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Di Emanuele Gentile (del 06/06/2012 @ 11:34:29, in Mondo, linkato 909 volte)

Presumo che attualmente in Europa sia operativo un ufficio dalle funzioni molto speciali. La sua denominazione è: ufficio complicazioni cose semplici. Invece di impiegare il nostro “genio civilizzatore” per perseguire condizioni sempre migliori di vita ci intestardiamo a complicarci oltre ogni lecito limite l’esistenza quotidiana. Di esempi in tal senso la cronaca ce ne fornisce a “paccate” (devo pagare i diritti d’autore alla Fornero? – nda). Ne prendo uno a caso. Qualche settimana fa si sono svolte in Serbia le elezioni presidenziali.

In corsa Tadic e Nikolic. Il primo presidente uscente. Il secondo espressione del comunismo panserbo di Milosevic e del radicalismo alla Seselj. Orbene ha vinto Nikolic. Il che già costituirebbe in sé una notizia poco rassicurante per l’Europa visto che Tadic aveva sottoscritto l’accordo per consentire anche alla Serbia di far parte della grande famiglia europea. La situazione si complica ulteriormente. Nikolic, di recente, ha definito la strage di Srebrenica un semplice “crimine di guerra” disconoscendo del tutto la parola “genocidio”. Ricordo ai nostri lettori che a Srebrenica fu commessa la più grave violazione dei diritti dell’uomo del secondo novecento con ben 8000 bosniaci di etnia musulmana trucidati sotto gli occhi di un inerme contingente di caschi blu dell’Onu. Eppure l’ex-presidente serbo Tadic si era recato nel 2010, in occasione del quindicesimo anniversario, a Srebrenica. Un gesto che forse non chiudeva con i tragici eventi della decade precedente, ma che costituiva un buon viatico per alimentare una reale democratizzazione della Serbia. Non contento di questa affermazione, Nikolic ha dichiarato che la città di Vukovar è una “città serba”. Vukovar è una città croata sottoposta a un disumano assedio da parte delle truppe serbe nel 1991.

Davvero un bel inizio per la presidenza Nikolic. Fra l’altro non gli è passata per la mente l’esigenza di rettificare le succitate affermazioni o comunque di cercare una via di uscita.

Al che noi europei ci ritroviamo con un altro problema grande quanto una casa e relativo livello di risoluzione vicino allo zero. La domanda che ci si pone è infatti la seguente: come può far parte di un’Europa democratica un paese che non riesce ancora a superare il complesso di Srebrenica e Vukovar?

Eppure le questioni afferenti Srebrenica e Vukovar hanno fatto parte della roadmap intrapresa dalla Serbia per farsi accreditare come nuovo stato membro dell’Unione. Fino ad oggi da Bruxelles e Strasburgo non sono pervenute prese di posizioni ufficiali. Né tantomeno le principali cancellerie europee hanno espresso pubblica riprovazione. Certamente ci sono altre gatte da pelare e non si ha tempo per occuparsi di tutte le incombenze in atto. Tuttavia se l’Unione Europea intende svincolarsi dalla nomea di essere un’unione economica e non politica avrebbe il dovere di intervenire in modo deciso e definitivo sulle inquietanti affermazioni del presidente serbo Nikolic. Ne va della credibilità dell’Europa agli occhi del mondo.

Come possiamo noi europei autoproclamarci “defensores democratiae” se chiudiamo più di un occhio per drammatiche violazioni dei diritti dell’uomo accadute nel corso degli anni novanta della ex-Jugoslavia? E quindi nella stessa Europa? E’ un bel controsenso. Un tragico controsenso che denota la scarsa tenuta politica di un’Europa costruita solo sul patto di Maastricht e non su fondamenta etiche e morali forti, conclamate, durature e constanti. Per caso non si è voluti intervenire per non veder interrotto il continuo processo di delocalizzazione in Serbia di molte multinazionali europee? Comunque si è aperta un’altra falla in Europa.

 
Di Valeria Chiappini (del 24/05/2012 @ 17:13:00, in Italia, linkato 708 volte)

La spending review porrà il Paese a un bivio, e molto del nostro futuro dipenderà probabilmente dalla direzione che l’Italia vorrà e saprà scegliere.

I tagli alla spesa riconosciuti da tutti come indispensabili per ridurre o almeno contenere il debito pubblico possono infatti essere prodotti in due modi: riducendo i servizi erogati dalla macchina dello Stato oppure rendendo quella stessa macchina più efficace ed efficiente.

Questo secondo scenario – l’unico davvero auspicabile per chi, come chi scrive, crede ancora in quello che ZygmuntBauman chiama “social state” – richiederebbe una rivoluzione copernicana nella filosofia e nella prassi della burocrazia italiana. Ridare efficacia – e dignità – alla macchina dello Stato implicherebbe infatti, in ordine sparso: reclutamento del personale secondo criteri imparziali e oggettivi, riconoscimento del merito e meccanismi premiali, indipendenza dei manager pubblici dalle ingerenze politiche, focalizzazione sui diritti e i bisogni del cittadino, flessibilità e capacità di mettere in campo comportamenti adattivi. L’elenco non è, ovviamente, esaustivo.

