil production from Saudi Arabia. However, the disaster has increased - as a poll conducted by New York Times/Cbs said - anxiety on the new frontiers of oil exploitation: people is for a great regulation on off-shore drilling. The poll also showed growing concern over the BP oil spill in the Gulf of Mexico and slipping confidence in Obama's handling of the environmental disaster that has shut down fishing grounds and soiled the coastlines of 4 U.S. states.
To its basic level the question is, however, still the same: how can we really make achievable the significant change in consumption and production modes that the “beyond petroleum” era requires? One more point should be stressed, when one considers BP: will the disaster leave space for renewed rhetoric against Multinationals? Considering that BP was a champion in CSR practices, is CSR still useful?
These are some question you can answer in order to address our current FOCUS on beyond petroleum. We expect from you a contribution (something similar to a Newspaper Article) until July, 9th. It should be maximum one page.
Tutte le riforme della amministrazione pubblica tentate in Italia negli ultimi venti anni, da alcuni dei migliori ministri della Repubblica (Cassese, Bassanini, Frattini, lo stesso Brunetta), sono partite dallo stesso errore di impostazione che ne ha fortemente condizionato l’esito. Errore che viene fatto da questo governo che – con questa manovra finanziaria – rischia di dissipare un’opportunità che paradossalmente la crisi gli presenta.
Lo sbaglio è quello di continuare ad assumere che esista una pubblica amministrazione con problemi che si manifestano con caratteristiche sostanzialmente simili tra contesti che sono, invece, molto differenziati
Dipende da questa visione la tendenza di ministri, peraltro illuminati ma - evidentemente - affezionati ad un modello di stato francese che in Italia non è mai esistito, a voler regolarmente legare il proprio nome ad una grande riforma. E alla stessa visione risponde l’ultima finanziaria.
Condivisibile è, senz’altro, l’idea di voler ridurre – in aggregato – la spesa pubblica: il fatto che essa rappresenti la metà del PIL del Paese (in crescita di ulteriori cinque punti rispetto ai valori già altissimi che faceva registrare nel 2000) è un problema non solo contabile, ma etico.
Tuttavia, la Finanziaria fa appunto l’errore di assumere che tutte le amministrazioni siano, sostanzialmente, uguali e che, peraltro, esse dipendono - per le decisioni più gravi - dal governo centrale. Ciò si manifesta in tre diversi problemi per i quali provo a indicare anche una soluzione.
In primo luogo, se è lecito indicare a ciascun ente un obiettivo di riduzione del suo costo, meno legittimo, se rispettassimo l’autonomia organizzativa di quell’istituzione, è volergli imporre anche come distribuisco il risparmio tra ciascuna categoria di spesa (numero di dipendenti, stipendi per ciascuno di loro, spesa in consulenza, formazione e pubblicità). Lo stesso governo che vuole cambiare la costituzione per rafforzare la libertà d’impresa, si dimentica che una modifica più urgente è quella dell’articolo (novantasette) della Carta che vuole che sia la legge a disegnare l’organizzazione delle amministrazioni e non dirigenti che organizzano risorse per raggiungere obiettivi e risponderne del conseguimento.
Semmai – questo è il secondo problema – la finanziaria dovrebbe fare differenza nelle percentuali di riduzione di spesa complessiva tra tipologie di servizi e politiche. In quelli con una maggiore percentuale di dipendenti impiegati direttamente nel rapporto con il pubblico (la scuola, ad esempio) o ritenute più strategiche (probabilmente, la ricerca) gli obiettivi di riduzione della spesa potrebbero essere inferiori rispetto ad altri comparti dove prevale il lavoro di ufficio (alcune amministrazioni centrali). La struttura del bilancio dello stato avrebbe consentito, del resto, questa distinzione.
