Blog di Vision
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Claudio Tabacco (del 06/02/2012 @ 12:59:01, in Mondo, linkato 6 volte)

Babele, in origine si chiamava Baab Ilhanì – Porta degli Dei poi divenne Babele ovvero Porta del Caos; nel Rinascimento e poi durante tutto l’Umanesimo furono grandi le suggestioni evocate dalla Torre di Babele come Progetto della Città Nuova, si svilupparono attorno a questa Idea i progetti di Panoptikon, che poi trovarono nell’ergastolo di Santo Stefano una delle applicazioni più importanti e più sconvolgenti. Cos’è il Panoptikon? Una struttura “cilindrica” in cui stando nel suo centro geometrico si vede ogni cosa interna alla Struttura stessa, dunque una struttura architettonica perfetta per un carcere o per una caserma in tempi in cui la tecnologia della visione non era ancora. Il Panoptikon inoltre esprime un Progetto di Società Ordinata, rigorosamente strutturata con un Centro Onniveggente e dunque Onnipotente, in grado, cioè, di intervenire con efficacia ed efficienza laddove vi sia un’emergenza caotica. Il Panoptikon ha però un ulteriore chiave interpretativa: nega lo scambio tra dentro e fuori, nega in radice la possibilità del “Nomadismo” inteso come movimento di colonizzazione della Realtà nella sua completezza. Per questa ragione su Babele precipita la Maledizione Divina che frantumando il Linguaggio obbliga l’Umanità a riprendere il suo viaggio nel Mondo.

Jim Morrison in una poesia contenuta nella raccolta “The Lords and the New Creatures” elabora un’interpretazione della Città assai interessante: la Città ha sempre una pianta “ideologica” circolare, al centro vi sono i Palazzi del Potere Politico – Religioso, quindi si dipartono i grandi viali lungo i quali vi sono gli Edifici del Potere Economico, la Qualità Architettonica permane di altissimo livello poi mano a mano che ci si allontana dal Centro si aprono i quartieri della Borghesia, la Qualità Architettonica decresce e diviene meramente funzionale alla rappresentazione di sé ed alla velocità di scambio con in centro, quindi i falansteri della classe lavoratrice e poi gli slums dei disperati … se verticalizziamo la struttura metropolitana otteniamo il Panoptikon. Tali immagini di Città, che poi sono il nostro abitare, che poi sono il modo attraverso cui ci abituiamo visivamente al Mondo sin da piccolissimi, prospettano una Società Immobile, una Società “Organica” in cui i ruoli sono prestabiliti e dipendono dalla nascita, cioè dalla Natura che Natura rimanda per sensi etimologici alla Nascita. Ciascuno e tutti nell’Ordine della Città esprimono una “vocazione” ad essere rigida quanto ordinata. Le grandi ideologie di massa dell’ottocento come del novecento si nutrono di questa forma di città espressa, secondo me, in modo insuperabile da Friz Lang in Metropolis.

Karl Popper oppone a questo modello di Città la “Città Aperta”, la Città Policentrica, la Città Sferica o Planetaria in cui ogni punto è Centro, Centro Mobile continuamente diveniente nello scambio totale ciò implica un “Radicale Cambio di Paradigma del Potere” e delle Modalità di Presa del/sul Potere fondata non più sulle Masse Irregimentate ma sul Soggetto quale Nodo Relazionale – di Scambio. È, dunque, lo Scambio tra Soggetti che struttura la Centralità nella Città Globale, questo, proprio utilizzando le categorie analitiche marxiane, implica una radicale ri-configurazione del Modo di Produrre. Si trapassa, cioè, dal Lavoratore Massa all’Individuo che è anche Lavoratore, dal paradigma del Lavoratore che è Uomo in quanto Lavoratore all’Uomo che nel Lavoro esprime la sua Potenza. Tra l’altro il termine Lavoro etimologicamente significa Parto. E tutti siamo chiamati ad essere Costruttori della Realtà.

Il Lavoratore nella Città Aperta è Mobile, non precario, ma come nella “Carovana Nomade” pluri-abile, capace, quindi, di svolgere una pluralità di funzioni. Certo tale processo in una Società Bloccata come quella Italiana, ancora tutta intesa nell’Otto-Novecento, viene vissuto dai Centro di Potere fondati sulla Rendita di Posizione come Rivoluzionario e Destabilizzante dell’Ordine, dunque rifiutato. Il Lavoratore è innanzitutto Uomo/Donna consapevole di trasformare il Mondo trasformandosi in esso da questa consapevolezza nasce la tensione alla propria continua ri-qualificazione che non sarà solo legata alla funzione sociale ma alla cultura, al dinamismo, al divenire continuamente Altro.

Uscire dunque dal Paradigma di Babele per entrare nel Paradigma della Città Aperta mediante una radicale riforma del modo di concepire il Lavoro ed il Lavoratore.

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Di Anna Maria Russo (del 06/02/2012 @ 12:31:25, in Italia, linkato 16 volte)

Sono tanto annoiata dal posto fisso che quasi quasi mi licenzio così me la spasso un po’. È logorante andare sempre nello stesso posto, fare sempre le stesse cose e che dire poi dello stipendio ogni mese? Una vera scocciatura.  Spesso ti concede il brivido di non bastare fino alla fatidica quarta settimana, a volte nemmeno fino alla terza, però sempre una scocciatura è. Vuoi mettere con l’ebbrezza continua di non avere i soldi per pagare l’affitto o le bollette? 

A parte gli scherzi e la facile ironia, è fuor di dubbio che le parole del Presidente Monti  sulla monotonia del posto fisso, in parte ridimensionate dalle sue successive dichiarazioni, sono state quantomeno una caduta di stile al pari della famosa battuta sugli sfigati. Solo che nel caso di Martone ha fatto la sua parte un tocco di ingenuità e addirittura potremmo dire che il giovane vice-ministro ha peccato per difetto: sfigati non sono solo i ventottenni non ancora laureati, ma tutti i laureati italiani che non hanno prospettive, opportunità e speranze, destinati a diventare “carne da macello”, sfruttati e sottopagati.

Nelle parole di Monti, invece, quello che inquieta è proprio il tono “cattedratico” di chi pensa di sapere senza se e senza ma qual è il bene del Paese, promettendo, quasi minacciando di riformare totalmente il mondo del lavoro, ascoltando si le parti sociali, senza però uno spazio fattivo e vincolante per la concertazione che dovrebbe essere il cardine di qualsiasi riforma epocale anche a prescindere dall’articolo 18 (e non potete immaginare quanto mi è pesato questo “a prescindere”).
 