La possibilità di innescare questa rivoluzione copernicana è condizionata alla capacità di ricondurre gli sprechi a precise disfunzionalità della macchina burocratica, e colpire tutti e soli gli “eccessi di spesa” che possono essere ricondotti a tali disfunzionalità (evitando cioè di penalizzare le voci di spesa anche ingenti ma ben gestite e rispondenti a effettivi bisogni della popolazione). L’effetto sarebbe auspicabilmente quello di indurre nella pubblica amministrazione una reazione di autoriforma, in assenza della quale possiamo immaginare che si deciderebbe alloradi procedere a un taglio netto dei presunti “rami secchi” (l’altro scenario da cui eravamo partiti).

Qualsiasi riforma richiede tuttavia prima di tutto volontà: la volontà dei signori e signorotti disseminati ai vari livelli della pubblica amministrazione di capovolgere la propria gerarchia di valori anteponendo il bene comune alla clientela; ma prima ancora la volontà politica del governo di non lasciare a se stessoun organismo burocratico che potrebbe non disporre degli anticorpi necessari per innescare un processo di autoriforma.

Se mancherà questa volontà politica di accompagnare la pubblica amministrazione in un processo di rinnovamento e si procederà invece senz’altro ai “tagli”, la prognosi della spendingreviewnon potrà che essere critica. Lo scenario di un radicale e progressivo smantellamento dei servizi oggi garantiti dallo Stato acquisterebbe una probabilità inquietante. E inquietanti sarebbero soprattutto le conseguenze di una riduzione del welfare state in un momento di estrema fragilità di ampie fasce della società italiana.

Anche concedendo al conservatore Monti il beneficio del dubbio, è tutto fuorché certo  – nel Paese che in 150 anni di storia unitaria non è riuscito a colmare il divario di sviluppo del Mezzogiorno –  che si riuscirà a sanare l’apparato dello Stato dalla sua disfunzionalità inerziale e dalla sua combattività clientelare.  Vero è che la minaccia di crollo della moneta unica rende il nostro “redderationem” impossibile da procrastinare.  Non resta che sperare nella capacità di reazione di cui - si dice - gli italiani sono capaci nelle emergenze.

 
Di Giancarlo Sforza (del 23/05/2012 @ 14:02:07, in Italia, linkato 794 volte)

Stiamo vivendo una crisi finanziaria globale! Ed in Europa ce n'è una particolarmente pressante per l’Euro! Che sia speculazione o crisi del mercato ha poca importanza. Anche la Cina inizia a sentirne il fiato sul collo. Forse eminentemente monetaria o forse perché questa Europa è solo una somma di nazioni e non ha un’unica identità economica, culturale e politica, certo è che il Vecchio Continente appare pachidermico nei suoi movimenti.
In Italia, in questa situazione, tale lentezza diviene immobilità!

La struttura portante del Paese non riesce a dare risposte immediate e concrete, alle importanti sfide del mercato mondiale. In trenta/quaranta anni si è prodotta una classe dirigente (a parte importanti eccezioni) mediocre, non all’altezza, paralizzata e che non riesce a trovare soluzioni che possano contrastare il processo in atto.

Attenzione, il problema non è solo politico, inteso in termini di partiti e coalizioni, di deputati, senatori o ministri, assessori e consiglieri, la carenza ha uno spettro a 360°: è la totalità della classe dirigente (mi ripeto, con le dovute eccezioni) a presentare gravi lacune.

Certamente quella politica, nel senso stretto del termine, è particolarmente noiosa, ma sono gli stessi imprenditori, i burocrati (a più livelli), le stesse lobby (economiche, etiche e sociali), e via elencando, quanti hanno il men che minimo potere, che in altri paesi riescono a mantenere primario l’interesse nazionale, qui da noi, costoro, risultano inermi, alienati dalle stesse poltrone sulle quali spadroneggiano.

Ed è facile comprenderlo, basta alzare lo sguardo, per un solo attimo, e sbatti contro la benzina più cara d’Europa, l’energia elettrica più salata dell’UE, la giustizia più lenta e dispendiosa, banche, assicurazioni, bilanci pubblici e privati gonfiati e truccati, ospedali ed un sistema dei sistema dei trasporti obsoleti ed inefficienti, le retribuzioni, la pubblica amministrazione lenta ed inefficace, corrotta e consociativa, etc.

Dunque, ci si trova con un significativo ritardo rispetto agli altri partner europei e mondiali (con i quali l’economia e la finanza mondiale ci confrontano) ma, cosa ancor più grave, nessuno appare in grado di fare un passo indietro e proporre, nel proprio ristrettissimo campo di “competenza” una soluzione che possa dare un qualche sollievo all’Italia. A parte rare, ma importanti, eccezioni!

Ecco perché siamo sotto tiro, facile bersaglio di speculatori senza scrupoli, tesi solo ad accumular denaro: perché abbiamo un fronte aperto particolarmente ampio (un angolo giro) senza avere alle spalle una retroguardia che possa alleviare i continui attacchi.
Finiti i tempi in cui guidava la classe dirigente formatasi nel Ventennio, i successori, piccoli e mediocri, hanno pensato solo a coltivare il proprio orticello casalingo, facendo terra bruciata tutt’intorno, ignorando gl’interessi generali della Nazione.
In questo marasma, di cui è difficile comprenderne la composizione materica, l’attuale governo politico del Paese può apparire una novità; forse rappresentante (più o meno occulto) di una lobby, forse solo di se stesso, ma, certamente, degno di attenzione (fosse solo per le facce nuove con le quali si è presentato), pur sempre mista ad una marcatura, stretta.

