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THE CLASH WITHOUT CIVILIZATIONS
Di Ilia Gaglio (del 22/09/2009 @ 15:37:22, in Mondo, linkato 797 volte)
Il concetto di civiltà – e l’ormai decennale dibattito che ne è seguito – ha preso forma dal libro pubblicato nel 1996 dal politologo statunitense Samuel Huntington, The clash of civilizations. Qui Huntington disegna un mondo simmetricamente diviso in diverse civiltà, che è possibile distinguere in termini oggettivi sulla base della rispettiva cultura interna. Ma è proprio dalla loro genuina simmetria, che emerge l’artificialità di tali progetti divisori, come bene testimonia la spartizione territoriale dell’Africa seguita alla Conferenza di Berlino del 1885. Ma se in quella circostanza i parametri divisori erano resi espliciti sulla base di intenti ed esigenze della politica internazionale ufficiale, il concetto portante della teoria di Huntington – quello di civiltà, appunto – è avvolto da una confusa e ambigua connotazione semantica. Cosa si esprime – o cosa si vuole esprimere – con il termine civiltà?
La civiltà come cultura condivisa. Il mondo sopravissuto al crollo dell’assetto bipolare sarebbe caratterizzato da scontri di matrice culturale (che continua ad esprimersi in buona percentuale attraverso la persistente dicotomia est/ovest). Ma è difficile rintracciare linee divisorie e comparti omogenei all’insegna di culture definite ed escludenti laddove le direttrici produttive e manageriali della new economy fanno dei concetti di mobilità e flessibilità gli assi portanti della sua stessa sopravvivenza. L’organizzazione post-fordista del lavoro – e la strutturale carenza di lavoro – rendono quello di oggi un mondo di migranti. Da chi dirige una grande banca di affari a chi rifugge realtà disumane, la gran parte dell’umanità post moderna si muove. E muovendosi si intreccia, ignorandosi si sfiora, insultandosi si osserva. Difficile allora etichettare genuinità culturali laddove queste dinamicità spesso nevrotiche mescolano e confondono. Anche l’odio è sempre più consapevole delle proprie radici meta-culturali.
La civiltà come identità condivisa.  La civiltà dovrebbe essere identificabile attraverso la coscienza comune di un’identità collettiva appartenente a tutti coloro che ne sono membri. Ma quale sarebbe l’unità di analisi dell’identità contemporanea? Quale la matrice del senso di appartenenza? La geografia corrente è fatta di coordinate mutevoli e cangianti e i suoi punti di riferimento sono policentrici e multiformi. Lo stato-nazione se non perde di significato, di certo condivide la sua centralità con numerose altre realtà politico-istituzionali. La produzione di ricchezza e il controllo delle risorse oggi mettono davvero in discussione l’equilibrio internazionale post-westfaliano. Lo stato centrale si apre (trasborda?) verso dimensioni sovranazionali in grado di gestire punti di osservazione e di intervento di dimensione più globale; e allo stesso tempo si dirama (si sfalda?) in variegate realtà subnazionali alla base di nuove e promettenti dinamiche politiche su base regionale e territoriale. Difficile dire, soprattutto in questa fase di transizione ancora aperta ed incerta, a chi si appartiene, con chi ci si identifica. Con chi si vuole condividere la propria identità.
La civiltà come religione condivisa. Se le crociate moderne riuscivano a stento a convincere della loro missione evangelica, i primi due punti sopra discussi rendono chiaro come sia oggi quanto mai inverosimile fare della religione un motore euristico. Se le nazioni si sfaldano, crollano le religioni di stato. Se le genti vanno e vengono, i confini della fede si plasmano e contorcono. Il credo sopravvive nella dimensione privata, quasi nascosta del singolo, ma perde sempre più significato nella gestione collettiva della cosa pubblica.
Sembra allora che il concetto di civiltà giochi il ruolo di mezzo, non quello di fine. Non ci si mobilita in nome di una civiltà. Si inventa la civiltà nel tentativo disperato di mobilitare.
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