Ciò che mi preoccupa maggiormente è l’assoluta mancanza di contatto con la realtà, quella VERA, quella che la gente vive ogni giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Una riforma del lavoro è indispensabile, sono d’accordo, ma per garantire stabilità alle famiglie, non per destabilizzarle più di quanto già lo siano. E il problema non sono solo i giovani, di cui tutti si riempiono la bocca, intendendo per giovani i 20/30enni. Il problema sono anche  i 40/45enni che non hanno mai avuto un contratto stabile, che sono cococo o cocopro o cooc  da 10 anni o più e che nella loro vita non possono costruire niente, possono solo arrancare, improvvisare e non sperare.

Della riforma del lavoro che il governo sta preparando si parla molto senza che ne siano stati ancora perfettamente delineati i contorni e, quindi, sto sparando a zero, come fanno gli altri, commentando indiscrezioni e battute poco riuscite. Non posso  e mi rifiuto di credere che chi si appresta al grande passo, alla grande riforma, non abbia chiaro che nel nostro Paese senza un contratto a tempo indeterminato non puoi acquistare né una macchina, né una casa, non puoi stipulare un contratto di fitto, non puoi chiedere un prestito. Senza contratto a tempo indeterminato non sei nessuno, sei un personaggio in cerca di … non di una autore, ma di un garante. Un bamboccione senza autonomia. In una sola parola, uno sfigato.

Flessibilità fa purtroppo rima con precarietà e precarietà con instabilità: gli italiani hanno bisogno invece di stabilità, sicurezza, certezza. Spero tanto che nella riforma si tenga conto che i lavoratori non sono numeri astratti da collocare a piacere … ma persone che pretendono un presente ed un futuro certo.

Anticipo l’obiezione che mi verrà  fatta: la flessibilità è l’unica via, garantisce a tutti di lavorare e nei momenti di passaggio tra un lavoro e un altro ci penserà lo stato … come in Danimarca con la Flexicurity: alta flessibilità e “generosa” previdenza sociale.  Solo che noi non viviamo in Danimarca e faccio una gran fatica a visualizzare una previdenza italiana generosa come quella danese.

Che dire? Speriamo che la Fornero non debba piangere ancora…

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Di Jordi Schifano (del 02/02/2012 @ 10:44:37, in Mondo, linkato 16 volte)

All’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il diritto di veto è la facoltà di impedire una dichiarazione da parte della maggioranza, riservato in seno al Consiglio stesso, a ciascuno dei cinque membri permanenti: USA, Russia, Regno Unito, Francia e Cina; in base allo statuto delle Nazioni Unite.

Il diritto di veto fu assegnato a quei paesi che vinsero la seconda guerra mondiale, al fianco degli USA contro Germania, Italia e Giappone e che ebbero il grande merito di sconfiggere questi deliranti regimi, riuscendo a portarne molti esponenti a giudizio ed a giusta condanna.

Il diritto di veto viene utilizzato da queste cinque potenze sin dal 1945 per far tacere ciò che dovrebbe essere il massimo organo di giustizia internazionale: il Consiglio di Sicurezza appunto.

Questo organo ha il compito di prendere decisioni sostanziali, come ad esempio, l’utilizzo di misure militari dirette per la risoluzione di conflitti, tra paesi e all’interno di paesi. Ciò avviene con l’intervento dei caschi blu, oppure delegando l’iniziativa bellica, ormai sempre più spesso ribattezzata “missione di pace”, a singoli paesi o altre istituzioni come la NATO.

Il veto è stato concesso come un dono natalizio, è quindi diventato un grande strumento di forza per queste potenze, che possono se ne avvalgono per trarre vantaggio nelle relazioni bilaterali, politiche e commerciali, con altri paesi, oppure per far valere la propria legge senza che paesi stranieri possano discuterne.

Questo strumento politico, però, ha sempre dimostrato di non tenere conto delle vite umane che, durante i suoi 67 anni di efficacia, sono passate sotto un silenzio imposto dagli interessi.

Oggi in Siria i civili cercano di farsi ascoltare dalla comunità internazionale, con delle cifre spaventose: più di 5400 vittime civili, con l’ammessa incapacità dell’ONU di stabilirne un numero più preciso e tutto ciò grazie al diritto di veto che la Russia sta imponendo al Consiglio di Sicurezza.

La Russia, paese che ha solamente ereditato questo diritto dall’URSS, si permette così di rendere anonimi 5400 martiri che chiedevano democrazia e maggiore libertà per il proprio paese. E tutto a causa delle forniture belliche che viaggiano da Nord a Sud tra i due paese.

Ieri tutto il mondo ha assistito all’ennesima rappresaglia dei militari di Bashar al-Asad, scoppiata in tutte le maggiori città del paese, dove i siriani stanno lottando apertamente per libertà e democrazia. Una rappresaglia, che, con l’utilizzo delle armi russe, ha sancito col sangue dei civili il patto tra Putin e Asad.

Di fronte all’ennesimo massacro il ministro degli esteri russo, in visita in Australia, ha affermato che: “C’è qualcuno che vuole far cadere, di propria iniziativa, i capi di stato in Medio Oriente.” aggiungendo che: “In Siria senza Bashar al-Asad si scatenerebbe una guerra civile”.

Mi chiedo che genere di notizie possano giungere in Russia, per giustificare una tale affermazione. Mi chiedo se in putiniano ciò che sta accadendo in Siria, si definisca: esercitazioni militari, sterminio della popolazione civile, oppure semplicemente democrazia.

In Siria, come in Nord Africa, c’è effettivamente qualcuno che vuole far cadere i regimi, che da decenni dominano questi paesi: il popolo, affamato di libertà e democrazia. Un popolo in cui, giorno dopo giorno, assistiamo allo spegnersi di vite per mano di quell’esercito che dovrebbe difenderle.

Ad oggi, infatti, nella sterminata, e ancora approssimativa, lista dei caduti, figurano solamente civili e tra questi si sta cercando di definire il numero di bambini trucidati dalle armi di Bashar e Putin.

Trovo raccapricciante e paradossale che oggi, 2012, strumenti e organismi creati, sessantasette anni fa, perché non si perpetrassero contro l’umanità massacri già visti, permettano proprio il ripetersi di simili barbarie.