Giova ritenere che, nonostante ciò, il Paese c’è, è presente, pronto a ripartire ed a risorgere e che i millenni sin qui trascorsi non sono stati vacui e vuoti e, come tali, non potranno essere gettati con facilità nella differenziata.

Al Presidente Monti, come a quanti amministrano e gestiscono ai vari livelli, come pure ai giovani (innocenti vittime dell’insipienza dei propri padri) spetta l’arduo compito di riformare tale classe dirigente, quella del domani (si badi bene, non del dopodomani!), che con orgoglio nazionale e ferma volontà possa ricostruire la speranza e la crescita per tutti.

 
Di Emanuele Gentile (del 23/05/2012 @ 13:57:08, in Italia, linkato 1069 volte)

L’espressione “spending review” mi fa sorridere. Non tanto per l’espressione in sé. Ma perché se calata nella realtà siciliana rischia di avere conseguenze devastanti e paradossali.

Andiamo subito al cuore dell’argomento. Un paio di dati su tutti forniti dalla Corte dei Conti – Sezione Sicilia. I dipendenti regionali sono 20.717 con 1.963 dirigenti e 70 dirigenti “esterni” (abbiamo anche i dirigenti esterni! – nda). Per i dipendenti la Regione ha speso un miliardo e 28 milioni di euro. La Lombardia, che ha quasi il doppio degli abitanti della Sicilia, spende “solo” 127 milioni di euro per 3.175 dipendenti, compresi 223 dirigenti. Ogni cittadino siciliano paga 325 euro l’anno per le spese del personale della Regione, al contrario un cittadino della Lombardia appena 26 euro!
Evidentemente qualcosa non quadra. Questi dati mi fanno ricordare la denuncia dell’avvocato Bianco agli inizi degli anni novanta e la direttiva Ciampi afferente sempre a quella decade. L’avvocato Bianco è stato presidente della sezione siciliana dell’Anci e denunciò in maniera forte il fatto che i Comuni siciliani spendevano di più nelle “feste di piazza” che in spese in conto capitale. Denuncia che fa il paio con la succitata direttiva Ciampi che imponeva agli enti locali di destinare almeno il 40 % del loro bilancio a spese per investimenti o spese in conto capitale. Ma come si rende efficiente la spesa dei Comuni siciliani se le spese correnti – leggasi stipendi – ammontano a quasi la totalità dei bilanci? Pertanto, che tipo di “spending review” è ipotizzabile poter applicare qui in Sicilia se da un lato si hanno le spese per il personale e dall’altro servizi appena appena garantiti?

La “spending review” in Sicilia la sta realizzando, invece, la devastante crisi che opprime ferocemente i Comuni. Il Comune di Comiso ha dichiarato un dissesto finanziario di ben 25 milioni di euro, mentre da tre mesi i dipendenti del Comune di Modica non percepiscono lo stipendio. Visto che i bilanci sono asfittici e fortemente in passivo come li si può rendere virtuosi attraverso la “spending review”? Per esserci una “spending review”, in sintesi, ci deve essere un bilancio con un po’ di soldi dentro. Evento molto raro e unico qui in Sicilia.

Il prossimo step non sarà quello di costruire bilanci virtuosi, ma la chiusura sic et simpliciter dei Comuni. Capito il quadro drammatico della situazione? Dovete pensare che la Regione Siciliana ha solo 30 milioni di liquidità! Per non parlare del bilancio: 82 commi cassati dal Commissario di Stato, un mutuo di 500 milioni di euro bocciato dallo stesso Commissario, la tabella H per finanziare associazioni e istituzioni culturali azzerata e 150 milioni di euro un tempo destinati ad ammortamenti negativi trasformati in tagli lineari. Insomma, un bilancio non bilancio. Ennesima formidabile invenzione della Regione Siciliana. Capirete che introdurre in Sicilia la “spending review” non ha senso. Rassomiglia a implementare una cosa estranea senza tenere conto della reale situazione della Sicilia. La “spending review” sarebbe quell’arma letale capace di uccidere un malato in coma depassé. La Sicilia ha bisogno di ben altro.

 
Di Claudio Tabacco (del 08/05/2012 @ 17:06:48, in Mondo, linkato 842 volte)

Domenica sei maggio verrà ricordata a lungo da politologi ed analisti elettorali: la Francia dopo diciassette anni torna ad essere Socialista, la Grecia sceglie l’ingovernabilità, frammentando all’inverosimile il suo già precario quadro politico, punendo il PASOK, cioè il partito socialista greco, che è superato dal Partito Comunista, massacrando Nea Dimokratia che pur rimanendo il primo partito perde oltre il 35% dei consensi elettorali, eleggendo in Parlamento ventidue deputati neo-nazisti. L’Italia delle Amministrative, circa nove milioni di elettori al voto locale, non si sottrae a quello che pare essere un trend generale delegittimare le Forze Politiche di Governo, con l’eccezione del Partito Democratico che tiene e si rafforza, ma, come sostiene Peppino Caldarola, il Paese che emerge dal voto Amministrativo risulta essere profondamente lontano dal Paese rappresentato in Parlamento. Siamo di fronte ad un Puzzle Impazzito che non riesce a trovare una sintesi, o forse più drammaticamente che non vuole trovare una Sintesi.

