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Dal rosso al rosa
Di Jordi Schifano (del 02/05/2012 @ 12:31:26, in Mondo, linkato 972 volte)

In questi ultimi decenni abbiamo assistito al boom economico della Cina, diventata la seconda economia mondiale, ma con le potenzialità per attuare lo storico sorpasso sugli USA.

Il monolite rosso, progredito sotto la gestione del partito comunista, autore della rivoluzione durante il secolo scorso, ora sta iniziando a manifestare, anche nei confronti del mondo, alcune crepe e contraddizioni molto profonde.

Come per la Primavera araba, anche in Cina lo strumento di diffusione del malcontento e della denuncia sociale è la rete. Come spiega l'artista Ai Weiwei, nonostante la fortissima censura del partito e la tendenza, tipicamente cinese, ad utilizzare versione indigene dei vari social network mondiali, la libertà di parola e di pensiero stanno portando alla maturità sociale dei cinesi.

Nell'ultimo periodo grazie alla straordinaria prova di giornalismo di Charles Duhigg e David Barboza del NewYork Times, il vaso di Pandora cinese è stato scoperchiato. Con la loro inchiesta sui lavoratori della Foxconn, azienda fornitrice della Apple, famosa per il suo slogan: THINK DIFFERENT, i due giornalisti hanno mostrato al mondo quello che il mondo conosceva e accettava con indifferenza, mentre si voltava  verso gli scaffali di prodotti a basso costo: le disumane condizioni di lavoro nelle aziende cinesi dell'entroterra.

Questa inchiesta ha portato al centro della lente d'ingrandimento la questione del lavoro nel paese asiatico. Ci siamo così accorti che da tempo ormai, i lavoratori cinesi scioperano e contestano i loro datori di lavoro, per ottenere aumenti salariali e più diritti.

Le notizie sono filtrate anche attraverso l'immensa diga di censura che il regime ha posto alla rete, mostrando come l'officina del mondo, si sia bloccata parecchie volte e, come sempre accade, gli scioperi che ne sono scaturiti sono stati numericamente ineguagliabili, portando ad aumenti salariali anche del 30%.
La questione del lavoro è una fondamentale cartina al tornasole, ai nostri occhi stranieri, per valutare lo stato attuale della società civile cinese; in qualsiasi società attraversata dal boom economico, infatti, il benessere ed il miglioramento del livello d'istruzione portano ad una maggior consapevolezza tutte le fasce sociali: compresa quella dei lavoratori.

Tutto il mondo ha preso coscienza dell'ingiustizia sociale cui i lavoratori cinesi sono stati sottoposti, ma nessuno si è curato di sostenerli nella loro lotta, perché i prodotti a basso costo sono convenienti a qualsiasi latitudine.

Le riforme avviate negli anni 80 da Deng Xiaoping, promosse attraverso slogan storici come: "Arricchirsi è glorioso" hanno portato il gigante comunista verso un capitalismo selvaggio. Un capitalismo che, nei suoi esponenti più acuti, è stato assecondato dal partito comunista per sfruttare fino all'eccesso quel proletariato che avrebbe dovuto tutelare in quanto fulcro della repubblica popolare.

Quella che, sulla carta, dovrebbe essere la più grande repubblica comunista del mondo si mostra invece come la più grande economia capitalista planetaria, dimenticandosi principi e protagonisti della dottrina maoista: i lavoratori. La Cina attuale ci appare più attratta dal colonialismo economico, dalla ricerca di materie prime e fonti energetiche che alla tutela dei suoi cittadini, rassegnati alla corruzione che imperversa fino ai vertici del comitato centrale.
Il partito comunista cinese sta mostrando le sue crepe interne anche all'estero, il caso Bo Xilai, stella emergente del politbiuro, si sta rivelando il Watergate dagli occhi a mandorla, in cui gli interessi personali e la brama di potere politico oscurano la tutela della cosa pubblica.

Quanto sarà ancora sopportabile la dittatura politica comunista in un paese che sta velocemente e faticosamente sviluppando la sua coscienza?

La storia della Cina contemporanea è un fantastico concentrato, accelerato dello sviluppo occidentale: dalla rivoluzione industriale, al boom capitalistico fino ad una potenziale primavera che, grazie alla rete, sembra essere già nell'aria, il tutto elevato alla popolazione più numerosa del mondo.

L'ultimo trentennio cinese, ha portato la repubblica popolare dal profondo rosso maoista, alla rivoluzione culturale, fino al tiepido rosa attuale. Il partito non sembra più quel collante sociale fonte di ideologia e progresso, ma appare come la massaia che butta, troppo frettolosamente, il bucato bianco nella lavatrice del capitalismo dimenticandosi di togliere dalla macchina quel libretto rosso che rovina ciò che nel resto del mondo risulta bianco.

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