Il diritto di veto è la prova che non sempre l’uomo sa trarre i giusti insegnamenti dalla propria storia e dai propri errori, ma di come sappia trarne sempre e puntualmente il massimo del vantaggio per i propri interessi.

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Di Maria Rotolo (del 02/02/2012 @ 10:41:21, in Italia, linkato 36 volte)

C’è una vecchia storia che resta sempre attuale ma, non è una favola. E’ una storia poco piacevole, insulsa e semplicemente intollerabile. E’ una storia che conosciamo tutti ma che viene raccontata con maggiore sincerità  solo da poche settimane. E’ una storia che mi crea disagio e malessere psico-fisico proprio ora che scrivo. E’ una storia che è sempre stata riferita male da tutti perché è una brutta storia e spesso non si sa da dove cominciare. E’ una storia che qualche decennio fa entrava nei tribunali con Pubblici Ministeri che, con un colpo di scena, hanno poi deciso di togliersi la toga e entrare in politica per creare una seconda Repubblica, fino all’altro ieri legata al cordone ombelicale della prima.

E’ una storia di ladri, di furti vergognosi e di sconvolgente miseria umana, grettezza, degenerazione e squallida rappresentazione dell’ingordigia, incompetenza, amoralità. E’ la storia di tutti quei dirigenti, tesorieri, deputati, assessori, governatori, senatori che incaricati dai cittadini, hanno scelto coscienziosamente di sottrarre vilmente agli stessi cittadini del denaro. E’ la storia di tutti quei piccoli e grandi imprenditori, faccendieri, uomini d’affari, professionisti, impiegati pubblici che, pur sapendo di commettere un reato, hanno continuato a perpetuare il reato per anni, protetti da un sistema di tutele sul quale bisognerebbe indagare con serietà e fermezza. E’ la storia di evasioni, imbrogli al fisco, intestazioni di denaro pubblico attraverso escamotage a volte geniali a volte ridicoli. E’ la storia dell’inciviltà e dell’arretratezza culturale e sociale del nostro paese, della nostra inadeguatezza rispetto ai principi di dignità e rispetto di una repubblica democratica. E’ la storia di giovani generazioni a cui hanno rubato il futuro, il tempo, dunque il peggior furto che si possa compiere perché corrisponde ad una condanna all’ergastolo senza aver avuto l’intenzione di commettere un reato.

Io vorrei incontrare uno ad uno questi signori e essere rimborsata di tutto il denaro che hanno maldestramente sottratto a tutti senza provare per un solo attimo vergogna. Si, credo che abbiamo diritto ad un rimborso, così come accade in una qualunque causa di furto. Il maltolto va restituito e se per ora, possono dire che i nostri soldi non ci sono più, vorrei avere come cittadino lo stesso diritto che hanno le banche di ipotecare beni per poter tornare dell’ammanco.
Mi chiedo perché solo oggi i finanziari si asserragliano in anonimato e sanno benissimo dove andare, mentre per anni se desideravi parlare con qualcuno di loro era difficile ottenerne la disponibilità. Perché li hanno tenuti in caserma per anni occupandoli con scartoffie impolverate dall’indifferenza e da una negligenza richiesta da un tacito protocollo di procedura?
I nomi dei responsabili sono noti e rintracciabili, ma nessuno chiede conto del loro mancato lavoro e del loro uso improprio con il denaro pubblico. Io nella mia azienda devo rendere conto del lavoro che produco e sono consapevole di non essere retribuita in modo adeguato rispetto alle mie competenze e capacità, ma devo render conto di ogni singolo errore commesso e anche del lavoro perfettamente svolto. I ladri del nostro denaro sono legittimati dalla connivenza e dal malcostume a non devono rendere conto, ne rimborsarci!

Loro devono restituirci: denaro, opportunità sottratte, valori politici incarnati nei sacrifici di combattenti, il riconoscimento all’estero di affidabilità, professionalità e competenza necessario in una società globalizzata,  e altro ancora. Credo che se non possono restituirci denaro, dovrebbero obbligarli a restituirci il paese, e ad andare tutti a casa perché ci sono tutte le motivazioni per risolvere questo contratto tra noi e loro non per giusta causa, ma per “giustissima causa”.

Tutti a casa in un'unica soluzione: licenziamento in tronco.

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Di Claudio Tabacco (del 30/01/2012 @ 13:37:24, in Italia, linkato 8 volte)

Guardo nevicare, amo la neve, attutisce i rumori, il cielo lattiginoso produce una luce diffusa, i ciocchi di legna scoppiettano nella vecchia stufa comprata con parte della liquidazione di mio nonno più di cinquanta anni fa. I fiocchi di neve danzano lievi come le fiamme dentro la stufa. Dentro / Fuori è su questa composizione creativa di differenze che nasce la Morale, in Emmanuele Kant la Morale viene espressa mediante l’aforisma: “il cielo stellato sopra di me, la Legge Morale dentro di me”: nella composizione tra il Dentro ed il Fuori, tra l’Ordine Naturale, il cielo stellato, e la sua interiorizzazione, la Legge Morale, l’Essere Umano non nella sua astrattezza metafisica ma nella sua concretezza di Cittadino che abita la Città trova il suo Orientarsi Problematico nel Mondo.

La Norma Morale emerge, allora, da un dibattito compositivo che avviene su due differenti piani: quello dell’Aula Coscienziale e quello dello Spazio Pubblico. Ed è in questo dibattito compositivo tra Io e Noi, tra Aula della Coscienza e Spazio Pubblico che si costituiscono i fondamenti dell’Economia e della Politica. L’Economia dovrà regolare i rapporti di scambio tra Soggetti Culturali e Soggettività Naturali, la Politica dovrà Negoziare le differenze Morali traducendole in Convenzioni comunemente accettate e quindi in Leggi, ovvero in espressioni sintetiche della Realtà.

Un’attenta analisi comparativa e compositiva delle radici etimologiche delle tre parolette: Economia, Morale, Politica, ci rivela che nella loro intima struttura e sedimentazione sono accumunate dall’Idea di “Misura” e quindi di Razionalità finalizzata al Bene / Utile individuale e comune non in astratto ma in concreto, nel qui ed ora, nella temporalità proficua, quella temporalità che i Greci Antichi evocavano come Kairòs.