Infine, ed è la terza considerazione, la finanziaria può essere l’occasione per fare i conti con diversi livelli di efficienza tra enti con la stessa missione. La riduzione della spesa – almeno per quei comparti dove ISTAT riesce a fornire dati disaggregati sufficienti – potrebbe essere determinata non già rispetto al costo di ciascuna amministrazione rispetto alla propria spesa nell’anno precedente, ma rispetto al valore che in media nel paese costa offrire il servizio che quell’ente eroga. In alcuni casi (sanità) la spesa per cittadino è già (in attesa di parametri più sofisticati) un punto di riferimento. In questa maniera i tagli sarebbero più elevati proprio nelle situazioni di maggiore inefficienza.
In generale - come è stato notato alla conferenza sugli stati generali della consulenza che si è tenuta ieri a Roma, in Confindustria – l’inevitabilità della riduzione della spesa pubblica imposta dalla crisi può essere l’occasione per introdurre meccanismi di selezione (anche tra i consulenti) basati sui risultati.
Una impostazione di questo genere però comporta riconoscere che non ha più senso parlare di pubbliche amministrazioni come un blocco monolitico. Che anzi è necessario persino introdurre qualche elemento di competizione (e, quindi, di emulazione) tra amministrazioni. Del resto il principio della differenziazione tra amministrazioni e territori è quello del federalismo fiscale che la manovra del governo – per la necessità di fare in fretta, o magari per l’inerzia di finanziarie fatte tutte con lo stesso metodo obsoleto – sembra contraddire.
Una contraddizione che, in teoria, apre un varco proprio tra Bossi e Tremonti sul cui asse si regge l'intera maggioranza di governo. Una contraddizione che una opposizione capace potrebbe, in teoria, utilizzare se riuscisse a capire che quella del federalismo fiscale può, paradossalmente, essere la battaglia di cui appropriarsi. La battaglia che è quella della responsabilità di ciascun territorio, comunità per le scelte che lo riguardano.
In teoria, appunto. Perchè i cambiamenti veri richiedono una leadership che - in questo momento, per assenza di una competizione politica reale - non esiste.
Versione integrale dell'Editoriale pubblicato su "Il Mattino" il 19/06/2010
Ho vissuto i rigori dei Mondiali 2006 trascinandomi fuori da un locale, in attesa del verdetto finale ed assaporando, nel frattempo, l’avvicinarsi di una vittoria vicina, all’aumentare delle urla gioiose di tutti gli altri tifosi: 5-3, l’Italia batte la Francia, siamo Campioni del Mondo. Al Circo Massimo ho accolto i neo gladiatori azzurri sventolando la bandiera tricolore eppure, tra l’esultare di Tardelli dell’82 e quello, a me più vicino, di Grosso, per istinto, scelgo ciò che non ho vissuto: scelgo la gioia sul viso di Pertini, in funzione di una nostalgia astratta, ereditata dalle generazioni che hanno preceduto la mia.
Scandali hanno “segnato” sia l’82 che il 2006 allo stesso modo, ripagando la nostra sfiducia con la vittoria. Ma 20-30 anni fa, è bastata davvero una partita vincente per caricare gli animi non solo dei tifosi italiani, ma anche di cittadini, lavoratori ed elettori italiani, per infondere fiducia nel futuro? Quali differenze emergono tra ieri e oggi ?
