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Storicamente l’università Italiana ha sempre avuto la caratteristica di sembrare estremamente teorica e poco pratica contrariamente ad altri paesi, in particolare quelli di matrice anglosassone, dove il precoce contatto con il mondo del lavoro e un’attenzione apparentemente meno maniacale alla teoria sembravano favorire più praticità.
Le recenti riforme universitarie hanno cercato di cambiare nel nostro paese questa impostazione. Se prendiamo ad esempio ingegneria, uno studente di oggi affronta al primo o al secondo anno materie come elettrotecnica o tecnologie meccaniche che invece a metà degli anni novanta venivano affrontate dopo un biennio molto serrato di analisi, fisica, meccanica razionale e altri capisaldi della teoria pura. Tutto questo per permettere a chi decide di fermarsi alla laurea triennale di avere un’infarinatura pratica per essere da subito utile alle aziende e quindi trovare più facilmente sbocco professionale.
Peccato che ben pochi decidono di fermarsi alla sola laurea triennale, mentre la maggior parte cerca accesso al secondo biennio dove il sistema prevede di recuperare gran parte dei fondamenti teorici. A tutto questo si aggiunge il meccanismo dei crediti legati ad esperienze extra-curriculari che spingono i nostri studenti ad attivarsi per non restare con le mani in mano nei pochi momenti liberi che comunque la nostra macchina universitaria lascia a disposizione. Infine i programmi Erasmus ed in generale di scambio con l’estero: Ne esistono oltre misura, di tutti i gusti, in tutti i paesi e permettono un’esperienza che va dalla vacanza pura all’internamento in un laboratorio per svolgere una brillante tesi di laurea con qualche luminare internazionale. Anche quest’ultima esperienza in fondo va nella direzione di completare la formazione e non sfornare solo dei divora-libri. Tutto ciò per dire che in fondo anche la nostra università ha fatto dei passi avanti sulla nel cercare di formare dei professionisti capaci di lavorare da subito e non solo degli ottimi studenti.
Fatta questa premessa, la mia esperienza professionale di inserimento e formazione di tantissimi giovani neolaureati nel mondo del lavoro, mi continua ad insegnare che il livello di cultura e la solidità della preparazione dei nostri studenti e un vero e proprio vantaggio competitivo nel medio periodo. La formazione teorica che, fortunatamente continua ad offrire la nostra università, è in fondo l’artefice di alcuni talenti che non finiscono mai di dar benefici nella professione: vista sistemica, capacità di strutturare un problema, ricerca delle cause e fini ultimi, pensiero cross-funzionale che spesso vuol dire creatività. Questi talenti si coltivano anche attraverso tanti anni passati sui libri ad approfondire la teoria e ad esercitarsi a passare con precisione e metodo dal particolare al generale e viceversa.
Continuo a credere che un nostro studente, pur arrivando sul mondo del lavoro a 24-25 anni, forse tardi rispetto ad altri paesi, resta molto duttile e capace di affrontare problemi molto complessi. Ritengo che l’università debba continuare a spingere su questa formazione di base molto approfondita, diciamo anche teorica, esigendo un’accurata preparazione senza aver paura di rendere troppo difficile la vita agli studenti. Un’università più meritocratica, esigente e selettiva non può che fare il bene degli studenti ed in ultima istanza del paese. Quello che servirebbe potenziare sono i servizi a supporto della vita universitaria: l’orientamento, soprattutto quello alla professione, l’accesso al credito per gli studenti, il placement per i laureandi, le partnership con università di prestigio per scambi e ricerche e le partnership con altri enti impegnati nella formazione (colleghi d’eccellenza, istituti di ricerca, master etc.). Tutto questo dovrebbe essere spinto al massimo livello di qualità in termini di personale dedicato e risorse economiche investite.atore attento.
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