Il nostro tempo proficuo è radicalmente segnato dalla Libertà e dall’Individuo, la Grande Cesura Storica avvenuta simbolicamente, ed i Simboli hanno una loro forza ed una loro potenza vitale, con il crollo del Muro di Berlino e la fine dell’odiosa tirannia comunista, ultimo retaggio delle Società di Massa che segnarono ferocemente il Novecento, ha prodotto e generato una Rivoluzione Radicale sul piano antropologico dando legittimità Storica e Morale, quindi necessariamente Economica e Politica, all’Individuo. L’Individuo è oggi il Soggetto che contrae il Patto Sociale non il gruppo, non la massa indistinta ed astratta degli uomini e delle donne, ma l’Io, quella soglia indivisibile al di sotto della quale non vi è che il Nulla. Non possiamo più dunque esercitarci nella costruzione di una Morale Collettiva, eguale per tutti, poiché come i fiocchi di neve che osservo oltre la mia finestra, il cielo stellato varia a seconda di chi lo osserva e genera nell’individuo osservatore differenti e differanti impressioni, riflessioni, azioni, tutte egualmente in giudicabili nei loro assunti tutte egualmente giudicabili solo nel loro impattare pubblico in base al principio di Responsabilità.

Tutti e ciascuno siamo Responsabili in primo luogo delle nostre scelte, il nostro come tempo dell’Individuo si connota come Tempo della Responsabilità, come tempo che nega radicalmente qualsivoglia possibilità di alibi o di scuse. Io raccolgo ciò che ho seminato, ciò che ho saputo proteggere dagli accadimenti naturali.

Lo Stato non può e non deve più essere la mega rete anti-grandine che protegge l’inerzia o l’imprevidenza dell’Individuo, lo Stato protettore trascinò l’Umanità nella tregenda del Nazi-Fascismo e del Comunismo, lo Stato Leviatano che è allo stesso tempo Mostro e Padre, nel senso etimologico di “Colui che nutre” ci ha incatenati nella “Via della Servitù” ed ha riprodotto la “Morale degli Schiavi” come paradigma etico.
Le clientele pubbliche come quelle private, il soggiacere alle protezioni pubbliche come a quelle private, non solo ha distrutto la capacità dell’individuo a produrre la propria felicità ma ha ammorbato la vita pubblica con la corruzione, con le rendite di posizione, con le carriere assistenziali, con l’asservimento ai poteri criminali.

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Di Anna Maria Russo (del 30/01/2012 @ 10:57:59, in Italia, linkato 36 volte)

Nel mondo alla rovescia invece di esserci riunioni di soli uomini in cui quando arriva l’unica donna, il cretino di turno commenta “E’ arrivata la segretaria”, ci sono riunioni di sole donne in cui quando arriva l’unico uomo, la cretina di turno commenta giuliva “E’ arrivato il fattorino con i caffè”.

Nel mondo alla rovescia, appena si insedia un nuovo governo dopo vent’anni in cui con “stoica” rassegnazione si è accettata ogni nefandezza, gli si da il tempo di valutare, programmare, operare, forse anche di sbagliare, prima di piazzarsi sulle strade e bloccare una nazione intera.

Nel mondo alla rovescia, se accade una tragedia, si manifesta cordoglio per le vittime e si aspetta il corso della giustizia prima di emettere verdetti, invece di improvvisarsi tutti Cristoforo Colombo se affonda una nave o Sherlock Holmes se ammazzano qualcuno trasformando il dramma in gossip infinito.

Nel mondo alla rovescia se l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza decidono di fare un giro di controlli, sono tutti contenti e non dicono: “Però è sabato…” o “proprio a fine anno…”, ma sono tutti contenti perché non hanno niente da nascondere.

Nel mondo alla rovescia se stai male prenoti una visita per il giorno dopo, invece di metterti in lista d’attesa per un paio d’anni e, magari, arrivarci quando ormai è troppo tardi (scongiuri d’obbligo…)

Nel mondo alla rovescia, la realtà vera è quella che conta, non quella virtuale e per partecipare ad una causa giusta si fa veramente qualcosa non ci si limita a cliccare o a cambiare l’immagine del profilo di face book con quella di un animale per dire che si è “animalisti” e poi si indossano pellicce, giubbotti di pelle e, se capita, si mangia cinghiale cacciato in barba ai divieti.

Nel mondo alla rovescia, si è sempre se stessi e non si fa finta di essere altro per insicurezza, paura di non essere all’altezza o solo per sfacciata teatralità.

Nel mondo alla rovescia non  c’è l’ossessione del tempo che passa e della lotta alle rughe, ai capelli bianchi, ai cedimenti: lotte tutte perse in partenza perché Peter Pan è sempre giovane per magia non perché è andato dal chirurgo plastico!!! Nel mondo alla rovescia si è sempre giovani dentro e invecchiare è ricchezza.

Come si arriva nel mondo alla rovescia? Basta capovolgersi è camminare sulle mani a testa in giù… battutaccia? Avete ragione …

Il mondo alla rovescia non esiste. Esiste quello dritto, purtroppo. È solo che oggi mi andava di fantasticare un po’…

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Di Jordi Schifano (del 27/01/2012 @ 11:11:28, in Italia, linkato 56 volte)

Dedicato alla Donna del Sud

Ero a Bengasi da due giorni, dopo altri nove passati tra la splendida gente di Tobruc. Ero finalmente arrivato in Libia, la meta principale del mio girovagare per il Nord Africa. Il mio obiettivo, passare il mio primo Ramadan nella Libia liberata, era stato raggiunto.

Mi stavo ancora abituando a vedere intorno a me, per le strade, coltelli, fucili, mitragliatori ed a convivere con le bombe a mano che Mahmoud teneva in casa. Il mio primo Ramadan, che ho voluto vivere in prima persona con i libici, si stava così consumando in modo opposto: da una parte  il caldo asfissiante dell’Agosto africano, che accentuava la mancanza di acqua e cibo durante le ore diurne. Di contro, le fresche e piacevoli nottate trascorse con i cosiddetti ribelli, nelle loro piazze e nelle vie di quella grande città finalmente libera.