“Si stava meglio prima, quando si stava peggio” … Frase intollerabile, frase retorica, frase vecchia. E’ stato inventato e reinventato di tutto per rendere più semplice, più veloce , più aperta la nostra vita. La società detta i propri bisogni e la tecnologia, la moda e l’arte la sostengono, soddisfacendola, a volte superando i suoi stessi limiti, destabilizzandola, captando con elasticità quasi felina le risposte offerte. Ci gingilliamo, tra l’immediatezza dell’essere rintracciabili e la volontà di non essere raggiungibili. Gli stessi strumenti ad alta tecnologia ci permettono sia di far fronte ai ritmi incalzanti del nostro quotidiano e sia di poter staccare la spina, assecondando le nostre scelte. Meglio di così…
Ma allo stesso tempo, nel corso degli ultimi decenni tutto è diventato più complesso, lasciandoci immersi in un meraviglioso paradosso: godiamo di una vita comoda, pratica e tuttavia nell’assenza della vera semplicità. Cellulari grandi quanto un telecomando subiscono una complessa miniaturizzazione, raggiungendo le dimensioni tascabili di un accendino, o di una piccola trousse rivolta ad un pubblico femminile; computer portatili diventano inseparabili, per lavorare ovunque, perché no? anche in vacanza; macchine fotografiche digitali per poter rivedere un istante immortalato già subito dopo lo scatto e soprattutto per poter “migliorare” la sua unicità a favore di un ritocchino pre-stampa…
E così, il telefono a rotella diventa un oggetto d’antiquariato nostalgico, e le foto al naturale, rare. E ancora, scrivere lettere battute a macchina o stilate a penna sembrano monili preziosi dedicati a coloro che sentiamo più intimi, come a sottolinearne il valore umano e il distacco dalla massa multimediale, o semplicemente come escamotage per limitare, nascondere, allentare la dipendenza dalla tecnologia. Vinile o cd? La musica si accartoccia in spazi ridotti, pratici, con effetti sonori di alta qualità e il vinile, la prima forma di incisione, viene promosso al rango di oggetto ricercato: non è detto che pur alzando il volume l’alta tecnologia riesca a toccare le giuste frequenze. Anche questa è nostalgia astratta.
Rispolverando la storia degli anni ’80 attraverso il cinema italiano, si può intravedere già una crisi nell’ottimismo rispetto agli anni’70. I temi proposti sono più cupi ed esistenzialisti e si osserva una battuta d’arresto nel gradimento del pubblico, che alla sala preferisce la comodità del divano di casa e del telecomando, per farsi il palinsesto fai-da-te su una televisione commerciale.
Attraverso film di denuncia a tratti grotteschi, in cui, per esempio, un operaio finge di darsi fuoco cospargendo di benzina la sua tuta rivestita d’amianto, o film cult, in cui l’eroe fichissimo di turno ha sempre la meglio, si può tracciare un percorso conflittuale, problematico, in cui la voce fuori dal coro resta quella più flebile, inascoltata. Eppure, chi si batte per il rispetto dei propri diritti è l’italiano medio, l'unico capace di rappresentare un Paese impegnato e allo stesso tempo leggero, da ridere e deridere. E' lecito pensare che ogni volta che ci si imbatta in una evoluzione-rivoluzione pacifica nella società civile, emerga alla base di essa un sistema organizzativo di qualità non ottima, con problemi celati, non “reclamati”, irrisolti nel tempo, con il risultato che il fallimento di tale rivoluzione mostra il presente peggiore rispetto ad un mitologico passato. Ma anche questa è una nostalgia astratta: oggi si sta bene e prima non si stava meglio.
Viviamo questo momento storico sicuramente al di sopra dei nostri mezzi, delle nostre reali possibilità economiche, tanto che lo stesso PIL non basta più come unico parametro a definire il benessere di un Paese.
Mutazioni non casuali generano un’evoluzione sociale, e lo stare al passo coi tempi non può essere regolato da una selezione fatta di tagli non equi, che rallentano e rendono difficile un adattamento naturale e globale su larga scala. Coloro che oggi aspirano al distacco dal loro status precario sono intrappolati in una matassa difficile da sbrogliare nell'immediato futuro: la nostra società, le aspettative dei nostri genitori ci vogliono con un posto di lavoro fisso, una casa, una famiglia e magari un cane fedele al seguito, ma tutto risulta fatalmente posticipato, nell’ attesa estenuante di tempi migliori, con l’effetto collaterale di aumentare una quiescente insoddisfazione. E così, la stessa attesa, nella sua natura unica e circoscritta nel tempo e nello spazio, perde di significato, esasperandoci, spingendoci alla fuga, magari all’estero, insinuandoci con dubbi esistenziali, che ci mettono davanti ad una molteplicità di scelte, accompagnate, seppure dall'opportunità di materializzare le nostre curiosità , da un rinvio dalla realizzazione dei nostri reali progetti.