Vi è nei tre diversissimi momenti elettorali un fattore comune: il rifiuto popolare delle Politiche di Rigore e di Austerità, la tenuta del Partito Democratico esprime non tanto la continuità di governo quanto un’indicazione ai vertici politici di cambiamento, il più togliattiano tra i dirigenti Democratici, D’Alema, coglie perfettamente il senso ed il clima che ha generato il voto: una conferma della foto di Vasto, ovvero dell’alleanza tra PD IDV e SEL.
 
Ma una tale prospettiva costituirebbe una rottura inevitabile con il Governo Monti ed una severa messa in mora delle politiche di Riforma e Rigore Finanziario, che non significa automaticamente Neo-Keynesismo ma un ritorno al Keynesismo alla Matriciana: scavare buche riempire buche, dove servono due dipendenti pubblici assumerne quattro. Il ritorno alla fotografia di Vasto poi significa, o meglio significherebbe, la rinuncia alle Grandi Opere come la TAV, strategiche quanto decisive per una sana politica di rilancio internazionale della nostra asfittica economia, ed un ritorno al peggior provincialismo culturale che scredita il Paese all’estero assai più della disastrosa classe politica italiana degli ultimi venti anni.

I veri vincitori della competizione amministrativa italiana sono due: l’Astensionismo ed il Movimento 5 Stelle, entrambi sintomi della malattia morale del Paese e dei suoi abitanti. Ed è contro questa “malattia morale”, uso volutamente e provocatoriamente la categoria con cui Benedetto Croce bollò il fascismo, che gli Spiriti Liberi e Forti di questo Paese debbono fare argine mettendo i piedi nel piatto dei Partiti, trovando in sé le risorse morali, spirituali, economiche per Cambiare per davvero. Perché il cambiamento è inevitabile, il nostro Paese ha estremo bisogno di vivere una profonda Rivoluzione Liberal-Socialista, alla Blair per intenderci.

La Governabilità non è un “valore astratto”, il Rigore non è vessazione, l’Austerità non è oppressione sono tre modalità etiche di trasformazione del modo di intendere il rapporto profondo tra Cittadino ed Istituzioni, tra Cittadino e Stato. Riccardo Lombardi nella sua teorizzazione di una società diversamente ricca lanciava, inascoltato (si era nella seconda metà degli anni settanta del novecento) l’allarme su una struttura sociale che si avvitava nell’edonismo e scambiava l’opulenza grassa di sughi con la ricchezza.

 La ricchezza di un Paese non è espressa dal numero dei cellulari pro-capite o dall’essere il terzo mercato mondiale dei giochi d’azzardo e delle lotterie, ma dalla capacità critica dei suoi Cittadini, dalla Responsabilità dei suoi Cittadini, dalla Cultura dei suoi Cittadini. Essere Cittadini non è linkare su FB i berci sguaiati del guitto da baraonda di strapaese di turno o essere servili nei confronti del Salvatore della Patria che come un Cavaliere d’altri tempi si lancia nell’agone politico con la televisiva discesa in campo, ma costruire in sé e poi pubblicamente percorsi e progetti, visioni e categorie generali e generalizzabili. Già Platone denunciava come nemici della Polis coloro che mescevano il vino della Licenza anziché il Vino della Libertà al Popolo così da stordirlo e poter tutto cambiare affinché nulla cambiasse.

Oggi l’imperativo categorico è Cambiare nella Responsabilità, Costruire un Nuovo Orizzonte Progettuale per questo Paese ripiegato in sé, nella sua pancia irrazionale.

 
Di Maria Rotolo (del 08/05/2012 @ 10:27:58, in Mondo, linkato 656 volte)

Eccoci qui, di nuovo in Italia in questo paese che da lì, dall’Ammerica, come dicevano gli amabili nonni del sud, è piccola, inguaiata,  abbandonata ad un futuro di cui molti preferiscono non ragionare, né valutarne la serietà. L’America è sempre bella e straordinariamente avvincente con il suo sano, quotidiano tumulto lavorativo, con l’attenzione e il pragmatismo che tanto potrebbe esserci utile in Italia per risolvere problemi risolvibili.

Tra le strade di New York però, che ho conosciuto e vissuto per mesi nel ’99, prima quindi del terribile 11 settembre 2001, si respira un’atmosfera diversa. La città che ricordavo in pieno fermento culturale, artistico economico, ancora capitale mondiale del business, che offriva i migliori spettacoli musicali del mondo vantando talenti mondiali in ogni settore, le eccellenze tra i tecnici di scena, ballerini, sceneggiatori, musicisti, oggi sembra affaticata e maldestramente sedata da un dolore che da qui non si può capire, né riconoscere.
 
Ho passeggiato tra le strade in cui in questi anni è stata costruita la Freedom Tower che sostituisce le precedenti Torri Gemelle e ho cercato di ricollegare la mia presenza alla memoria di orribili immagini viste in televisione in quel maledetto giorno di settembre. Con l’immaginazione ho tentato di immergermi e afferrare la drammatica realtà di una guerra improvvisa e inaspettata che ti piove in fiamme giù dal cielo all’inizio di una meravigliosa giornata di sole newyorkese e l’unica sensazione che ho identificato, insieme all’angoscia e paura, è stata una insondabile sensazione di smarrimento.  I newyorkesi però non sono smarriti, hanno raccolto il loro coraggio e hanno fatto appello alla loro capacità di riprendersi il futuro. Ma è dura, ed è evidente che New York  è una città ferita dopo aver subito un stop non autorizzato, una violenza in diretta, in pieno giorno e sotto gli occhi del mondo intero.