Dopo i nove giorni a Tobruc mi ero persino abituato al razionamento dell’energia elettrica, che lasciava quotidianamente al buio, per alcune ore, le città dell’Est del paese. Questo fu il gentile omaggio che la sciò Mu’ammar Gheddafi; prima di lasciare le città alla propria libertà, sganciò delle bombe sulle centrali elettriche ed le raffinerie. Ero sempre stato consapevole che andare nella Libia del primo Ramadan in libertà, non sarebbe stata una vacanza in un villaggio all inclusive a Djerba o sul Mar Rosso, ma non mi aspettavo nemmeno la totale assenza d’acqua corrente e luce elettrica per tre interi giorni; esperienza che ho sofferto con i libici dal 5 all’8 Agosto.

Se durante il giorno la città sembrava deserta, eccezion fatta per le ore delle preghiere, dopo quella delle 19:30 tutto riprendeva il suo corso. Dopo esserci rifocillati dalla purificazione, anzitutto con del tabacco, poi con cibo e acqua, si scendeva per le strade a bere un caffé insieme agli amici, chi aveva un’attività commerciale apriva i battenti e chi doveva fare la spesa si recava presso i negozi.

La città, si svegliava dopo la cena a seguito della preghiera delle 19:30 e si recava in Freedom Square per seguire gli aggiornamenti quotidiani da Brega, Misurata e Tripoli. Il fronte da sei mesi distava 240 Km da Bengasi; 240 Km di aperto deserto che avrebbe permesso alle truppe di Gheddafi di essere tra noi in nemmeno due ore. Lo stallo del conflitto, rendeva la vita esasperante con una tensione palpabile anche per chi, come me, era in città da poco tempo.

Il Ramadan in Libia mi si è mostrato nel suo lato più duro nei tardi pomeriggi. Questa è, infatti, la parte della giornata più dura in cui il cervello risente della mancanza di zuccheri che, accumulata alla tensione della guerra, portava ad alcune scene di pubblico delirio, cui personalmente ho assistito. Mi è capitato così, di vedere persone assolutamente tranquille che, dal centro della piazza in cui giocavano i bambini sparavano raffiche di mitra verso il cielo, tagliando a fette l’arsura pomeridiana della città. Benghazi era satura della guerra al Colonnello e affamata di libertà per ricostruire la nuova Libia.
Trascorsi la seconda sera con Anis, l’amico libico che avevo conosciuto alla frontiera egiziana dopo il mio respingimento, e una freschissima brezza notturna proveniente dal vicino Mediterraneo. Ci stavamo recando in Freedom Square, vero cuore pulsante della città. La piazza della capitale provvisoria della Libia liberata era un vero formicaio, in cui i libici si ritrovavano per pregare, ma soprattutto per spendere insieme la propria, ritrovata libertà. Discussioni, comizi personali, cori contro il dittatore ed a favore dei fratelli al fronte; erano la normalità di quei giorni in tutte le città liberate.
Era impossibile per me restare solo in Freedom Square. C’era sempre qualcuno che provava a comunicare con me, che mi offriva un caffé, una torta o delle sigarette e che voleva invitarmi a cena la sera successiva per provare la cucina libica della moglie. Mai avrei pensato di trovarmi così tanto in sintonia con un popolo e un paese coinvolti in una guerra civile.

Quando entrai in Libia pensai a quanto avessi dovuto fare attenzione, soprattutto dopo gli avvisi datimi dai ragazzi al confine, invece, come ho sempre pensato, quelle persone che cercavano la libertà da un perfido dittatore, non potevano essere pericolose come lui. Rispettando le loro tradizioni e comprendendo il loro background storico e culturale, i libici sono davvero fantastici, specialmente con gli stranieri, a patto che non li si prenda in giro o gli si menta.

Quella sera però, quando giunsi in piazza la folla era particolarmente numerosa ed io pensai che sarebbe stato presente un esponente del CNT per qualche comunicazione ufficiale. Anis invece, ad un certo punto disse: “Wow c’è Shouruq!”. Io risposi, con la massima naturalezza: “E chi è Shouruq?”, lui si voltò e mi chiese come facessi a non conoscere Shouruq. In quel momento mi accorsi che nella piazza stava risuonando una voce femminile e acuta, ma lo stupore mi assalì quando guardai il palco. Mi accorsi che il comizio, che si stava tenendo, era di una bambina: Shouruq appunto.

Restai incredulo di fronte a ciò che vidi. La giovane libica era la padrona assoluta della piazza: si muoveva con grande naturalezza su quel palco da destra a sinistra, incitava i pubblico ad alzarsi, a urlare i suoi slogan con lei, con grande risposta dalla piazza. Non sapevo quanti anni avesse, ma al massimo avrei detto dieci: era un “animale da palcoscenico”.
Anis mi spiegò come Shouruq fosse una star nelle città liberate dal regime di Mu’ammar Gheddafi e che, come avevo già notato, quando era sul palco la piazza strabordava di gente: restai incredulo di fronte a questa scena davvero unica nella vita mia. Una bambina stava ammutolendo, catturando l’attenzione, facendo urlare un’intera piazza di uomini in un paese che amo definire “mussulmano ortodosso” e di conseguenza molto macista.

Anis mi disse, che proprio Shouruq coniò il famoso motto, che anche io ormai cantavo e ritmavo con le mani, contro il Colonnello “Maleshi chefchoufa”, letteralmente “Scusa capellone”. Non ci potevo credere! Quel motto me lo avevano insegnato Issa, Tawfik, Nizar e Zidanne, gli amici di Tobruc, spiegandomene il significato. Era la prima frase davvero libica che avessi imparato ed ora scoprivo che l’aveva coniata una bambina. Un sorriso mi comparve naturalmente sul volto pervaso dallo stupore.

Restai con Anis ad ascoltarla, non capendo una singola parola di ciò che la bimba disse. La mia attenzione si focalizzò sul rapporto tra Shoruq e la piazza: gli uomini e i giovani presenti, erano letteralmente rapiti dalle parole di una bimba che li dirigeva in dialoghi corali, più simile ad un direttore d’orchestra che ad un timida scolaretta. Era la regina di Freedom Square, una regina che entrava subito nel cuore per il phatos che trasmetteva a chiunque l’ascoltasse.

Volevo conoscerla, parlare con lei e la sua famiglia così ci avvicinammo al palco. Il servizio di sicurezza ci fece passare e finalmente ci trovammo di fronte a quella Giovanna d’Arco alta non più di un metro e con in testa un cappello da cowboy.
Dopo le foto di rito, mi intrattenni con suo padre, un signore sulla quarantina molto gentile e disponibile. Scoprii così, che Shouruq Rayani avesse solamente sette anni e che sin da quando il palco era stato installato nella piazza avesse espresso al padre la volontà di parlare alla sua gente.

