La spending review porrà il Paese a un bivio, e molto del nostro futuro dipenderà probabilmente dalla direzione che l’Italia vorrà e saprà scegliere.
I tagli alla spesa riconosciuti da tutti come indispensabili per ridurre o almeno contenere il debito pubblico possono infatti essere prodotti in due modi: riducendo i servizi erogati dalla macchina dello Stato oppure rendendo quella stessa macchina più efficace ed efficiente.
Questo secondo scenario – l’unico davvero auspicabile per chi, come chi scrive, crede ancora in quello che ZygmuntBauman chiama “social state” – richiederebbe una rivoluzione copernicana nella filosofia e nella prassi della burocrazia italiana. Ridare efficacia – e dignità – alla macchina dello Stato implicherebbe infatti, in ordine sparso: reclutamento del personale secondo criteri imparziali e oggettivi, riconoscimento del merito e meccanismi premiali, indipendenza dei manager pubblici dalle ingerenze politiche, focalizzazione sui diritti e i bisogni del cittadino, flessibilità e capacità di mettere in campo comportamenti adattivi. L’elenco non è, ovviamente, esaustivo.
La possibilità di innescare questa rivoluzione copernicana è condizionata alla capacità di ricondurre gli sprechi a precise disfunzionalità della macchina burocratica, e colpire tutti e soli gli “eccessi di spesa” che possono essere ricondotti a tali disfunzionalità (evitando cioè di penalizzare le voci di spesa anche ingenti ma ben gestite e rispondenti a effettivi bisogni della popolazione). L’effetto sarebbe auspicabilmente quello di indurre nella pubblica amministrazione una reazione di autoriforma, in assenza della quale possiamo immaginare che si deciderebbe alloradi procedere a un taglio netto dei presunti “rami secchi” (l’altro scenario da cui eravamo partiti).
Qualsiasi riforma richiede tuttavia prima di tutto volontà: la volontà dei signori e signorotti disseminati ai vari livelli della pubblica amministrazione di capovolgere la propria gerarchia di valori anteponendo il bene comune alla clientela; ma prima ancora la volontà politica del governo di non lasciare a se stessoun organismo burocratico che potrebbe non disporre degli anticorpi necessari per innescare un processo di autoriforma.
Se mancherà questa volontà politica di accompagnare la pubblica amministrazione in un processo di rinnovamento e si procederà invece senz’altro ai “tagli”, la prognosi della spendingreviewnon potrà che essere critica. Lo scenario di un radicale e progressivo smantellamento dei servizi oggi garantiti dallo Stato acquisterebbe una probabilità inquietante. E inquietanti sarebbero soprattutto le conseguenze di una riduzione del welfare state in un momento di estrema fragilità di ampie fasce della società italiana.
Anche concedendo al conservatore Monti il beneficio del dubbio, è tutto fuorché certo – nel Paese che in 150 anni di storia unitaria non è riuscito a colmare il divario di sviluppo del Mezzogiorno – che si riuscirà a sanare l’apparato dello Stato dalla sua disfunzionalità inerziale e dalla sua combattività clientelare. Vero è che la minaccia di crollo della moneta unica rende il nostro “redderationem” impossibile da procrastinare. Non resta che sperare nella capacità di reazione di cui - si dice - gli italiani sono capaci nelle emergenze.