E’ nella natura degli americani non piangersi addosso, rimboccarsi le maniche, agire, fare e rifare, non perdersi in un utili sterili discussioni e proiettarsi nell’immediato in una condizione di miglioramento, di crescita, di benessere. Questo loro temperamento che forse è il risultato di un atto di volontà, di responsabilità con loro stessi e il paese che abitano, li rende forti e pronti a ricominciare in nome di una libertà che per loro è un’irrinunciabile condizione per cui combattere ad ogni costo.  E allora ogni giorno è un buon giorno per iniziare a fare qualcosa di nuovo e utile per se stessi, il vicino di casa, la propria città, il proprio paese.

Non si lasciano schiacciare dal vizio dell’inutile convenzione e il conformismo non è un abito mentale come da noi, schiavi di un provincialismo che ci rende ridicoli al mondo intero. E’ un paese in cui è ancora possibile osare e lasciare spazi aperti alla creatività perché al talento riconosco meriti, attenzione, valore, nonché un’utilità sociale. E se sono molti gli americani che pensano che le scelte di Obama sul welfare siano criticabili perché non in linea con i principi fondanti della loro costituzione, gli stessi sono pienamente consapevoli che in un momento così difficile per l’economia mondiale è proprio Obama con la sua storia, la sua visione del mondo a rappresentare una garanzia per la democrazia,  regina incontrastata e intoccabile dei loro valori. 

Parlare dell’Italia con gli americani può diventare imbarazzante. Hanno la percezione che i nostri problemi siano legati ad un groviglio di interessi e inefficienze di cui ignorano le ragioni storiche, ma non ne motivano la persistenza in un’epoca in cui la trasparenza e la tecnologia possono consentire ai cittadini di liberarsi della cultura mafiosa, del familismo. Guardano ai cittadini italiani come bambini invecchiati nella coercizione dell’assistenzialismo statalista, che inevitabilmente adotta la tattica del “noi risolviamo il problema, ma a voi dobbiamo mettere le mani nel portafoglio” e così facendo ci hanno portato via un paese che non abbiamo mai sentito nostro e per cui non abbiamo mai combattuto. 

 
Di Emanuele Gentile (del 03/05/2012 @ 09:32:43, in Mondo, linkato 1364 volte)

Cara Europa se ci sei batti un colpo! Vorrei chiedere ai lettori del Blog se qualcuno è in grado di capire che cos’è l’Europa oppure di intravederne l’avvenire. Scommetto che pochi saprebbero fornirmi una risposta articolata ed esaustiva. Il problema è che abbiamo un enigma chiamato Europa. O lo risolviamo in tempi più o meno accettabili. Oppure l’Europa rischia di essere definita una mera espressione geografica. Il che non è certo una prospettiva incoraggiante. Tutt’altro…

La domanda che ci dobbiamo porre è – ordunque – la seguente: CHE NE FACCIAMO DI QUESTA PROTUBERANZA DELL’ASIA CHE USUALMENTE SIAMO SOLITI DEFINIRE EUROPA? Ci sono tre dati preliminari che intendo sottoporre all’attenzione dei lettori: A) Secondo la Swiss Bank la quota di ricchezza mondiale detenuta dall’Europa scenderà dal 30 % al 15 %; B) Il Council of Foreign Relations (Usa), in un report pubblicato l’anno scorso, ha evidenziato che il peso strategico in campo militare dell’Europa è destinato a diminuire in maniera rilevante; C) Gli investitori anglo-sassoni e cinesi, a quanto sembra, non sono più interessati a comprare titoli pubblici e privati espressi in euro.

Dati piuttosto inquietanti che necessitano di una risposta molto forte non soltanto dalla politica europea, bensì dell’intero continente. Quando scrivo “intero continente” intendo affermare una constatazione piuttosto impegnativa: L’EUROPA E’ FERMA.

Il “roveto ardente” (concetto forgiato dai seguaci di Port Royal) che aveva irradiato la civiltà europea su tutto il mondo appare spento. Qualche fiammella, esile, ogni tanto rischiara una notte buia per l’intero continente. Dov’è finita l’Europa che aveva dato, dunque, luce all’intero pianeta da Socrate in avanti? Evidentemente il modello Europa ha terminato la sua forza propulsiva.

Il carburante che ne ha alimentato lo straordinario vigore in ogni campo non riesce più a spostare un continente in fase di pronunciata e manifesta stagnazione. SIAMO VICINI AL CROLLO? Lo saremo se continueremo a ballare placidamente sulla tolda del Titanic. Cosa fare – allora – per invertire la tendenza? I cittadini hanno necessità di rivitalizzare una democrazia che nel vecchio continente è diventata sinonimo di tecnica di governo e non elettrizzante “elan vital”.

L’Europa deve, altresì, porre maggiore attenzione sulle sue innumerevoli diversità. Non è cercando di rendere uniformi gli uomini e le donne europee che si rilancia il continente europeo. Un continente non va gestito secondo parametri di rigore economico. I freddi numeri uccidono la voglia della gente di muoversi, confrontarsi, costruire ed azzardare. La nostra nazione Europa non può essere tenuta in scacco da persone tronfie di metafisica economica che risiedono in istituzioni lontane miliardi di anni luce dalla reale realtà delle genti europee.