Il nostro strano dialogo a quattro, tra me, Anis, Shouruq e suo padre, proseguì tranquillamente, finché il padre non mi fece capire chi realmente fosse Mu’ammar Gheddafi.

Dopo il suo primo intervento dal palco, in cui pronunciò lo slogan “Maleshi chefchoufa”, il suo nome divenne famoso in tutta la Libia come il suo motto, ma la notorietà non sfuggì al regime di Tripoli che, nonostante avesse perso la presa sulla parte orientale del paese, pose una taglia sulla testa della nuova eroina nazionale.

Mi si ghiacciò il sangue di fronte a quella notizia e chiesi ad Anis, che mi aiutava traducendomi le parole del padre, se avessi compreso correttamente ciò che mi aveva appena detto. Si, quella era la drammatica realtà. In Libia persino una bambina di sette anni poteva essere messa a morte per aver offeso e intaccato la fama del Colonnello. Compresi così come Gheddafi non volesse essere considerato un dittatore o il presidente di una nazione, ma come un faraone, un Dio in terra, la reincarnazione terrena della legge che Allah scrisse per i musulmani e che nemmeno una bambina si potesse sottrarre a questa legge inumana.

Il padre mi disse che la notizia della taglia sulla testa della figlia gli fu comunicata dalle autorità del CNT che ne erano venuti a conoscenza tramite delle spie a Tripoli e questo inizialmente lo preoccupò. Con il passare dei mesi però, la sicurezza della sua famiglia fu garantita dalle nuove autorità libiche e dalla sua stessa famiglia che le facevano da body guard.

Il nostro incontro durò una ventina di minuti e durante questi, i miei occhi e quelli della giovane libica continuarono ad incrociarsi e mi parve di essere il primo straniero che la prendesse in braccio dato che il suo sguardo fu alquanto incredulo di fronte al mio gesto. Mi sentii onorato nel prendere tra le mie braccia quella bimba, mi sembrò di tenere tra le braccia l’intero popolo libico e compresi come, dopo quarantadue anni di spietata dittatura, solamente una bambina potesse esprimere, in minima parte, ciò che gli adulti furono obbligati con la forza a reprimere.

La Libia che avevo conosciuto stava tutta in quei due occhi scuri e innocenti che finalmente potevano vedere un futuro che i suoi genitori avevano solamente sognato per lei e i suoi fratelli.

Compresi di aver finalmente incontrato la libertà al suo stato più innocente, la libertà che la nuova Libia si era conquistata con le armi ed il sangue dei martiri.

Mentre si allontanava, tenuta per mano dal padre, continuai a chiedermi che genere di essere umano potesse pagare del denaro per la morte di una bimba di sette anni. Che genere di persona potesse volere la morte di una sua giovane connazionale, che rappresenta il futuro del proprio paese.

L’unica risposta che ho trovato è semplicemente terrificante. Una persona artefice ti tale azioni, non può essere considerata come tale, ma come la reincarnazione terrena del male in senso assoluto; come tutto e tutti in Libia mi hanno testimoniato.

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Di Maria Rotolo (del 26/01/2012 @ 11:45:31, in Italia, linkato 25 volte)

Narrami, o Musa, l'uomo dall'agile mente
che a lungo andò vagando poi che cadde Troia,
la forte città, e di molte genti vide le terre
e conobbe la natura dell'anima, e molti dolori
patì nel suo cuore lungo le vie del mare,
lottando per tornare in patria coi compagni.

L’Ulisse di questo breve articolo è quel giovane italiano che incontro ogni mattina. E’ seduto al bar a leggere il giornale gratuito distribuito nelle stazioni metro. E’ accartocciato su sé stesso in una postura appesantita dalla ricerca di un lavoro che non trova. L’osservo con attenzione mentre sottolinea, evidenzia e strappa con le dita, annunci di possibili opportunità lavorative, ma il suo sguardo tradisce scetticismo e mancanza di fiducia. E’ un giovane di circa 30 anni che cerca di candidarsi ad un lavoro possibile che durerà  tre o sei mesi e sarà quasi sicuramente uno stage non retribuito e se riuscirà ad ottenerlo, sarà costretto a confrontarsi con l’incompetenza di chi non ha studiato, ma ciò nonostante, per un arcano motivo, in Italia ricopre ruoli dirigenziali. E’ un giovane un po’ “sfigato” e, anche se il termine non è gradito, credo venga recepito in modo chiaro e immediato dalle giovani generazioni, proprio come quella a cui si riferiva l’altro giorno Michel Martone durante il suo primo intervento pubblico a “La Giornata dell’apprendistato” organizzata dalla Regione Lazio a Roma.

Martone ha provocatoriamente usato l’espressione “sfigato” scegliendo un linguaggio semplice e ironico per sottolineare l’importanza delle responsabilità dirette dei giovani rispetto la propria crescita culturale e professionale, spingendoli a rispondere in tempi brevi e appropriati alle esigenze di un sistema economico  che procede come un treno ad alta velocità. Gli studenti universitari italiani hanno un ritardo di circa 3 anni rispetto a quelli europei, un ritardo ingiustificato, che nega la possibilità di orientarsi in un mercato del lavoro ormai europeo, se non internazionale. Spronarli, incoraggiarli, spingerli ad allontanarsi da un modo di frequentare l’Università che penalizza le famiglie, la società, il mondo universitario, nonché il mercato del lavoro, è un dovere per un esponente del Governo chiamato a introdurre cambiamenti strutturali del nostro paese. La preparazione e formazione di coloro che sono il futuro, è prima di tutto nella serietà e perseveranza con cui si porta a compimento un impegno, un compito, un incarico.

