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Alla ricerca della felicità... sostenibile
Di Francesca Paci (del 02/02/2010 @ 14:25:02, in Innovazione, linkato 531 volte)

 

Ho 38 anni, il lavoro che sognavo dai tempi della scuola, una famiglia meravigliosa e amici cari, giro il mondo come piacerebbe a molti e ho perfino optato per un taglio radicale dei miei fluenti capelli ricci che secondo l’ultimo numero del New Yorker è uno dei 50 piccoli passi necessari verso una regolare soddisfazione quotidiana. Sono felice? Quando mio padre me l’ha domandato su Skype, maldestro e dolcissimo tentativo di tastare l’intensità del mio prolungato mal-di-cuore amoroso, ho pensato di tranquillizzarlo, sto bene, davvero, certo che sono felice. Invece ho contato fino a dieci, ricordando il metodo che mi insegnava da bambina per correggere l’impetuosità, e ho risposto no, in questo momento non lo sono. Non è questione di spleen, quel disagio esistenziale un po’ bohémien che ci ha raccontato Baudelaire, o di stagionale fisiologica depressione. E non si può neppure liquidare la questione dando l’intera colpa alla fine di una relazione importante. Credo che c’entri piuttosto la consapevolezza del limite che a un certo punto si manifesta bloccando la strada perfino a chi è abituato a gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo. Non posso avere tutto, non posso andare ovunque, non posso raggiungere ogni traguardo né spingere la mia volontà come l’acceleratore di un’automobile potente perché non sono un’automobile, ed è forse proprio l’aver creduto per tanto tempo ostinatamente il contrario a impedirmi ora di essere felice in modo sostenibile.

Per quando possa essere di conforto, pare che non sia sola, almeno in Gran Bretagna, il paese in cui vivo. Qui, secondo la Gallup, il 64% delle persone risponderebbe esattamente come me. Nel 1950 era diverso, allora a definirsi “very happy” era il 52% degli inglesi, ma ho il vago sospetto che c’entrasse qualcosa la fine della guerra, l’entusiasmo della ricostruzione, le premesse del boom economico. Oggi, nonostante Londra resti un sorprendente polmone d’energia, il Regno Unito è sceso al venticinquesimo posto nel Quality of Life Index, l’indice della qualità della vita pubblicato dalla rivista International Living, ben lontano dal primato francese ma anche dall’Italia, classificatasi decima. La società non è felice, un bambino su dieci delle migliaia campionati dalla Children Society non è felice, ma meno felici di tutti sono le suddite di Sua Maestà. Nonostante abbiano scalato il dislivello economico al punto che oltre un quinto guadagna più del partner, sono almeno altrettante quelle che quotidianamente cedono all’oblio del bicchiere.

Perché la Gran Bretagna che non è esattamente lontanissima da quell’assenza di miseria indicata dal professor Richard Layard come misura della qualità della vita, non è felice? Probabilmente è la stessa domanda che mio padre, ascoltando la mia confessione su Skype, avrebbe voluto farmi subito dopo. Perché abbiamo molto e non siamo felici?

Se le donne britanniche con la loro irriducibile intraprendenza sono lo specchio di un paese che ha pagato la crescita smisurata con uno smile triste - come dimostra la quantità di nuovi libri sulla crisi del femminismo, da Living Dolls: The Return of Sexism dell’ex femminista Natasha Walter a The Noughtie Girl's Guide to Feminism di Ellie Levenson, da Equality illusion di Kat Banyard a The Big Fat Bitch Book for Girls di Kate Figes – possono dire qualcosa anche sulla società occidentale in generale, quella europea, al tramonto da circa un secolo, e quella americana, che si nutre di libri motivazionali tipo A Short Guide to a Happy Life o One Small Step Can Change Your Life salvo consumare due terzi degli antidepressivi mondiali.

Quanto alle donne c’è chi, come lo scrittore Martin Amis, dà polemicamente la colpa al femminismo dal cui calice avvelenato le suffragette degli anni 70 avrebbero bevuto la liberazione sessuale, l’emancipazione economica ma anche un certa attitudine alla depressione e alla solitudine. Troppo facile purtroppo. Perché ridurre l’esperienza del femminismo a una rincorsa assatanata all’ingestibile potere maschile, pagato con la perdita della felicità, trascura la condizione d’invisibilità assoluta da cui, pur partecipando di famiglie numerosissime, quelle donne provenivano. Eppure c’è un punto che lega le donne, britanniche e non, e la società occidentale (in attesa che quella orientale e mediorientale producano analisi autocritiche del benessere nei loro paesi). Il punto è la consapevolezza del limite. Non un limite trascendente, religioso, spirituale, del genere troppo spesso usato come ostacolo contro il progresso. E neppure un limite economico da paradosso più poveri e più felici. Mi sono convinta molto tempo fa, invitata da una persona cara a leggere a fondo Walter Benjamin, che l’Angelo della Storia vola inarrestabilmente verso il futuro*. Parlo invece di un limite umano, la difficoltà ad accettare che il dover essere non è l’essere ma solo una tensione ideale, la capacità di riconoscere i traguardi man mano che si raggiungono e goderne, la felicità sostenibile. In fondo quando il premio Nobel israeliano Daniel Kahneman e l’economista Amartya Sen suggeriscono di non valutare solo la ricchezza prodotta da un popolo ma anche la sua qualità della vita, la cosiddetta felicità interna lorda, parlano di sostenibilità, il grado di benessere necessario a un determinato paese per avere un buon livello della qualità della vita.

E se allora questa continua insoddisfazione che ci impedisce di fermarci e scalare la marcia per rilanciare invece sempre la sfida all’infinito inseguendo una meta ogni volta più lontana fosse il vero ostacolo alla felicità? E se i momenti d’infelicità fossero riflessione, approfondimento, dolore necessario, uno stimolo anziché un ostacolo alle umane sorti e progressive? Spiega la filosofa americana Susan Neiman che dei quattro pilastri portanti dell'Illuminismo - felicità, ragione, rispetto, speranza - quello basilare è la speranza, non la convinzione che il progresso sia necessario ma che sia possibile.

Che felicità e che progresso vincere la vergogna d’ammettere di essere qualche volta infelici dei propri limiti per poi ricominciare a cercare la felicità sostenibile.
www.lastampa.it/paci


          * C'è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I  suoi  occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera (dalle tesi Sul concetto di storia).

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