Eccoci qui, di nuovo in Italia in questo paese che da lì, dall’Ammerica, come dicevano gli amabili nonni del sud, è piccola, inguaiata, abbandonata ad un futuro di cui molti preferiscono non ragionare, né valutarne la serietà. L’America è sempre bella e straordinariamente avvincente con il suo sano, quotidiano tumulto lavorativo, con l’attenzione e il pragmatismo che tanto potrebbe esserci utile in Italia per risolvere problemi risolvibili.
Tra le strade di New York però, che ho conosciuto e vissuto per mesi nel ’99, prima quindi del terribile 11 settembre 2001, si respira un’atmosfera diversa. La città che ricordavo in pieno fermento culturale, artistico economico, ancora capitale mondiale del business, che offriva i migliori spettacoli musicali del mondo vantando talenti mondiali in ogni settore, le eccellenze tra i tecnici di scena, ballerini, sceneggiatori, musicisti, oggi sembra affaticata e maldestramente sedata da un dolore che da qui non si può capire, né riconoscere.
Ho passeggiato tra le strade in cui in questi anni è stata costruita la Freedom Tower che sostituisce le precedenti Torri Gemelle e ho cercato di ricollegare la mia presenza alla memoria di orribili immagini viste in televisione in quel maledetto giorno di settembre. Con l’immaginazione ho tentato di immergermi e afferrare la drammatica realtà di una guerra improvvisa e inaspettata che ti piove in fiamme giù dal cielo all’inizio di una meravigliosa giornata di sole newyorkese e l’unica sensazione che ho identificato, insieme all’angoscia e paura, è stata una insondabile sensazione di smarrimento. I newyorkesi però non sono smarriti, hanno raccolto il loro coraggio e hanno fatto appello alla loro capacità di riprendersi il futuro. Ma è dura, ed è evidente che New York è una città ferita dopo aver subito un stop non autorizzato, una violenza in diretta, in pieno giorno e sotto gli occhi del mondo intero.
E’ nella natura degli americani non piangersi addosso, rimboccarsi le maniche, agire, fare e rifare, non perdersi in un utili sterili discussioni e proiettarsi nell’immediato in una condizione di miglioramento, di crescita, di benessere. Questo loro temperamento che forse è il risultato di un atto di volontà, di responsabilità con loro stessi e il paese che abitano, li rende forti e pronti a ricominciare in nome di una libertà che per loro è un’irrinunciabile condizione per cui combattere ad ogni costo. E allora ogni giorno è un buon giorno per iniziare a fare qualcosa di nuovo e utile per se stessi, il vicino di casa, la propria città, il proprio paese.
Non si lasciano schiacciare dal vizio dell’inutile convenzione e il conformismo non è un abito mentale come da noi, schiavi di un provincialismo che ci rende ridicoli al mondo intero. E’ un paese in cui è ancora possibile osare e lasciare spazi aperti alla creatività perché al talento riconosco meriti, attenzione, valore, nonché un’utilità sociale. E se sono molti gli americani che pensano che le scelte di Obama sul welfare siano criticabili perché non in linea con i principi fondanti della loro costituzione, gli stessi sono pienamente consapevoli che in un momento così difficile per l’economia mondiale è proprio Obama con la sua storia, la sua visione del mondo a rappresentare una garanzia per la democrazia, regina incontrastata e intoccabile dei loro valori.
Parlare dell’Italia con gli americani può diventare imbarazzante. Hanno la percezione che i nostri problemi siano legati ad un groviglio di interessi e inefficienze di cui ignorano le ragioni storiche, ma non ne motivano la persistenza in un’epoca in cui la trasparenza e la tecnologia possono consentire ai cittadini di liberarsi della cultura mafiosa, del familismo. Guardano ai cittadini italiani come bambini invecchiati nella coercizione dell’assistenzialismo statalista, che inevitabilmente adotta la tattica del “noi risolviamo il problema, ma a voi dobbiamo mettere le mani nel portafoglio” e così facendo ci hanno portato via un paese che non abbiamo mai sentito nostro e per cui non abbiamo mai combattuto.