Mi chiedo: che c’è di sbagliato nell’incentivare ad eccellere in quello si fa? Le conquiste importanti, quelle che hanno valore e fanno la differenza nella vita, richiedono rinunce, sacrifici e abbondante determinazione; esigono una costante concentrazione su obiettivi che contribuiranno a una qualità della vita apportando benefici, oltre che soddisfazioni personali. Non entro nel merito di argomentazioni che conosciamo riguardo le inesistenti politiche giovanili in Italia, inesistenti per ragioni politico-culturali di cui si potrebbe discutere per ore senza arrivare ad una soluzione propositiva, ma rifiuto categoricamente la strumentalizzazione mediatica  che mira a ridicolizzare opinioni e considerazioni legittimamente espresse per indurre nuove riflessioni e promuovere aperture mentali individuali e collettive. Non si può “fischiare” un contenuto di senso  compiuto e consapevolmente espresso con vocaboli leggeri e forti nello stesso tempo, solo perché va a sollecitare l’assunzione di responsabilità su questioni che indirettamente imbalsamano il nostro paese. E’ mai possibile che il cambiamento spaventi così tanto? E soprattutto: è mai possibile continuare ad accettare la mancanza di una cultura che premia la sana competizione e ambizione finalizzata alla promozione di conoscenza? Ricordo quanto mi disse un mio insegnante di filosofia: “Ricorda che la conoscenza, come l’informazione, è potere e i potenti, davvero conservatori, manipolano per perpetuare l’ignoranza, mai la crescita. Dovere dei giovani è cercare e sfidare ogni mare per accumulare conoscenze, esperienze; non dovrebbero avere paure, né esitazioni finché il futuro è nelle loro mani”. Io aggiungo che, se il futuro non è più nelle loro mani, devono maturare la convinzione che sono gli unici legittimati a riprenderselo, ma oggi bisogna avere competenza e preparazione.        

Narrami o musa le difficoltà dell’uomo e della sua patria...vessata dall’ingordigia e avidità di pochi piccoli uomini che tentano in ogni modo di contrastare il cambiamento e quanto di buono può apportare.

La realtà propone poliedriche sfaccettature, a volte maledette e inconfessabili, ma siamo noi che creiamo la realtà. Sono eroi i promotori del cambiamento; coloro che decidono di patire nel proprio cuore per le perdite subite ma che il cercare comporta … così come Ulisse in un mare sconosciuto e pericoloso alla ricerca di un mondo giusto che potesse essere d’esempio quando sarà tornato a casa per governare. 

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Di Claudio Tabacco (del 23/01/2012 @ 17:54:16, in Italia, linkato 101 volte)

È difficile parlare della Shoah, è un argomento amaro poiché coinvolge e sconvolge la percezione profonda che noi Europei abbiamo di noi stessi. La Shoah contiene in sé tre mostruosi fallimenti, o meglio tre buchi neri della coscienza identitaria dell’Europa e, latu sensu, dell’Occidente. Occorre però procedere alla costruzione di una premessa costitutiva e fondamentale per l’interpretazione della Giornata della Memoria: la Memoria della Shoah non riguarda gli Ebrei ma riguarda Noi, infatti nelle Comunità Ebraiche della Diaspora la Memoria di coloro che sono divenuti cenere viene celebrata il 10 di Tevet, in Israele la Giornata della Memoria della Shoah cade nell’anniversario dell’Insurrezione del Ghetto di Varsavia. Nella differenza di prospettiva interpretativa si pone il nostro Dovere di fare memoria di ciò che noi, ovvero i nostri Padri e le nostre Madri hanno perpetrato contro il Popolo Ebraico d’Europa. La Giornata della Memoria è una giornata di Vergogna, è una Giornata in cui ci Vergogniamo del nostro comune passato, una Giornata di Vergogna Progettuale, in cui ricordiamo che la nostra Civiltà Presente è sorta sulle Macerie Morali, Etiche, Spirituali di una Civiltà precipitata e distrutta dalla sua Disumanità, dalla sua Ferocia Razionale, dalla sua Crudeltà Organizzata. Noi siamo allo stesso tempo Eredi di coloro che perpetrarono la Shoah e di coloro che lottarono contro il Nazismo ed il Fascismo per la Democrazia e la Libertà. La nostra Civiltà nasce da uno Jato Radicale, da una Frattura Insanabile della Storia, potremmo dire che nasce Contro Qualcosa nel Nome di qualcosa d’Altro: la Democrazia, la Libertà, l’Eguaglianza Giuridica e Sociale di ogni cittadino a prescindere dalla sua Fede Religiosa, Politica, dai suoi Vissuti Culturali Profondi, dalle sue Identificazioni Morali ed Etiche.

La Shoah non avvenne in un remoto e sperduto angolo del pianeta, privo di civiltà, non fu un massacro di massa come tanti ne avvennero nel corso della Storia Umana, e continuano ad avvenire. La Shoah avvenne nel cuore dell’Europa, nella terra di Goethe, di Novalis, di Heine, di Marx, di Hegel e di Kant. Ed ecco il primo grande “buco nero”: il fallimento radicale della Cultura Illuminista e Razionalista. Il Regime Hitleriano non fu un regime di folli, l’interpretazione psichiatrica del nazismo occulta la verità ed è implicitamente assolutoria. Il Regime Nazista fu innanzitutto un Regime fondato sull’Organizzazione Razionale del Mondo su base Organico-Biologica-Industriale. La Soluzione Finale del Problema Ebraico venne pianificata il 20 Gennaio del 1942 a Wansee da una ventina di alti ufficiali della SS – SD – Gestapo e Segretari di Stato, Heichmann che fungeva da segretario della Conferenza ricevette l’incarico di organizzare il genocidio degli Ebrei d’Europa ed egli lo fece utilizzando i criteri più avanzati di organizzazione industriale dell’epoca: il Fordismo e la Fabbrica Integrata. La Shoah senza una radicata e profonda cultura industriale non sarebbe stata possibile. Sovente si tende ad identificare lo Sterminio degli Ebrei d’Europa con la violenza estrema degli sgherri della SS o dei loro alleati Fascisti Italiani od Ungheresi o Rumeni… è una visione riduttiva ed a-storica, dunque nuovamente assolutoria. Costoro non furono che i terminali di un’Organizzazione Razionale, i manovali dello sterminio che nella loro efferatezza eseguivano un progetto elaborato a mente fredda: la crudeltà dei lager fu funzionale all’annientamento psicologico dei detenuti, alla loro distruzione morale prima che fisica, dunque il sadismo medesimo degli aguzzini rispondeva ad una logica di produzione.

