Tra gli eventi più importanti del 2010 non si può trascurare quanto accaduto in Tibet nell’ottobre scorso. Da qualche settimana infatti moltissime persone nel mondo, non solo tibetani, festeggiano la liberazione del Tibet dalla durissima repressione cinese perpetrata dal 1959. Guardare in televisione la festa dei bambini monaci che con i loro maestri (lama) vengono accompagnati dai concittadini nei monasteri dai quali erano stati “cacciati” anni prima, riempie il cuore di felicità di Buddisti e non, ormai presenti in ogni regione e paese del mondo.
Per anni i diritti dei tibetani, la loro cultura, la loro fede e devozione verso il Dalai Lama,ritenuto un Buddha vivente, sono stati perseguitati dalla prepotenza e violenza del governo cinese, senza che la mediazione diplomatica delle grandi potenze mondiali abbiano potuto ottenere un cambiamento di rotta.
Negli ultimi mesi del 2008 fino a inizi 2010 le notizie provenienti dal Tibet erano poche e spesso mendaci. I giornalisti che tentavano di preparare reportage sulla continua fuga di cittadini tibetani ai confini con l’India, venivano minacciati e in alcuni casi venivano arrestati senza ragioni valide e privati di ogni accessorio tecnologico, compresi cellulari, per evitare che venissero inviate informazioni o immagini su quanto accadeva tra i monti dell’Himalaya.
Così come non si possono non ricordare le tristi circostanze e ingiustificate ritorsioni diplomatiche rivolte dal governo cinese ai capo di stato dei paesi del mondo occidentale che intendevano accogliere in visita il Dalai Lama e che hanno dovuto retrocedere all’ultimo minuto. A fine 2007 in Italia Romano Prodi scelse definitivamente di non incontrare il Dalai Lama e successivamente, a fine 2008, Sarkozy decise di incontrarlo a Danzica ma a circa 24 ore dall’incontro, le autorità della Repubblica Popolare Cinese comunicarono che la scelta del Premier francese era stata poco saggia e avrebbe portato sicure conseguenze nei rapporti sino-francesi, collaudati ormai da 44 anni. In un secondo tempo invitarono Sarkozy ad assumersi le responsabilità dell’accaduto anche a nome dell’UE.
Situazione alquanto spiacevole si verificò anche con Barak Obama che nell’ottobre 2009 dichiarò che non avrebbe incontrato il Dalai Lama in visita negli USA in quell’occasione, ma sicuramente in un secondo tempo, entro fine 2009. Per questo la stampa internazionale lo accusò di “acquiescenza”. Del resto l'amministrazione Usa aveva già lasciato intendere nel febbraio 2009 quanto tenesse ai rapporti con Pechino allorché, prima di una visita in Cina, il segretario di Stato USA Hillary Clinton aveva affermato che la difesa dei diritti umani non deve “interferire con la crisi economica globale, con la crisi dei cambiamenti climatici e con quella della sicurezza”.
Ma poi per fortuna qualcosa è accaduto e in occasione degli Accordi di Copenaghen a fine 2009, Obama ci ha ripensato e ha ribadito che nella sua visione quelli dei Tibetani «sono valori universali» e ha chiesto alla Cina di riprendere quanto prima il dialogo con i rappresentati del Dalai Lama, assicurando il sostegno del governo americano nel processo di riavvicinamento.
Nessuno poteva prevedere che un paese in difficoltà come l’Italia avrebbe presentato, grazie all’impegno e alla perseveranza di giovani studenti volontari in collaborazione con associazioni per la difesa dei diritti dei popoli, i radicali non violenti, le province di Trento e di Bolzano, un progetto di autonomia politica, ovvero il riconoscimento di una genuina autonomia regionale, che permetta la salvaguardia della lingua, della cultura, delle tradizioni, della religione, del territorio del Tibet: il “Memorandum sull’effettiva autonomia per il Tibet”.
Un documento prezioso che è riuscito ad incontrare il sostegno e l’approvazione di tutti i paesi della UE e degli USA che si sono impegnati nel trasformarlo in un’iniziativa politica che ha conquistato verità e conoscenza sulle reali richieste tibetane evidenziando come la scelta autonomistica e federalista del Dalai Lama sia la vera proposta a cui Pechino non poteva più rifiutarsi di dare risposta.
A luglio 2010 quindi lo scenario per fortuna cambia e grazie al costante lavoro e sostegno della diplomazia internazionale e all’attenzione di Barak Obama sulle vicende Tibetane, Pechino ha dovuto accettare che questa soluzione era opportuna anche per le altre 55 minoranze etniche ufficialmente riconosciute in Cina, a cominciare dagli uiguri di Rebiya Kadeer.
E’ noto che l’interesse della Cina per il territorio tibetano non è la salvaguardia dell’etnia e della sua cultura, ma le riserve d’acqua, i giacimenti di minerali preziosi come l’oro e l’uranio, nonché la posizione strategica di confine con l’India, ma è importante considerare che il riconoscimento della autonomia politica, culturale e religiosa del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese, è un vera conquista per il patrimonio dell’umanità perché sancisce nel futuro il riconoscimento che le differenze culturali, religiose, politico-sociali di questo mondo sono ritenute una fonte inestimabile di ricchezza e espressione di una concreta, variegata e costruttiva intelligenza e grandezza dell’uomo.
Maria F. Rotolo è consulente per diverse associazioni di mediazione culturale. Da qualche anno collabora con l’Istituto Samantabhadra, Centro Studi Buddista di tradizione tibetana di Roma.