Bisognerà capire se a noi europei conviene il gioco di mantenere in piedi istituzioni elefantiache come l’Unione Europea, la Bce, il Parlamento Europeo ed altre ancora. Istituzioni che sembrano aver assicurato troppo potere a chi ha già un potere immenso e poco potere alle genti d’Europa.

Cosa ne può venire in positiva propensione al futuro alle genti d’Europa sapere che l’Unione Europea ha stabilito il calibro delle banane oppure le dimensioni di una rete da pesca? Non abbiamo bisogno di questo. Abbiamo bisogno di bruciarci nel “roveto ardente” citato qualche riga sopra al fine di ritrovare quella forza, quello slancio, quello spirito di avventura e quella fame di novità che hanno da sempre contraddistinto l’incredibile fioritura della civiltà europea attraverso i millenni.

L’euro, invece di accendere il nostro continente, l’ha spento perché è rimasto solo. Simile a un totem. Totem isolato in un deserto glaciale in quanto non si è costruito alcunché attorno che permettesse a ogni europeo di sentirsi protagonista della svolta epocale rappresentata dall’avvento della moneta unica. Ora abbiamo l’euro e un continente spento. Bel risultato! Vero tecnocrati che avete asservito l’euro a giochi speculativi invece di trasformarlo in un ambasciatore unico dell’unione europea in tutto il mondo? Governare popolazioni di diversa origine e condizione significa entrare in contatto con la loro spiritualità con l’obiettivo di renderle cittadini attivi impegnati nel progetto colossale dell’unità europea.

La realtà è ben diversa. Purtroppo. Le genti d’Europa sono impaurite, prostrate, sfiduciate e arrabbiate perché si è governato pensando più all’economia che parlando al cuore della gente. Anche perché l’Europa ha da anni leader di scarsissimo livello. Come alla fine dell’ottocento si aveva totale fiducia nella tecnica mentre ci si incamminava incoscienti verso la Prima Guerra Mondiale; oggi si pone fin troppa attenzione alla finanza e ci si incammina incoscienti verso la Terza Guerra Mondiale. Possibile? Meglio rinsavire che continuare a perseverare negli errori.

 
Di Jordi Schifano (del 02/05/2012 @ 12:31:26, in Mondo, linkato 971 volte)

In questi ultimi decenni abbiamo assistito al boom economico della Cina, diventata la seconda economia mondiale, ma con le potenzialità per attuare lo storico sorpasso sugli USA.

Il monolite rosso, progredito sotto la gestione del partito comunista, autore della rivoluzione durante il secolo scorso, ora sta iniziando a manifestare, anche nei confronti del mondo, alcune crepe e contraddizioni molto profonde.

Come per la Primavera araba, anche in Cina lo strumento di diffusione del malcontento e della denuncia sociale è la rete. Come spiega l'artista Ai Weiwei, nonostante la fortissima censura del partito e la tendenza, tipicamente cinese, ad utilizzare versione indigene dei vari social network mondiali, la libertà di parola e di pensiero stanno portando alla maturità sociale dei cinesi.

Nell'ultimo periodo grazie alla straordinaria prova di giornalismo di Charles Duhigg e David Barboza del NewYork Times, il vaso di Pandora cinese è stato scoperchiato. Con la loro inchiesta sui lavoratori della Foxconn, azienda fornitrice della Apple, famosa per il suo slogan: THINK DIFFERENT, i due giornalisti hanno mostrato al mondo quello che il mondo conosceva e accettava con indifferenza, mentre si voltava  verso gli scaffali di prodotti a basso costo: le disumane condizioni di lavoro nelle aziende cinesi dell'entroterra.

Questa inchiesta ha portato al centro della lente d'ingrandimento la questione del lavoro nel paese asiatico. Ci siamo così accorti che da tempo ormai, i lavoratori cinesi scioperano e contestano i loro datori di lavoro, per ottenere aumenti salariali e più diritti.

Le notizie sono filtrate anche attraverso l'immensa diga di censura che il regime ha posto alla rete, mostrando come l'officina del mondo, si sia bloccata parecchie volte e, come sempre accade, gli scioperi che ne sono scaturiti sono stati numericamente ineguagliabili, portando ad aumenti salariali anche del 30%.
La questione del lavoro è una fondamentale cartina al tornasole, ai nostri occhi stranieri, per valutare lo stato attuale della società civile cinese; in qualsiasi società attraversata dal boom economico, infatti, il benessere ed il miglioramento del livello d'istruzione portano ad una maggior consapevolezza tutte le fasce sociali: compresa quella dei lavoratori.

Tutto il mondo ha preso coscienza dell'ingiustizia sociale cui i lavoratori cinesi sono stati sottoposti, ma nessuno si è curato di sostenerli nella loro lotta, perché i prodotti a basso costo sono convenienti a qualsiasi latitudine.

Le riforme avviate negli anni 80 da Deng Xiaoping, promosse attraverso slogan storici come: "Arricchirsi è glorioso" hanno portato il gigante comunista verso un capitalismo selvaggio. Un capitalismo che, nei suoi esponenti più acuti, è stato assecondato dal partito comunista per sfruttare fino all'eccesso quel proletariato che avrebbe dovuto tutelare in quanto fulcro della repubblica popolare.

