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Sogno di fine anno. Ipotesi visionaria di un paese migliore.
Di Giovanni Coppola (del 22/01/2010 @ 11:04:58, in Italia, linkato 207 volte)

Erano da poco passate le sette di sera del giorno di San Silvestro 2010 e in casa fervevano i preparativi per la cena dell’ultimo dell’anno con il pesce pronto per essere servito sulla tavola imbandita e i frutti di mare che esalavano i loro ultimi respiri prima di divenire sauté.
Nella web televisione scorrevano le immagini più importanti dell’anno appena trascorso: ogni utente aveva la possibilità di interagire con dei commenti e delle repliche a quanto detto dai web giornalisti, sicché il fatto oggetto del racconto doveva, tema smentita in tempo reale, essere raccontato e presentato attraverso il più ampio ventaglio di punti di vista e opinioni possibili; era davvero già un’informazione partecipata e partecipativa, non più in mano a lobby e potentati politico-economici, la web tv si nutriva dei contributi dei sui stessi spettatori, che diventano co-autori del programma.

Quella sera il Presidente della Repubblica non avrebbe tenuto il consueto discorso di fine anno; oramai era chiaro a tutti che parole come dialogo, serenità, riforme, oppure circonlocuzioni e frasi come per il bene del paese, maggioranza/opposizione, Governo/istituzioni si erano tutte svuotate di senso: non si era più fruitori e consumatori del messaggio politico-istituzionale, ma cittadini aldilà dei manichei criteri di appartenenza a falsificazioni storiche che in Italia si chiamavano centrodestra e centrosinistra, con o senza il trattino, capaci di rivendicare i propri diritti e non più deleganti senza controllo.

I politici e i giornalisti ante 2010, che a comando, a moneta o per motu proprio dialetticamente erano responsabili della co-produzione dell’agenda del paese, si erano trovati senza una fissa occupazione e con un curriculum troppo scadente per la loro ottuagenaria età da richiedere anche un lavoro a chiamata, a gettone o ad gratiam, e inveivano contro la legge 210 da loro stesso esaltata quando serviva per gli altri.
L’Italia aveva visto passare un anno straordinario.

Le Università si erano ribellate ai baroni e alle incrostazioni di potere; la protesta non era nata in seno agli studenti o in ambito accademico, ma fu l’Europa che decise di intervenire installando un comitato di verifica permanente dei concorsi e della qualità di insegnamento. Che spettacolo! Ricordo che i dipartimenti di medicina dovettero riorganizzarsi perché gli studenti figli di medici o persone in vista non riuscivano a superare i test, e non c’erano mammasantissima capaci di rompere il sistema del merito; gli avvocati dovettero cominciare a pagare i propri praticanti dopo aver ricevuto una denuncia dall’Ilo (International Labour Organization) per la reintroduzione della schiavitù; i corsi di laurea o di bollicine nati per creare ad usum cattedre per amici vennero chiusi e i docenti cooptati per credo o appartenenza vennero reimpiegati nel servizio mense.

Per la prima volta i ragazzi bravi, i meritevoli, quelli che eccellevano sul campo potevano contribuire al benessere del paese senza dover ringraziare nessuno, ma venendo ringraziati e ben pagati!
La criminalità organizzata aveva deposto le armi e firmato un armistizio senza pretese con lo stato: tutti in carcere, scioglimento dei legami politico-economici, restituzione di tutti i beni alla Repubblica; non fu necessario costruire nuovi penitenziari, bastarono quelli in essere perché le celle si svuotarono di criminali comuni, quelli di bassa manovalanza, per essere sostituiti dai colletti bianchi, dai truffatori finanziari, dai politici corrotti e affaristi, e dai membri degli apparati criminali.
E il meridione, che sviluppo!

Città prese d’assalto dai turisti di tutto il mondo, gente pronta e professionale nell’accoglienza, tutela del territorio e delle sue bellezze, modelli di sviluppo sostenibile per il trattamento dell’energia, bonifica e riuso delle zone selvaggiamente massacrate dai rifiuti tossici e dalla contaminazione industriale.
E il nord? Manodopera specializzata immigrata e autoctona che rendeva il nostro tessuto produttivo invidiabile; città dinamiche dove l’esaltazione della diversità si coniugava alla integrazione di culture e sensibilità differenti, ma tutto in nome del bene comune e dei comuni diritti indipendenti da nascita, colore e censo.
La giustizia funzionava come un meccanismo atomico:  tempi, strutture, costi erano al passo con la complessità del tempo e si era molto vicini a raggiungere quell’ideale di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Nel paese abbondavano teatri, accademie di musica e di promozione culturale; persino la sconfitta meritata della nazionale ai mondiali di calcio era passata sotto silenzio. Del resto a che serviva un potente fattore di distrazione sociale quando si era desacralizzato il ruolo del calciatore e della velina? e lo stesso calciatore era uno che tirava calci al pallone e null’altro.

C’era altro a cui pensare. Dovevamo organizzarci a divenire un hub nel mare Mediterraneo e a sfruttare commercialmente i disposti del Trattato di Barcellona; dovevamo investire per portare internet a tutti gli italiani; dovevamo ripristinare la proprietà pubblica del nostro patrimonio artistico culturale; poi avevamo cominciato il ritiro delle nostre truppe di occupazione in Afghanistan, dove gli Afghani, non senza difficoltà, ma con un contingente ONU multiculturale e multi confessionale, stavano decidendo del proprio destino, e non attraverso urne elettorali all’uopo costituite; la disoccupazione stava scendendo velocemente e i lavoratori si erano in massa rifiutati di accettare decurtazioni salariali in nome della crisi, mentre i neolaureati rispondevano picche alle richieste delle imprese di servire patatine fritte.

C’erano ancora problemi da risolvere, ma l’ottimismo aveva imbevuto le nostre vite; non l’ottimismo televisivo, fatto di sorrisi su volti pieni di botulino o quello per impedire di vedere che intorno la città brucia.
No, era l’ottimismo che sta nella prassi quotidiana, quello della consapevolezza che ognuno di noi può cambiare in meglio le cose.

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