Puntualmente tra la fine di un anno e l’inizio del nuovo parte un walzer di trasmissioni televisive, articoli di giornale e chi più ne ha più ne metta, dedicati agli avvenimenti e ai fatti più importanti dell’anno appena terminato. Alcuni ben studiati e ben realizzati, per carità, altri un po’ meno tanto da ricordare gli rvm strappalacrime delle trasmissioni di Maria De Filippi. E sì perché quando si mettono insieme le immagini del terremoto dell’Aquila con le polemiche sull’edizione di Sanremo, come ha fatto qualche trasmissione molto seguita della tv di Stato, l’effetto sperato è pressappoco quello.
Non si capisce per quale ragione invece di rievocare il passato, non ci si fermi a riflettere su quello che di buono si può programmare per l’anno a venire. Mai come in questo periodo, poi, è assolutamente di buon senso agire in questa logica, dal momento che veniamo fuori da quello che da tutti è sentito come un annus horribilis. E infatti nelle ultime settimane si è provato più del solito a “buttare” l’anno vecchio per scommettere tutto su quello appena cominciato.
A partire dal Presidente del Consiglio che, esasperato dal clima di odio sempre più diffuso, ha deciso - nella sua prima dichiarazione dopo l’aggressione del 13 dicembre - di puntare sul 2010: “sara' l'anno delle riforme. Partiremo con quelle della giustizia, poi proseguiremo con la scuola e soprattutto con un programma di riforma fiscale per ridurre le tasse". In buona sostanza, sarà stato il clima natalizio oppure la paternità dell’idea del partito dell’amore, certo è che le dichiarazioni di Berlusconi erano pregne di ottimismo. Questo nuovo anno insomma inizia con l’idea che “l’amore può vincere su tutto” e che “la stragrande maggioranza degli italiani si è iscritta al partito dell’amore”.
A quanto pare il premier non è l’unico a seguire la strada dell’ottimismo.
Qualche settimana fa si è tornato a parlare di Fil, “felicità interna lorda”. È da tempo, infatti, che in tutto il mondo si studia come affiancare al prodotto interno lordo altri indicatori che possano misurare con più precisione il benessere complessivo dei cittadini; insomma un Pil meno arido e contabile, un po’ più umano con dentro quote di felicità, benessere, sostenibilità, solidarietà, etc. Una questione che ha lanciato Robert Kennedy nel 1968 e che ha ripreso il sovrano del piccolo stato buddista del Buthan, Singye Wangchuk, nel 1972. Poi, nell’autunno del 2008, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha dato vita ad una commissione guidata dal premio Nobel Joseph Stiglitz, con l’obiettivo proprio di ricercare un nuovo metodo per la misurazione del benessere. Il risultato è un rapporto di 291 suddiviso in tre parti: la prima dedicata al Pil e alla denuncia della sua insufficienza per misurare la ricchezza di un Paese; la seconda indica il welfare e il lavoro domestico come indicatori fondamentali della qualità della vita; la terza e ultima è dedicata all’analisi dello sviluppo sostenibile .
Non solo. Da quando ad un convegno organizzato dall’Aspen Institute sull’argomento qualche settimana fa, il ministro Tremonti è intervenuto sostenendo che se si calcolassero nel Pil il cibo, la cultura, l’ambiente, il clima, l’Italia sarebbe “in un imbarazzante primo posto”, la stampa continua a parlare di “felicità”.
Persino il patinatissimo mensile di moda marchiato Condè Nast, Glamour, apre il numero di Gennaio con “Le sei vie alla felicità. Ritrovare nuova consapevolezza e fiducia”e insiste con l’editoriale del direttore: “Il 2010 rompe gli schemi in tutto. Io credo che sarà un anno diverso dagli altri, questo, una sorta di anno zero che ci cambierà molto, perché ci ripulirà, rinnoverà, ci rilancerà verso nuove vite”.
Attenzione però quando si parla di felicità! Come sostiene da tempo il sociologo Alberoni “la felicità indica uno stato emozionale straordinario, uno stato di esaltazione meraviglioso” che però ha una durata limitata. È uno stato di grazia che non può durare né a lungo né per sempre. Non si può essere sempre felici. Secondo Alberoni, “il problema è il modo di intendere la parola felicità, che è molto italiano, e trae in inganno. In inglese esiste happiness, che vuol dire gioia, contentezza. I francesi hanno bonheur, che noi traduciamo con benessere. La contentezza e il benessere possono essere stati permanenti differentemente dalla felicità”. Ma è anche vero, a detta del sociologo, che gli italiani hanno più motivi per essere “felici”: l’erotismo, i paesaggi, l’architettura, il cibo, etc.
E allora che altro dire: felice 2010 a tutti!