Il tema della produttività e competitività del sistema italiano – richiamato in queste ultime settimane all’interno dello scambio di opinioni sul costo del lavoro fra Governo, Bruxelles e sindacati – si presta a considerazioni di vario genere. Fra di esse, un ruolo sempre più importante è rivestito dal capitolo formazione ed in particolare dalla capacità del sistema universitario di immettere sul mercato del lavoro giovani laureati dotati delle conoscenze necessarie. Realizzare figura di “ponte” fra istruzione secondaria e lavoro risulta dunque essere una delle principali sfide dell’università moderna. A questo proposito, la fotografia scattata dal rapporto dell’OCSE Education at a Glance 2010 ci può aiutare a comprendere quanto l’università sia effettivamente in grado di interpretare i trend in atto nel mondo del lavoro, traducendoli in corsi di laurea coerenti.
Un primo indicatore è dato dal tasso di occupazione relativo alla fetta di popolazione attiva (25-64 anni) in possesso di titolo universitario. Il dato italiano è fermo all’80.7%, ben al di sotto di quelli relativi a Germania (85.8%), Francia (84.3%), Regno Unito (87.8%), nonché della stessa media UE-19 (85.3%).
Il trend 2000 – 2008 mostra una involuzione del dato italiano, a fronte del miglioramenti di pressoché tutte le altre principali economie europee, le quali partivano peraltro da un dato più favorevole. Inoltre, in Italia, la fetta di lavoratori con titolo secondario ha una percentuale di occupazione del 6,4% minore rispetto connazionali laureati. Per capire se questo dato è alto o basso, è possibile confrontarlo con quanto accade all’estero. L’employability gap sale al 10,5% per la Germania, all’8,4% per la Francia e al 9,3% per la media UE. Ciò significa che, al di fuori dall’Italia, l’investimento in educazione migliora in modo più netto le prospettive occupazionali. Il differenziale di occupazione fra istruzione secondaria e terziaria in Italia è andato assottigliandosi nel tempo: dal 10,2% del 2000 al già citato 6,4% del 2008 (-37%). La conclusione da trarre è che il beneficio derivante dal possesso della laurea, rispetto a chi si ferma alle scuole secondarie, è basso in termini di comparazione intra-europea e ha inoltre seguito un trend negativo.
Una analisi del tutto simile può essere fatta con riferimento ai tassi di disoccupazione. In questo caso per il 2008 l’Italia evidenzia un valore percentuale di 4.3 punti, il quale è maggiore rispetto a Francia (4.0%), Germania (3.3%), Regno Unito (2.0%) e media UE (3.2%). Ciò evidenzia una maggiore difficoltà all’interno del mercato del lavoro italiano a realizzare il matching fra domanda e offerta di lavoro per quei soggetti in possesso della laurea. Da un punto di vista tendenziale, i dati evidenziano un ampliamento del divario fra l’Italia e le principali economie UE. Occorre evidenziare infine il differenziale di 0.3 punti fra disoccupazione di lavoratori con educazione secondaria e terziaria. Questo dato testimonia lo scarso miglioramento della cosiddetta employability a seguito del conseguimento della laurea. Tale scarto risulta peraltro in calo rispetto all’1.3% del 2000.
Posto che una più attenta analisi della qualità dei matching realizzati sarebbe auspicabile (i.e. coerenza background-impiego o livelli retributivi), i dati sopra citati rappresentano un indice, seppur grezzo, della capacità o meno da parte delle università di incrementare le chance occupazionali dei loro iscritti. In Italia il sistema universitario risulta meno capace, rispetto ai principali paesi europei, di migliorare le prospettive occupazionali dei laureati.
Questa analisi sull’efficacia del titolo di studio in termini di ingresso nel mondo del lavoro, consente alcune considerazioni circa i criteri di valutazione delle università utilizzati nei ranking nazionali ed internazionali. In particolare, appare opportuno sottolineare l’importanza di parametri capaci di giudicare la qualità di un ateneo anche grazie agli sviluppi professionali conseguiti dai suoi laureati. In altre parole, serve poter giudicare la capacità degli istituti universitari di offrire una formazione in linea con le esigenze del mercato del lavoro e quindi di aprirsi agli input che da esso giungono.
La sfida che attende i ranking universitari nei prossimi anni sarà senza dubbio quella di valutare nel modo quanto più oggettivo possibile il miglioramento del profilo sia reddituale, sia di autorealizzazione degli studenti. Il successo di questa svolta deve passare anche attraverso metodi di raccolta dei dati più consistenti e meno frammentati. Non deve più esser possibile che consorzi come quello di Alma Laurea non vengano supportati nella creazione di database quanto più completi possibile.
Negli Stati Uniti, dove lo Stato interviene con prestiti indirizzati agli studenti che presentano difficoltà economiche, ci si sta muovendo già da tempo verso soluzioni market-oriented. In breve vengono concessi più facilmente i finanziamenti a quei corsi di laurea che in passato hanno fatto registrare i ritorni maggiori. Il criterio utilizzato poggia sulla capacità degli studenti laureati di ripagare il loro debito. Si considera in questo modo il pay-back period, il quale tiene conto da un lato dell’esborso iniziale, dall’altro del profilo reddituale raggiunto a seguito del conseguimento della laurea.
Un avvicinamento a logiche di questo tipo anche in Italia porterebbe innanzitutto ad un ringiovanimento del rapporto università-imprese, grazie ad un ritrovato reciproco interesse; secondariamente, verrebbero creati indicatori trasparenti e pratici, capaci di supportare le scelte di chi si trova a dover definire la propria strategia formativa.
Per queste ragioni i ranking dovranno in futuro inglobale componenti capaci di carpire i risvolti lavorativi – sia in termini di quantità che di qualità – che il corso di laurea è in grado di offrire ai propri iscritti. In questa direzione ci siamo mossi come Vision, ovvero comprendendo fra gli indicatori del nostro ranking sull’università 2010 i dati di placement resi disponibili dal consorzio di Alma Laurea.