Si recrimina alla società del III millennio la superficialità ed in parte è vero, se si osservano dettagliatamente i nostri rapporti interpersonali. Eppure, l'aumento di associazioni per la reintegrazione di coloro che commettono orrori, errori, di coloro che più deboli, e non tutelati, cadono in dipendenze, di associazioni per facilitare l'integrazione di immigrati, per il sostegno di coloro che subiscono abusi, maltrattamenti, testimoniano una maggiore concretezza nella solidarietà, anche se ancora non del tutto risolutiva: i problemi, solo oggi denunciati, ci sono sempre stati, tutti lo hanno sempre saputo e tutti lo hanno sempre taciuto, soffocati da un’ ipocrita discrezione, esemplificata nella rassegnazione di una famiglia in cui tra marito e moglie non bisogna mai mettere dito.
Chissà tra altri 20-30 anni, quanti altri contesti saremmo in grado di salvaguardare. Certo, potremmo velocizzarci se solo avessimo maggiore coscienza e coraggio e ci ricordassimo delle nostre qualità e dei nostri mezzi, tanto per non ritrovarsi a lamentarci da bravi italiani pigri,.
E in ultimo, basta prendere un aereo last minute al volo, per scoprire realtà straniere, nuovi modi di relazionarsi, cogliendo anche ciò che l'Italia forse ha perso, a volte sento una diminuita vivacità sociale: 'assenza di locali in cui anziani cedono a 'mo di testimone il proprio strumento musicale al giovane che gli siede accanto, con variazioni di melodia dal folk al rock, è una condivisione e salto generazionale, che vive il presente conservando il passato. Nostalgia astratta.
Condivisione generazionale, componente essenziale e semplice per non perdersi, come una partita a carte in cui sia l'anziano e che il giovane giocano scommettendo sullo stesso futuro. Ogni Paese, nella sua semplicità, nelle sue passioni, è realmente vivo. Perché ricominciare da zero, quando si può ricominciare da tre?
"Si stava meglio quando si stava peggio...quante volte abbiamo sentito e detto questa mitica frase! ma cosa racchiude in sé? Progetti, speranze, delusioni, ambizioni, riscatto, rivincita? Un po’ di tutto...points de vue.
Penso che ognuno di noi debba seguire le naturali inclinazioni e far ciò in cui è bravo, quindi senza pretesa alcuna di assurgere a detentrice della verità assoluta, proverò ad esprimere il mio punto di vista, e già questo è complicato...cioè quello di una quasi ventinovenne che, tra i mille difetti, ha anche qualche pregio: amare la vita e salutare ogni nuovo giorno con grandi speranze incorniciate da parecchio entusiasmo.
Sembra scontato ciò che ho appena detto, ma non lo è. Purtroppo, la caduta verticale di ideologie e valori ha creato un tale vuoto nella nostra società da renderla vittima prediletta dei grandi mali della nostra epoca: disturbi alimentari, ansia, panico, insomma...depressione!
Nei mitici anni 80, non lo si poteva nemmeno immaginare uno scenario simile: la musica, l'arte, la politica diventavano mezzo nobile e sublime per esprimere l'anima rinnovatrice dei giovani del tempo...si, c'erano scontri feroci e violenti anche all'epoca, ma generati da idee che animavano uomini e donne!
