Se è vero che oggi in molti viviamo da imperatori romani, è anche vero che il nostro standard di vita ci ha condotti - per parte di mondo - a ritenere che tutto quello che siamo lo dobbiamo al progresso. Quindi non può essere che il progresso non è inevitabile, solo vive tempi diversi a seconda delle epoche restando nella sua essenza sempre lo stesso.L'uomo, lo ricorda la storia della filosofia, da sempre si è trovato difronte a interrogativi esistenziali semplici ma inevitabili. Questioni incarnate nella psiche e nel corpo. Interrogativi che hanno spinto e spingono l'umanità alla ricerca di soluzioni assolute, rassicuranti, rivolte soprattutto al vivere bene. E' noto che a muovere l'uomo nella storia di sè e dei suoi mondi sia il desiderio e che la ricerca che esso attiva produce felicità, se per felicità si intende quell'esperienza originaria che imprimendosi nella memoria del cervello crea senso di pienezza del vivere. Se il progresso, nell'accezione positiva che esso porta con sè, è il desiderio di vivere bene realizzando cose, allora tale realizzazione di sè è, essa stessa veicolo di felicità.
Era così già per i Greci antichi per cui la felicità consisteva nella capacità di controllare il proprio destino costituendo uno stile di vita capace di meritarsi lo sguardo benevolo del destino. Per i cristiani, invece, la felicità è nell'altro mondo e promessa a chi, spesso attraverso il dolore, la guadagna in questo mondo. Un pensiero oggi difficilmente accettabile perchè completamente fuori dalle logiche edonistiche in cui ognuno trova rifugio per la soddisfazione dei propri desideri.
Quindi se è vero che il progresso siamo noi, anche la felicità non è una cosa che può arrivarci dall'esterno, ma è invece frutto delle nostre reali capacità e possibilità e questo è possibile solo attraverso la piena accettazione del nostro essere. Quest'analisi diventa condizione essenziale al raggiungimento della felicità e tanto più si riesce a mantenere, per dirla con Aristotele, la giusta misura tra il desiderare e le reali proprie capacità ad ottenere l'oggetto del desiderio tanto più si è sulla strada giusta. La felicità, in pratica, dipende da noi.
Nietzsche sarebbe stato più lapidario: diventa ciò che sei.
Il progresso e la felicità che dipendono da noi oggi, più che in altre epoche, soffrono di credibilità positiva. Ovvero se il progresso produce insieme a risoluzioni concrete anche devastazioni inaspettate e la felicità è, per sua stessa natura, inaffidabile e fugace, allora subentrano altre variabili (o surrogati) possibili come la crescita incontrollata e la serenità.
Esempio classico di felicità è l'innamoramento. Innamorarsi di una persona o di una cosa muove oggi ambizioni e desideri forti, assoluti, vitali in uno stretto spazio di tempo. Spesso comporta una dipendenza dall'altro fino a dissolvere le proprie autonomie e questo non garantisce l'alterità necessaria, invece, alla giusta ricerca di sè e alla lunga produce sentimenti ingovernabili e quindi inaffidabili.
Una soluzione, semmai volta ad un sano e magnifico progresso e ad una solida felicità, sembra allora quella di saper guardare dentro se stessi e di curare il proprio talento senza eccedere in valutazione spropositate e con la consapevolezza che oltre al proprio benessere personale ci sia quello dell'altro fino a concepire un' ideale catena di sostegno reciproco e di aiuto concreto. Cioè più che l'innamoramento, l'Amore come condizione unica in cui il progresso è figlio della felicità.
Percorrere la strada del progresso tenendo per mano la propria felicità e quella degli altri, è sì come vuole l'Economist 'prender parte ad una lotta dura tra l'intelligenza, che spinge sempre avanti, e una più indegna, timorosa ignoranza che ne impedisce il progresso, ma è anche saper dosare intelligenza e ignoranza seguendo la via della virtù come per un'amante difronte al proprio oggetto del desiderio: saper dosare tra innocenza ed esperienza, arrendevolezza e ostinazione tutte le volte come se fosse la prima.