Quella che, sulla carta, dovrebbe essere la più grande repubblica comunista del mondo si mostra invece come la più grande economia capitalista planetaria, dimenticandosi principi e protagonisti della dottrina maoista: i lavoratori. La Cina attuale ci appare più attratta dal colonialismo economico, dalla ricerca di materie prime e fonti energetiche che alla tutela dei suoi cittadini, rassegnati alla corruzione che imperversa fino ai vertici del comitato centrale.
Il partito comunista cinese sta mostrando le sue crepe interne anche all'estero, il caso Bo Xilai, stella emergente del politbiuro, si sta rivelando il Watergate dagli occhi a mandorla, in cui gli interessi personali e la brama di potere politico oscurano la tutela della cosa pubblica.

Quanto sarà ancora sopportabile la dittatura politica comunista in un paese che sta velocemente e faticosamente sviluppando la sua coscienza?

La storia della Cina contemporanea è un fantastico concentrato, accelerato dello sviluppo occidentale: dalla rivoluzione industriale, al boom capitalistico fino ad una potenziale primavera che, grazie alla rete, sembra essere già nell'aria, il tutto elevato alla popolazione più numerosa del mondo.

L'ultimo trentennio cinese, ha portato la repubblica popolare dal profondo rosso maoista, alla rivoluzione culturale, fino al tiepido rosa attuale. Il partito non sembra più quel collante sociale fonte di ideologia e progresso, ma appare come la massaia che butta, troppo frettolosamente, il bucato bianco nella lavatrice del capitalismo dimenticandosi di togliere dalla macchina quel libretto rosso che rovina ciò che nel resto del mondo risulta bianco.

 
Di Claudio Tabacco (del 26/04/2012 @ 17:47:39, in Mondo, linkato 1308 volte)

Negli anni trenta del Novecento Berlino fu la capitale europea più trasgressiva ed avanzata d’Europa, o meglio dalla metà degli anni venti sino ai primissimi anni trenta, poi cadde la “tenebra”, le cupe e tragiche camice brune presero il posto delle avanguardie artistiche, il “tamburino” si sostituì a Kurt Weil. Un piccolo imbianchino dall’ambiguo passato artistico come un gangster di Chicago liberò le potenze oscure dell’animo tedesco con violenti ed incendiari discorsi in cui strappava la faccia all’avversario riducendolo a macchietta, svuotandolo dei suoi contenuti umani così che la plebaglia potesse di esso negare l’Umanità.

Negli stessi anni nella Francia Repubblicana, nata dalla prima grande rivoluzione europea, nella Francia dell’Illuminismo e della Dea Razionalità, nella Francia del Positivismo di Auguste Comte, sorsero miriadi di organizzazioni nazionalistiche, di associazioni esoteriche come ad esempio la Cagoule di cui fecero parte Pierre Laval e quasi tutti coloro che poi diedero vita al Governo Collaborazionista di Vichy, forse lo stesso Maresciallo Pétain fu un cagoulard, anche costoro utilizzarono linguaggi strappa – faccia. Linguaggi che riducono l’avversario a nemico, a “nemico del popolo” definendolo di volta in volta come: Affamatore, Servo delle Banche, Sicario del Complotto Mondialista Massonico, Maiale asservito al Potere Economico – Finanziario. In Italia, questi processi culturali, iniziarono negli anni immediatamente precedenti la Prima Guerra Mondiale ad opera degli Interventisti di destra guidati con estrema efficacia da Gabriele D’Annunzio che invocava l’uso del bastone contro i neutralisti e definiva il capo del Governo come “Cagoia”.

Furono gli anni Venti e Trenta del Novecento anni straordinari, quanto tragici: straordinari poiché in essi le più grandi correnti dell’avanguardia culturale ed artistica plasmarono l’immaginario delle Elite Borghesi e tragici poiché la crisi finanziaria e dell’economia “pesante” gettarono nella disperazione masse enormi di popolazione che trovarono risposte sovrastrutturali nel Populismo sovente a sfondo magico-esoterico: Evola in quegli anni elabora il suo pensiero, l’Idealismo Magico, la Golden Down e l’Organizzazione Thule, fondata da un cistercense eretico che si ispirava ai cavalieri Templari – Teutonici, nell’Europa Centrale e nei paesi di cultura germanica predicavano l’antisemitismo e l’odio anti-ebraico, dietro cui si nascondeva un desiderio di rivincita dell’arcaico mondo contro il Mondo Moderno, una delle opere fondamentali di Evola ha per titolo: Rivolta contro il Mondo Moderno, Jünger in quegli stessi anni scriveva “l’Operaio Totale” in cui delineava una Società Organica interamente protesa nella volontà di potenza, totalmente mobilitata e radicalmente fondata sul Principio del Capo, vissuto come Profeta, Guida Etica.

Il 19% conquistato dal Fronte Nazionale di Marine Le Pen alle elezioni presidenziali francesi, il 7% attribuito a Beppe Grillo ed al Movimento 5 Stelle da lui creato dai sondaggi (ma credo sia sottostimato, non mi stupirei se raggiungesse il 15%), e prima Orban in Ungheria e l’avanzata dell’estrema destra in Finlandia, in Olanda, in Belgio, nel Belgio Vallone da cui fu partorito il Comandante De Grelle collaborazionista e generale della SS, criminale di guerra ed autore di due saggi di grandissimo interesse letterario (Militia e La Nostra Europa) non solo hanno lo stesso sub-strato strutturale - una spaventosa crisi economica generata dai mercati finanziari globali poi trasferitasi all’economia reale - ma sono posseduti dallo stesso daimon linguistico, dalla medesima retorica vittimistica e violenta solcata continuamente da “Utopie Recessive”: la Civiltà Medio-Evale Idealizzata, ieri, la Decrescita Felice, oggi.

