La riforma della struttura produttiva della rai, che ha visto la luce nel corso di questo 2010, ha fatto parlare di sè soprattutto per la spettacolarità del crollo della rai che avevamo. Alle porte del 2011 nasce il bisogno di soffermarci invece sulle nuove fondamenta che sono state gettate, e su cosa ci aspettiamo verrà costruito sopra di esse. Ripercorriamo i principali passi di quanto è accaduto.
Tutto è iniziato circa un anno fa con le plateali dimissioni di un alto dirigente rai che, all’alba del nuovo anno e del nuovo decennio – come da sua dichiarazione – non era più disposto a “girare a vuoto”, ad investire le proprie risorse personali in un’organizzazione “malata terminale di autoreferenzialità”, incapace pertanto non solo di raggiungere ma anche di perseguire il proprio obiettivo fondante: svolgere il ruolo di “servizio pubblico”, essere strumento della e per la società, essere capace di “produrre valore” informando in maniera corretta e completa, favorendo l’evoluzione politica ed economica del paese e tutti gli obiettivi dichiarati nel contratto di servizio.
Si dimetteva con una dichiarazione netta, spettacolare, improvvisa, e se qualcuno allora pensò che l’eco prodotta si sarebbe spenta nel giro di un intervallo fisiologico di tempo, la reazione a catena che ha pervaso gli altri settori dell’azienda della televisione pubblica lo ha subito smentito. Forse in questo effetto-domino ha giocato un ruolo l’atmosfera di rinnovamento che l’inizio del 2010, come ogni nuovo inizio, portava con sé. Forse quei primi segnali che annunciavano che la crisi economica stesse giungendo ad una svolta hanno contribuito a favorire un clima generalizzato di coraggio. O forse c’è semplicemente da constatare che quando si tocca il fondo (che evidentemente si era toccato) si creano le condizioni perché una miccia si accenda e dia vita ad un fuoco catartico.
Seguono le dimissioni in diretta di un presentatore del Tg del prime time. Soprattutto è stata l’impronta spettacolare di questi eventi a dimostrare che il bisogno e la voglia repressa e diffusa di cambiamento era forte, e a rendere lampante che, se è tanto difficile fare un minuscolo passo per trovare il coraggio di cambiare, è altrettanto facile poi lasciarsi travolgere dalla corrente in piena del cambiamento quando la sua forza, una volta compiuto quel piccolissimo passo, viene finalmente liberata.
Nel giro di quindici giorni il Servizio Pubblico radiotelevisivo italiano si è ritrovato menomato di tre giornalisti delle edizioni centrali della giornata e di sei dirigenti, tutti dimessi con plateali annunci tv e stampa. All’inizio di marzo, i giornalisti dimessi erano diventati otto, i dirigenti undici. Un’autodistruzione che avanzava con un’accelerazione impressionante.
Alcune analisi sociologiche hanno dipinto il fenomeno come “l’implosione del Servizio Pubblico”. È stata in effetti come la demolizione di un palazzo: venute meno le fondamenta – il soddisfacimento di un bisogno pubblico, cioè la ragion d’essere dell’organizzazione stessa – il crollo è avanzato verso l’alto fino a coinvolgere l’intero edificio, e il palazzo è crollato.
Da qui, l’intervento del presidente della Repubblica che invita la rai a ripensare seriamente la propria organizzazione e un anno di caos nel morente servizio pubblico, che ha però senz’altro visto crearsi le condizioni per un’ulteriore sfida nella ridefinizione del suo stesso ruolo e della sua “nuova vita”: un anno in cui, infatti, anche il pubblico più affezionato della rai si è ritrovato a dover scegliere la concorrenza, e persino talvolta a dover prendere una confidenza forzata con le nuove tecnologie.
Insieme al 2010 diamo l’addio per sempre alla vecchia rai, e accogliamo con entusiasmo la nascita del nuovo Servizio Pubblico Multimediale italiano. Molto semplicemente vogliamo rispondere a questa domanda: perché la nuova rai sarà migliore di quella vecchia?
La nuova struttura produttiva ha abbattuto tutte le precedenti ripartizioni per tipo di medium e per rete: non avremo più una redazione per ognuna delle tre reti, né strutture organizzative e produttive diverse per televisione, radio e multimediale. Il cuore pulsante del nuovo servizio pubblico saranno i contenuti: tutto ruota intorno ai Reparti Tematici, laboratori specializzati in cui lavorano esperti e ricercatori, da una parte, e giornalisti dall’altra. Proprio quest’ultima differenziazione all’interno del singolo reparto tematico racchiude il concetto di base della nuova struttura: i contenuti, il “cosa” dire – cioè quali fatti ma anche quali evidenze, analisi, concetti emergono dalla quotidianità e hanno un’importanza intrinseca – viene prima di tutto, all’interno della sequenza logica della comunicazione. Le logiche mediatiche, che intervengono sulla ridefinizione dei contenuti e delle modalità di comunicazione, entrano in gioco solo in una seconda fase, garantite dalla funzione dei giornalisti. Questi ultimi sono, in ciascun reparto, specializzati in media diversi (tv, radio, multimedia), così che i contenuti prodotti vengano tradotti nei diversi linguaggi e format che ciascun media richiede.
I diversi reparti saranno così generatori di contenuti diretti a media diversi, ma anche a diversi prodotti e canali all’interno di un singolo medium: così ad esempio il reparto “economia” produrrà sia le notizie economiche del Tg1che lo speciale di approfondimento economico per Rai3, ma anche, per fare un esempio, un dvd di approfondimento diretto alle scuole.
Le tre reti mantengono tagli/ target differenti. L’intrattenimento sarà prodotto da un’ulteriore reparto a sé stante, ulteriormente strutturato al suo interno.
Se è vero che i media giocano un ruolo sempre più importante all’interno di una società complessa - e che l’evoluzione di questo ruolo non vede soluzione di continuità - allora una presenza consolidata come quella del Servizio Pubblico non poteva più evitare di farsi domande radicali sulla propria esistenza, la cui necessità, oggi, non è forse nemmeno più del tutto scontata. Allora la riforma della struttura produttiva della rai è un passo davvero importante. Un passo per il quale non si poteva probabilmente aspettare ancora.
L'immagine dell'ipotetica "SPRI" è un'idea di Paolo Pocobelli, paoloalfonso.pocobelli@fastwebnet.it