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La comunità dei talenti come risposta al brain drain
Di Paolo Balduzzi e Alessandro Rosina (del 05/04/2012 @ 09:59:27, in Italia, linkato 1745 volte)

L’attenzione pubblica nei confronti del brain drain è aumentata considerevolmente negli ultimi anni. Nella percezione pubblica il fenomeno è considerato negativo; in realtà, gli aspetti positivi non mancano ed è opportuno valutarli attentamente.
Partiamo però innanzitutto da alcune cifre per la realtà italiana. I numeri raccontano di un Paese con livelli di istruzione sotto la media europea, ulteriormente impoverito dalla migrazione netta di forza lavoro qualificata e incapace di attrarne di nuova da altri Paesi. Il numero di under 35 oltre confine, tenendo conto anche della sottostima dei dati ufficiali (AIRE 2010), ha dimensioni corrispondenti ai pari età di una regione grande come il Lazio. Il flusso di laureati verso l’estero è costante: circa 6000 laureati l’anno, secondo l’ISTAT; un numero che tuttavia non tiene conto di chi si trasferisce all’estero senza cambiare anche la residenza e che soprattutto non è compensato dai flussi in entrata di laureati stranieri. In termini di costi di sola istruzione terziaria, il nostro paese sostiene una spesa per studente di circa 6.500 euro l’anno (EUROSTAT, 2008), che moltiplicato per il numero di laureati italiani che ogni anno trasferiscono la propria residenza all’estero (6.552 nel 2008, ISTAT) portano ad un costo complessivo pari a 170 milioni di euro per un corso di studi di quattro anni. I Paesi di destinazione di questi laureati sono principalmente europei: Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Francia e Spagna. Solo al sesto posto si trovano gli Stati Uniti. Il fenomeno riguarda naturalmente anche gli studenti.
Tuttavia, come anticipato, non ci può limitare a considerare i laureati che lasciano un Paese come una risorsa perduta per sempre; si deve invece cercare di mettere a frutto anche da lontano le capacità e le potenzialità di questa forza lavoro qualificata che ha deciso di andare a lavorare all’estero. Quali potrebbero essere i possibili benefici dell’emigrazione qualificata anche per il Paese che perde laureati?
Una prima risposta è data dalla rimesse. In Italia, però, ormai solo lo 0,03% del Pil è costituito da questa forma di reddito. Un secondo aspetto da considerare è che proprio le prospettive di emigrazione potrebbero aumentare il capitale umano nel Paese di origine, con tutti i benefici che ciò può portare. L’idea è che, anticipando possibili guadagni più elevati all’estero in caso di emigrazione, un numero maggiore di cittadini nel Paese di origine sarà intenzionato a investire in istruzione rispetto al caso in cui invece questa prospettiva non esiste. Infine, una terza risposta è che una quota di emigranti potrebbe in effetti ritornare nel Paese di origine, portando con sé esperienze e tecnologie. Ragionando su tutti questi elementi si arriva a una considerazione fondamentale: come per ogni fattore di produzione, è bene che il capitale umano venga allocato dove più elevati sono i suoi rendimenti o dove maggiori sono le possibilità che questi rendimenti si realizzino. È quindi opportuno creare le condizioni perché questo capitale umano trovi conveniente tornare nel Paese di origine, o perlomeno creare dei network per far circolare le doti di conoscenza acquisite.
Come fare dunque per realizzare una politica di gestione del brain drain di successo? Verificato il fallimento di politiche che impediscono l’espatrio o l’inadeguatezza, in Italia, di politiche migratorie selettive, non resta che guardare alle politiche pro-attive di circolazione, attuate e sviluppate in altri Paesi come India e Cina, che proprio grazie ai propri laureati emigrati nelle migliori università e aziende americane hanno saputo sviluppare distretti industriali tecnologici di successo. Anche in Italia non mancano esperienze interessanti, sia a livello regionale (per esempio, “Master & back” in Liguria e “Bollenti spiriti” in Puglia) sia a livello nazionale, con interventi come la legge sul rientro dei ricercatori o la “Controesodo” sul rientro dei talenti che al momento però appaiono ancora isolati e poco coordinati. È anche necessario che le istituzioni si attivino per fornire una fotografia più adeguata della realtà degli Italiani residenti all’estero e che tutti gli interventi  siano opportunamente monitorati, così da poter essere meglio calibrati in futuro (Balduzzi 2012).
Da questo punto di vista, risultano molto interessanti i risultati della prima indagine ITalents-Comune di Milano-Controesodo sulle caratteristiche della comunità italiana all’estero. Si tratta di 1200 questionari compilati da chi vive oltre confine. I dati che emergono dallo studio sono interessanti e complessi. Quanto al profilo dei rispondenti, l’indagine ha intercettato soprattutto la componente più giovane e dinamica dei migranti di ultima generazione (soprattutto under 40 e laureati). Riguardo ai motivi che li hanno spinti ad andarsene più che welfare e lavoro stabile, spicca la meritocrazia e veder riconosciute le proprie capacità (fattori indicati come importanti dall’80% del collettivo indagato).
Ma i risultati più originali riguardano la volontà o meno di queste persone di tornare in Italia e di fare qualcosa, anche dall’estero, per il proprio Paese: il 12,8% esclude completamente il rientro in patria, mentre, tra chi pensa di tornare, i giovani risultano i più possibilisti (oltre il 45% degli under 30) pensa di farlo. Inoltre, l’86% di coloro che hanno risposto al questionario si è detto disponibile a fornire opinioni sul set di proposte che il Parlamento esaminerà, per favorire la mobilità dei talenti. Un dato che conferma la necessità di formare network e comunità tra talenti fuori e dentro i confini con l’obiettivo comune di cambiare e far crescere culturalmente ed economicamente il paese di origine (Rosina 2012).

Per approfondimenti:
Paolo Balduzzi (2012), Dal brain drain alla circolazione dei talenti: realtà italiana ed esperienze internazionali, working paper ITalents.
Alessandro Rosina (2011), “Una idea di Italia diffusa”, Il Mulino, pp. 217-225.