L’Età Aurea, il Tempo Incantato e favolistico, una sorta di Arcadia dello Spirito e della Carne in cui l’essere umano è libero dalle convenzioni della civiltà come in Zeist Geist, esprime una suggestione pericolosa poiché nasce da un sentimento depressivo di sé, poiché ha origine in una Negazione della Realtà, della durezza di essa, in una Negazione del Principio di Realtà. Tutto ciò uccide la Democrazia, i linguaggi del populismo dell’oggi che dipingono l’intero universo politico come maiali al trogolo, maiali dunque non esseri umani, politici dunque non essere umani con storie e vite, dimenticando che chiunque nell’Agorà prende la parola e costruisce un seguito è un Politico, dunque anche il Profeta – Capo – Guida – Duce è tale, prepara la strada alla tragedia. Vi è in questo nostro tempo, che sempre più assomiglia agli anni Trenta, un delirio totalitario che tenta di spaccare il Mondo in Buoni, oppressi, e Cattivi, oppressori.
 
È preciso dovere di chiunque riconosca se stesso nella Democrazia Rappresentativa e Parlamentare contrastare strutturalmente tali derive populistiche, rifiutandone i linguaggi, in primo luogo, il Popolo è qualcosa di più e di diverso da ciò che i demagoghi dipingono. Oggi essere Popolo significa essere Cittadini, espressioni viventi ed esistenziali della Libertà.

 
Di Jordi Schifano (del 23/04/2012 @ 09:39:58, in Mondo, linkato 602 volte)

La scorsa settimana a Tobruq, città nell'estremo Est della Libia, non lontana dal confine egiziano, si è tenuta una manifestazione contro il Qatar. Molti giovani, tra cui Nizar, Zidanne e Tawfik, si sono ritrovati nelle strade della loro città per manifestare il loro dissenso nei confronti di ciò che sta avvenendo nel loro paese.

Lo scorso anno questi ragazzi, durante la rivoluzione poi sfociata nella guerra civile contro il regime di Mu'ammar Gheddafi, si impegnarono per aiutare la propria cittadinanza durante quel difficile periodo della loro storia nazionale.

Questi giovani rivoluzionari non andarono al fronte a Brega, Misurata o Sirte, ma restarono nella loro città creando associazioni finalizzate ad insegnare e mantenere il quieto vivere cittadino, rivolte specialmente ai bambini, i più indifesi e danneggiati in qualsiasi guerra.

La loro fede nei miglioramenti che la rivoluzione e la democrazia avrebbero portato furono totali e la stima verso quei paesi che li sostennero contro il Rais, tra cui il Qatar e Al Jazeera, fu palesemente espressa con murales comparsi sui muri della città.
Sfortunatamente non conoscevano ancora il vero significato della parola democrazia ed il prezzo della libertà.

Il Qatar ha, infatti, perseguito in Libia la sua strategia politica internazionale, già testata in Tunisia, Egitto e, in modo più diplomatico in Marocco; aiutare economicamente e mediaticamente le rivoluzioni arabe e i paesi del Maghreb, influenzandoli con fomentando i partiti islamici più radicali.

I giovani libici hanno compreso il rischio di tale strategia e cercano di opporvisi democraticamente con la creazione di un nuovo partito. Youth National Party, vuole essere l'espressione della maggioranza del popolo: i giovani; che devono cambiare il loro paese e formare una nuova classe politica, rompendo ogni legame con il passato.

Purtroppo i giovani hanno un difetto: quello di farsi travolgere dagli ideali. Questo, durante la manifestazione di Tobruq, si è tradotto in un gesto davvero offensivo, soprattutto nei confronti di un paese che ringraziavano fino a poco tempo fa: bruciare la bandiera del Qatar.
Conoscendoli non si può non essere contagiati dalla loro voglia di libertà, di democrazia, di potersi esprimere liberamente, di far progredire il proprio paese in autonomia come uno stato federale che dia libera espressione a tutti.

Ora però, Nizar, Zidanne, Tawfik e gli altri stanno comprendendo quale sia il vero significato della parola democrazia: influenze politiche ed economiche da parte di paesi stranieri per sfruttare le immense risorse naturali libiche. Non accettano il tentativo quatariota di influenzare la cittadinanza attraverso il finanziamento dei Muslim Brothers, ariete politico del progetto panarabico di creazione di un subcontinente arabo ortodosso di caratura energetica, e quindi politica, globale.

I giovani libici appaiono così, come bambini che vogliono giocare al tavolo degli adulti, convinti che, con la forza delle armi, si possano liberare di qualsiasi straniero, ma purtroppo la loro è solo un'illusione. Accettare la democrazia internazionale significa limitare l'uso della forza e sedersi al tavolo dell'astuzia e della strategia con un mondo globalizzato e avido dall'altra parte.

Noi italiani conosciamo bene quale sia il prezzo della libertà, dato che la nostra storia ha già percorso le stesse fasi di quella libica seppur in modo differente.

40 anni di Democrazia Cristiana, la presenza di Giulio Andreotti in parlamento, le diverse basi americane sul nostro territorio nazionale e le decine di morti tricolori, impunite, da parte di militari a stelle e strisce, sono un monumento perenne al prezzo della libertà.

 

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