Difficilmente avremmo avuto veline candidate alle varie tornate elettorali negli anni ‘80, con tutto il rispetto per le veline, ma il pudore ancora esisteva, esisteva il rispetto per le Istituzioni, il rispetto dei ruoli. Forse che la fruibilità dell'informazione, e quindi dei messaggi subliminali, la sostituzione dell'ars oratoria dei politici con la strategia della comunicazione che rende tutto possibile, ha avuti devastanti effetti sull'elettroencefalogramma di noi che negli anni 80 eravamo bimbi? Forse che la distorsione dei nostri punti di riferimento (perché di distorsione trattasi, se tutte le sedicenni vogliono fare le soubrette e i loro coetanei maschietti i calciatori/tronisti) ci ha reso deboli mentalmente? Forse che l'avere la borsa di Gucci, le scarpe di Prada e i jeans Dsquared ci ha fatto dimenticare che ciò che ci rende vivi è l'orgoglio, il coraggio, la determinazione nell'affrontare le sfide quotidiane che la vita ci pone di fronte? Se tutti questi quesiti avessero una risposta positiva, allora si... era decisamente meglio quando si stava peggio.
Ma ogni medaglia ha il suo rovescio - per richiamare Vico e i suoi corsi e ricorsi storici - forse toccare il fondo è l'unico modo per risalire alla grande! Per tirar fuori ciò che abbiamo nascosto con la polvere, per riprendere in mano le redini del nostro futuro, per sfruttare il progresso tecnologico, le strategie della comunicazione e - perché no? - la nostra borsa griffata, per raggiungere obiettivi eticamente sani e umanamente alti. E se così fosse, la mitica frase di apertura sarebbe ben presto rimpiazzata da: “si stava male quando si stava peggio, si sta bene quando si sta meglio”.
È difficile rispondere alle domande proposte da Vision. Probabilmente sarò impopolare, ma la mia convinzione in merito è che ciascun giudizio è legato alla propria esperienza personale. Ad esempio, nel mio caso gli anni ’80 corrispondono a quelli della mia infanzia e poi adolescenza. Inevitabilmente, andando indietro con il pensiero mi restano impressi soprattutto i momenti più gratificanti, i sogni e le speranze. Guardando in generale, è convinzione diffusa che oggi si viva peggio di allora, ma non so se è vero.
Certo per noi giovani ci sono meno certezze, meno protezioni sociali e da due anni stiamo vivendo una recessione tremenda. Ma al tempo stesso siamo la generazione che ha vissuto l’Erasmus, che può dialogare con amici in ogni angolo del mondo grazie a Internet e che può far sentire la propria voce attraverso i media sociali. Gli anni ’80 non sono stati solo “Il tempo delle mele”, la vittoria italiana ai mondiali di calcio e la caduta del Muro di Berlino, ma anche quelli di Cernobyl, dell’attentato a Giovanni Paolo II e della repressione a Piazza Tien an Men. Ecco, se c’è qualcosa che invidio di quegli anni è l’immagine del ragazzo inerme che ferma i carri armati. Mi piacerebbe recuperare un po’ di quello spirito di resistenza per farci sentire come giovani e non lasciare che la generazione degli over 50 decida del nostro presente e futuro.
Lasciatemi fare un “in bocca al lupo” alla Nazionale impegnata in questi giorni ai mondiali. Le due squadre che hanno vinto i mondiali nell’82 e nel 2006 si somigliavano: difesa insuperabile, poche stelle e forza del collettivo. In entrambi i casi, inoltre, la vigilia era stata tempestata da scandali e polemiche, segno che la forza degli italiani nell’esaltarsi durante i momenti difficili non è solo un luogo comune.
Dal punto di vista politico, gli anni ’80 sono stato l’apogeo di una classe dirigente, spazzata via da Tangentopoli. Se oggi il quadro politico è tendenzialmente più stabile lo dobbiamo anche a quella rivoluzione, ma il rischio di tornare indietro è concreto: il desiderio di decidere sulle candidature in una stanza di partito è sempre più forte. Solo un’opinione pubblica perennemente in allerta può evitare che le conquiste ottenute negli anni vengano vanificate.
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