L’Europa avanza di un altro passo, con il sì netto dell’Irlanda, eppure perplessità e scetticismi vari sembrano solo essersi alimentati.
La questione della democrazia, nelle diverse tappe dell’evoluzione dell’Europa, entra in gioco a più livelli, e le stesse polemiche a riguardo si intrecciano in maniera sfumata e forse poco chiara.
Ci si chiede prima di tutto se sia giusto che un singolo Paese debba avere la forza di bloccare un processo di ratifica impedendo che la volontà di tutti gli altri membri si realizzi. Ci si chiede poi subito dopo - e la tesi si rafforza, ma il punto è su un piano diverso - se sia giusto che la popolazione di questo Paese, che è meno dell’1% di quella complessiva europea, debba avere questo stesso potere rispetto al resto della popolazione dell’Unione, vista come una collettività unica.
Ancora, si resta perplessi ad osservare come i meccanismi della “vecchia” democrazia, che sempre più ci appaiono morti – e il livelli delle partecipazioni alle elezioni europee e a questo referendum ce lo confermano – entrino in gioco in questo processo proprio dalla base.
Infine, si va ancora più a fondo nell’analisi del significato e del senso di questo risultato irlandese - in osservazioni che in realtà, ancora una volta e in maniera più profonda, sono domande radicali su cosa è la democrazia oggi – notando come in un Paese come l’Irlanda risieda una percentuale altissima di cittadini non irlandesi, e di come questa fetta che ha un grosso ruolo nel determinare ciò che questo Paese oggi è per davvero, non abbia per definizione avuto voce nel percorso che ha portato l’Irlanda a rifiutare prima e a ratificare poi il Trattato, perché il meccanismo “democratico” non lo prevede.
Esiste anche una questione della democrazia che riguarda l’esistenza stessa dell’Europa, un organismo sulla cui vera natura non si è ancora giunti ad una chiara definizione, e che spaventa alcuni per il potere decisionale che sottrae - così loro percepiscono - alle sedi di potere cui siamo abituati, e cioè il nostro caro vecchio Stato o l’idea che ne abbiamo.
Mi chiedo, ma la questione della democrazia, così come ci ostiniamo a considerarla, è davvero centrale? O ancora, non sarà che ci dobbiamo abituare ad uno spostamento, che di fatto è già avvenuto, del concetto di democrazia (e sicuramente alimentarlo, svilupparlo, curarlo e dargli vita giorno per giorno identificando i punti che sono per noi davvero centrali)?
Due sono le mie sensazioni su ciò che di fatto è cambiato nei presupposti, ma di cui ancora come sistema non riusciamo a renderci conto:
1 l’unità del “potere”, in questo nuovo concetto di democrazia, si sposta dalla persona alla nazione, ad un’entità cioè che già al suo interno dovrebbe (ma forse non lo fa in maniera perfetta) avere assimilato un altro, precedente concetto di democrazia, che fuori di esso non ha più ragion d’essere.
2 questa democrazia non è nata come reazione a un potere più alto e in difesa da esso, ma è sorta spontaneamente da chi potere ne aveva già, con lo scopo tra l’altro di attribuirne a chi - come i Paesi dell’est Europa - non ne aveva. Non è nata, insomma, per sottrarre potere a chi lo deteneva ma per fondere poteri diversi in uno più complesso che ne fosse la sintesi.
Per abituarci a questo cambiamento, la cui capacità di auto-realizzarsi è più forte della nostra capacità di comprenderlo, dobbiamo forse invertire il processo logico: anziché riflettere su dove andare, sforzarci di comprendere e far comprendere dove già stiamo andando. E’ forse dalla consapevolezza che passerà il nostro successo.