Il secondo “buco nero”: il fallimento del cristianesimo. La Shoah non avvenne in una “terra senza Dio” ma nel cuore dell’Europa Cristiana, in una terra bagnata dal Battesimo da oltre mille anni ed in cui il Cristianesimo era Egemone da oltre mille anni. Anzi l’odio nazista anti-ebraico si alimentò dell’odio cristiano anti-ebraico, del pregiudizio cristiano anti-ebraico sparso a piene mani da cattolici romani e dai protestanti, come evangelico mi vergogno profondamente di molte pagine di Lutero e come cristiano di troppe pagine orrende dei Padri della Chiesa. Non fu solo il silenzio di Pio XII o il fatto che troppi Pastori della Chiesa Nazionale Tedesca posero la svastica sulla toga cerimoniale a segnare il fallimento cristiano, la presa del Potere da parte dei Nazisti segna irreversibilmente il “fallimento cristiano” poiché segna in modo indelebile il fatto che credenti nell’Evangelo che alla domenica si recavano al Tempio o alla Chiesa votarono il Partito Nazista sapendo che avrebbe portato la Germania e l’Europa nel baratro del Nichilismo Radicale e che le strutture di Chiesa non presero posizione mai o addirittura siglarono intese in funzione anti-bolscevica.

Il terzo “buco nero”: il fallimento della politica. La Seconda Guerra Mondiale e l’affermarsi dei Regimi Totalitari sono il risultato del disastro politico e di governante mondiale seguito alla Prima Guerra Mondiale. La Pace di Rapina seguita al Congresso di Parigi gettò le basi per l’affermarsi in tutta Europa, ed in Germania in particolare, di Movimenti Politici Populisti e Violenti nell’espressione verbale quanto nell’azione quotidiana. Quando la Politica diviene retorica violenta di piazza e nessuno contrappone alla degenerazione del sistema democratico un Progetto di Cambiamento allora ogni avventura diviene possibile.

Concludo con un binomio a me assai caro: Ricordare per Riconoscere.

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Di Anna Maria Russo (del 23/01/2012 @ 11:04:30, in Italia, linkato 60 volte)

Il secondo schiaffo o pugno non ha più il sapore amaro della sorpresa e fa male più del primo perché allo stupore si sostituisce la consapevolezza che il mostro che le sta davanti e che ha negli occhi una ferocia terrificante da bestia incattivita da chissà che raptus è proprio una delle persone che ama. A niente vale cercare di sfuggirgli. Eva e tutte le Eve di questo mondo finiscono sempre per ritrovarsi su un divano, su un letto, in un angolo dal quale non possono scappare. E i colpi aumentano e il dolore più forte che sentono è quello del cuore che si spezza, non delle ossa. Il cuore va in frantumi perché le mani e i piedi che le colpiscono appartengono a qualcuno per cui provano amore, di cui si fidano, o almeno si fidavano, a cui avrebbero affidato la loro stessa vita, da cui si aspettavano protezione…  non hanno nemmeno la forza per chiedere pietà o urlare… e io, scrivendo, vorrei tanto urlare per te, Eva… ti chiamo così e scrivo…

In altre occasioni, parlando della condizione femminile, ho ironizzato, barcamenandomi alla meno peggio tra il serio e faceto. Stavolta niente ironia. Non c’è spazio per battute, per  provocazioni scherzose o semi-serie. Stavolta voglio solo gridare di  dolore per le tantissime donne, in Italia e nel mondo, che subiscono violenza, fisica e psicologica, e, in particolare, per quelle che la violenza se la ritrovano come compagna della vita quotidiana perché a percuoterle, ad abusare di loro e della loro dignità sono padri, fratelli, mariti, fidanzati, amanti…

Nessuno tocchi Eva… Nessuno perché, per quanto si parli di parità, nella maggior parte dei casi e salvo eccezioni straordinarie, un uomo è fisicamente più forte di una donna e tra i due non può esistere semplice “colluttazione” o semplice scontro fisico: uno schiaffo da donna a uomo può bruciare, far ardere l’orgoglio, uno schiaffo da uomo a donna può distruggere una faccia, far saltare denti, lesionare un orecchio, oltre a ferire l’anima a sangue… vero! Perfino la sola minaccia di un gesto d’odio può far danni incancellabili. Il colpo minacciato equivale a quello dato: incrina la sicurezza e alimenta la sensazione di essere inermi… non la sensazione, ho sbagliato, ma la consapevolezza di essere inermi, di non potersi difendere, di non poter evitare il dolore.

Analizziamo qualche dato: in Italia, quasi il 32% delle donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni, ha subito violenza fisica o sessuale. Nella maggior parte dei casi, la violenza fisica è opera del partner ed è grave o gravissima. “Il 21,3% delle donne ha avuto la sensazione che la sua vita fosse in pericolo in occasione della violenza subita. Ma solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un reato, per il 44% è stato qualcosa di sbagliato e per il 36% solo qualcosa che è accaduto. Anche nel caso di stupro o tentato stupro, solo il 26,5% delle donne lo ha considerato un reato”(dati Istat: http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070221_00/testointegrale.pdf). Ed è questo che inquieta, forse ancora più dei dati e le percentuali: il fatto che le donne vittime di violenza non si rendano conto, in molti casi, di essere vittime. Considerano la violenza come un caso fortuito o addirittura come una punizione meritata. E non denunciano. La violenza domestica rimane per lo più sommersa, per paura anche di non essere credute e di essere addirittura sbeffeggiate, per vergogna e proprio per la convinzione errata di non essere vittime indifese, ma addirittura cause legittime della violenza subita. Ma che pensi, Eva, che te lo sei meritato???

“Nessuno può immaginare quel che dico quando me ne sto in silenzio  chi vedo quando chiudo gli occhi,come vengo sospinta quando vengo sospinta cosa cerco quando lascio libere le mie mani. Nessuno sa…che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera,e quel che seguirà è una tempesta.”: sono versi di Joumana Haddad, alcuni dei più bei versi mai scritti per descrivere, con una efficacia dirompente e lacerante, la forza e la fragilità delle donne. Forza e fragilità, due termini contrapposti , quasi incompatibili, ma che nell’essere donna trovano la loro quadratura perfetta, il loro ricomporsi a natura unica, ad aspetti diversi di un tutto sfaccettato e variegato. Ed è a questa forza che devi fare appello Eva per difenderti e denunciare. Perché tu non hai colpe! Non te lo sei meritato! Ed è a questa forza che dobbiamo appellarci noi tutte per gridare con Eva e per Eva: adesso basta! Nessuno – ma proprio nessuno – tocchi Eva!

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